venerdì 29 giugno 2012
26° Festival Mix - vincitori.
Ieri sera si è concluso con le ultime due proiezioni la 26esima edizione del Festival Mix a Milano, festival del cinema a tematica gay e lesbo che propone pellicole non acquistate e non distribuite dal mercato nostrano; la decisione del film da far vincere tra i 18 in gara è stata presta stamattina e annunciata adesso: Cloudburst di Thom Fitzgerald (Canada) con i premi Oscar Olympia Dukakis e Brenda Fricker mette i piedi in testa al film per cui facevamo il tifo (Weekend) e si aggiudica il trofeo del miglior lungometraggio - gli altri premi assegnati durante il festival sono stati il Queen of Music (vinto da Ornella Vanoni) e il Queen of Comedy (Geppi Cucciari). La meritata vittoria è stata così giustificata dalla giuria formata da Jody Fouqué, Francesco Frongia, Luki Massa, Filippo Mazzarella, Gory Pianca e Dalila Sena:
Racconto avvincente di un sentimento ostinato che fa di due anziane lesbiche due memorabili eroine romantiche, in lotta contro la brutalità dei pregiudizi. Road-movie rocambolesco e movimentato, Cloudburst sceglie il registro della commedia per parlare di temi importanti come l'amore, la vecchiaia, i diritti civili. Un'opera popolare, toccante e divertente, che sa far ridere e pensare [...].
Stasera alle 21:00 saranno annunciati i cortometraggi e i documentari vincitori di questa edizione; a seguire, la proiezione di Cloudburst sempre nella Sala Grande del Piccolo Teatro Strehler di Milano.
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venerdì 22 giugno 2012
se mi lasci non vale.
Un Amore Di Gioventù
Un Amour De Jeunesse, 2011, Francia, 110 minuti
Regia: Mia Hansen-Løve
Sceneggiatura originale: Mia Hansen-Løve
Cast: Lola Créton, Sebastian Urzendowsky, Magne-Håvard Brekke
Valérie Bonneton, Serge Renko, Özay Fecht
Voto: 5.5/ 10
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I due protagonisti di questa storia, che si chiamano Camille e Sullivan, escono dal cinema poco prima della fine e lei dice: «bellissimo film, bella storia, bei personaggi», e lui risponde: «è stato retorico, gli attori erano imbarazzanti, troppo francese». Io dalla mia poltroncina ridevo, pensando che questi due stessero parlando di questa pellicola qua. Che alcuni hanno trovato bella, con bella storia e bei personaggi, e che io ho trovato retorica, con attori imbarazzanti e troppo francese.
Camille e Sullivan hanno quindici anni lei e qualcuno in più lui (immagino) ma già fanno l'amore, comprano i preservativi con disinvoltura, li usano, si amano, informano le rispettive famiglie di questa relazione, usano frasi come «piango per la malinconia quando non sei con me» e «se mi lasci ti ammazzo e poi mi suicido». Sono, insomma, una macchietta delle relazioni adolescenziali vere. È il febbraio del 1999, siamo a Parigi, lei va a scuola e lui racimola soldi per scappare in Sud America, nonostante la tenera età hanno il modo e il permesso di trascorrere qualche giorno in una casa dismessa in campagna (cosa che non sta in piedi numero 2) dove litigano, raccolgono ciliegie (vedi locandina) e fanno pace e amore. Poi lui parte come Kerouac per scarrozzare on the road e dopo qualche lettera spedita si mollano. Lei piange ma non lo ammazza né si suicida. Il tempo passa, e lo sappiamo attraverso date scritte sulle lavagne, calendari, quaderni d'appunti. Arriviamo al 2007 che lei è uguale identica a prima (cosa che non sta in piedi numero 3) e lui pure, stessi pettorali glabri, stesso addome piatto, stessa motoretta per andare in giro, ma non stanno più insieme perché lei, infuatuatasi del professore di Architettura, se l'è fatto moroso e quasi gli dava un figlio (cosa che non sta in piedi numero 4).
In due ore di questa storia di formazione ed esperienze, Lola Créton (che somiglia incredibilmente a Ivana Baquero ma che invece è la Marie-Catherine della trasposizione della fiaba di Barbablù) non cambia faccia neanche per dieci minuti; sorride poche volte, molte volte piange, in certi momenti proprio si dispera, e pare che le sia piovuto in faccia, carica di gocce di collirio ma con gli angoli della bocca immobili. Lui si sforza un po' di più, è costretto a sussurrarle frasi dolcissime e terribili mentre sono appartati (e cioè sempre), ma almeno il doppiaggio l'ha salvato.
Per Mia Hansen-Løve questo film arriva subito dopo il successo (meritato) de Il Padre Dei Miei Figli del 2009, con cui aveva vinto il Premio Speciale della Giuria a Cannes nell'Un Certain Regard. Ha ricevuto una menzione speciale a Locarno (dove il film si chiamava molto più dignitosamente Goodbye, First Love e aveva questa locandina) ma non ci ha convinti davvero tutti. A mio avviso, piuttosto che andare a vedere questo in una delle 18 sale italiane in cui è uscito, recuperate (≠ scaricate) Like Crazy, che racconta più o meno la stessa cosa ma con un realismo, un'arguzia e una raffinatezza decisamente migliori.
26° Festival Mix.
Dopo che vinse il Queer Lion al Festival del Cinema di Venezia, Un Altro Pianeta, film diretto dallo sceneggiatore e traduttore Stefano Tummolini, girò per pochissime e ristrettissime sale d'Italia; arrivò a Milano, e io lo vidi, in un posto che ormai non esiste più, che si chiamava Nuovo Cinema Orchidea. Eravamo non pochi in sala, e il film partì con un virilissimo uomo che in mezzo alle canne di bambù, vicino alla spiaggia, abbordava un altro uomo che gli donava un amplesso clandestino. A quattro minuti dall'inizio, un signore alle mie spalle, tre file dietro, si alzò indignato e urlando alla moglie, o alla figlia, disse «me lo dovevi dire che era un film di froci!, che schifo, che roba». E se ne andò.
Se non rientrate in questa categoria e vivete a Milano, potete partecipare al Festival Mix, giunto alla sua ventiseiesima edizione, festival del cinema gay, lesbo e, come si dice per alcuni locali, “gay friendly” che non si limita a portare in Italia alcune pellicole non distribuite nel nostro Paese (l'anno scorso ci fu Homme Au Bain di Christophe Honoré con François Sagat) ma cerca anche di dare la gioia a chi non è poi così cinefilo (l'anno scorso ci fu François Sagat presente in sala).
Adesso, io non posso essere ipocrita e non ammettere che gran parte delle pellicole queer, soprattutto quelle americane, sono imbarazzanti come poche cose. Però non bisogna generalizzare e scovare alcune perle: sabato 23, alle 20:40, sarà proiettato un film che abbiamo amato alla follia, impeccabilmente scritto, magistralmente interpretato, poco conosciuto, Weekend di Andrew Haigh con Tom Cullen e Chris New al loro quasi-esordio cinematografico (qui la recensione). Promettono bene invece il belga North Sea Texas di Bavo Defune, regista di una quantità industriale di corti (venerdì 22, ore 21:00, il film d'apertura) e soprattutto Cloudburst, del canadese Thom Fitzgerald, con Olimpia Dukakis (Oscar per Stregata Dalla Luna) e Kristin Booth nei panni di un'attempata coppia costretta a fronteggiare un incidente domestico (giovedì 28, ore 21:00).
Un sacco di cortometraggi, molti i documentari a tema, e qualche capolavoro in versione esplicita (L'esorcista di William Friedkin, di cui stiamo aspettando Killer Joe, nella versione di 132 minuti). Il programma completo è scaricabile e consultabile sul sito ufficiale dell'evento, dove c'è anche l'elenco dettagliato delle “altre cose”, serate e dj-set nei più famosi locali open-mind di Milano. Immancabile il salotto pop della letteratura italiana, condotto dal duo Diego & La Pina di Radio Deejay, che presenterà i libri più interessanti del 2012 con ospiti scrittori e giornalisti (Alessandro Fullin, Alessandro Cecchi Paone, Alcìde Pierantozzi, Selvaggia Lucarelli), nella Scatola Magica del Piccolo Teatro Strehler, sabato domenica e lunedì.
Il festival avrà alla fine un film vincitore. Non vi diciamo per chi tifiamo.
giovedì 21 giugno 2012
maschio o aborto.
Il Dittatore
The Dictator, 2012, USA, 83 minuti
Regia: Larry Charles
Sceneggiatura originale: Sacha Baron Cohen, Alec Berg,David Mandel, Jeff Schaffer
Cast: Sacha Baron Cohen, Sayed Badreya, Ben Kingsley,
Anna Faris, John C. Reilly, Megan Fox
Voto: 6.5/ 10
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Nel trailer e nella locandina italiana trovate scritto, tra i pochi attori celebri, Megan Fox, ma aspettatevi di trovarla in appena quaranta secondi, in cui finge di godere, ritira un regalino, scatta una foto e scappa. Molto più presente di lei, nell'intera pellicola, è Anna Faris, mora per finta e bionda nella realtà, è stata bionda in un sacco di film di cui non andare fieri: La Coniglietta Di Casa, Hot Chick e, soprattutto, una serie di Scary Movie (a onor del vero, è anche in Brokeback Mountain e Lost In Traslation): e non si può non tirare in ballo la comicità e la struttura di Scary Movie: il tremendo Sacha Baron Cohen (Golden Globe come miglior attore comedy e nomination all'Oscar per la sceneggiatura, entrambi per Borat), che ci ha abituato a questo genere di proto-cinema un po' docu-fiction e un po' vera finzione, che ha portato sullo schermo personaggi così macchiette da sfiorare il grottesco (Brüno), finisce che arriva al quarto film da produttore/ sceneggiatore/ interprete e scade nella banalità, nell'americanezza, parte in quarta a livello di satira e di follia nel montaggio e poi s'appiattisce sul più bello ricordando la storia de Il Principe E Il Povero e i soldi che è disposto a spendere il pubblico in sala.
Dittatore dello stato di Wadiya, ci fa ridere a crepapelle per le sue abitudini sportive, l'inserimento del termine “Aladeen” nel linguaggio comune in sostituzione di 500 altre parole, la considerazione della donna e la soluzione facile nel giustiziare. Sbarca in America per un incontro coi vertici che vorrebbero istituire la democrazia lì dove lui ha il suo impero, in cui in realtà si sente molto solo, ma ecco che uno dei suoi sosia - costruiti apposta su persone comuni per ricevere pallottole in testa - prende il suo posto e lui, irriconoscibile senza barba, prende il posto di un commesso di green-peace in un negozio bio e s'infatua di una Zoey, la Anna Faris di cui prima, che pare un maschio con le tette.
Ciao, satira! Le belle battute si spengono a discapito di una storia d'amore banale e cretina, con dei ralenty tremendi e dei picchi di demenzialità da mani nei capelli (il parto nel supermercato, infinito e imbarazzante). Le incursioni televisive iniziali compaiono poi solo alla fine, con questi due presentatori di TG che non capiamo se ci sono o ci fanno. John C. Reilly, anche lui presente due secondi, fa una battuta e mezzo molto poco carina. Ben Kingsley, amico nemico, è reduce dal set di Hugo Cabret che ha condiviso con Cohen per la regia di Martin Scorsese, dove tutt'e due interpretavano personaggioni benissimamente vestiti.
Prova di sceneggiatore fallita, questa per il nostro Sacha Baron che ama parlar male della nazione che gli dà il pane, ma superata di nuovo come attore e umorista; il pubblico, ovviamente, invece lo premia, e si sganascia al cinema facendolo stare al primo posto dei film più visti della scorsa settimana (ha superato Men In Black). Non gli dò l'insufficienza perché qualche trovata (quella delle polaroid, quella delle figlie se nascono femmine) è davvero geniale, e la satira arabica (ma ancora di più americana), anche se latente, necessaria.
mercoledì 20 giugno 2012
Cannes65: Beyond The Hills.
Oltre Le Colline
Dupa Dealuri, 2012, Romania, 150 minuti
Regia: Cristian Mungiu
Sceneggiatura non originale: Cristian Mungiu
Liberamente ispirata al libro Deadly Confession di Tatiana Niculescu Bran
Cast: Cosmina Stratan, Cristina Flutur, Valeriu Andriuta, Dana Tapalaga,
Catalina Harabagiu, Gina Tandura, Vica Agache, Nora Covali, Ionut Ghinea
Voto: 8/ 10
Cannes65: Palma all'interpretazione femminile (Cosmina Stratan e Cristina Flutur); premio alla migliore sceneggiatura (Cristian Mungiu).
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Quello che tutte le recensioni dicono, al nome di Cristian Mungiu, è “già Palma d'Oro nel 2007 con 4 Mesi 3 Settimane 2 Giorni” (il suo film d'esordio, lui ha 42 anni); ma quello che le recensioni non dicono, eccetto qualcuna e qualcosa, è che questo film è diretta conseguenza di quell'altro, i due sono parenti stretti: dall'analisi che fa della Romania moderna (che in realtà, poi, appare arretratissima e misera) alla forte presenza dell'etica e della morale. Quel film parlava dell'aborto clandestino, e non si capiva bene da che parte stesse (secondo me contro, data l'inquadratura del feto morto); questo film parla d'amore e religione. Sono parenti già dall'esordio: una donna, in stazione, aspetta cerca e trova un'altra donna, e sarà questa coppia femminile, dopo Otilla e Gabriela, a sobbarcarsi gran parte delle scene del film. Si chiamano questa volta Alina e Voichita e sono amiche d'infanzia cresciute insieme in orfanotrofio (anche se la madre di una è viva), luogo in cui si davano forza e amore, e il legame è continuato anche dopo la separazione, dopo lo scorrere degli anni: Alina è stata adottata da un'altra famiglia, per poi scappare a lavorare in Germania, mentre Voichita ha ricevuto la chiamata e s'è fatta monaca, e adesso divide tavola e cibo e giornate con altre monache in una sorta di convento fatiscente con chiesa annessa e tanto di prete-padre ortodosso. Alina raggiunge l'amica al di là delle colline per prenderla e partire verso un lavoro qualsiasi su una nave, sempre in Germania, ma entrando in contatto con la vita religiosa e con i dubbi di Voichita - che se dovesse partire non potrebbe più tornare - si rende conto del microcosmo che il mondo religioso fa a parte. Le chiede frizioni, notti nello stesso letto, e la trova cambiata, costretta a moltissimi divieti e obblighi, a riflessioni prima delle azioni. Entrambe devono sottostare ai 464 dogmi della religione ortodossa così diversa da quella occidentale (dove «gli uomini sposano uomini e le donne sposano donne e c'è la droga») ma a quanto pare per la straniera è molto più difficile che per l'abituata, e allora impazzisce: «c'è il demonio dentro di lei» dicono le altre, e pregano e pregano e pregano accecate dalle parole del loro padre, e la poveretta, alla fine, si ritroverà in croce come il Cristo.
In conferenza stampa a Cannes Mungiu ha raccontato molto di questo film: dalla codifica del peccato per la Chiesa Ortodossa agli scritti che danno ispirazione alla storia realmente accaduta (raccolti da Tatiana Niculescu Bran in Deadly Confession, non pubblicato in Italia), dalla critpica e criptata scena finale alla morale che aleggia su tutto il film. Ha ricevuto, poi, il premio per la miglior sceneggiatura, fatta di dialoghi serratissimi molto più presenti che in 4 Mesi, macchiati da elementi di vita quotidiana geniali, gesti originali (la dottoressa che mette a caricare il cellulare in ospedale), discorsi a tavola che occupano l'intero pasto e ci informano delle organizzazioni lavorative in chiesa. Per tutto questo, si usa lo stesso metodo del film precedente, ma meno fermo: la telecamera inquadra sempre qualcuno o qualcosa anche se a parlare sono in due, però non lascia mai troppo fuori e non è mai statica, è telecamera a spalla, e sono tutti pianisequenze, tutti privati di musica e di suoni che non sono dentro alla storia.
Molto rigore e un'incredibile fotografia che mette tutto a fuoco e tutto incastra in scena, bellissimi gli interni, curati e consumati dal tempo, impeccabile la direzione. Ma la storia? Due ore e mezzo in cui, dopo la spiegazione iniziale della situazione, la trama si accascia e rotola su se stessa mostrando continui attacchi di follia di Alina e continui spasmi delle suore che devono mettere tutto in ordine prima che inizi la messa. Alzo il voto per l'obiettivo un po' anticlericale della pellicola e perché sono influenzato dalle recensioni altrui, ma anche il premio alle due attrici, m'è sembrato un po' un regalino.
Cannes65: Paradise Love.
Paradise: Love
Paradies: Liebe, 2012, Austria, 130 minuti
Regia: Ulrich Seidl
Sceneggiatura originale: Ulrich Seidl & Veronika Franz
Cast: Margarete Tiesel, Peter Kazungu, Inge Maux, Dunja Sowinetz
Voto: 7.8/ 10
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Prima parte di una trilogia che al momento non esiste ma che promette di parlare di ciò che per l'occidentale medio è il “paradiso”, e cioè la vacanza esotica su spiagge africane (continuerà con un ritiro spirituale cattolico e con un campeggio per ragazzi sovrappeso), Paradise: Love segna il ritorno di Ulrich Seidl sul grande schermo e sulla croisette a Cannes dopo Import/Export del 2007. E ritorna, Seidl, come l'avevamo lasciato: con una sorta di disprezzo profondo per i suoi conterranei austriaci e con la crudezza quasi volgare che l'ha contraddistinto (leggi: Canicola) mentre sullo schermo passano immagini impeccabili, bellissime, simmetriche e colorate e ben riempite.
Questa è la storia di Teresa, addetta al funzionamento delle macchine da scontro, con una figlia a casa che mette le scarpe sporche sul letto, cinquantenne abbondante, grande di seno e di girovita, con più carne che capelli biondi. È, nel suo modo di camminare dondoloso e nella sua risata nervosa, la tipica donna sola e insoddisfatta, né sicura né insicura, che ascolta i racconti delle sue amiche coetanee sui viaggi in Kenya e sulla quantità di maschioni a disposizione e si lascia convincere e stregare, e così parte, lasciando a casa figlia e lavoro e godendosi il sole cocente dell'Africa sul mare e le chiacchiere in sedia a sdraio sull'uomo ideale. Appena fa due passi viene circondata e bloccata da giovani neri che cercano di venderle collane, sculture, gite, bracciali, e insistono, e insistono, e lei dice «no grazie» in tedesco, in inglese, fino a quando uno su tutti ha la meglio e la ammalia. Lei si lascia ammaliare, ci finisce a letto, lui le chiede soldi per la sorella, per la figlia della sorella, per il padre malato in ospedale. Capisce l'inghippo e lo molla. Ne trova un altro, pare migliore del precedente, inizia a chiederle soldi per il fratello che ha fatto un incidente. Capisce l'inghippo e se ne sta sola in camera d'albergo a passare il giorno del suo compleanno, ma le amiche hanno una sorpresa: la scena più latentemente volgare e fastidiosa mai vista al cinema, che completa magnificamente questo quadro sul turismo sessuale.
Da vittima, sempre di celeste vestita, Teresa finirà per essere carnefice mentre intorno avrà solo stoffa rosa. Il sogno d'amore si è consumato nel portafogli, insieme alle banconote, e tutto ciò che vuole, adesso, è l'appagamento sessuale.
Impossibile non paragonare questo film a Verso Il Sud di Laurent Cantet che pure aveva una protagonista splendida (Charlotte Rampling) che andava in gita di piacere verso il Sud, appunto, ma quello era ambientato negli anni '70 e non era tremendamente crudo come questo. Seidl lascia spesso la camera ferma al centro di una stanza e ci mostra cosa succede, in scene lunghissime ma mai statiche, in stanze piene di geometrie e prive di musica, e poi segue Teresa, mentre cammina di spalle come Gus Van Sant, mentre si cala dagli scogli: si chiama Margarete Tiesel e sfiora la perfezione; coraggiosissima nell'accettare questo ruolo, spontanea, reale, credibilissima quando si ubriaca, quando si impappina parlando due lingue, quando viene punta da un riccio. Prova di recitazione notevole ben sorretta da quelle attorno, soprattutto dei ragazzi neri che la accompagnano in stanza d'albergo e parlano un inglese masticato.
Cannes 2012 ci dona un altro film intriso di sesso esplicito e perenni nudità. E poi dicono che i festival sono per i vecchi noiosi.
lunedì 18 giugno 2012
Cannes65: Post Tenebras Lux.
Post Tenebras Lux
id., 2012, Messico, 120 minuti
Regia: Carlos Reygadas
Sceneggiatura originale: Carlos Reygadas
Cast: Adolfo Jiménez Castro, Nathalia Acevedo, Willebaldo Torres
Voto: 6.3/ 10
Cannes65: Premio alla miglior regia (Carlos Reygadas)
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Durante tutto il film, in sala, le persone alla mia destra e alla mia sinistra parevano colpite dalla tarantola. Si muovevano sulle poltroncine sofferenti come in sala d'attesa dal dottore. Cambiavano bracciolo per i gomiti, sbuffavano. Quelli che avevo davanti si guardavano sorridendo. Io controllavo spesso il telefono, e pensavo a cosa avrei potuto cucinare il giorno dopo. Alla fine della proiezione la gente in sala (non troppa) rideva. Alcuni facevano «buu» pure se non c'era il regista presente. Post Tenebras Lux, che ha diviso la critica (ma a questo punto ha tenuto ben saldo il pubblico), premiato a Cannes 2012 per la miglior regia, ha fatto cagare a molti. La signora di fianco a me, andandosene, ha detto: «ci casco sempre; non mi devo fidare più dei messicani».
In realtà, il film, ha degli aspetti superbi. Parte in modo che è pura tecnica, in quattro terzi, in aspect ratio 1:37.1 e cioè con una sorta di cerchio ottico al centro che sfuoca i bordi e ripete parte dell'immagine, aspetto che viene esasperato nelle scene all'aperto, nei boschi, che occupano quasi completamente il film. La scena iniziale, dicevo, è bellissima: fotografia magistrale, una bambina, che poi scopriremo chiamarsi Rut (e che sappiamo essere la figlia vera del regista, insieme all'altro infante protagonista), corre e scarrozza per un campo in cui ha visibilmente piovuto gridando «vacche» e «cani» perché queste sono le uniche presenze intorno a lei. I quadrupedi si spostano, la telecamera pure, lei saltella e ride, il cielo si fa grigio, arriva la tempesta. Dieci minuti abbondanti così, di niente, di pura tecnica. Lo schermo si fa nero insieme al cielo e, una parola ogni cinquanta secondi, compare il titolo. Seconda scena, e iniziano i dolori: il diavolo - una sagoma di satiro rosso fluo dall'interno, che emana luce - entra in una stanza con valigetta in mano e lentissimamente procede verso una camera da letto mentre un bambino lo guarda. Dalla terza scena potrebbe iniziare il film, la cui trama dovrebbe essere questa: Nathalia e Juan sono una coppia con due figli che, vediamo, può permettersi una domestica in casa e una sontuosa cena di Natale coi parenti; senza problemi dal punto di vista economico e con un sacco di cani, decidono di andare a vivere in campagna e stare più a contatto con la natura. E basta. La trama è questa. Che poi, non è certo che sia questa, perché la storia ci viene raccontata in ordine casuale: vediamo Rut e Eleazar piccolissimi, poi grandi, poi di nuovo piccoli, poi adulti al mare; vediamo che a Juan succede qualcosa e poi un manipolo di vecchi ne parla giocando a carte, altrove; vediamo una foresta con alberi che cadono, immagini maestose conservate per la fine, e ancora gente che va a cavallo, o su un asino. Compare, poi, pure, l'ossessione del regista: il sesso. Che si fa regolare volgarità nella voglia di Juan di voler scopare la moglie da dietro e poi disgustosa pornografia in una tremenda, lunghissima, scena nella sauna d'amore prolifero.
Una storia, quindi, esiste, ed è la storia di un tormento interno mai appagato. Una tecnica pure, ed è quella di affiancare le immagini per sensazione e non per senso. Un regista consapevole, anche: Carlos Reygadas - che suscita queste polemiche ogni volta, e l'aveva già fatto a Cannes con Battaglia Nel Cielo - in conferenza stampa ha ammesso «so di chiedere uno sforzo eccessivo allo spettatore». Eppure l'hanno premiato, perché in quest'aria post-The Tree Of Life si sente molto l'eredità della pellicola di Malick che pure lavorava nello stesso senso, ma a sfondo religioso (e con della musica, che qua non c'è).
Lo sforzo dello spettatore, caro Carlos, deriva soprattutto dalla lunghezza: taglia la metà delle scene infinite e vedrai che non ci divincoleremo in sala come api. Un suggerimento per cosa rimuovere: il tizio che si stacca la testa con le mani e poi s'accascia e, per esempio, il ritorno del diavolo in casa.
La scena finale ci convince che qualcosa si nasconde, dietro questa porta, qualcosa di bellissimo, diretta benissimo, ma noi non abbiamo la chiave.
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