venerdì 2 marzo 2012

la metà di un film.





50/50
2011, USA, 100 minuti, colore
regia: Jonathan Levine
sceneggiatura: Will Reiser
cast: Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Anna Kendrick, Bryce Dallas Howard, Anjelica Huston
voto: 7/ 10
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Esce oggi nei cinema d'Italia 50/50 con il titolo quasi identico 50 e 50 e chiedo perdono se pubblico la recensione a poche ore dalla prima proiezione ma ho dovuto tenere l'articolo in anteprima per Taxi Drivers, una rivista indipendente di cinema con cui è nata una sporadica collaborazione (potete leggere quella recensione, meno scanzonata di questa, cliccando qui).
Il film, che ho visto fuori concorso al Festival di Torino, ha suscitato sorpresa e ammirazione in molti spettatori, anche critici, è piaciuto tantissimo e per questo qualsiasi altro sito di cinema gli appioppa un voto decisamente più alto del mio ed elogia questa prima sceneggiatura di Will Reiser e questa terza regia di Jonathan Levine (dopo il ben più originale Fa' La Cosa Sbagliata). Io no, perché sinceramente non ci vedo niente di nuovo e di diverso da tutti quegli altri film a tematica medica in cui qualcuno scopre di essere malato di una malattia terminale e inizia le cure, o anche da tutti quei film che necessitano di un lieto fine. Il lato nuovo di questa pellicola che tutti ammirano è il sorriso con cui affronta la cosa, la leggerezza, l'umorismo, ma questa è una qualità che dura solo fino alla prima metà, perché poi si rientra nei canoni del cinema terminale con musica lenta, camice bianco, silenzi, emozioni di pancia.
Joseph Gordon-Levitt (che in veste totalmente diversa, capellone e mezzo nudo, abbiamo visto in Hesher) è un ventisettenne che tira a campare col suo monotono lavoro e la sua frivola morosa (la Howard, in un altro ruolo minore dopo The Help) mentre vede sua madre e suo padre molto di rado e quest'ultimo nemmeno lo riconosce data l'avviata demenza senile. Scopre di avere prima il cancro e poi le corna, così molla la morosa e inizia una terapia ospedaliera con una laureanda più giovane di lui, impacciata, inesperta, dalla quale decide di non andare più (la Kendrick, candidata all'Oscar per l'unica interpretazione notevole della vita, Tra Le Nuvole). In realtà continuerà ad andarci, perché tutto quello che Jpseph sta facendo è fingere che la malattia non ci sia, vivere come i mesi precedenti, senza provare forti dolori o porsi alcune domande, per colpa e grazie ad un amico, Seth Rogen, che se lo tira dietro quando va in locali e discoteche e sfrutta la sua testa calva per rimorchiare ragazze.
E grazie a Dio c'è, Seth Rogen. Dopo il bizzarro ruolo in Lanterna Verde e la parte del perfetto imbecille in Molto Incinta, finalmente arriva ad avere un ruolo che non si discosta molto da ciò che lui è nella vita (basta guardare come si comportava ai Golden Globes, dove il film aveva due nominations); il problema è che anche nel migliore amico cazzone e superficiale tutto sesso ed erba, ad un certo punto, si fa strada la paura della morte. Perché 50 e 50 sono le probabilità che il protagonista si salvi.
Certo, siamo ben lontani dalla pateticità de La Custode Di Mia Sorella e dalle lotte medico-legali tra un'improbabile Cameron Diaz e una bravissima Abigail Breslin mentre la parente legata a cento tubi a malapena parla creandoci disagio e compassione; ma siamo molto vicini a tutta quella serie di film americani che hanno preso larghi consensi quest'anno raccontando episodi di una crudeltà immane in modo zuccheroso (la disparità razziale di The Help, la guerra anglo-tedesca di War Horse). Un film, insomma, che se volete andarlo a vedere al posto di Faenza va bene, altrimenti aspettate che passi in televisione alla domenica sera.

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