sabato 9 gennaio 2016

lady m.



Macbeth
id. | 2015 | UK, Francia, USA | 1h 53min
Regia: Justin Kurzel
Sceneggiatura non originale: Jacob Koskoff,
Michael Lesslie e Todd Louiso
Basata sulla tragedia omonima di William Shakespeare
Cast: Michael Fassbender, Marion Cotillard, Paddy Considine,
Lochlann Harris, Lynn Kennedy, Seylan Baxter, Hilton McRae,
Sean Harris, Jack Reynor, David Thewlis, David Hayman
Voto: 6/ 10
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«[…] un'operazione fallimentare, fedele al testo nei dialoghi ma traditrice nella sostanza: non un male in sé, ma le immagini di battaglia congelate, i ralenti estenuanti, l'enfasi riversata a piene mani in ogni circostanza, avvicinano il film a 300 di Zack Snyder […]. Dubbi anche sulla recitazione di tutti, impostatissima. Siccome gli attori sono notoriamente bravi, il difetto è nel manico» scrive il direttore di Film TV: e le parole giustificano una bocciatura generale, un silenzio quasi indifferente che echeggia da Cannes, dove il film fu presentato in concorso per ultimo. Eppure la potenza visiva e sonora è immensa (ma «l'incessante accompagnamento musicale di sottofondo dopo un po' comincia ad assomigliare allo stridio di una sega circolare», Paola Casella): la Scozia che raccontava Shakespeare nella più importante delle sue tragedie è ripresa esteticamente in quello stesso modo: con quei castelli diroccati ma intatti, quelle sale immense, immensamente spoglie ma decorate da archi, e poi gli esterni, i boschi e i giardini e soprattutto il cielo a tutte le ore del giorno, e le battaglie, le facce degli uomini in battaglia, maschere di guerra fatte di terra e di sangue, tutto restituito attraverso una fotografia (di Adam Arkapaw) impeccabile e soprattutto una sfilata di costumi (di Jaqueline Durran, Premio Oscar per Anna Karenina) che mischiano mirabilmente moderno e medievale, veli e perle, ossa e legno. Come lo scenario, a volte apparentemente dipinto, è fedelissimo all'opera-prima anche lo script, che circolava da anni alla ricerca di un regista. Spiega il produttore Ian Canning che la scelta è infine caduta su Justin Kurzel grazie al suo esordio cinematografico Snowtown, in cui un personaggio maschile riusciva a riunire attorno a sé una comunità intera e che quindi assomigliava, ispirava quest'altra storia: opposta, dato che Macbeth viene annunciato da tre “sorelle fatali” come prossimo re, ma la sua poca ambizione, il senso di insufficienza che lo pervade, gli ostacoli attorno, i legittimi reali lo portano continuamente sulla soglia del dubbio – e così la moglie, madre di un bambino morto e cantato nella prima immagine, interviene in modo da rendere vera la profezia: però la sete di potere, l'arrampicata sociale lentamente perde appiglio e se da una parte si sgretola in senso di colpa, dall'altra diventa follia allucinogena. Michael Fassbender è il secondo nome scritturato dopo quello del regista, e incarna un Macbeth sfiancato da disturbi post-traumatici non dissimili da quelli dei reduci di guerra, colpiti da allucinazioni, ossessionati da immagini terribili di persone e personaggi che potrebbero non esserci; più che dell'ambizione, Fassbender si preoccupa di affondare nel dramma familiare: «quello dei protagonisti è un disperato tentativo di riportare in asse il rapporto, dopo una deviazione tanto drammatica» che è la perdita di un figlio. Abbandonato da Natalie Portman, è soccorso sul set da un'altra migliore attrice, «the best in the business», Marion Cotillard, che nella conferenza stampa del festival francese non nasconde la difficoltà ad approcciare il ruolo: «ho interpretato spesso personaggi drammatici, ma non fino a questo punto. In lei tutto è buio», dice, e non c'è bisogno di ricordare che Judi Dench è quello che è soprattutto grazie al ruolo di Lady M., che in questo caso riesce quasi a farsi più protagonista del protagonista, comunque sempre figura essenziale al dramma, madre e moglie gelida, matrice di mostruosità. Eppure, tolto un paio di sequenze leggermente diverse dall'originale, tutto è fedele a sé, estetizzato, ingerito senza tener conto dei demoni di Welles, Polanski e Kurosawa alle spalle: ma se il coraggio della rielaborazione dei precedenti riusciva a formulare capolavori, qui il rigore formale e la devozione all'originale non fa niente di più del già-fatto.

venerdì 8 gennaio 2016

premi dei sindacati/ 1.



I sindacati cinematografici americani sono cricche di lavoratori davanti e dietro alle telecamere che per la maggiore compongono l'Academy, cioè la cricca per eccellenza che ogni anno vota, candida e premia (l'eccellenza?) con la statuetta (per eccellenza) che è il Premio Oscar. Queste candidature – frammentate e molto tecniche, certo – servono quindi soprattutto a capire, prima dell'ufficializzazione del 14 gennaio, quali sono i nomi che i membri della giuria mormorano. Ed è un piacere sentire quello di Dante Ferretti, scenografo di Fellini, di Scorsese e di Tim Burton, tre volte premiato con Francesca Lo Schiavo e candidato all'ADG Award questa volta per il magnifico ruolo in Cenerentola – altrettanto doveroso quello della costumista Sandy Powell. Gli ADG Awards saranno consegnati domenica 31 gennaio; salta subito all'occhio l'assenza di Carol, probabilmente perché la scenografa Judy Becker è candidata già per Joy, e quella di Brooklyn; ma è un piacere vedere riesumato Crimson Peak nella categoria del mastodontico The Danish Girl (sotto questo aspetto). I WGA premiano invece (il 13 febbraio) le sceneggiature, originali e non originali: al tanto elogiato Room scritto dalla stessa autrice del romanzo viene preferito Sopravvissuto, insieme ai tanto elogiati La Grande Scommessa, Trumbo e Steve Jobs. Sul versante parallelo Amy Schumer grazie alla sua fama televisiva è nominata come scrittrice di Un Disastro Di Ragazza e saltella verso gli Oscar; la spunta Sicario, passato inosservato a Cannes e Straight Outta Compton, che ha incassato troppo per non essere preso in considerazione. ASC Awards che saranno consegnati il 14 febbraio: i premi dell'American Society of Cinematographers e cioè: i direttori della fotografia. Non manca il due volte (consecutive) vincitore dell'Oscar Emmanuel Lubezki per Redivivo, del suo fedele regista e compatriota: se la vede col veterano Roger Deakins sempre ignorato dall'Academy e con John Seale per il film dell'anno, Mad Max. Infine i produttori: quelli che ci mettono i soldi e che, quindi, ritirano i premi più importanti. Fa parlare la presenza di Ex Machina, già premiato dal cinema indipendente, mentre per quanto riguarda l'animazione Inside Out non lascia concorrenti e, nei documentari, Amy si scontra con The Look Of Silence e poco altro. I vincitori saranno annunciati sabato 23 gennaio.
Di seguito, dopo l'interruzione, tutti i nominati.

mercoledì 6 gennaio 2016

il Signor Principe.



Il Piccolo Principe
The Little Prince | 2015 | Francia | 1h 48min
Regia: Mark Osborne
Sceneggiatura: Irena Brignull & Bob Persichetti
Basata sul romanzo di Antoine de Saint-Exupéry
Voci originali: Rachel McAdams, Benicio Del Toro, Paul Rudd,
James Franco, Marion Cotillard, Mackenzie Foy, Jeff Bridges,
Paul Giamatti, Vincent Cassel, Albert Brooks, Ricky Gervais
Voci italiane: Andrea Santamaria, Vittoria Bartolomei,
Stefano Accorsi, Alessandro Gassmann, Micaela Ramazzotti,
Toni Servillo, Paola Cortellesi, Pif, Alessandro Siani
Voto: 4.8/ 10
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Passati gli anni, sbloccata l'esclusiva della Bompiani sul manoscritto, tutti, persino la Sellerio, hanno pubblicato la propria versione de Il Piccolo Principe, la «tradizionale storia più amata del mondo» che ha avuto versioni televisive e cinematografiche più o meno consecutive, teatrali, di merchandising soprattutto elementare (nel senso: per la scuola primaria), ma come per i Peanuts, è obbligo aggiornare le generazioni sempre più nuove e allora ecco un'altra trasposizione per il grande schermo pronta pronta per le feste in cui i bambini sono a casa: la storia è quella di una piccola giudiziosa che deve sostenere il colloquio per accedere alla più prestigiosa scuola della città, del Paese, con una madre alle spalle che la incoraggia e la istruisce: ma il colloquio fa fiasco e allora, per le restanti vacanze estive, ecco trovata e comprata una nuova casa in quel quartiere, un tabellone di marcia, una scaletta rigorosissima sull'ordine dello studio, della sveglia, della ginnastica, della colazione, del riposo e dello studio ancora. Il papà non c'è, la mamma non c'è mai. Di fianco, motivo per cui la casa trovata e comprata in una scena di due minuti costava così poco, abita un vecchio aviatore con un aereo in giardino e la presunzione di accenderlo ogni tanto recando danni a chi sta intorno. Questo vorrebbe raccontare la sua storia a qualcuno, ma non sa a chi: la bambina prima è restia, poi si lascia ammaliare anche solo per evitare il ritmo angosciante a cui è sottoposta. Il regista di Kung-Fu Panda Mark Osborne all'inizio rifiutò di dirigere la pellicola: gli chiedevano di fare un «gran film» e lui sapeva che era cosa impossibile (ma perché, poi?); la soluzione, dopo varie riscritture, è arrivata immaginando un mondo in cui il romanzo di Saint-Exupéry non fosse mai stato pubblicato, in cui al vecchio in difficoltà, aiutato da un bambino nel deserto, si sostituisce il ribaltamento del bambino in difficoltà nella metropoli, aiutato da un vecchio mezzo pazzo. Se ne ricava il cartone-animato-come-tanti aiutato da una miriade di voci celebri in tutte le lingue (da noi spiccano la Cortellesi e Accorsi, si sente anche Pif, Toni Servillo) che mantiene il nome collettivo di Piccolo Principe anche se di principe ad un certo punto ce n'è uno anche grande e l'apprendistato alla vita con tanto di morte necessaria viene eliminata per il più tradizionale/ista lieto-fine. Perché, allora, andare ad attingere da un romanzo che si fa storia nella storia? Ancora merchandising forse, giustificato dallo sperimentalismo animato. Ai due livelli e mezzo di narrazione infatti se ne affiancano altrettanti di tecnica: personaggi tridimensionali come gran parte dei prodotti animati made-in-USA, poi impercettibili personaggi di carta dall'apparenza piatta ma in realtà disegnati per la “storia di mezzo” e infine lo stop-motion del Piccolo Principe che conosciamo tutti, mezzo pongo e mezzo legno, vestito di tessuto di carta, la rosa, la volpe dalla doppia faccia (!), l'uomo che conta le stelle. Tante giustificazioni perché «il libro è dedicato a un amico dello scrittore quando era stato bambino, cioè un adulto», e così come il libro, il film deve riuscire a parlare a più target: la protagonista allora è una bambina che si vede già impiegata d'ufficio, manager aziendale, mentre l'anziano che la cambia è rimasto bambino dentro: agli adulti piacerà la parte non narrativa e ai più piccoli quella classica: il contesto è un mondo omologato e il cambiamento arriva da chi è rimasto puro, o da chi comincia ad esserlo. Ma tutte queste cose, le abbiamo già viste, le abbiamo già lette, e c'era stata, quelle volte, della poesia.

lunedì 4 gennaio 2016

certe classifiche.



«You do you, Chaiers» scrive Indiewire, uno dei più affidabili e importanti giornali on-line di cinema americano e non solo: e i Chaiers du Cinéma francesi do them perché mettono al primo posto della loro personalissima classifica del meglio del 2015 un film non americano, non francese, ma italiano: Mia Madre di Nanni Moretti – e non sarà mica un caso se era in concorso a Cannes come quasi tutti i film precedenti. I francesi lo amano, Nanni, nemmeno quanto gli italiani. Anche se sorte diversa è stata quella agli European Film Awards, dove a trionfare è stato Youth – qui assente da ogni chart. Fisso per tutti i critici in tutti gli elenchi è Mad Max: Fury Road (nella foto, una scena), il ritorno di George Miller sulla sua vecchia trilogia riarrangiata, rivista e remixata, nonostante il genere convince tutti e incassa un premio dopo l'altro. Gli sta leggermente dietro Carol, per alcuni il capolavoro di un secolo, per altri niente di che. Fatto sta che al momento parrebbe essere la pellicola con più chance alle prossime grasse statuette. Un altro italiano, incredibilmente, nella lista del meglio secondo Indiwire: un italiano che neanche gli italiani hanno apprezzato, e cioè La Sapienza, elogio dell'architettura di Borromini recitata malissimo ma ben orchestrata, passato dal Festival di Torino con un po' di applausi e poi nemmeno di striscio dalle sale. Neanche i super-indie USA resistono all'Interceptor di Tom Hardy ma all'altro fenomeno dell'anno, Inside Out, preferiscono Cheatin', un film d'animazione maturo quanto invisibile. Altra presenza continua, sempre animata, è Anomalisa, svolta stop-motion di quel geniaccio di Charlie Kaufman, e dall'anno scorso con furore il Vizio Di Forma di Paul Thomas Anderson – pellicola incomprensibile a prima vista. La spunta il trittico portoghese infinito Le Mille E Una Notte, il documentario di Kapadia Amy, The Assassin, a sorpresa non in lizza per l'Oscar al film straniero come tutti i migliori film della categoria, Figlio Di Saul che invece l'Oscar lo dovrebbe vincere, il bel 45 Anni, Diamante Nero – ma soprattutto Il Segreto Del Suo Volto del tedesco Christian Petzold: l'avevo detto io, all'epoca, che era un gran film. Best Movie fa un mistone di vecchio e nuovo e nuovissimo, italiano e americano, decretando Room pellicola del 2015 – e chissà se l'hanno visto sul serio – mentre Film TV di Mauro Gervasini applaude il banalotto, ritrito Blackhat di Michael Mann: fanno anche notare che l'annata, «ricca di proposte interessanti», è stata segnata da un numero eccessivo di uscite in sala. Inside Out, con oltre quattro milioni di spettatori e 25,298 milioni di euro di incasso, è anche il nostro titolo più visto.
Dopo l'interruzione, le maggiori classifiche.

venerdì 1 gennaio 2016

carol of the bell.



Carol
id. | 2015 | UK, USA | 1h 58min
Regia: Todd Haynes
Sceneggiatura: Phyllis Nagy
Basata sul romanzo Carol di Patricia Highsmith (Bompiani)
Cast: Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler,
Jake Lacy, Sara Paulson, John Magaro, Cory Michael Smith
Voto: 7.9/ 10
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Che responsabilità essere «il miglior film attualmente in sala», il film col maggior numero di nominations ai Golden Globes (cinque: film, regia, entrambe le attrici protagoniste e colonna sonora), con due interpreti femminili tra le migliori – una e mezzo in realtà, ché Cate Blanchett è un manuale di recitazione ma Rooney Mara, nonostante il premio (motivante?) a Cannes, non è che proprio passi alla storia; e da tanta responsabilità derivano tante aspettative, per cui in molti, tra quelli che hanno visto Lontano Dal Paradiso, dello stesso regista, non troveranno molto di nuovo: non troveranno, in generale, novità nell'impianto e nel genere. Ma il melodramma, in questo caso, è punto di partenza e punto di arrivo, celebrazione della categoria: ispirazione per una messa in scena che ricalchi quella, un film fatto come si faceva negli anni '50 che racconta – a partire dal retrogusto thriller, con tanto di pistola, che guarda a Gilda ma che è frutto della penna di Patricia Highsmith, dal cui romanzo omonimo è tratta la sceneggiatura di Phyllis Nagy (guardacaso una donna), che è la scrittrice di Mr. Ripley. E le feste natalizie, che spesso ascrivono una pellicola a quel catalogo di film (on-demand?) da fine dicembre, inizio gennaio, quasi improponibili durante il resto dei mesi, non sono altro che una metafora dell'ipocrisia della società americana che si sforza di farsi piacere, e piacere, in una manciata di giorni – stesso sottotesto che era del film di cui prima, ma qui i doppi sensi sono esasperati. La Carol del titolo incontra Therese nei grandi magazzini in cui la seconda lavora: cerca un trenino elettronico da regalare alla figlia il venticinque. Con l'arguzia di chi è meno giovane, lascia (dimentica?) il suo paio di guanti sul bancone e Therese cerca di mettersi in contatto con lei per restituirglieli – finiscono a pranzare insieme, durante una pausa; poi finiscono a girare l'America in macchina attraverso varie stanze d'albergo. Carol è sposata ma il suo matrimonio è finito. Lei parrebbe essere l'unica ad ammettere l'evidenza, a desiderarla, davanti al velo di convenzioni e obblighi che il periodo storico le impone. Il marito la costringe al vincolo nonostante non vivano più insieme con ricatti e rancori che vanno indietro nel tempo, al tempo in cui Carol aveva una relazione non meglio definita con Sara Paulson. A Carol piacciono le donne, e non fatica a negarlo, addirittura arriva ad urlarlo nonostante quello che potrebbe conseguire; Therese chiede al suo fidanzato: «sei mai stato innamorato di un altro ragazzo?» con l'ingenuità di chi non ha ricevuto nessun tipo di educazione. Le costrizioni di Brokeback Mountain che trovano sfogo soltanto nell'isolamento bucolico qui si fanno Thelma & Louise in macchina, guardando a Mildred Pierce e ai suoi impeccabili interni medio-borghesi, aristocratici, color pastello: la fotografia, la musica senza precedenti di Carter Burwell confezionano un'altra metafora, un'altra perfezione che è solo apparente, superficiale, per mascherare le peripezie legali e le minacce individuali. Todd Haynes torna sui suoi passi: torna a dirigere la Blanchett dopo Io Non Sono Qui, film-collage, montage of heck, su un Bob Dylan immaginario dopo il realistico Brian Slade di Velvet Goldmine. Ma più che il “periodo queer”, sono il film con Julianne Moore e Kate Winslet a fare da eco, memori di personaggi forti, donne contro corrente, ribelli, sole senza nessuno, che non accettano supinamente e fanno qualcosa per cambiare: e cambiano un film solo all'apparenza uguale a tanti, come tutti i grandi film.

mercoledì 2 settembre 2015

VENEZIA72.



Presentato senza successo, prima di vincere poi ogni Oscar, qualche anno fa, Gravity, Alfonso Cuarón torna al Lido per la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia 2015 a presiedere una giuria di molti registi (Hou Hsiao-hsien, Lynne Ramsay e il nostro Francesco Munzi fresco di tutti i premi ricevuti da Anime Nere), le attrici Diane Kruger ed Elizabeth Banks e lo scrittore Emmanuel Carrère: una Mostra che si prospetta eclettica in tutte le sue parti: il Concorso Ufficiale vanta i soliti molteplici italiani, il nostalgic rock di Luga Guadagnino per A Bigger Splash, remake de La Piscina di Deray (nel cast: Matthias Schoenaerts, Tilda Swinton, Dakota Johnson e Ralph Fiennes), L'attesa di Piero Messina, esordiente alle prese con Juliette Binoche, Giuseppe Gaudino con Per Amor Vostro – dopo diciotto anni dall'ultimo lungometraggio di finzione e un ritrovato Marco Bellocchio, di nuovo alle prese con la sua città natale, Bobbio, a cavallo tra il passato e il presente di Sangue Del Mio Sangue. Poi ancora: un film targato Netflix (Beasts Of No Nation) e un lungometraggio animato in stop-motion finanziato via Kickstarter (Anomalisa, del geniaccio Charlie Kaufman con Duke Johnson), e i nomi di rilievo – Amos Gitai, il Leone d'Oro 2011 Aleksandr Sokurov, che dopo l'Ermitage di Pietroburgo va ad esplorare il Louvre durante l'occupazione nazista, fino al Premio Oscar Tom Hooper che racconta, col Premio Oscar Eddie Redmayne, la prima trans della storia, del 1930, Lili Elbe (The Danish Girl). Leone d'Oro alla Carriera per Bertrand Tavernier: il maestro francese, classe 1941, ha scelto le quattro pellicole di Venezia Classici: a queste si aggiungeranno i capolavori restaurati (che gareggiano per il premio tecnico) formando una rosa che spazia da Kurosawa (Barbarossa, 1965) a Chabrol (Le Beau Serge, 1958), Ejzenstein (Aleksandr Nevskij, 1938) e Pasolini (Salò O Le 120 Giornate Di Sodoma, 1975). Ci sarà anche l'immancabile Fellini, presentato da Giuseppe Tornatore, con Amarcord (1973). Fuori concorso i film-evento più attesi: dal kolossal Everest, film di apertura in 3D di Baltasar Kormákur che racconta le spedizioni del 1996, a Black Mass – L'ultimo Gangster di Scott Cooper, con il solito irriconoscibile Johnny Depp, questa settimana sulle copertine di tutti i giornali, stempiato, ingrassato per interpretare James Bulger nella Boston degli anni '70; altri tre italiani: Franco Maresco con Gli Uomini Di Questa Città Io Non Li Conosco, documentario su Franco Scaldati (che va ad affiancarsi ai documentari su De Palma di Baumbach & Paltrow e quello su Jackson Heights di Wiseman), I Ricordi Del Fiume di Gianluca e Massimiliano De Serio e Non Essere Cattivo di Claudio Caligari, sulla mafia ostense degli anni '90. La sezione Orizzonti, invece, è presieduta nientemeno che da Jonathan Demme, con le attrici Anita Caprioli e Paz Vega, i registri Fruit Chan e Alix Delaporte: la carrellata più innovativa della kermesse conta di nuovo Renato De Maria, già lo scorso anno con La Vita Oscena che non vide particolare fortuna distributiva (Italian Gangster, sulla celebre banda Cavallero degli anni '50), e il discusso Shia LaBeouf, con Kate Mara in Man Down, nei panni di un marine nel futuro alla ricerca della moglie. Dopo le due Coppe Volpi dello scorso anno per Hungry Hearts, Saverio Costanzo decreterà il miglior esordio per il Premio De Laurentiis. Dopo le due esperienze a Cannes spunta a Venezia anche Alice Rohrwacher con un cortometraggio, De Djess, in cui dirige sua sorella Alba che gioca a fare la vamp. Di seguito e dopo l'interruzione, tutti i film e i giurati del cartellone ufficiale.

concorso
11 Minuit (11 Minutes) di Jerzy Skolimowski (Polonia & Irlanda)
A Bigger Splash di Luca Guadagnino (Italia & Francia)
Abluka (Frenzy) di Emin Alper (Turchia, Francia e Qatar)
Anomalisa di Charlie Kaufman & Duke Johnson (USA) [animazione]
Beasts Of No Nation di Cary Fukunaga (USA & Ghana)
Behemoth di Zhao Liang (Cina & Francia) [documentario]
Desde Allá di Lorenzo Vigas (Venezuela & Messico)
El Clan di Pablo Trapero (Argentina & Spagna)
Equals di Drake Doremus (USA)
Francofonia di Aleksandr Sokurov (Francia, Germania e Paesi Bassi)
Heart Of A Dog di Laurie Anderson (USA)
L'attesa (The Wait) di Piero Messina (Italia & Francia)
L'hermine di Christian Vincent (France)
Looking For Grace di Sue Brooks (Australia)
Marguerite di Xavier Giannoli (Francia, Republica Ceca e Belgio)
Per Amor Vostro di Giuseppe M. Guadino (Italia & Francia)
Rabin, The Last Day di Amos Gitai (Israele & Francia)
Remember di Atom Egoyan (Canada & Germania)
Sangue Del Mio Sangue (Blood Of My Blood) di Marco Bellocchio (Italia, Francia e Svizzera)
The Danish Girl di Tom Hooper (UK & USA)
The Endless River di Oliver Hermanus (Sud Africa & Francia)

martedì 1 settembre 2015

la terza menzogna.



Il Grande Quaderno
A Nagy Füzet, 2013, Ungheria/ Germania/
Austria/ Francia, 112 minuti
Regia: János Szász
Sceneggiatura non originale: Tom Abrams,
András Szekér e János Szász
Basata sul romanzo Trilogia Della Città Di K.
di Ágota Kristóf (Einaudi)
Cast: László Gyémánt, András Gyémánt, Piroska Molnár,
Ulrich Thomsen, Ulrich Matthes, Gyöngyvér Bognár,
Diána Kiss, Orsolya Tóth, Orsolya Tóth
Voto: 7/ 10
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Ungheria, Seconda Guerra Mondiale. L'occupazione tedesca è agli sgoccioli e la resistenza aspra e imponderabile. Un uomo senza nome, ufficiale richiamato al fronte, decide insieme alla moglie di lasciare la città e affidare i figli, una coppia di gemelli omozigoti tanto identici quanto uniti, alla madre di lei, che abita in un paese, all'ultima casa della via sterrata tra i campi. Questa non ha notizie della figlia da anni, non ne conosce il marito, non sapeva neanche di avere due nipoti. Se li vede piombare in casa, all'improvviso: reagisce alla cosa con i suoi modi burberi, sprezzanti, volgari. La chiama cagna, la caccia da casa, caccia i ragazzi, che passano le prime notti sulla panca in giardino, al gelo. Di giorno la guardano lavorare, lei li insulta: solo dopo, sfiancati dalla noia, si metteranno a tagliare la legna guadagnandosi l'accesso alla stamberga, al pasto – di cui non possono avere seconde razioni. La parente li chiama figli di cagna, li picchia, loro la spiano mentre sotterra i tesori del marito morto, si fanno picchiare: per affrontare questo mondo crudo, inasprito dal conflitto, capiscono di dover imparare a sopportare ogni tipo di dolore: chiedono la violenza, i pugni, ma assolutamente non devono essere separati. Prima di lasciarli andare, il padre regala loro un quaderno bianco, il grande quaderno del titolo, con la preghiera di scrivere tutto, annotare ogni cosa, incollare foto, rifare disegni, la cronaca degli eventi, il diario del conflitto. Così, attraverso di esso – cui sono dedicate grandi inquadrature che spezzano con la narrazione degli eventi – scopriamo l'amicizia che nasce con la vicina, Labbro Leporino, prima causa della loro accusa di furto e poi oggetto di percussioni, infine ammazzata dai soldati che avrebbero dovuto portare la felicità; sua madre, muta e cieca, e la casa che va a fuoco; aguzzini in talare, donnine faccia d’angelo dall’incoffessabile libido, l’omosessualità malcelata di un ufficiale tedesco – fedelissimo al libro da cui parte, János Szász puntella il percorso di formazione (inversa) dei due protagonisti (doppiati dallo stesso attore) di cose e persone sui generis come le tappe iniziatiche dentro a una fiaba. Il libro da cui parte ha un peso notevole: pubblicato nel 1987, Il Grande Quaderno, scritto in francese dall'ungherese Ágota Kristóf, corsa via dall'Armata Russa verso la Svizzera nel '56, sarebbe andato a completare con La Prova e poi La Terza Menzogna la celeberrima, best-seller, Trilogia Della Città Di K., resoconto in prima persona delle conseguenze di una guerra che non vediamo e di cui non sappiamo il nome tra la popolazione più becera di un paese non identificato: corpulento, sudicio, grave, è un romanzo che atterrisce per la sua schiettezza e che è stato trasposto sul grande schermo con una minuzia lodevole: minuzia che, però, toglie (oltre allo stupro subìto dai due protagonisti, che però ne prendono abbastanza) mordente al plot, all'intreccio narrativo, che si dipana arrivando al gelido finale senza farsi particolarmente inseguire – e senza risparmiare né edulcorare le immagini da cui parte. Soprattutto quando abbandoniamo una pazzesca Piroska Molnár nei panni fetidi della nonna, che dà una straordinaria prova d'attrice. Uscito in patria (l'Ungheria) nel 2013, annunciato da noi l'anno scorso, promesso a gennaio e poi continuamente rimandato fino a questo 27 agosto, viene da domandarsi se sarà effettivamente il primo di tre film.