venerdì 12 giugno 2015

David di Donatello - vincitori.



Settimo David di Donatello per Margherita Buy, protagonista indiscussa di Mia Madre di Nanni Moretti («dei 70 giorni di riprese, non è venuta sul set solo una volta, per una scena che poi ho tagliato» ha dichiarato il regista), che si accontenta di questo premio e di quello all'immensa Giulia Lazzarini, non protagonista, facendosi rubare la mormorata Migliore Regia da Francesco Munzi che, capofila con 16 candidature per il suo Anime Nere, non viene penalizzato dall'incasso (sei milioni e mezzo) di Martone e fa incetta: 9 statuette, film, regia, sceneggiatura, produzione (dov'era candidato Le Meraviglie, sigh), fotografia, montaggio, sonoro, colonna sonora, canzone originale addirittura (niente da fare per Sei Mai Stata Sulla Luna? di Francesco De Gregori, vincitore già col nome, e Wrong Skin di Marialuna Cipolla, under25 senza etichetta discografica vincitrice del concorso “Una Canzone per il Ragazzo Invisibile” – film che incassa i previsti Effetti Digitali della Visualogie). Tutto il resto va a Il Giovane Favoloso: Elio Germano ispirato miglior attore, terza vittoria, è il più importante premio davanti alla scenografia, ai costumi, al trucco e alle acconciature. I pochi premi rimanenti, sono per Edoardo Falcone regista esordiente di Se Dio Vuole, prevedibile dato il successo di pubblico e la candidatura per Giallini, che batte la Bispuri di Vergine Giurata e il Ciak d'Oro Bello&Invisibile N-Capace. Noi E La Giulia è il film scelto dai giovani e si porta a casa il David per l'attore non protagonista – che non è, come si poteva pensare, Claudio Amendola il comunistello che chiude i camorristi in cantina ma Carlo Buccirosso, il camorrista chiuso in cantina. Ovviamente il miglior film straniero è Birdman perché guai a non rispettare la decisione degli Oscar e il film europeo è La Teoria Del Tutto – ma il premio lo ritirano i distributori italiani. Miglior cortometraggio: Thriller, del pugliese Giuseppe Marco Albano, doppia storia di un padre con un figlio adolescente e della comunità di operai dell'ILVA di Taranto in difficoltà – sopra alle note di Michael Jackson. La cerimonia, in diretta su Rai Movie, è stata mandata in differita su Rai 1 alle undici circa perché «quello dei David non è uno show da prima serata», presentato ancora una volta da Tullio Solenghi, dopo il disastro delle scorse edizioni (Lillo & Greg fecero meno di due milioni di spettatori e Paolo Ruffini s'impelagò in una gaffe dopo l'altra arrivando a decretare Sophia Loren «bella topa»). Di seguito e dopo l'interruzione, tutti i candidati e i vincitori.

miglior film
Anime Nere di Francesco Munzi
Hungry Hearts di Saverio Costanzo
Il Giovane Favoloso di Mario Martone
Mia Madre di Nanni Moretti
Torneranno I Prati di Ermanno Olmi

migliore regista
Francesco Munzi per Anime Nere
Saverio Costanzo per Hungry Hearts
Mario Martone per Il Giovane Favoloso
Nanni Moretti per Mia Madre
Ermanno Olmi per Torneranno I Prati

domenica 7 giugno 2015

horses.



Fury
id., 2015, USA/ Cina/ UK, 134 minuti
Regia: David Ayer
Sceneggiatura originale: David Ayer
Cast: Brad Pitt, Shia LaBeouf, Logan Lerman, Michael Peña,
John Bernthal, Jim Parrack, Brad William Henke,
Kevin Vance, Xavier Samuel, Jason Isaacs, Scott Eastwood,
Anamaria Marinca, Alicia von Rittberg, Laurence Spellman
Voto: 7.7/ 10
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Sopravvissuto al deserto africano e alle spiagge della Normandia, Brad Pitt guida un pugnetto di soldati nella Germania del 1945 (ma il film è stato girato in Inghilterra): i carri armati americani sono i peggiori per avanguardia e Hitler si ostina imperterrito a ogni tipo di risposta armata. Gli americani invadono lo Stato europeo; ma in uno scontro a fuoco il battaglione perde il tiratore scelto. Viene mandato, in sostituzione, un certo Norman, dattilografo addestrato a scrivere sessanta parole al minuto. Logan Lerman che lo interpreta era già stato “quello sensibile” in Noi Siamo Infinito; qui, strappato alla sua normale banalità, viene messo di fronte ai tedeschi costretto a premere il grilletto – si rifiuta; già al primo giorno urla: «mi arrendo!», grida: «sparate a me piuttosto!». Don Pitt mischia il ruolo di Bastardi Senza Gloria a quello di The Tree Of Life togliendo al primo il mento in fuori e al secondo i figli e lo governa con paterna durezza, per il suo solito bene. Il ragazzo si domanda costantemente perché, perché proprio lui, perché la guerra – e quegli altri, nei loro sbalzi d'umore, gli rispondono quello che si rispondono per campare: ché se non ammazza, viene ammazzato. Niente patriottismo dunque, per una volta: ma pura autenticità. Anche perché David Ayer, regista pure di Training Days, è un ex marine; e da ex marine è interessato all'aspetto antropologico della guerra, all'analisi delle diverse reazioni dei soldati e delle diverse reazioni dello stesso, nello stesso giorno. Fedelissimo agli eventi storici non addolcisce nulla, a differenza del primo cinema americano: vediamo morti ammazzati, morti suicidi, gente che brucia, bambini impiccati. Tutto è reale: le 350 comparse sono attuali soldati inglesi o ex militari, il carro armato Fury è un M4A2E8 (76) W VHSS (…) proveniente dal museo inglese di Bobington, l'unico carro perfettamente funzionante del mondo e per la prima volta utilizzato in un film di finzione; i costumi si basano su quelli conservati negli archivi dei Paesi coinvolti nel conflitto e le armi sono le stesse utilizzate in Salvate Il Soldato Ryan, Band Of Brothers e The Pacific. Immersiva anche la performance degli attori: un periodo di addestramento iniziale culminante con il reale equipaggiamento del carro armato, e poi nei sessantatré giorni di riprese: docce vietate, nessuna razione completa di cibo e sonni sotto alle stelle – e alle eventuali piogge: per non uscire dal rigore dei personaggi. Brad, il più anziano della combriccola, si temeva non sopportasse i duri sforzi; poi arriva l'unica scena del film in cui si lava e vediamo che sotto alla divisa non nasconde massa grassa. Shia LaBeouf, al suo solito, era tutt'uno col personaggio: non solo si tagliava la faccia tutte le volte che il copione lo richiedeva e s'è davvero staccato un dente; interprete di un cattolico dalla ferrea memoria biblica, a contatto col cristiano Ayer e l'ex allievo religioso Pitt ha trovato sul set la fede, e s'è convertito al Cattolicesimo. La mistura religiosa incontra quesiti aulici a cui è la misera terra a rispondere: la guerra c'è e bisogna farla. Non è un caso che in un film bellico le scene di azione si contino sulle punte delle dita; la sequenza forse più tirata per le lunghe è quella di un'incursione in casa altrui, davanti a un piano e qualche uovo – e una ragazza, Emma, a cui è concessa la scena pietosa e la musica migliore della colonna sonora (di Steven Price, premio Oscar alla prima nomination per Gravity). Il regista non è interessato alle botte: ma quando ce le mostra costringe il povero montatore a diventare cieco epilettico, tagliando segmenti di un secondo e mettendoli uno dopo l'altro; anche questo esempio di fedeltà alla vicenda, ché ciò che siamo abituati a vedere, nitido e scandito, durare lunghi minuti in sala, nella realtà è questione di attimi e di sovrapposizioni di eventi. Infatti da cinque contro trecento diventano uno.

sabato 6 giugno 2015

ordine e progresso.



È Arrivata Mia Figlia!
Que Horas Ela Volta?, 2015, Brasile, 114 minuti
Regia: Anna Muylaert
Sceneggiatura originale: Anna Muylaert
Cast: Regina Casé, Antonio Abujamra, Helena Albergaria,
Karine Teles, Lourenço Mutarelli, Michel Joelsas,
Louis Miranda, Camila Márdila, Theo Werneck
Voto: 7.7/ 10
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Val lavora come domestica nella villa con piscina di un ereditiere e della sua compagna fashionista da quando il figlio di questi era un bambino che domandava: a che ora torna la mamma (titolo originale del film)? Adesso il ragazzo si sta preparando per gli esami d'ammissione all'università e a Val arriva notizia che pure sua figlia ha intenzione di prendere la laurea: in Architettura, e a San Paolo, dove lei vive e lavora. Si rincontreranno così dopo dieci anni, dieci anni di cui non abbiamo informazioni se non che Val ha sempre lavorato per provvedere al mantenimento della ragazza – nonostante ciò questa si sente figlia di qualcun altro, e paradossalmente il figlio dei padroni si fa abbracciare solo da Val, sempre per il concetto per cui genitore è chi ti cresce. Arrivata infine in città, Jessica, la figlia di Val, scopre di dover abitare dove quella spolvera rassetta e cucina: dichiarando che non si sente superiore agli altri, ma nemmeno inferiore, si comporta come un'ospite riverita e non come la figlia della serva. Alcuni prenderanno una boccata d'aria di cambiamento, altri scopriranno inesistenti ratti. Val, intanto, guarderà sua figlia come un'aliena: «certe cose non si insegnano: possibile che tu non sappia come comportarti in casa dei signori?». La regista Anna Muylaert, già a Berlino come sceneggiatrice de Il Giorno In Cui I Miei Genitori Andarono In Vacanza, ha dichiarato di vedere, nelle sue protagoniste, le parole della bandiera brasiliana: ordine e progresso. La madre, rispettosa e devota alla famiglia per cui lavora, e la figlia, incapace di distinguere le gerarchie o di farne parte. Ancora, la regista voleva sfatare il chliché dei bambini della servitù che sono destinati allo stesso futuro poco radioso: perciò mette nei piani di Jessica un mestiere nobile, l'Architettura, a cui lei guarda con sbigottimento dalle finestre dei grattacieli. Jessica rappresenta il cambiamento del Brasile stesso: un Paese che, dalla sua scoperta cinquecento anni fa, è sempre stato governato da persone ricche, fino all'ultimo presidente, un uomo umile che ha lavorato per le persone umili. Ci sono voluti vent'anni per portare a compimento la pellicola: l'idea era nata insieme a suo figlio, in un periodo in cui tutti avevano tate e domestiche; ma non si sentiva ancora pronta per affrontare il tema (che la ossessiona: «la madre è il nostro primo contatto con l'esterno, è il nostro primo contatto in tutto; ma il lavoro della madre non è valorizzato in Brasile né in altri Paesi del Sud America: una tata guadagna meno di cinquecento euro al mese». Ma finalmente si sposta dall'asse verticale della madre-potere a quello orizzontale dei fratelli in un film, già in fase di montaggio, dal titolo provvisorio Di Mamma Ce N'è Una Sola, sull'identità – anche di genere); c'è ritornata dopo tempo, con una prima versione ambientata a Rio e con un atto sessuale consumato non appena la ragazza arriva in casa del padrone: scena che le ha fatto pensare spesso a Teorema di Pasolini, a cui lei per prima paragona il suo film (effettivamente vicino: ma lontano anni luce). «Mi sembra di star facendo un film italiano» si diceva durante le riprese, poi alla prima romana gliel'hanno detto i giornalisti, e se n'è rallegrata. Invece il film è portoghese nell'osso: Regina Casé parla in un accento dell'est che non è quello dei suoi “padroni”, «quando il film finirà su internet, scaricatelo e guardatelo in lingua originale» ci dice, dato che la prima proiezione è stata doppiata. Nei vent'anni di preparazione, poi, la fede buddista le ha permesso di ponderare gli eccessi: non è un caso che per tutto il film ritorni sempre un servizio di tazzine (fatto costruire appositamente) in cui le nere si sposano con le bianche, fino a rappresentare un tema razziale sempre più eliminato dal copione. Premio Speciale della Giuria al Sundance per le interpretazioni femminili (straordinaria la Casé: riesce a far diventare commedia un film drammatico; più ordinaria Camila Márdila), Premio del Pubblico e Premio C.I.C.A.E. nella sezione Panorama di Berlino.

giovedì 4 giugno 2015

Ciak d'Oro - vincitori.



Sono stati consegnati i Ciak d'Oro 2015, i premi della rivista diretta da Piera Detassis giunta al trentesimo anno di vita e con festeggiamenti e ricnoscimenti aggiuntivi al solito. La cerimonia, che consacra i film usciti nelle sale tra l'1 maggio 2014 e il 30 aprile 2015, si è svolta per la prima volta a Roma, nei Cinecittà Studios. Un lettore fortunato, autore di una recensione selezionata dalla redazione, ha potuto partecipare al tappeto rosso e alla serata che ha visto trionfare prevedibilmente il campione d'incassi Giovane Favoloso con tre premi: film, attore protagonista (l'ispirato Elio Germano) e costumi (Ursula Patzak). Per le categorie maggiori, esclusi gli attori non protagonisti, era il pubblico a votare da casa: per le candidature tecniche, invece, un'apposita giuria. Film, regia e interpreti, quindi, non hanno nominations. Nanni Moretti porta a casa il trofeo personale per Mia Madre (vinse quasi tutto, anni fa, con Il Caimano) e quello alle sue interpreti; Margherita Buy, la protagonista, oltre al Premio Chopard per l'interpretazione femminile anche quello per il personaggio più influente degli ultimi trent'anni. Ciak ha infatti chiesto ai lettori di votare il personaggio cardine del cinema italiano degli ultimi tre decenni; oltre alla Buy ha vinto Paolo Sorrentino (non in gara perché Youth uscito troppo tardi), ai quali la redazione ha aggiunto il fortunato e longevo Fulvio Lucisano. Tre premi anche per Torneranno I Prati di Olmi, la migliore produzione, la colonna sonora di Paolo Fresu e la fotografia di Fabio Olmi; due per Noi E La Giulia: rivelazione dell'anno e Claudio Amendola miglior attore non protagonista. A Le Meraviglie, pluricandidato e in ultima chance per aggiudicarsi qualcosa dati i nomi dei David, va solo il premio per il miglior manifesto.  Ciak Alice Giovani (nato in collaborazione con la sezione indipendente Alice Nella Città del Festival di Roma) premia Il Ragazzo Invisibile di Salvatores, che avrebbe meritato anche la canzone originale nata da un contest online. Per la prima volta, e in occasione dei trent'anni, viene premiato un serial: l'osannato Gomorra. Superciak d'Oro alla prolifica stagione di Alessandro Gassmann mentre riconoscimento alla carriera per Paolo & Vittorio Taviani a mani vuote con Maraviglioso Boccaccio. Il film più celebrato dell'anno, Anime Nere di Munzi, si deve accontentare del sonoro in presa diretta e del miglior montaggio. I premi alle piccole cose: N-Capace della performer e autrice Eleonora Danco, Ciak Bello & Invisibile; miglior opera prima Short Skin di Duccio Chiarini – a discapito della Vergine Giurata di Laura Bispuri, per cui non viene neanche presa in considerazione la povera Alba Rohrwacher. Di seguito e dopo l'interruzione tutti i vincitori e i rispettivi candidati, ove vi fossero.

film
Il Giovane Favoloso di Mario Martone

regia
Nanni Moretti per Mia Madre

attore protagonista
Elio Germano ne Il Giovane Favoloso

attrice protagonista
Margherita Buy in Mia Madre

mercoledì 3 giugno 2015

legalize freedom.



Louisiana
(The Other Side)
The Other Side, 2015, Francia/ Italia, 92 minuti
Regia: Roberto Minervini
Sceneggiatura: Roberto Minervini & Denise Ping Lee
Cast: Mark Kelley, Lisa Allen, James Lee Miller
Voto: 7.8/ 10
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Roberto Minervini nasce a Fermo nel 1970. Laurea in Economia e Commercio ad Ancona, dottorato in Storia del Cinema a Madrid, master in Media Studies a New York. Ha insegnato regia, sceneggiatura e realizzazione di documentari nelle Filippine. Dopo la trilogia sul Texas di cui in molti conoscono Stop The Pounding Heart, fuori concorso nella selezione ufficiale di Cannes 2013, torna in Francia nel più visibile Un Certain Regard con Louisiana (The Other Side), reduce dal David di Donatello al miglior documentario e il Premio Speciale della Giuria al Festival di Torino. La Louisiana, dice Minervini, è il secondo stato più povero degli USA dopo il Mississipi, la disoccupazione raggiunge il 60% della popolazione locale, e lui lo racconta attraverso tossici, paramilitari antigovernativi, uomini braccati dalla polizia, disperati, guerrafondai, soldati che vivono con la speranza di difendere le famiglie dalla legge marziale imposta dell'ONU. L'ora e mezzo parte con la fine: uomini che giocano a fare la guerra dove non c'è, nei boschi che circondano le loro case prefabbricate, armati fino al collo, patriottici ma non verso Obama; poi c'è Mark, nudo, che si sveglia sul ciglio della strada e torna a casa dalla compagna Lisa: le loro giornate nella roulotte passano tra una dose e l'altra di qualsiasi droga, una capatina al bar, dalla madre malata, dalla nonna dipendente dallo Xanax, in uno strip-club dove la spogliarellista incinta si è appena bucata. «Finché mia madre non morirà, mi farò una dose tutti i giorni» dice Mark: «sto soffrendo troppo, e tengo tutto dentro». In effetti non c'è spazio per chissà quale dialogo, per quale scambio di informazioni: la droga è un riempitivo in una vita piatta e monotona priva di musica come il documentario intero – priva di amici, parrebbe, di pomeriggi insieme. Qualche smanceria detta ripetutamente ma ad un certo punto non sappiamo più a cosa credere, cosa sia genuino e cosa sia effetto dello stupefacente. Dopo un'ora, ritorniamo sugli animali umani selvatici che strisciano nell'erba. Festeggiano in spiaggia, si ubriacano, fingono sesso orale col mascherone del presidente e incendiano macchine dopo averle usate come bersaglio per l'addestramento militare. La loro è una vita ribaltata: esaltata senza l'aiuto di sostanze, per giustificare semplicemente lo scorrere dei giorni. Minervini è arrivato a scoprire questo other side dello Stato attraverso i racconti del fratello di Lisa del film precedente e si è ritrovato a girare rinchiuso in roulotte con gente drogata di metanfetamina per via endovenosa – quindi particolarmente aggressiva – e con la troupe munita di pistole cariche. Eppure il folgorante realismo del documentario viene mascherato da una messa in scena quasi patinata, comunque attenta e meticolosa. «Solo perché fai un documentario non vuol dire che tu debba essere sciatto» dichiara a Cannes, dove due dei suoi interpreti non sono potuti andare perché pregiudicati, dopo aver chiesto se alla proiezione ci siano stati dei fischi. «Io lavoro con macchinari pesanti, faccio scelte estetiche, manipolo la profondità di campo. Il documentarista che più amo, Allan King, passava mesi e mesi con i suoi protagonisti». Nei film sembra che ci sia sempre qualcosa di precostituito «invece è tutto frutto di osservazione documentaristica». In Louisiana vediamo atti sessuali, iniezioni di droga per mammelle, scene che ad altri sarebbe stato impossibile filmare. «A volte sono le stesse persone a chiedermi di farlo» continua Minervini; «magari c'è dell'esibizionismo, l'effetto della droga, ma di certo vogliono apparire come esseri sessuali attivi e vivi. Sono persone magari con una condanna pendente, un marito latitante; la possibilità di essere ritratti, avere il beneficio del dubbio, li umanizza. Queste persone si sentono abbandonate dalla politica e qualcuno li deve riprendere per quello che sono. Io ho voluto trovare nel cinema il lavoro del fotoreporter di guerra».

il branco.



The Tribe
Plemya, 2014, Ucraina/ Paesi Bassi, 132 minuti
Regia: Miroslav Slaboshpitsky
Sceneggiatura originale: Miroslav Slaboshpitsky
Cast: Grigoriy Fesenko, Yana Novikova, Rosa Babiy,
Alexander Dsiadevich, Yaroslav Biletskiy, Ivan Tishko,
Alexander Osadchiy, Alexander Sidelnikov, Alexander Panivan
Voto: 8.8/ 10
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Dimenticate i genitori di Paula ne La Famiglia Bélier: prima che il film cominci veniamo avvisati: non ci saranno sottotiotli, né voice-over. Ma alla prima sequenza non ci accorgiamo dello scarto: i personaggi sono fermi a una pensilina e il traffico della strada copre ogni parola pronunciata. In quella successiva, ancora: un vetro ci separa da una cerimonia di inaugurazione, probabilmente, mentre un ragazzo e la sua valigia iniziano la permanenza in quel centro scolastico dove anche noi, adesso, ci rinchiuderemo. Dopodiché tutti, insegnanti, bidelli, alunni, tutti senza nome, parleranno il linguaggio dei segni, sordomuti per una volta non alienati nel contesto sociale, fatto di suoni e rumori, ma alienanti noi spettatori – abituati al cinema con una traccia sonora, un cinema fatto per essere sentito, oltre che visto, e invece veniamo catapultati nel silenzio (non totale) e soprattutto nell'impossibilità di decodificare i discorsi – a meno che non siamo padroni dei gesti – ma anche in quel caso l'interpretazione non sarebbe semplice: perché i segni cambiano da Paese a Paese e poi perché in certe inquadrature notturne, in certi campi troppo stretti o troppo ampi, neanche un sordomuto riuscirebbe a intravedere i movimenti. L'intento del regista Miroslav Slaboshpitsky (folgorante esordiente dietro la macchina da presa che sa tenere ferma con mano esperta, e mobile in pianisequenza interminabili e ben costruiti) non è quello di raccontare la condizione patetica dell'handicappato, quanto quello di scavare ancora più a fondo nella categoria, mostrando una tribù elitaria, una gang che ha bisogno di un leader, un branco. I ragazzi del centro educativo sono composti e impettiti davanti alle autorità la mattina, chi più chi meno come tutti gli studenti latentemente ribelli, e la sera si trasformano in papponi, magnacci, prostitute, teppistelli, ladruncoli senza neanche troppi vezzeggiativi: sono disposti a massacrare di botte il primo passante di portafogli munito per racimolare il tanto bramato denaro, e poi a massacrarsi fra loro, per vendicarsi di uno sgarro e dimostrare chi è il più forte che merita il comando. La poca credibilità delle prime scene di sesso o di mazzate viene annientata dalla crudezza estrema e lentamente perpetrata a cui siamo costretti mentre una ragazza abortisce clandestinamente da una mammana o un altro compie un piccolo genocidio. Abbandonato per sempre l'alone di pietà che circondava il disabile al cinema, la compassione per Forrest Gump, la sofferenza dell'esclusione di The Elephant ManThe Tribe si avvicina più a un altro Elephant, quello di Van Sant. Dice il regista: «è un mio vecchio sogno quello di rendere omaggio al cinema muto, fare un film che possa essere compreso senza che venga detta una parola. Non pensavo però a un certo tipo di cinema europeo “esistenzialista” in cui gli eroi stanno zitti per metà della durata del film. Anche perché gli attori non erano muti nei film muti. Comunicavano molto attivamente attraverso un'ampia gamma di azioni e di linguaggio corporeo». Infatti noi capiamo tutto: sentiamo anche tutto, tipo il camion che, avanzando, sta per investire uno dei nostri – ma poco importa. Tornati allo stato brado, allo stadio primitivo di Figlio Di Nessuno, il linguaggio anche gestuale non è importante: non è importante parlare o spiegarsi: è l'atto, animalesco, che si spiega da solo – in una tribù che di questo è fatto: legge ancestrale. E che in quanto tale si compie.

canzoni sui culi.



Pitch Perfect 2
id., USA, 2015, 115 minuti
Regia: Elizabeth Banks
Sceneggiatura originale: Kay Cannon
Basata sui personaggi di Mickey Rapkin
Cast: Anna Kendrick, Rebel Wilson, Brittany Snow,
Skylar Astin, Adam DeVine, Katey Sagal, Anna Camp,
Hailee Steinfeld, Elizabeth Banks, John Michael Higgins,
Ben Platt, Alexis Knapp, Hana Mae Lee, Ester Dean,
Chrissie Fit, Brigitte Hjort Sørensen, Flula Borg
Voto: 6.8/ 10
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Vinti tre campionati di fila, perduta Anna Camp (che ha ripetutamente sfiorato la morte in True Blood) e quindi giunte all'anno della laurea, le Barden Bellas cantano nientemeno che al Lincoln Center di New York in occasione del compleanno di Obama, presente con la moglie, in un numero tutto paillettes e patriottismo: scende, retta da approssimative lenzuola, la pietra miliare Rebel Wilson, “Ciccia Amy”, causa (anche) della fortuna del primo film, diventato uno sleeper hit subito sotto a School Of Rock negli incassi delle commedie musicali della storia. Succede però che il vestito, in una spaccata aerea, le si strappa dove non dovrebbe, e ruotando lentamente su se stessa mostra al pubblico – e alle telecamere – che non ha le mutande addosso; commentano la cosa, come sempre, in web-radio e podcast, Elizabeth Banks e John Michael Higgins, onnipresenti detentori delle più riuscite frecciatine della sceneggiatura (misogine, razziste, promiscue). L'incidente, rimbalzato da (reali) giornali e telegiornali, porta le Bellas ad essere convocate per l'annuncio che il gruppo canoro a cappella non potrà più partecipare a nessuna competizione, né all'apertura di eventi, né potrà reclutare nuove provinanti. Nonostante ciò, s'inserisce Hailee Steinfeld, figlia di una ex leader del club, con poca prontezza di spirito ma una canzone originale nel cassetto a cui deve apportare qualche modifica – e che propinerà in ogni occasione possibile. La scommessa-compromesso è: se le Bellas riuscissero a portare all'università di Barden l'insperato trofeo dei Campionati Mondiali, potranno riprendere a cantare agonisticamente? Tutti ridono: perché i cantanti americani sono odiati da tutto il mondo e perché i front-runner alla competition danese sono i Das Sound Machine tedeschi. Praticamente siamo di fronte all'Eurovision, se non che la parola “canzone-originale” è severamente proibita: la lotta è nel conoscere e riarrangiare qualsiasi brano musicale del passato e del presente in qualunque evenienza. Anna Kendrick questa volta – meno protagonista rispetto al film precedente – nutre dubbi. Sulla propria eterosessualità, a singhiozzi, e sul suo futuro, notando che nessun'altra si domanda cosa farà dopo la laurea, o se si laureerà mai. Della sua relazione con Skylar Astin vediamo, grazie a Dio, solo qualche bacetto: tutto quello che c'è stato in mezzo, fra quel film e questo, non c'è dato saperlo. Niente romanticismi, qualche scena di patetismo obbligato sulla solidità dell'amicizia, e una raffica di battute, non tutte riuscitissime, ma alcune davvero coraggiose per un film di puro intrattenimento che riesce alla grande nel suo scopo: intrattenere. La Banks, finora produttrice della mini-saga, si cimenta con la regia dopo il disastroso esito di Comic Movie, il «Quarto Potere dell'orrido», in cui aveva diretto uno dei tredici episodi del collettivo, e ricalca le tipiche scene da film generazionale contemporaneo, feste in casa coi bicchieri larghi, cene romantiche in cui neanche si comincia a mangiare, tentativi di avere un'idea alla scrivania senza successo, esattamente nel modo in cui ce l'aspettiamo. Allo stesso modo la sceneggiatura, americana nell'osso e con meno spazio alla demenzialità e alle situazioni awkward (come dimenticare la Camp che vomita di due anni fa?), fa quello che ci si aspetta per un sequel: reclutare gente nuova, alzare l'asta dell'ostacolo dagli Stati Uniti al mondo, far diventare adulti i propri personaggi. Le canzoni coreografate appena – che, in fondo, a cappella non sono cantate – coronano il pacchetto entertainment. Colonna sonora al primo posto della Billboard alla prima settimana con 92.000 copie vendute e 150 milioni di dollari di incasso per diventare, questa volta sopra School Of Rock, il comedy musical più di successo della storia. Terzo episodio? Al momento solo la Wilson ha annuito per cui ci si chiede se non sarà uno spin-off su “Fat” Amy.