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venerdì 8 gennaio 2016

premi dei sindacati/ 1.



I sindacati cinematografici americani sono cricche di lavoratori davanti e dietro alle telecamere che per la maggiore compongono l'Academy, cioè la cricca per eccellenza che ogni anno vota, candida e premia (l'eccellenza?) con la statuetta (per eccellenza) che è il Premio Oscar. Queste candidature – frammentate e molto tecniche, certo – servono quindi soprattutto a capire, prima dell'ufficializzazione del 14 gennaio, quali sono i nomi che i membri della giuria mormorano. Ed è un piacere sentire quello di Dante Ferretti, scenografo di Fellini, di Scorsese e di Tim Burton, tre volte premiato con Francesca Lo Schiavo e candidato all'ADG Award questa volta per il magnifico ruolo in Cenerentola – altrettanto doveroso quello della costumista Sandy Powell. Gli ADG Awards saranno consegnati domenica 31 gennaio; salta subito all'occhio l'assenza di Carol, probabilmente perché la scenografa Judy Becker è candidata già per Joy, e quella di Brooklyn; ma è un piacere vedere riesumato Crimson Peak nella categoria del mastodontico The Danish Girl (sotto questo aspetto). I WGA premiano invece (il 13 febbraio) le sceneggiature, originali e non originali: al tanto elogiato Room scritto dalla stessa autrice del romanzo viene preferito Sopravvissuto, insieme ai tanto elogiati La Grande Scommessa, Trumbo e Steve Jobs. Sul versante parallelo Amy Schumer grazie alla sua fama televisiva è nominata come scrittrice di Un Disastro Di Ragazza e saltella verso gli Oscar; la spunta Sicario, passato inosservato a Cannes e Straight Outta Compton, che ha incassato troppo per non essere preso in considerazione. ASC Awards che saranno consegnati il 14 febbraio: i premi dell'American Society of Cinematographers e cioè: i direttori della fotografia. Non manca il due volte (consecutive) vincitore dell'Oscar Emmanuel Lubezki per Redivivo, del suo fedele regista e compatriota: se la vede col veterano Roger Deakins sempre ignorato dall'Academy e con John Seale per il film dell'anno, Mad Max. Infine i produttori: quelli che ci mettono i soldi e che, quindi, ritirano i premi più importanti. Fa parlare la presenza di Ex Machina, già premiato dal cinema indipendente, mentre per quanto riguarda l'animazione Inside Out non lascia concorrenti e, nei documentari, Amy si scontra con The Look Of Silence e poco altro. I vincitori saranno annunciati sabato 23 gennaio.
Di seguito, dopo l'interruzione, tutti i nominati.

lunedì 4 gennaio 2016

certe classifiche.



«You do you, Chaiers» scrive Indiewire, uno dei più affidabili e importanti giornali on-line di cinema americano e non solo: e i Chaiers du Cinéma francesi do them perché mettono al primo posto della loro personalissima classifica del meglio del 2015 un film non americano, non francese, ma italiano: Mia Madre di Nanni Moretti – e non sarà mica un caso se era in concorso a Cannes come quasi tutti i film precedenti. I francesi lo amano, Nanni, nemmeno quanto gli italiani. Anche se sorte diversa è stata quella agli European Film Awards, dove a trionfare è stato Youth – qui assente da ogni chart. Fisso per tutti i critici in tutti gli elenchi è Mad Max: Fury Road (nella foto, una scena), il ritorno di George Miller sulla sua vecchia trilogia riarrangiata, rivista e remixata, nonostante il genere convince tutti e incassa un premio dopo l'altro. Gli sta leggermente dietro Carol, per alcuni il capolavoro di un secolo, per altri niente di che. Fatto sta che al momento parrebbe essere la pellicola con più chance alle prossime grasse statuette. Un altro italiano, incredibilmente, nella lista del meglio secondo Indiwire: un italiano che neanche gli italiani hanno apprezzato, e cioè La Sapienza, elogio dell'architettura di Borromini recitata malissimo ma ben orchestrata, passato dal Festival di Torino con un po' di applausi e poi nemmeno di striscio dalle sale. Neanche i super-indie USA resistono all'Interceptor di Tom Hardy ma all'altro fenomeno dell'anno, Inside Out, preferiscono Cheatin', un film d'animazione maturo quanto invisibile. Altra presenza continua, sempre animata, è Anomalisa, svolta stop-motion di quel geniaccio di Charlie Kaufman, e dall'anno scorso con furore il Vizio Di Forma di Paul Thomas Anderson – pellicola incomprensibile a prima vista. La spunta il trittico portoghese infinito Le Mille E Una Notte, il documentario di Kapadia Amy, The Assassin, a sorpresa non in lizza per l'Oscar al film straniero come tutti i migliori film della categoria, Figlio Di Saul che invece l'Oscar lo dovrebbe vincere, il bel 45 Anni, Diamante Nero – ma soprattutto Il Segreto Del Suo Volto del tedesco Christian Petzold: l'avevo detto io, all'epoca, che era un gran film. Best Movie fa un mistone di vecchio e nuovo e nuovissimo, italiano e americano, decretando Room pellicola del 2015 – e chissà se l'hanno visto sul serio – mentre Film TV di Mauro Gervasini applaude il banalotto, ritrito Blackhat di Michael Mann: fanno anche notare che l'annata, «ricca di proposte interessanti», è stata segnata da un numero eccessivo di uscite in sala. Inside Out, con oltre quattro milioni di spettatori e 25,298 milioni di euro di incasso, è anche il nostro titolo più visto.
Dopo l'interruzione, le maggiori classifiche.

mercoledì 20 maggio 2015

interceptor.



Mad Max: Fury Road
id., 2015, Australia/ USA, 120 minuti
Regia: George Miller
Sceneggiatura non originale: George Miller,
Brendan McCarthy e Nick Lathouris
Cast: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult,
Hugh Keays-Byrne, Josh Helman, Nathan Jones, Zoë Kravitz,
Rosie Huntington-Whiteley, Riley Keough, Abbey Lee,
Courtney Eaton, John Howard, Richard Carter, Megan Gale
Voto: 8/ 10
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Mel Gibson era nessuno quando fu messo alla guida dell'Interceptor, poliziotto sposato e con un figlio, innamorato della prole tanto quanto della moglie, in un fantascientifico scenario semi-apocalittico, semi-contemporaneo fatto di strade steppose nella periferia americana bazzicate dalle gang di motociclisti, centauri, briganti al volante desiderosi di adrenalina su ruote o con manganelli: il film si chiamava Mad Max, girato con pochi spiccioli tutti messi dalle tasche del regista, un pugno di macchine utilizzate, poi riverniciate e utilizzate per altre scene: a sorpresa, incassi stellari – il maggior incasso di un film così indipendente prima di The Blair Witch Project. Volume secondo: budget triplicato e stuntmen a rischio di morte vera, molti silenzi e infinite scene di corse, rincorse, violenze gratuite. Ma lo scenario cambia, l'apocalisse è più sentita: siamo in un non-luogo dove l'oro primo è la benzina e i popoli tornati a uno stato primitivo, almeno esteticamente, sono tribù in guerra. Un bambino ci racconta la storia fuori e dentro il campo, un bambino col meccanismo di un carillon (attenzione al dettaglio perché ritorna). In Italia si chiamarono, entrambi i film, col nome dell'automobile – ma ce n'è un terzo, rinominato Mad Max, girato a quattro mani; George Miller però, decretato «genio» nel trailer di questa nuova pellicola, parte da questa seconda storia, dalla post-apocalisse bramosa di petrolio (e acqua), e nel momento più fiacco del cinema americano fa ciò che ci si aspetta: un reboot. Ci pensava già nel 2001, quando ormai sembrava chiaro che aveva dato una svolta alla sua carriera (Babe, Happy Feet), e quando credeva di poter tornare a dirigere Gibson in quello stesso ruolo. Lo deve rimpiazzare, anagraficamente parlando, con Tom Hardy – un inedito vocione rauco, per quelle poche battute che biascica: non facciamoci illudere dall'incipit, dalla voce fuori campo che poi scompare, dall'ellisse narrativa che ci racconta il rapimento e la prigionia di questo nuovo Max in questa tribù maschilista e misogina, capeggiata da un energumeno con pochi muscoli e tutta protesi, quasi incapace di respirare, di muoversi – come molti altri dei leader delle gang: impossibilitati alla lotta e, quindi, strateghi. Lavaggio del cervello ai sudditi maschi, che si dividono in piloti di auto da deserto o giovani sacrifici in attesa di morte gloriosa, tutti fedeli innamorati del sovrano – il sovrano ha vari figli e soprattutto varie mogli, che insieme all'unica donna del rango che ci viene presentata, Charlize Theron aka Imperatrice Furiosa, senza un braccio e con un make-up alla Blade Runner, alla guida di una cisterna stanno cercando di fuggire dal luogo di podestà verticale verso un giardino eterno di acqua e vita pura da ri-abitare, da ri-piantare. Ma la fuga non è semplice perché è pedissequamente controllata. È da qui che il film comincia: e non perde mai il nodo che intreccia il tempo della storia a quello del racconto. Non c'è spazio per la retorica, per dirci chi siano queste genti, queste e le altre che incontriamo (i ricci, i corvi), non abbiamo tempo per imparare i nomi delle tribù o dei personaggi, i loro saluti, le abitudini di fronte alla morte violenta o a quella auto-imposta. Si corre sulla strada secca e assolata, rocciosa, impervia, si scansano i nemici dalle più disparate trovate belliche e ci si chiede in quanti effettivamente arriveranno alla meta, perché i morti non sono pochi – se si arriverà alla meta. Senza concedersi totalmente al digitale e senza perdere quell'impasto kitch tra Fast & Furious e certe protesi di Dune – ma anche di Star Wars – il film non-fantascientifico che contaminò Terminator e Ken Il Guerriero torna ai suoi fasti iniziali quintuplicato in potenza: è cinema puro, cinema d'intrattenimento puro, di genere diremmo, che rinuncia a tutti quei momenti di silenzio verso una colonna sonora (diegetica!) che affonda le radici nel mix di generi: davanti al quale in molti potranno storcere il naso: io no.