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martedì 10 febbraio 2015
take my hand, precious Lord.
Selma
– La Strada Per La Libertà
Selma, 2014, UK/ USA, 128 minuti
Regia: Ava DuVernay
Sceneggiatura originale: Paul Webb
Cast: David Oyelowo, Carmen Ejogo, Tom Wilkinson, Tim Roth,
Giovanni Ribisi, Common, Tessa Thompson, Omar J. Dorsey,
Colman Domingo, Ruben Santiago-Hudson, André Holland,
Lorraine Toussaint, E. Roger Mitchell, Dylan Baker, Oprah Winfrey
Voto: 8.2/ 10
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Candidato a 2 Premi Oscar:
film, canzone originale
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Octavia Spencer correva spaventata e con la spesa al vento nella scena più comica di The Help, quando veniva trovata da un uomo bianco nel proprio giardino di casa; la scena nascondeva del vero: un nero se veniva trovato in una proprietà privata poteva essere anche incarcerato – e siamo a metà del secolo scorso, non nel Settecento. Ma quella, come s'è detto, era la scena più comica del film: perché il film in fondo era una commedia che, con qualche punta di triste ricordo del passato, infiocchettava la condizione delle donne di colore domestiche nelle case dei bianchi e impossibilitate all'uso dei bagni dei padroni, di certe sale comuni, di certe espressioni. Latentemente, ne aveva parlato The Paperboy, ma poi sfociato in risvolti eccessivamente grotteschi; ne aveva parlato l'anno scorso The Butler - Un Maggiordomo Alla Casa Bianca, sempre diretto da Lee Daniels, che questa volta sfociava nel mélo corale con interventi di infiniti attori partecipi della causa razziale. L'unica pellicola che si può paragonare a questa è il Lincoln di Spilberg – rigorosissimo – ma allora sì che andiamo troppo indietro nel tempo. Per troppo tempo si è parlato di storie vere, di problemi reali che l'America si è lasciata alle spalle, sempre con una punta di ironia, un tono da commedia, una dolcificazione della vicenda, come fanno adesso The Imitation Game o Unbroken, tutt'altre storie ma le cui scene scomode, di maltrattamenti, di insulti, di castrazioni chimiche, di suicidi, sono tutte omesse, celate, fuori campo. Ava DuVernay invece non ha paura di mostrarcele: le manganellate che la polizia regala ai manifestanti di Selma sono inquadrate, le botte agli anziani fuori dal Parlamento, gli insulti dei bianchi e i loro cartelloni razzisti per strada – ma Ava DuVernay (e qui sta il bello) non ci mostra solo quelle cose, schierandosi e costringendoci a schierarci dalla parte dei neri, di Martin Luther King, Jr. e del diritto di voto che meritano: perché questa figura carismatica, questo leader anche spirituale, all'alba del Premio Nobel ricevuto ci viene mostrato come un uomo comunque comune, normale, anzi forse peggiore in certi aspetti: è un marito di cui si presume l'infedeltà, la fine dell'amore romantico, è un padre perennemente lontano dai propri figli che crescono mentre lui lotta per altro, per altri – perché la sua missione è più grande, lo supera, ma a volte è talmente grande che lo spaventa, ed è un uomo comune perché davanti a uno schieramento di polizia si preoccupa e torna indietro e rinuncia alla lotta e costringe alla rinuncia anche la sua comunità, che lo segue fedele. Siamo nel 1965: la lotta non violenta di Luther King è ormai famosa in tutto il mondo quasi quanto il latitante Malcolm X e persiste nel suo avanzare verso il pieno riconoscimento dei diritti dei neri, mirando ad una più giusta ed estesa possibilità di voto. Dal 1963 il Comitato Non Violento degli Studenti e la Contea di Dallas hanno iniziato la registrazione dei votanti ma, come viene spiegato, il seggio è quasi inaccessibile e la resistenza dei bianchi asprissima: non ultima quella dei leader politici. Il governatore George Wallace di Tim Roth viene dipinto come un uomo privo di scrupoli, profondamente contrario all'integrazione negra, cieco davanti al più mite presidente Lyndon B. Johnson (Tom Wilkinson) che sarà costretto ad approvare il Voting Rights Act dopo quella che passerà alla storia come la bloody sunday, la giornata del soffocamento violento della marcia sull'Edmund Pettus Bridge. Proprio la relazione tra il leader pacifista e i vertici politici è stato frutto di polemiche oltreoceano, dove la figura di Johnson viene immaginata molto più vicina al movimento non violento. Ma anche qui la DuVernay prende le distanze: quello che mostra è tutto frutto delle documentazioni, che segnala con didascalie, registrazioni e atti messi insieme dal suo sceneggiatore esordiente Paul Webb. Prima afro-americana ad essere candidata al Golden Globe per la regia, avrebbe potuto essere la prima per la stessa categoria agli Oscar, e la quinta regista donna nella storia, ma l'Academy fortemente patriarcale ha tagliato fuori lei e il suo film (solo Kathryn Bigelow ha ricevuto una statuetta, ma è stata ignorata col lavoro successivo). Avrebbe dovuto dirigere questa pellicola il Lee Daniels di cui prima, che grazie a Dio si ritirò; fu il protagonista David Oyelowo a proporre il nome di Ava, con cui aveva già lavorato nel film vincitore al Sundance Middle Of Nowhere; snobbato dagli Oscar anche lui, la cui performance ricalca magistralmente Luther King soprattutto nei discorsi pubblici e nel loro evolversi, nel loro esplodere: uno per tutti, l'ultimo, trampolino di lancio per l'epica canzone di chiusura Glory sulle scene di repertorio da brivido: unica nomination di consolazione. Sarà che la casa di produzione di Brad Pitt Plan B e quella di Oprah Winfrey (che si ritaglia una minuscola parte – attenzione a non confonderla con la tremenda Vee, Lorraine Toussaint) è già stata abbastanza premiata l'anno scorso per un altro capolavoro di cui l'America dovrebbe vergognarsi, 12 Anni Schiavo.
lunedì 10 dicembre 2012
British Independent Film Awards - vincitori.
Non ricopierò l'elenco (perché, per chi non lo sapesse, li ricopio ogni volta parola per parola) di tutti i candidati e i rispettivi vincitori di questi 15esimi British Independent Film Awards, i - gergalmente - BIFA, perché tanto si tratta di film che in Italia non vedremo mai, nelle altre cerimonie di premiazione, fatta eccezione dei BAFTA e di qualche pellicola, neanche, i cui titoli non ci direbbero assolutamente niente.
Si tratta poi di premi che si consumano in meno di una settimana: le nominations vengono infatti date a ridosso della premiazione (che ogni anno da sei anni è presentata da James Nesbitt) e la premiazione è già avvenuta. Riporterò quindi il Miglior Film, il Miglior Film straniero (che non è Amour!) e rimando a questo sito ufficiale per avere l'elenco completo di tutti i candidati e i vincitori.
L'unico nome noto, tra queste piccolezze cinematografiche (nel senso che vengono fatte a bassissimo budget) è Marigold Hotel, da noi passato totalmente inosservato, di John “Shakespeare In Love” Madden, che regala candidature ai non bisognosi Tom Wilkinson, Judi Dench e Maggie Smith che però si vedono fregare dai ben più giovani Rory Kinnear, Olivia Colman (quella di Tyrannosaur) e Adrea Riseborough (quella di W.E.).
I film accaparra-tutto sono però Broken con 9 nominations, Sightseers e Berberian Sound Studio con 7 a testa, questi ultimi due già presentati a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs.
Per fare un esempio, i film che sono passati da questa cerimonia sono stati, l'anno passato, il tenerissimo Weekend, l'appena citato e potentissimo Tyrannosaur, il romantico Like Crazy con la sua protagonista Felicity Jones. Nessuno di loro si è spinto più in là, ma qualcosa è arrivata ai BAFTA.
Miglior Film Indipendente Inglese
Berberian Sound Studio di Peter StricklandBroken di Rufus Norris
Sightseers di Ben Wheatley
Marigold Hotel di John Madden
The Imposter di Bart Layton
Miglior Film Indipendente Straniero
Amour di Michael Haneke (Austria/ Francia)
Beasts Of The Southern Wild di Benh Zeitlin (USA)
Un Sapore Di Ruggine E Ossa di Jacques Audiard (Francia)
Searching For Sugar Man di Malik Bendjelloul (Svezia/ UK)
Il Sospetto di Thomas Vinterberg (Danimarca)
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