venerdì 16 marzo 2012

piovono mucche.





Cosa Piove Dal Cielo?
Un Cuento Chino, 2011, Argentina, 93 minuti
Regia: Sebastián Borensztein
Sceneggiatura originale: Sebastián Borensztein
Cast: Ricardo Darín, Muriel Santa Ana, Ignacio Huang, Iván Romanelli
Voto: 8.1/ 10

Da venerdì 23 marzo
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Uscirà nelle sale italiane la prossima settimana (ma ne parliamo ora, sennò me lo scordo) il film che ha vinto il Marc'Aurelio d'Oro come miglior film e il Premio del Pubblico allo stesso merito alla fine della Festa del Cinema di Roma del 2011. Con il titolo italiano questa volta ci siamo superati: Un Cuento Chino, letteralmente "una storia cinese", sta ad indicare ciò in cui incappa il protagonista del film, Roberto, che durante la sua monotona e sempre uguale vita di proprietario e commesso di una ferramenta nel cuore desolato dell'Argentina si ritrova un giovanotto cinese che gli cade ai piedi sbattuto fuori da un taxi e cerca di chiedergli aiuto ma lui parla solo cinese e Roberto parla solo spagnolo (il film è recitato tutto in spagnolo, non in portoghese). Il cinese gli mostra un tatuaggio criptico, forse è un indirizzo, Roberto ce lo porta, non se ne ricava niente. Vanno all'ambasciata, chiedono al fattorino del ristorante cinese a domicilio di fare da interprete, si scopre che questo cinese si chiama Jung e sta cercando suo zio che prima era proprietario di un negozio ora venduto e che non si sa come rintracciare. Roberto, infastidito da questa (magnifica?) presenza in casa sua, stabilisce su un foglio di carta appiccicato al frigo che se entro sette giorni questo zio non compare, Jung verrà sbattuto fuori. Ma i cinesi, lo sappiamo come sono, attenti osservatori e maniaci delle sorprese, per cui, durante e dopo, questo Jung lascerà non poche eredità.
Il film si basa su una storia vera sebbene la sceneggiatura sia originale; alla fine dei titoli di coda rimanete in sala perché vi verrà mostrato l'estratto televisivo da un TG cinese che racconta la più bizzarra vicenda mai accaduta: a piovere dal cielo è una mucca. Ma non vi dico né come né dove né perché. Quello che vi dico, è che questa vicenda con cui si apre e si chiude la pellicola è solo uno dei tanti cerchi che si aprono e si chiudono in un film ricco di dettagli e di piccole storie che pure loro trovano il capo e la coda senza lasciare l'amaro in bocca. Qualche risata, che deriva soprattutto dalla considerazione generale che si ha dei cinesi, e grasse ilarità nella scena all'interno dell'ambasciata (dove bisogna prendere il numero e mettersi in fila anche se non c'è nessuno, a causa di una carenza di personale. Carenza di personale cinese). L'interpretazione burbera e sboccata di Ricardo Darín è impeccabile, decisamente migliore del premio Oscar Il Segreto Dei Suoi Occhi (il film straniero più contestato della storia del cinema), che rappresenta il culmine di una bella carriera (Nove Regine, Il Figlio Della Sposa, XXY, ), ed è buona anche la regia di questo sconosciuto Sebastián Borensztein che arriva al suo terzo lungometraggio dopo aver lavorato molto in televisione.
Notate una cosa: la desolazione delle strade e dei negozi argentini, all'inizio, del cimitero, della vita di Roberto, vengono ammazzate dalle scene di folla e di chiacchiericcio del quartiere cinese a metà film, dettaglio su cui dovremmo spaventarci.

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