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domenica 16 giugno 2013

Nastri d'Argento - nominations.



Il Sindacato Nazionale dei Giornalisti Cinematografici Italiani ha annunciato le nominations per la 60esima edizione dei Nastri d'Argento, premi che fino a quest'anno erano assegnati ai migliori cineasti italiani per il contributo dato al cinema nostrano e straniero (traduzione: Penélope Cruz ha potuto vincere il David per Non Ti Muovere in quanto film italiano ma il Nastro no in quanto non italiana lei, mentre Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo hanno potuto vincere il Nastro per Hugo Cabret in quanto italiani ma il David no in quanto film non italiano) ma che da questa edizione hanno deciso di tagliare i lavori internazionali per promuovere in toto il cinema nazionale: nomi italiani per film italiani, insomma. E quella del 2013 è l'edizione che premia il meglio già premiato al botteghino: La Migliore Offerta di Giuseppe Tornatore da una parte e La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino dall'altra, reduce senza niente da Cannes, ma con 9 candidature qui insieme al concorrente siciliano – e viene da ridere ché Toni Servillo non compaia tra i Migliori Attori: gli viene però dato un Nastro Speciale «per le straordinarie performances nel biennio 2012-13», di poco più importante di quello che riceverà Roberto Herlitzka alla Carriera. Altri premi speciali, sempre troppi e sempre a casaccio, andranno a Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto per il percorso internazionale dal libro al film di Venuto Al Mondo, e poi ancora a Io E Te di Bernardo Bertolucci già annunciato come Miglior Film dell'anno più per il ritorno dietro la macchina da presa del regista che per altro (e che include poi il lavoro degli sceneggiatori, montatore, scenografo, fotografo). Segnalazione Biraghi assegnata dall'Sncgi con l'Agenzia Nazionale per i Giovani a Jacopo Olmo Antinori e Nastro d'Argento Bulgari a Tea Falco per lo stesso film. Sempre dai Biraghi, con ANG, vengono i premi assegnati a Giulia Valentini e Filippo Scicchitano (Un Giorno Speciale della Comencini), Rosabell Laurenti Sellers (Buongiorno Papà, Gli Equilibristi, Passione Sinistra).
Non spenderò altre parole sui candidati: basta guardare le Canzoni Originali per capire il tenore delle scelte. Ma forse, dietro le 6 candidature di Viva La Libertà, Bella Addormentata, Miele e Viaggio Sola, e le sole 4 per Reality, ciò che ha più dell'incredibile è la presenza di Eva Riccobono tra le Attrici Non Protagoniste.
I premi saranno consegnati il 6 luglio al Teatro Antico di Taormina; di seguito tutti i candidati.

Film dell'Anno
 Io E Te  di Bernardo Bertolucci

Regista del Miglior Film
Roberto Andò per Viva La Libertà
Marco Bellocchio per Bella Addormentata
Claudio Giovannesi per Alì Ha Gli Occhi Azzurri
Paolo Sorrentino per La Grande Bellezza
Giuseppe Tornatore per La Migliore Offerta

giovedì 6 settembre 2012

solo Dio può decidere, le persone no.



Bella Addormentata
id., 2012, Italia, 110 minuti
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura originale: Marco Bellocchio, Veronica Raimo, Stefano Rulli
Soggetto: Marco Bellocchio
Cast: Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Maya Sansa,
Michele Riodino, Pier Giorgio Bellocchio, Gian Marco Tognazzi,
Fabrizio Falco, Roberto Herlitzka
Voto: 8/ 10
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Eh.
E come comincio?
Allora. L'anno scorso il Festival di Venezia numero 68, ancora diretto da Marco Müller e pieno di filmoni e attoroni e aspettativone, aveva deciso di assegnare il Leone d'Oro alla Carriera a un regista vivissimo e attivissimo e manco tanto vecchio - cosa decisamente insolita: Marco Bellocchio, che cominciò a far cinema quando ancora c'era il bianco e nero obbligato e che più di tutti, forse, si porta addosso gran parte della tradizione nostrana, sia sul campo tematico (basti pensare ai film sempre italianissimi come L'ora di Religione e Vincere e anche questo) sia su quello stilistico (basti pensare all'ombra di Fellini che si cela dietro Il Regista Di Matrimoni). Ero su un vaporetto prima di andare ad assistere alla premiazione (Bertolucci dava il Leone mentre in sala c'erano Nicola Piovani e Filippo Timi ed echeggiava un discorso sulla coerenza da far venire i brividi) e una ragazza commenta così: «che ridere, il premio alla carriera a Bellocchio, vorrei andare a fischiare: avanti, mica quello è un regista».
Bellocchio, a mio avviso, è uno dei migliori registi che l'Italia abbia mai avuto e forse quello che si può amare con più difficoltà. Ha la capacità di fare cinema partendo da un articolo di giornale, un episodio di cronaca, una fotografia, una leggenda. E fa del cinema vero, rigoroso ed elegante, di classe, sempre ben musicato, che purtroppo per lui (o per fortuna) si trascina poi dietro un bagaglio di polemiche di cui ne sa molto Nanni Moretti. S'era preso una specie di pausa dopo la triste capatina francese di Vincere, aveva portato in sala l'antologia Sorelle Mai, raccolta di cortometraggi girati a Bobbio in vent'anni con i suoi alunni e la sua famiglia e i suoi attori di sempre, e adesso torna non solo al cinema ma anche a Venezia, in concorso, dove forse aveva detto che non sarebbe tornato - come dice sempre Olmi.
E il film parte da ciò di cui si parlò per mesi nel 2009, e cioè i diciassette anni di coma vegetativo di Eluana Englaro, per poi spostarsi però (attenzione!) su altro, e cioè sull'approccio e la considerazione che si ha della morte in base a dove ci si trova, cosa si fa, cosa si ha subito.
Toni Servillo e Alba Rohrwacher guardano lo stesso filmato girato a Lecco mentre un gruppo di estremisti religiosi assale un'autoambulanza che trasporta il corpo della bella addormentata a Udine, nella clinica La Quiete, e assistono alle scene con approccio diverso: Servillo è deputato parlamentare di destra con qualche ripensamento, la Rohrwacher è una fanatica religiosa che mette zaino in spalla e raggiunge la morta viva per cantare il Gloria in strada con altri suoi simili. Qui conoscerà il poco utile Michele Riodino col fratello mezzo pazzo, mentre un'ex tossica tenterà furti e suicidi come fossero acqua fresca per venire sempre fermata dallo stesso medico, mentre un'ex attrice celeberrima sposata a un ex attore mediocre coltiveranno la speranza e le foglie secche di un matrimonio fallito nella casa con il figlio vivo e la figlia in coma.
Tutti questi personaggi così umani, così scavati, così psicologicamente approfonditi, così disperati, così diversi e uguali, hanno alle spalle televisioni e radio e voci di politici e presentatori che parlano del caso Englaro mentre davanti c'è la vita vera, i giorni da affrontare, le decisioni da prendere. La posizione politica e religiosa del regista (a noi comunque notissima) qua non è messa in mostra se non nella scelta degli stralci di discorsi mandati in onda qua e là.
Il risultato, comunque, è un film a cui non si potrebbe neanche dare un voto, un coinvolgimento emotivo, un'esperienza, che non è né cinema politico o religioso né pura arte visiva come era L'ora Di Religione (che parlava di un altro tipo di santi e, a mio avviso, il capolavoro inarrivato).
Maya Sansa ci regala un'ultima scena fortissima, ben scritta e ben interpretata insieme a Pier Giorgio Bellocchio, azzeccatissima, una messa a nudo dell'animo umano sui due fronti, mentre per tutto il film si susseguono interpretazioni magistrali di un'inspiegabile Isabelle Huppert, un sempre impeccabile Roberto Herlitzka, che cascano sull'approfondimento della famiglia di attori con un pessimo Brenno Placido.
Applaudito dalla stampa alla proiezione di ieri, ha poi subito i prevedibili attacchi dagli esaltati che «avete ucciso Eluana due volte!» gridavano. In realtà, loro non riflettono, morirà ad ogni spettacolo di ogni città, più volte al giorno.