domenica 13 novembre 2011

le notti di Federico / 3.





Ginger E Fred
1985, Italia, 123 minuti, colore
regia: Federico Fellini
sceneggiatura: Federico Fellini, Tonino Guerra, Tullio Pinelli
cast: Giulietta Masina, Marcello Mastroianni
voto: 8.6/ 10
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Giuro che è un caso che il terzo dei tre film felliniani a cui rendiamo omaggio (due in realtà: il primo è servito solo a porre un quesito sullo stato del cinema) arrivi proprio il giorno in cui il premier su cui tanto il film ironizza se n'è tornato da dov'è venuto.
Ginger E Fred, terzultima opera di Federico Fellini, nasce dall'odio smodato che il regista provava per le televisioni locali e per le interruzioni pubblicitarie; la pubblicità, diceva lui, era cose pure buona (certo, ne era stato anche regista), ma bisognava non abusarne. Queste reti regionali, invece, sono un continuo di programmi lasciati a metà, film lasciati in sospeso, quiz in studi in cui regna l'angoscia, l'ansia della diretta, la finzione, che ammazzano il dialogo vero tra le persone a discapito di sorrisi forzati e accantonamenti di problemi e persone che creano problemi. Fellini racconta tutto questo partendo da Amelia Bonetti, aka Giulietta Masina, invecchiata, attempata, che prende un treno e poi un autobus e arriva in un albergo dove continua ad aspettare Pippo Botticella, aka Marcello Mastroianni, invecchiato anche lui, con il quale, un paio di decadi prima, era molto famosa per le imitazioni a passo di musica che facevano di Ginger Rogerd e Fred Astaire nei teatri di tutto il Paese; vengono contattati, recuperati, e invitati da un programma televisivo per nostalgici a esibirsi in studio in diretta in prima serata insieme a un sacco di altri fenomeni da baraccone che all'epoca hanno fatto qualcosa che nessuno più ricorda. Con non poche difficoltà, e senza il giusto tempo per provare, Pippo e Amelia si ritrovano in studio, schiacciati da manifesti pubblicitari giganti, interrotti da immagini per l'acquisto di zamponi formaggi spaghetti grattugie immensi, angosciati dalla posizione in cui devono stare, dal tempo che manca all'ingresso, dal silenzio. Poi il loro momento arriva, e viene interrotto due volte.
La tristezza del film parte dalla constatazione, anzi dalla previsione, di dove si sta dirigendo il mondo: Fellini aveva capito che la televisione c'avrebbe rovinato tutti e avrebbe rovinato la cultura, la comunicazione, il dialogo genuino, l'ingenuità. Maschera dietro il Cavalier Fulvio Lombardoni il pescecane Silvio Berlusconi che allora stava ascendendo, maschera dietro un programma televisivo una vetrina per il presentatore e la pubblicità, maschera dietro la sua visione circense del mondo un mondo dove tutto è circo sul serio, dove non c'è spazio per la tenerezza e la vecchiaia di Ginger e Fred, dove tutto è esagerato, grottesco, e destinato a finire.

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