domenica 14 ottobre 2012
i film stranieri/ 2.
Seconda parte dell'estenuante lista dei film candidati alla candidatura per i nove film invernali tra i quali poi cinque si candideranno effettivamente agli 85esimi Academy Awards volgarmente chiamati Oscar, e uno solo (di solito è uno) poi se ne tornerà da dov'è venuto con la statuetta.
In questa seconda parte salta all'occhio, in mezzo a tanti titoli sconosciuti, la Caméra d'Or di Cannes, Después De Lucía, “Dopo Lucia”, storia della sopravvivenza di un padre e una figlia dopo la morte della moglie e madre, Lucía appunto, che sfocia nella violenza fisica come illustra il meraviglioso manifesto originale.
E ultimo dell'elenco, ma sicuramente uno tra quelli con maggiori potenzialità, è il “nuovo film di Cristian Mungiu”, autore di 4 Mesi 3 Settimane 2 Giorni, che a suo modo era un capolavoro di regia, sceneggiatura e assenza totale di musica, Palma d'Oro a Cannes quello e premi per la sceneggiatura (non originale) e le attrici questo. Si chiama, in italiano, Oltre Le Colline e uscirà questo mese con l'attesa di tutti i cinefili arguti: due amiche, cresciute insieme in orfanotrofio e poi separate dall'età e dagli eventi, si ritrovano ormai adulte nel monastero in cui una delle due vive e prega Dio, e l'atteggiamento dell'altra porterà scompiglio tra i credenti e nella chiesa, fino a una vera e propria crocifissione prima della metaforica e geniale scena finale. Un film che, a prima vista, non incanta, ma che poi, col passare del tempo, mette radici e si fa apprezzare. E non lasciatevi ingannare dal trailer italiano che lo rigira a mo' di horror. È un puro film religiosamente umano senza quella musica né quell'ansia in sottofondo.
Degli altri film, Sangue Do Meu Sangue esce da Toronto (Premio FIPRESCI e riconoscimenti vari alle attrici), Mort À Vendre e Las Malas Intenciones da Berlino (il primo Premio Panorama e il secondo ha una baby protagonista straordinaria) e il film per famiglie Kauwboy ha vinto, sempre a Berlino, il Premio all'Opera Prima e agli European Film Awards il Premio del Pubblico Giovane.
Giappone: Kazoku No Kuni (Our Homeland) di Yong-hi Yang
Kazakistan: Zhau Zhurek Myn Bala (Myn Bala: Warriors Of The Steppe) di Akan Satayev
Kenya: Nairobi Half Life di David Tosh Gitonga
Kirghizistan: Pustoi Dom (The Empty Home) di Nurbek Egen
Lettonia: Golfa Straume Zem Ledus Kalna (Gulf Stream Under The Iceberg) di Yevgeny Pashkevich
Lituania: Ramin di Audrius Stonys
Macedonia: Tretu Poluvreme (The Third Half) di Darko Maitrevski
Malesia: Bunohan di Dain Iskandar Said
Messico: Después Dé Lucía (After Lucia) di Michel Franco
Marocco: Mort À Vendre (Death For Sale) di Faouzi Bensaïdi
Norvegia: Kon-Tiki di Joachim Rønning & Espen Sandberg
Olanda: Kauwboy di Boudewijn Koole
Palestina: Lamma Shoftak (When I Saw You) di Annemarie Jacir
Perù: Las Malas Intenciones (The Bad Intentions) di Rosario García-Montero
Filippine: Bwakaw di Jun Robles Lana
Polonia: 80 Milionów (80 Millions) di Waldemar Krzystek
Portogallo: Sangue Do Meu Sangue (Blood Of My Blood) di João Canijo
Romania: Dupa Dealuri (Oltre Le Colline) di Cristian Mungiu
sabato 13 ottobre 2012
testo originale a fronte.
On The Road
id., 2012, USA, 124 minuti
Regia: Walter Salles
Sceneggiatura non originale: José Rivera
Basata sul romanzo Sulla Strada di Jack Kerouac (Mondadori)
Cast: Garrett Hedlund, Sam Riley, Kristen Stewart,
Amy Adams, Tom Sturridge, Danny Morgan, Kirsten Dunst,
Viggo Mortensen, Elisabeth Moss
Voto: 7.5/ 10
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Premessa/ 1: questa recensione si baserà solo e solamente sul film, considerando il film come opera a sé stante, senza compararla al libro né sottolineare somiglianze e differenze o errori di sceneggiatura.
Premessa/ 2: altra cosa che non ci domanderemo, in questa recensione, è il perché, la necessità di fare un film basandosi sul romanzo di Jack Kerouac adesso, a distanza di così tanti anni, ora che il sesso omosessuale non fa (sicuro?) più scalpore, come il sesso promiscuo o il sesso adolescenziale, come il consumo di droghe in gruppo o la prostituzione o il lavoro per campare, tutte cose che all'epoca avevano fatto saltare gli occhi, anche se i sentimenti di perdizione di allora - e intendo le domande «chi sono?», «cosa voglio?», «cosa voglio fare?» - l'essere spaesati tipico dell'età giovane, sono capisaldi di ogni generazione e di ogni gruppo in crescita.
E passiamo allora alla recensione: squadra vincente non si cambia, il regista Walter Salles, celebrato come se fosse una star, regista de I Diari Della Motocicletta tanto piaciuto a tutto il mondo ma soprattutto regista di Central Do Brasil che nel 1998 portò agli Oscar Fernanda Montenegro, sbatte il suo nome in locandina perché raramente si concede al mercato USA (l'ultimo film americano era Dark Water del 2005) e lo affianca, per far fremere tutti, a quello di José Rivera, che agli Oscar pure s'era candidato, per la sceneggiatura de I Diari Della Motocicletta, e che poi s'è piegato al pubblico scrivendo Letters To Juliet. Ne deriva un film che, guarda un po', come la vita degli autori cerca di avvicinarsi e avvicinarsi all'America ma l'esplosione di beltà è in Messico, quando i protagonisti, infine, decidono di toccare anche quella terra e allora ci sono i paesaggi, ci sono i colori, c'è il sole, la pioggia cessa, ci sono le persone socievoli, mancano i poliziotti stronzi sempre pronti a multare per eccessi vari.
I protagonisti, sono i semi-sconosciuti Sam Riley che è anche voce fuori campo (debolezza della storia) e Garret Hedlund. In realtà il primo è stato Ian Curtis in Control e il secondo Sam Flynn in Tron: Legacy e nel corto Tron: The Next Day. In realtà, Riley nella parte di Sal Paradise è il più protagonista di tutti, scrittore col blocco del foglio bianco ma poi non così tanto, che ha un amico, Carlo Marx, così simile ad Allen Ginsberg, che gli presenta tale Dean Moriarty, bello, bellissimo, biondo, sempre nudo, dongiovanni, matto, spericolato, colui che ottiene sempre quel che vuole e non fa niente se si sposa e procrea e finisce i soldi: lui si diverte. E così nasce il feeling, dicono gli americani, tra questo Dean e il nostro Sal e allora ecco che girano per locali, ascoltano il jazz, ascoltano il blues, ascoltano il mambo, ballano come se non ci fosse né un domani né un oggi e poi Dean insieme a Carlo parte, e Sal è triste come se perdesse un fratello, e allora piglia e parte pure lui, li raggiunge. Ne consegue un girovagare per l'America tutta in una sola macchina con passeggeri cangianti tra Kristen Stewart sedicenne maritata spesso zitta e spessissimo nuda - tanto che parli o si svesta c'ha sempre la stessa faccia; Kirsten Dunst altra moglie dell'Apollo, poveretta, su tre scene che ha, piange in due; Amy Adams pazza da legare con scopa per cacciare le lucertole dagli alberi e marito, Viggo Mortensen, dall'intentiva poco ortodossa, mentre ospitano in casa Elisabeth Moss sempre caruccia reduce fresca da Mad Men; Steve Buscemi (reduce da Boardwalk Empire) voglioso accompagnatore di giovanotti; Terrence Howard suonatore e amante incallito.
Un'accozzaglia insomma di storielle e personaggi più o meno noti per delineare un lustro di amicizia e scorribande che però non attecchisce, non emoziona: le cose da dire sarebbero troppe e le scene a disposizione troppo poche. Tutti gli attori secondari hanno cinque minuti in tutto e poi via, in macchina, per proseguire il viaggio. Esagerata la fratellanza tra i due ex estranei Sal e Dean, che però si giustifica vedendo l'andazzo del tempo. Tom Sturridge (e cioè Carlo Marx) è sicuramente il personaggio più “beat” oltre ad essere sempre bravo, come avevamo notato in Symbiosis.
Conclusione: se non avete letto il libro perché non interessati, né avete apprezzato I Diari Della Motocicletta (come anche Priscilla o Thelma & Louise o Into The Wild), né avete cercato Howl il film o il poema di Allen Ginsberg, beh, restate in casa a guardare Boing.
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giovedì 11 ottobre 2012
la generazione.
Tutti I Santi Giorni
id., 2012, Italia, 102 minuti
Regia: Paolo Virzì
Sceneggiatura non originale: Francesco Bruni, Simone Lenzi, Paolo Virzì
Basata sul romanzo La Generazione di Simone Lenzi (Dalai)
Cast: Luca Marinelli, Thony, Micol Azzurro,
Claudio Pallitto, Giovanni La Parola, Stefania Felicioli
Voto: 8.4/ 10
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C'era una volta un episodio in un film corale che si chiamava Boccaccio '70 (il film corale) che si chiamava Renzo E Luciana (l'episodio), segmento diretto da Mario Monicelli e scritto, tra gli altri, da Italo Calvino. Storia di un fidanzamento e matrimonio tenuti nascosti dal capo di una ditta nella quale lavorano entrambi i protagonisti, lei con le redini in mano e lui con l'accondiscendenza, fotografava la generazione italiana di venticinquenni negli anni '70 che cominciavano a pensare alla casa, a metter su famiglia, costretti a vivere dai genitori per un po', in case piccole dove tutto si condivide, andare al cinema troppo presto, non avere intimità.
E se quel film finiva quando Renzo e Luciana s'erano trovati un posto tutto loro e avevano avviato la vita che li avrebbe portati alla tomba, con tutti i santi giorni uguali uno all'altro, questo film, cinquant'anni dopo, pare ripartire da quando là è comparsa la scritta “fine” e andare avanti mostrandoci ciò che viene dopo: l'arrivo del figlio.
Il punto di contatto tra le due pellicole è anche un altro: quando all'alba uno torna a casa dopo il turno di notte, l'altra si veste e va a lavorare. E così Guido torna a casa la mattina, prepara la colazione, la mette sul vassoio, entra in camera da letto raccontando la storia del santo patrono di quel giorno e fa da sveglia ad Antonia, che apre gli occhi e le labbra e le gambe e accoglie il moroso in tutti i sensi. Poi è tardi, e corre a lavoro. Lei lavora in un'autonoleggio per gli appena arrivati a Roma. Lui lavora come portiere di notte in un lussuoso albergo. Lei è sicilianissima, lui toscanissimo. Lei ha una chitarra e ogni tanto piglia e canta, compone, fa serate - ed è così che si sono conosciuti, mentre lei cantava in un locale. Lui legge in latino e parla in tedesco e tifa Atalanta perché è il nome di una divinità greca associabile grosso modo ad Artemide. Sono, insomma, molto molto diversi, lei estroversa e diretta, rossetto rosso e giacca leopardata, insoddisfazioni personali e paura per il futuro; lui pare che sia scemo ma invece è molto arguto, sa di essere bizzarro e ci ride sopra, parla in latinorum e si accontenta di quello che viene. E questo è il loro film, il loro film d'amore e di tenerezza, di sei anni vissuti insieme lontano dai guai, il loro film che parte come la cronaca di un concepimento e invece poi continua, si disperde, e parla di altro, dai vicini coatti che danno feste di compleanno il giorno della partita ai genitori ammodino tutti composti e premurosi, oppure affaccendati nel fare i piatti e nel pensare al matrimonio.
Il buon Paolo Virzì che ci aveva fregati con Tutta La Vita Davanti (a cui questo film di precari si avvicina più degli altri) e poi, nonostante l'invio americano, era un po' scivolato sul melò con La Prima Cosa Bella, ci regala il suo lavoro forse migliore, quasi perfetto se non fosse per un paio di scene psichedeliche e un pasticcio pre-finale. Ancora una volta prende spunto da un piccolo libro di un autore emergente pubblicato da una piccola casa editrice (come era stato per Il Mondo Deve Sapere di Michela Murgia) e gli cambia il titolo, solo che questa volta chiede all'autore di collaborare alla sceneggiatura. Che però spazia e si allarga ed è sicuramente il più grande punto di forza del film intero: ironica, divertente, straziante in alcuni punti, commovente, dolce, delicata, educata, satirica. E viene retta benissimo da questi due attori apparentemente ignoti ma che sotto sotto sono il protagonista maschile de La Solitudine Dei Numeri Primi, Luca Marinelli (che nei film non si può vedere mentre dal vivo...) e tale Thony, al secolo Federica Caiozzo, cantante indipendentissima italiana che da sola si è scritta e pubblicata il primo album With The Green In My Mouth senza etichetta né manager, questo marzo. (Insieme alla solita scema de Roma bionda, molto meno presente di loro due, che questa volta è Micol Azzurro e non la moglie Micaela Ramazzotti). A Thony Virzì affida anche la musica, le canzoni originali, i momenti di sentimento e di introspezione. Ma alla fine dei titoli di testa, chiude il cerchio con i Virginiana Miller. Che, per chi non lo sapesse, sono il gruppo di cui Simone Lenzi è il cantante. E Simone Lenzi è l'autore della sceneggiatura e del libro da cui questo film è tratto, La Generazione.
martedì 9 ottobre 2012
rimbombamici.
Ted
id., 2012, USA, 106 minuti
Regia: Seth MacFarlane
Sceneggiatura originale: Seth MacFarlane, Alec Sulkin, Wellesley Wild
Soggetto: Seth MacFarlane
Cast: Mark Wahlberg, Mila Kunis, Seth MacFarlane, Joel McHale,
Giovanni Ribisi, Sam J. Jones, Norah Jones, Ryan Reynolds
Voto: 6/ 10
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L'unica commedia presente nella classifica dei dieci film più visti del 2012 (in America) (al primo posto c'è The Avengers) è un film per la televisione quando nevica a Natale: un ragazzetto senza amici né fuori né dentro casa desidera che il suo orsacchiotto appena scartato sia per lui il migliore amico di tutta la vita intera, lo stesso desiderio di Paris Hilton insomma, e la mattina dopo, appena sveglio, non solo non trova il peluche a forma di orso e con papillon nel letto, ma lo trova in piedi verso la cucina che oltre alla programmata frase «ti voglio bene» gli dice anche «sì magari andiamo di là a fare colazione ché mi presento ai tuoi». La reazione dei genitori è meravigliosa, quasi come l'ascesa (a cui non si dà peso) di questo Teddy Bear: invitato ai talk show, star internazionale, negli anni '90 tutti ne parlano. E questo è l'aspetto interessante del soggetto: considerare i peluche come fenomeni passeggeri della televisione, figure di cui si sente la presenza a lungo e di cui poi, crescendo, ci si dimentica. Ma è un aspetto che viene fuori solo dalle interviste a Seth MacFarlane, regista e sceneggiatore e autore e doppiatore dell'orso Teddy - che in una scena dice «mica ho la stessa voce di Peter Griffin». Guardando il film, si capisce solo dell'altro: agli americani piacciono le commedie romantiche un po' dementi come gli American Pie e gli Scary Movie e lo sappiamo perché hanno fatto dieci film di uno e quindici dell'altro, che però, se ci infili una trovata un po' più originale (a scoreggiare è l'orso e non una figa bionda) allora tutto si fa «geniale», «spassosissimo», «divertente».
No. Sulla scia di Mamma Ho Peso L'aereo succede tutto ciò che la mente umana può immaginare - più qualche momento incredibilmente inutile ai fini della trama. Per chi conosce I Griffin, poi, non ci sarà da sorprendersi se ad un tratto qualcuno si mette a fare a botte e la cosa si tira lunga per dei minuti. Come non ci si sorprende davanti ai siparietti-flashback («come quella volta al bar», e si vede la volta al bar). Ma se queste trovate sono il pregio e la firma della serie animata (candidata due anni fa all'Emmy come miglior serie comedy insieme a telefilm con persone vere), al cinema si perde totalmente la poca serietà della cosa, soprattutto perché ci viene aggiunto un completo da capitano e degli effetti sonori imbarazzanti e luci bianche a volontà.
Troppi «ti amo e ti adoro» tra l'ex modello e rapper e candidato all'Oscar Mark Wahlberg e l'ex cigno grigio e amica di letto Mila Kunis e troppo chems per l'orso Ted (e non più Teddy) che inspiegabilmente racimola escort russe, fumo, coca, colloqui di lavoro, promozioni, come se fosse figo come il suo amico ai tempi d'oro. Troppa banalità nella figura del buon Giovanni Ribisi che purtroppo quella faccia c'ha e quelle parti può interpretare, che comprare e inquieta e poi fa ciò che ci aspettiamo. Che poi si conclude in un modo che ci aspettiamo. Perché il film deve finire nel modo in cui ci aspettiamo.
Era stata «la commedia dell'anno» Crazy, Stupid, Love. all'epoca e lo era stata, poi, Le Amiche Della Sposa. Evidentemente agli americani - e a noi che compriamo distribuiamo e vediamo al cinema commedie dell'anno americane - non piace essere sorpresi. E a Seth MacFarlane non piace sorprenderci, neanche infilando il cadavere riesumato di Flash Gordon al quale si dà troppo spazio e il corpo muto e gay di Ryan Reynolds a cui se ne dà troppo poco.
Battute totali che fanno ridere: quattro, e una si capisce solo in lingua originale.
giovedì 4 ottobre 2012
Venezia 69: Francesca Comencini.
Un Giorno Speciale
id., 2012, Italia, 89 minuti
Regia: Francesca Comencini
Sceneggiatura non originale: Francesca Comencini & Giulia Calenda
Basata sul romanzo Il Cielo Con Un Dito di Claudio Bigagli (Garzanti)
Cast: Giulia Valentini, Filippo Scicchitano
Voto: 5.9/ 10
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Finiti i tempi in cui si diceva «Comencini» riferendosi alla buonanima di Luigi regista, sono iniziati i tempi in cui si è cominciato a dire «la Comencini», facendo riferimento, quasi unanimemente, alla figlia Cristina che per l'ultima volta ci ha condotti all'Oscar (ricordiamocelo, con La Bestia Nel Cuore, nel 2006), La Comencini che poi ha sfornato sceneggiature teatrali, romanzi per Feltrinelli, film con Ambra e Fabio Volo. Qualche anno fa, molto dopo che La Comencini aveva bucato il grande schermo con Va' Dove Ti Porta Il Cuore e molto prima che i critici bucassero lei con Quando La Notte, esce al cinema, e fa notizia perché parlava male dell'Italia, un piccolo film molto ben girato che si chiamava A Casa Nostra e si fa ricordare soprattutto per Laura Chiatti (all'epoca agli esordi) che cantava “Ancora Ancora Ancora”. Quel film era di una Comencini, ma non Cristina, no, Francesca, la sorella, sorella anche di un'altra Comencini, Paola, che fa la costumista, e ha pure vinto un David. Sulla scia della sorella maggiore, La Comencini ha iniziato a pubblicare libri (ma per Fandango) ed è finita in concorso a Venezia prima con Lo Spazio Bianco e adesso con questo Un Giorno Speciale, che la commissione del Lido dovrebbe essere denunciata alla polizia per questa scelta.
Il titolo banalotto sottointende una banalotta trama, anzi, banalissima: far succedere tutto in un giorno, dalla mattina alla sera. Il giorno, in realtà, non è particolarmente succoso da documentarlo: una coatta di Roma «subito fuori al Raccordo», dove «succedono cose troppo strane per viverci» e le case sono arlecchine, si sveglia alla mattina mentre la madre invita il marito e il figlio piccolo a fare silenzio perché quella dorme ancora ché è tornata tardi ieri. Poi la trova in piedi, e la prepara a festa: pedicure, smalto, sopracciglia, trucco, parrucco, un vestito tanto corto quanto appariscente ché costa tantissimo «come tutte le cose belle», due tacchi quindici, un giubbottino per non sentir freddo. Vanno fuori ad un bar, arriva un'auto, lei ci sale sopra, mica ancora lo capiamo dove deve andare. Indizio: una vecchina le dice «so che lavori in televisione». E poi lei racconterà all'autista chiacchierone che «vorrebbe fare l'attrice». Ha un appuntamento con l'Onorevole, che la dovrebbe raccomandare al suo agente. Ha un agente, e un'agenzia dove si mangiano sempre le aragoste, che lei pulisce benissimo in un ristorante di lusso, Gusto, che pare una bettola. Insomma. Tutto molto banale. Molto Tre Metri Sopra Il Cielo se non fosse che i due attori sono bravissimi (ad alti e bassi, ma sempre bravi) (e la loro bravura è merito di molte scene d'improvvisazione) e che La Comencini ogni tanto si ricorda di cosa le interessa sul serio, allora Gina racconta di quando un vecchio le ha chiesto un massaggio, le sono arrivate proposte per film hard, fino all'incontro con questo fantomatico Onorevole che ha passato un giorno d'inferno, è così stanco...
La giornata speciale, Gina la passa tutta con l'autista, Filippo Schicchitano, la faccia da schiaffi di Scialla! che qui a malapena pare romano. Se per lui è un ritorno alla commedia, per Giulia Valentini, con cui condivide quasi tutte le scene, è l'esordio. Ed è un buon esordio - praticamente non ci sono altri attori. La sufficienza infatti il film la meriterebbe solo per loro. E per il finale aperto. Ma poi si assiste ad un furto di vestito, a un tramonto tra le rovine di Roma, si torna a casa, ci si siede a scrivere la recensione, e si pensa: ma che cagata di film ha fatto, La Comencini?
i film stranieri/ 1.
Cesare Deve Morire entra ufficialmente nelle liste di tutto il mondo (tipo questa) e diventa il cinquantacinquesimo film scelto per rappresentare l'Italia agli Oscar 2013 (escludendo i dieci anni, dal '47 al '56 in cui furono consegnati annualmente premi onorari, e che vincemmo con Siuscià, Ladri Di Biciclette e Le Mura Di Malapaga). Si tratta della seconda corsa alla statuetta per Paolo e Vittorio Taviani, che nel 1982 vennero scelti con La Notte Di San Lorenzo (Premio Speciale della Giuria a Cannes) ma non furono candidati. Speriamo che, quest'anno, l'Orso d'Oro vinto a Berlino gli porti bene, sulla scia della vittoria dell'anno scorso del capolavoro Una Separazione - e raramente è “il capolavoro” che vince l'Oscar. A proposito di Iran, vittorioso un anno fa, quest'anno lo Stato ha deciso di non partecipare alla gara: il ministro della cultura Mohammad ha optato per il boicottaggio (e la partecipazione a un festival locale) accusando l'Academy di non essere intervenuta nella diffusione del trailer di Innocence Of Muslims, film americano girato in terra americana (a Hollywood) che sarebbe «blasfemo verso il profeta dell'Islam», e sarebbe stato diretto da tale Alan Roberts, ex regista pornografico.
Un anno senza Iran, ma un anno ancora con la Francia. Dopo la tranquillità con cui mandarono La Guerra È Dichiarata l'anno scorso, totalmente a caso, agli 84esimi Academy Awards, tranquilli che tanto c'era The Artist a fare piazza pulita in tutte le categorie, quest'anno ci riprovano (e mi chiedo perché non ci abbiano provato con Piccole Bugie Tra Amici) mandando dalla ruffiana strada del film straniero Quasi Amici (titolo originale: Intouchables) (titolo americano: The Intouchables), film-evento-campione di incassi-record mondiali-vette raggiunte-parole spese, a cui abbiamo regalato pure un David di Donatello, il film «più visto di sempre in Francia dopo Amélie», il film «francese più visto in Italia dal 1997», il film «non in lingua inglese che ha incassato di più nel mondo subito dopo La Città Incantata». Parentesi: alla fiaba del ricco e del povero piaciuta tanto ai francofoli e non, la critica estera e non dà un voto medio di 5.7 su 10 (io avevo arrotondato quasi a sei e mezzo, quanta bontà) mentre il pubblico esagera con 8.3. Dove sta il problema? Il distributore americano Harvey Weinstein ha dichiarato: «mi piacerebbe se Quasi Amici si candidasse anche all'Oscar per il miglior film». Anche solo l'idea mi fa rabbrividire ma a 'sto mondo tutto po' esse.
Troviamo, in questa prima parte dell'infinita lista di film stranieri che sono stati mandati a lottare per la candidatura di gennaio di nove pellicole e successivamente quella di febbraio, la Palma d'Oro Amour, forse il più bel film dell'anno, che meriterebbe la statuetta a entrambi gli attori, la regia, la sceneggiatura. Ma una giustizia non esiste.
Troviamo, poi, le migliori attrici del veneziano Fill The Void appena recensito, del berlinese Rebelle e di À Perdre La Raison (Un Certain Regard a Cannes), e i pluri-premiati film, il tedesco Barbara e il cileno No con Gabriel García Bernal.
Afghanistan: Syngue Sabour (The Patience Stone) di Atiq Rahimi
Albania: Pharmakon di Joni Shanaj
Algeria: Zabana! di Saïd Ould Khelifa
Argentina: Infancia Clandestina (Clandestine Childhood) di Benjamín Ávila
Armenia: If Onlfy Everyone di Nataliya Belyauskene
Australia: Lore di Cate Shortland
Austria: Amour (Love) di Michel Haneke
Azerbaijan: Buta di Ilgar Najaf
Bangladesh: Ghetuputra Komola (Pleasure Boy Kamola) di Humayun Ahmed
Belgio: À Perdre La Raison (Our Children) di Joachime Lafosse
Bosnia Erzegovina: Djeca (Children Of Sarajevo) di Aida Begic
Brasile: O Palhaço (The Clown) di Selton Mello
Bulgaria: Kecove (Sneakers) di Ivan Vladimirov & Valeri Yordanov
Cambogia: Lost Loves di Chhay Bora
Canada: Rebelle (War Witch) di Kim Nguyen
Cile: No di Pablo Larraín
Cina: Caught In The Web di Chen Kaige
Colombia: El Cartel De Los Sapos di Carlos Moreno
Croazia: Ljudozer Vegetarijanac (Cannibal Vegetarian) di Branca Schmidta
Repubblica Ceca: Vé Stínu (In The Shadow Of The Horse) di David Ondricek
Danimarca: En Kongelig Affære (A Royal Affair) di Nikolaj Arcel
Repubblica Dominicana: Jaque Mate (Check-Mate) di José María Cabral
Estonia: Seenlkäik (Mushrooming) di Toomas Hussar
Finlandia: Puhdistus (Purge) di Antti Jokinen
Francia: Intouchables (Quasi Amici) di Olivier Nakache & Eric Toledano
Georgia: Keep Smiling di Rusudan Chkonia
Germania: Barbara di Christian Petzold
Grecia: Adikos Kosmos (Unfair World) di Filippos Tsitos
Groenlandia: Inuk di Mike Magidson
Hong Kong: Duo Mingjin (Life Without Principle) di Jonnie To
Ungheria: Csak A Szél (Just The Wind) di Benedek Fliegauf
Islanda: Djúpiõ (The Deep) di Balstar Kormákur
India: Barfi! di Anurag Basu
Indonesia: Sang Penari (The Dancer) di Ifa Isfansyah
Israele: Lemale Et Ha'Chalal (Fill The Void) di Rama Burshtein
Italia: Cesare Deve Morire (Cæsar Must Die) di Paolo & Vittorio Taviani
martedì 2 ottobre 2012
big house.
Reality
id., 2012, Italia, 115 minuti
Regia: Matteo Garrone
Soggetto: Massimo Gaudioso & Matteo Garrone
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Maurizio Braucci,
Massimo Gaudioso, Matteo Garrone
Cast: Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone,
Nello Iorio, Nunzia Schiano, Rosaria D'Urso, Claudia Gerini
Voto: 8.8/ 10
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Un emozionato Matteo Garrone sale sul palco della cerimonia di chiusura per Cannes 2012 e ringrazia educatamente la giuria per il Gran Premio ricevuto, e se ne va. La giuria, poco dopo, nella conferenza stampa finale, viene sommersa dalle critiche. Tra tutte, spicca: «Reality, unico film italiano in gara, ha vinto il secondo premio più importante perché il presidente di commissione è Nanni Moretti». Nanni Moretti risponde: «Reality non è piaciuto solo a me; abbiamo visto l'eco delle commedie all'italiana ormai defunte».
Reality non può piacere ai francesi, né agli stranieri in generale, non lo capiscono. Non capiscono le piazze del mercato coi pescivendoli che pesano le cozze e arrotondano il prezzo e poi vanno a prendere il caffè nel bar di fianco dove conoscono tutti; non capiscono le truffe ben pensate nel comprare elettrodomestici per posta con lo sconto e rivenderli poi a prezzo intero in negozio; non capiscono perché le Maria diventano Mary; non fanno caso al carrello della spesa, al centro commerciale, che nonostante sia trascinato da una famiglia molto larga e per niente ricca è strabordante di ogni cosa, sommerso, perché le famiglie da noi funziona che meno hanno e più spendono. Non capiscono il napoletano, e non capiscono come può essere che a Napoli ci sia la malavita di Gomorra e allo stesso tempo della gente che pensa ad altro, alla fama e alla gloria e al successo piovuto dal cielo, che non viene intaccato da questo tipo di problemi. Non capiscono come un regista possa esser riuscito a cambiare registro così in fretta.
Il problema di Reality è che non può essere capito neanche da due fette di italiani: quelli che sono esattamente ciò di cui il film parla, famiglie larghe e allargate che non arrivano a fine mese ma spendono e spandono e organizzano matrimoni in ville rococò con ingressi cavallereschi, fontane in piscina, partecipazioni di starlette, centinaia di ospiti vestiti a lustrini e paillettes; e poi non può essere capito da chi sta ai poli opposti, i critici cinematografici diventati tali per pochi studi e molti stipendi, gli arrivisti, gli arrivati, quelli che nelle ville rococò ci sono cresciuti e/o in età adulta se le sono comprate.
Reality, che si chiama così perché parla allo stesso tempo di un reality ma anche della realtà pura e propria, può essere capito solo dagli italiani che stanno esattamente in mezzo a queste due realtà; quegli studenti che dal paese sono andati alla metropoli, hanno abbandonato le porte aperte nei vicoli bianchi dal profumo di pomodoro e hanno conosciuto i coetanei proiettati nell'Europa, nella carriera, nell'autorealizzazione, guardando in una e nell'altra città sfilate di adolescenti con camicia nei pantaloni, bicipiti stretti nelle maniche, cintura con fibbia più grossa della tasca e maniche della Polo arrotolate intorno al collo, tutti stretti in locali troppo cari dove magari si finiva allo stesso tavolo prenotato (+ spumante) di un paparazzo o un paparazzato.
E nel suo essere crudelmente reale (finale - ahimè - escluso), Reality è poi un atto d'amore al nostro cinema italiano che un tempo anche i francesi e gli stranieri tutti capivano: queste incursioni televisive asfissianti e la vita del dietro-le-quinte del triste e satirico Ginger E Fred di Fellini, l'ambizione ribaltata nei figli verso il padre di un successo meritato a tutti i costi di Bellissima di Visconti, la Napoli tutta croste e crepe delle case bianche così in contrasto coi colori nei vestiti e i coloriti dialoghi di mezza filmografia della Loren e di De Sica, e ancora Fellini, nella scena della Via Crucis, citato per la caotica processione de Le Notti Di Cabiria. E poi che fotografia! Che colonna sonora inquietantemente fiabesca (del candidato all'Oscar Alexandre Desplat)! Che immensa interpretazione del protagonista maschile (ed ex carcerato) Aniello Arena e di tutti i suoi co-protagonisti, scelte azzeccatissime, anacronisticamente mai visti e più bravi di molte facce note, come a voler sottolineare ciò che il film sottointende.
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