martedì 13 dicembre 2011

un film pericoloso.





A Dangerous Method
2011, UK, 99 minuti, colore
regia: David Cronenberg
sceneggiatura: Christopher Hampton
soggetto: John Kerr
cast: Michael Fassbender, Viggo Mortensen, Keira Knightley, Vincent Cassel
voto: 6.9
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Sulla locandina c'è scritto "dal regista di A History Of Violence e La Promessa Dell'Assassino, David Cronenberg", come se noi non lo sapessimo, che lui è innanzitutto il regista de La Mosca. Certo però, in più di quarant'anni di carriera, David Cronenberg mio, non mi puoi sfornare solo questi tre quattro film buoni; c'era tanto vociare a Venezia per te, per il tuo A Dangerous Method che tutti dicevano «oh mio Dio com'è carnale, oh Signore come la sculaccia», tutti a supporre che la Keira avrebbe vinto la Coppa Volpi, e invece anche questa volta niente: i tuoi film hanno accumulato tre nomination all'Oscar in tutto. Ma tu hai capito come devi comportarti, e dal momento che il maggiore successo è arrivato con gli ultimi due, tu non cambi squadra, eh? Viggo Mortensen feticcio e poliglotta affianca di nuovo Vincent Cassel il primo a interpretare Sigmund Freud e il secondo Otto Gross senza nemmeno una scena in comune, perché tutto il film ruota attorno al professor Jung aka Michael "quest'anno-sono-in-tutti-i-film" Fassbender e alla sua paziente che non smette mai completamente di essere matta e di lui innamorata Sabina Spielrein interpretata da Keira Knightley che pensavamo vincesse tutto. Non perché sia stata particolarmente brava, col mento in fuori recita più o meno sempre allo stesso accettabile modo, ma interpreta una pazza, e alle giurie si sa, i pazzi piacciono (ciao Angelina Jolie). Le prime scene, poi, le avranno causato contrazioni e accavallamenti muscolari perché, Santo Dio, mandibole irrigidite, denti  al vento, dita accartocciate, schiena scricchiolante, balbuzie e saliva, anche solo per lo sforzo avrebbe meritato qualche pacca sulla spalla. Che sicuramente avrà ricevuto. Ma tutto questo scalpore, tutto questo godere sessualmente della violenza, in realtà, si consuma in poche scene, e lascia grasso spazio a discorsi, a teorie, a merletti, a liti tra psico-analisti (attenzione a non dire "psicanalisti"). Un film tutto testa insomma, e niente pancia, tutto sigari e mera trasposizione dei fatti realmente accaduti (Jung ha in cura una paziente di cui si innamora e che gode nell'essere maltrattata ma con cui non può stare perché è sposato e ha figli e lei, venendo lasciata, denuncia la cosa a Freud che perde la stima nel suo compagno ed erede) senza che nemmeno la musica di Howard Shore coinvolga, travolga, incanti. Classificato ottavo nella lista della stampa estera e italiana di Venezia 68, è un'opera registica puramente tecnica (assolutamente non sperimentale) con delle buonissime interpretazioni, credibili, vissute, ma il problema è nella storia che si narra, nella scelta delle scene, nella sceneggiatura: eppure si basa su una pièce teatrale che si basa su un libro.

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