domenica 12 febbraio 2012

se Bruto è di Napoli.





Piccolo ritorno alla parentesi Berlinale in occasione della prima del film dei fratelli Taviani, Paolo e Vittorio, Cesare Deve Morire. I due registi ormai ottantenni, giunti teneramente inseparabili alla conferenza stampa, sono paradossalmente gli unici innovatori, sperimentatori del cinema italiano, ormai bloccato nel suo tentativo di far ridere l'Italia delle proprie disgrazie invece di farla riflettere sugli errori, e dopo la lunga pausa dal terribile La Masseria Delle Allodole si spostano verso un cinema di estetismo puro, un prodotto d'arte che contiene arte e parla di arte. Che dimostra, come diceva Simona Molinari, che l'arte non è scelta ma necessità, che loro due, da artisti, non possono rinunciare a fare arte anche in situazioni dove l'arte apparentemente c'è, che è una menomazione dell'anima, una debolezza, che colpisce anche quella gente che un passato artistico non ce l'ha.
Il percorso dietro al film è questo: Paolo e Vittorio vengono a sapere da una loro amica che esiste, ancora, in Italia, un teatro "dove si piange": è quello del carcere di Rebibbia a Roma. I fratelli ci vanno, assistono alla Divina Commedia, se ne innamorano, nasce l'idea. Decidono di girare un film che racconti di un gruppo di carcerati che mettono in scena uno spettacolo, un dramma, che si improvvisano attori e ci riescono. Scelgono, come sceneggiatura, il Giulio Cesare di Shakespeare, perché «ha il merito di contenere le naturali consonanze con l'esperienza del carcere, con il concetto del potere, il tradimento, la congiura, l'omicidio, aspetti che fanno parte dei personaggi di Shakespeare come dei carcerati», perché sono carcerati costretti all'ergastolo, a decenni di reclusione, figli della Camorra e delle mafie. I Taviani scelgono Shakespeare anche perché per loro «è stato un padre, un fratello, un figlio, un genio di cui in gioventù abbiamo cercato di seguire la grandezza e adesso, da vecchi, da padri, ci sentiamo liberi di trattare un po' male: lo abbiamo preso e smembrato, decostruito e ricostruito, nel nome di uno spettacolo che diventa film». Film che ha richiesto sei mesi di prove e di provini, la scelta del cast finale, quattro settimane per mettere in scena l'opera, la collaborazione del direttore artistico del carcere, Giulio Cavalli, tutto mostrato nel dettaglio nel film e accompagnato da un surreale bianco e nero. «L'uso del bianco e nero amplifica la dimensione epica del racconto, rende ancora più drammatica la contrapposizione tra il dentro e il fuori del carcere. I colori ci sono solo due volte, e una delle due è quando il pubblico è sul palco davanti al pubblico reale. In più, alcuni elementi, gli spigoli, le grate, le sbarre del carcere, col bianco e nero diventano ancora più freddi». Nel cast c'è un volto noto del cinema italiano post-galera, Salvatore Striano, reduce da Gomorra e Fortapasc, che interpreta qui Bruto con accento e dialetto napoletani, che dopo gli anni di detenzione è entrato stabilmente a far parte della compagnia di Umberto Orsini ed è ora attore a tutti gli effetti. Ma ce ne sono tanti altri, tra di loro, di detenuti che hanno tentato e ottenuto la carriera del teatro dopo la libera uscita.
Un film di una sensibilità unica, incredibile, sorprendente, ben lontano dalla precedente operazione italiana Tutta Colpa Di Giuda rigirata a musical comico; un film straziante, che ha convinto, che ha strappato alla proiezione stampa un applauso lunghissimo e sentito come ancora non si era visto in questi giorni di festival, che ci fa sperare bene. Uscirà in Italia a inizio marzo distribuito da Sacher.


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