giovedì 8 marzo 2012

dieci decimi.





Volver
2006, Spagna, 121 minuti, colore
regia: Pedro Almodóvar
sceneggiatura: Pedro Almodóvar
cast: Penélope Cruz, Lola Dueñas, Carmen Maura,
Blanca Portillo, Yohana Cobo, Chus Lampreave
voto: 10/ 10
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E mentre al cinema approda A Simple Life (vedi qualche post sotto) in occasione della Festa della Donna, io rimango in tema di ingiustizie francesi al Festival di Cannes e vi propongo un film che va bene per il pubblico femminile perché è interpretato dalla crema del cinema spagnolo e che vede solo quattro attori di sesso maschile in tutta la pellicola, uno dei quali è una semplice comparsa, il commesso di un negozio di ferramenta, Agustín, il fratello di Pedro. Parlo di Volver (sottotitolo italiano: Tornare) anche perché mi ero ripromesso, prima o poi, di rendere omaggio a quel film, quell'unico film, a cui darei dieci su dieci, il voto massimo. Ingiustamente mandato via da Cannes con il premio alla migliore sceneggiatura e all'intero cast femminile per l'interpretazione (ci rimase male Penélope Cruz, che si aspettava una Palma tutta per sé) e non diede, neanche questa volta (anche Tutto Su Mia Madre vinse un premio minore), l'oro ad Almodóvar (che sarebbe poi tornato a Cannes con tutti i successivi film, senza vincere niente). In concorso quell'anno c'erano anche un altro capolavoro, Il Labirinto Del Fauno di Guillermo Del Toro poi reso celebre da Hellboy, il film che portò alla ribalta i messicani all'Oscar, Babel, Marie Antoinette della Coppola diventato poi un piccolo cult, e il nostro Caimano di Nanni Moretti che quest'anno sarà presidente. Monica Bellucci era nella giuria gestita da Wong Kar Wai, e non diedero nessun premio a quasi nessun film citato: la Palma d'Oro andò a Il Vento Che Accarezza L'erba di Ken Loach, regista di tutto rispetto certo, ma autore di un drammone molto scontato; il premio della giuria andò a Red Road e i migliori attori furono tutti quelli di Days Of Glory (due ensemble per l'interpretazione?, mmh...).
Volver poi ebbe il riscatto fuori dalla Francia: diventò il film spagnolo più visto di tutti i tempi (battuto successivamente solo da Mentiras Y Gordas, saga adolescenziale di bei ragazzetti arrapati), ottenne cinque EFA, cinque Goya, due nominations ai Golden Globes, una nomination all'Oscar, la prima per Penélope Cruz (venne ignorato spudoratamente come film straniero). L'interpretazione della Cruz la portò dappertutto e la consacrò come attrice internazionale, in queste vesti popolane che furono spesso di Sophia Loren nei film napoletani. Per somigliare a Sophia, Penélope indossa in tutte le scene un finto sedere di silicone che sotto alle gonne la fa sembrare molto più contadina. I gesti, la voce, gli occhi, la camminata, tutto è preso dal cinema italiano degli anni '60. E Raimunda diventa una donna povera ma forte che porta avanti una casa quasi da sola, perché il marito beve birra guardando la partita e la figlia sta tutto il giorno attaccata al telefono. Prende cento lavori, non ha un attimo per sé, e quando ce l'ha lo usa per andare a lucidare la bara della madre, morta misteriosamente in un incendio nel paese d'origine, La Mancha, dove vive il più alto tasso di follia per abitante. Al paese c'è un'altra amica d'infanzia, Agustina, la cui madre ha pure fatto una fine strana, di cui nessuno sa più niente.
Tanti cerchi si aprono e tanti se ne chiudono e fino all'ultima scena rimaniamo col dubbio e il fiato sospeso. La forza del film, che diventa così diverso dal precedente Tutto Su Mia Madre molto più venerato, è proprio nella semplicità della storia: una buona trama, un buon modo di raccontarla, sei buonissime interpretazioni, una colonna sonora (di Alberto Iglesia) impeccabile, qualche parolaccia e anche una canzone.
E se siete sorpresi per come vanno le cose nella pellicola, andate a recuperare Il Fiore Del Mio Segreto che vi dimostra come quattordici anni prima Pedro avesse in mente la stessa storia, ma...

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