giovedì 31 gennaio 2013

ma le tigri vengono di notte.



Les Misérables
id., 2012, UK, 158 minuti
Regia: Tom Hooper
Sceneggiatura non originale: William Nicholson
Basata sul musical Les Misérables di Alain Boublil & Claude-Michel Schönberg
Basata sul romanzo I Miserabili di Victor Hugo (Einaudi)
Cast: Hugh Jackman, Russel Crowe, Eddie Redmayne, Anne Hathaway,
Helena Bonham Carter, Sacha Baron Cohen, Samantha Barks,
Amanda Seyfried, Aaron Tveit, Daniel Huttlestone
Voto: 8.3/ 10
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Candidato a 8 Premi Oscar:
film, attore, attrice non protagonista, canzone originale,
mixaggio sonoro, scenografia, trucco & acconciature, costumi
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In principio era Il Discorso Del Re e Il Discorso Del Re era presso l'Inghilterra. In principio, in realtà, erano serie televisive poco utili ai fini di una carriera e poi un primo grande film con Hilary Swank (Red Dust) di cui non ci ricordiamo né la trama né gli altri attori.
Venne un uomo dall'Inghilterra e il suo nome era Tom Hooper. Due film per la TV di medio-successo e un film per il cinema in cantiere con Colin Firth reduce dal debutto alla regia di uno stilista. Non gli avremmo dato nemmeno due soldi, e invece vinse quattro Oscar.
Dal principio, quindi, rispetto ad adesso, c'è di diverso il budget. E l'aspettativa del pubblico. E il nostro eroe Tom Hooper la pensa giusta e cosa fa?, si tuffa nell'unica cosa che può fare: trasportare sullo schermo (per la ventunesima volta) il musical più replicato di Broadway (che nacque in Francia e crebbe a Londra) che gli permette di riciclare quella regia decentrata e asimmetrica che lo aveva caratterizzato due anni fa. Ma non si ricicla (completamente): anche perché ha davanti a sé così tanta roba, così tanta storia, così tanti attori e costumi e scene e canzoni che non può dedicarsi a lunghe inquadrature perché le due ore e mezzo che già paiono ora essere infinite sembrerebbero altrimenti eterne. Si piega alla musica già esistente (e alla solita canzone originale che per tradizione si infila nei musical per il cinema, la candidata all'Oscar Suddenly) per cui è ora introspettivo ora epico ora frammentato con un montaggio serrato che inquadri tutti gli interpreti sparsi per la Francia. Resta, in ogni caso, sempre colossale: perché ci sono i film colossali come quelli degli eroi Marvel e ci sono i film colossali con gli elfi di Peter Jackson e poi ci sono i film colossali così: che montano una sull'altra tutte le porte e le ante e le sedie sfasciate che il popolo ha lanciato dalla finestra per costruire la barricata dove i libertini si nasconderanno carichi di polvere da sparo e ideali tradizionali. Colossali nei costumi, tantissimi, uno per ognuno, ognuno per ogni personaggio della storia. Colossali nella quantità di comparse canterine e non e di nomoni hollywoodiani disposti a solfeggiare (Russel Crowe ha preso sei mesi di lezioni di canto prima delle riprese).
In principio, a questo proposito, potremmo dire anche che era una cerimonia degli Oscar, quella del 2009, presentata da Hugh Jackman «australiano che interpreta australiani in film che si chiamano Australia» che ad un tratto, con sorpresa generale, prese dalla prima fila Anne Hathaway e la fece cantare. Divinamente. Da quel giorno, si sa, Anne Hathaway ha una voce della Madonna. E se la sua I Dreamed A Dream fosse alla fine del film, queste sarebbero le due ore e mezzo meglio spese della vostra vita: la scena madre, un primo piano immobile tutto voce e interpretazione e lacrime, una performance tanto breve quanto certa vincitrice dell'Oscar. Ma, ahinoi, la Hathaway muore qui praticamente subito lasciando in eredità alla sudicia Francia dei poveri una bambina bionda e bellissima il cui padre chissà dov'è, e il protagonista di questa storia, che ha scontato venti immeritati anni di lavori forzati per aver rubato del pane, ora sindaco della città, prende a cuore la situazione della pargola e la cura fino all'adolescenza, quando incontrerà l'uomo della sua vita grazie alla bambina con cui era solita passare le giornate in casa degli eccentrici Sacha Baron Cohen ed Helena Bonham Carter che fa sempre la stessa, solita, uguale, ricopiata parte negli stessi soliti, uguali, ricopiati costumi (Il Discorso Del Re fu unica eccezione). Ma è la Francia della rivoluzione, dei bambini con le pistolette in mano che giocano alla guerra, ed è la Francia dei miserabili arricchiti grazie a un nome cambiato, un cognome taciuto, che devono sempre nascondersi nell'ombra.
Qualche parola detta e tutte le altre cantante. Continuamente cantate. Irrimediabilmente cantate. Non si risparmia nemmeno un brano dal repertorio originale. Tutto è messo in scena in modo maestoso, al punto da chiedersi: come può funzionare questa cosa a teatro da cinquant'anni? Se già si ha mal-digerito Chicago, e soprattutto Moulin Rouge!, i più commerciali musicals di Hollywood, e soprattutto se si è usciti in anticipo dalla sala con Sweenie Todd, allora questo non è il film che fa per voi. Anche se vi mostra il lato più tenero di Eddie Redmayne, l'interprete originale Samantha Barks, la melma e gli splendori dei monti alpini, le bandiere rosse e gli ideali attivi e Amanda Seyfried angelica usignola: avrete voglia di darvi il bracciolo della poltroncina in testa fino allo svenimento.

Producers Guild Awards - vincitori.



E sono stati dati anche i Producers Guild Of America Awards, i premi che i produttori americani assegnano ogni anno da 24 anni al film, cartone animato e documentario meglio prodotti nell'anno solare.
Dopo un gruppo di nominations che di molto poco si discostano dagli Oscar (non compare, qui, il cinque volte candidato Amour), ha trionfato il film che ormai trionfa sempre nelle cerimonie più mondane, ma che in quelle di nicchia e più elevate viene costantemente battuto da Zero Dark Thirty della Bigelow. Argo accontenta il suo regista Ben Affleck e il suo produttore George Clooney (assente dalle scene quest'anno) e il suo amico sceneggiatore Grant Heslov (autore degli script di Good Night, And Good Luck. e Le Idi Di Marzo ma anche attore e regista) e vince il premio più ambito con la solita ovazione, mentre la sorpresa coglie il versante animato perché la Disney, con i suoi soliti tre film candidati, viene stracciata dal piccolo ParaNorman della Laika che, a questo punto, inizia ad avere le sue speranze di portare il primo Oscar nella neonata casa di produzione (quella di Coraline). Di seguito oltre ai vincitori anche i candidati e, dopo l'interruzione, il premio al documentario, Searching For Sugar Man che diventa quindi il documentario più premiato dell'anno seguito subito dopo da The Gatekeepers, il più probabile contendente ai prossimi Oscar.

Miglior Produzione per un Film di Finzione
Premio Darryl F. Zanuck
 Argo  (Warner Bros.): Ben Affleck, George Clooney e Grant Heslov
Beasts Of The Southern Wild (Fox Searchlight Pictures)
Django Unchained (The Weinstein Company)
Les Misérables (Universal Pictures)
Vita Di Pi (Fox 2000 Pictures)
Lincoln (Touchstone Pictures)
Moonrise Kingdom (Focus Features)
L'orlo Argenteo Delle Nuvole (The Weinstein Company)
Skyfall (MGM/ Columbia Pictures)
Zero Dark Thirty (Columbia Pictures)

Miglior Produzione per un Film d'Animazione
Ribelle - The Brave (Walt Disney Studios Motion Pictures)
Frankenweenie (Walt Disney Pictures)
 ParaNorman  (Focus Features): Travis Knight & Arianne Sutner 
Le 5 Leggende (Paramount Pictures)
Ralph Spaccatutto (Walt Disney Studios Motion Pictures)

un rumore innaturale.



Lincoln
id., 2012, USA, 150 minuti
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura non originale: Tony Kushner
Basata sul romanzo Team Of Rivals di Doris Kearns Goodwin
Cast: Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones,
David Strathairn, Joseph Gordon-Levitt, Hal Holbrook,
John Hawkes, Jakie Earle Haily
Voto: 7.9/ 10
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Candidato a 12 Premi Oscar:
film, regia, sceneggiatura non originale, attore, attrice non protagonista,
attore non protagonista, montaggio, fotografia, costumi, scenografia,
colonna sonora originale, mixaggio sonoro
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Anche quest'anno Steven Spielberg non riesce ad essere assente agli Oscar. Dopo le cilecche di tutte le cerimonie precedenti (l'anno scorso War Horse su 6 nominations non ha vinto niente; stesso anno Tintin una nomination e niente; nel 2005 Munich 5 nominations e niente; prima ancora La Guerra Dei Mondi 3 nominations e niente; Prova A Prendermi 2 nominations e niente; Minority Report una nomination e niente; A.I. 2 nominations e niente) (e bisogna andare indietro al 1998 per contare i 5 Oscar vinti da Salvate Il Soldato Ryan tra cui quello personale alla regia) e proprio per le suddette cilecche è stato infilato in una categoria, quella della Miglior Regia, completamente potata dei possibili vincitori per cui se la gode contro un austriaco e uno appena trentenne. Perché questo Lincoln è stato elogiato già dalla sua prima proiezione in patria proprio per il suo essere uscito contemporaneamente a Zero Dark Thirty che ha scatenato le bufere, e ha rappresentato, ecco, ciò che l'America vuole vedere: un film ai limiti del documentario, e non ai limiti del fascismo. Infatti, dopo aver plagiato le menti dei bambini con l'epopea gerrigliera di War Horse raccontando l'amicizia tra un soldato e il suo cavallo che passa dalle truppe americane a quelle tedesche con qualche morto e senza nessuno stupro, Spielberg annulla se stesso e ciò che ha sempre fatto nella vita, e cioè del cinema, il cinema vero, quello dove la camera da presa rende lo spettacolo in sala, quello con le panoramiche di mondi inesplorati e creature che non esistono e musiche storiche e picchi emotivi e si cela dietro una sceneggiatura ai limiti dello storicismo (di colui che scrisse Angels In America in tutte le sue declinazioni, Tony Kushner, super-favorito nella categoria agli Oscar) di cui è molto difficile cogliere ogni dettaglio e ogni battuta e ogni riferimento politico se non si conosce, ancora una volta, l'America e il suo passato, e si cela soprattutto dietro la schiera di attori, nomi immensi del cinema dei decenni scorsi e probabilmente di quelli che verranno, e fa in modo che Daniel Day-Lewis («il più bravo di tutti» riporta Vanity Fair) si doni a noi in tutto il suo splendore e in tutta la sua esagerata altezza, con una voce italiana (di Pierfrancesco Favino) ai limiti del macchiettistico, fa in modo che Sally Field (la Norma Rae che Anne Hathaway ha ricordato sul palco dei Golden Globes) prenda anima e corpo di una moglie che «passerà alla storia come una donna pazza», che Tommy Lee Jones renda ironiche le scene più politicamente profonde e ci porti verso un finale che forse non ci aspettavamo, e recupera dal quasi-dimenticatoio gli ex candidati Jakie Earle Haily (per un film bellissimo che si chiama Little Children che non arrivò mai in Italia) e John Hawke (per Un Gelido Inverno) e Hal Holbrook (per Into The Wild) dimostrando che almeno in questo, nella capacità di saper gestire gli attori, di sceglierli al meglio, in questo è ancora capace (ricordiamo che per War Horse prese Jeremy Irvine che per carità, un musetto tanto caruccio ma abbiamo avuto la conferma delle sue doti in Grandi Speranze). E così, di fianco al regista che non si vede, che si concede anche l'attore del momento, il Joseph Gordon-Levitt in sala anche con l'altro film dell'anno, Looper, a nascondersi per bene è pure il suo storico compositore, John Williams, che con altre due candidature toccherà la soglia delle 50 (cinquanta!) nominations e tutti gli rideremo dietro perché ne ha vinti solo cinque.
C'è bisogno di raccontare la trama? Siamo alla fine della guerra che ha scorticato l'America dal di dentro e siamo anche alla fine della presidenza di Abramo Lincoln, al suo secondo e ultimo mandato. Il presidente tanto amato dal popolo di cui Spielberg sottolinea l'amore per gli aneddoti anche immotivati, il presidente che mise mano al tredicesimo emendamento, rendendo così questo film degno successore di Django perché dove quello parlava cruentemente di ciò che la schiavitù fa, questo parla di ciò che non dovrebbe fare, e ce lo racconta tra le aule di tribunale e gli uffici di delegati, sempre tra completi impeccabili e pizzi addosso alle signore. È ancora il cinema da-nominations-agli-Oscar di Spielberg ed è ancora un auto-elogio dell'America. Ma a differenza di tutti i precedenti, questo non pare neanche un film. A tenerci tesi, in sala, c'è solo una scena, ben costruita, solo una piccola parte, quella del voto; tutto il resto, è puro materiale per gli amanti della battuta fine e delle cronache estere.

lunedì 28 gennaio 2013

Screen Actors Guild - vincitori.



Qualche sorpresa ha segnato la consegna dei 19esimi Screen Actors Guild Awards, i così detti SAG che premiano le performance di attori e attrici e stunt nel cinema e nella televisione, qualche sorpresa per il piccolo schermo (30 Rock vince l'attrice Tina Fey e l'attore Alec Baldwin rubando le statuette a Modern Family, e per le serie drammatiche Breaking Bad batte Homeland) ma niente di nuovo, o quasi, sul piano cinematografico.
L'unica sorpresa potrebbe essere il premio non dato a Philip Seymour Hoffman per The Master, Oscar ormai quasi certo (per un film totalmente ignorato) per una performance che qui è stata messa in secondo piano dal navigato Tommy Lee Jones che, oltre all'altra certezza, il Daniel Day-Lewis di Lincoln, porta un secondo premio in casa Spielberg. Sul versante femminile, di certo c'è la Anne Hathaway de Les Misérables, tanto amata nel suo ruolo canterina e generalmente poco frequentatrice di queste premiazioni (se non per la parentesi Rachel Sta Per Sposarsi) mentre il ruolo da protagonista se lo contendono le due attrici dell'anno, la Jennifer Lawrence de Il Lato Positivo e la Jessica Chastain di Zero Dark Thirty, e in questo caso vince la prima, super-favorita agli Oscar perché unica possibilità di dare un premio al film di David O. Russel (su otto nominations). Ma comunque, la sua figura la fa Argo: il film dell'anno, che nonostante non abbia nessun attore candidato singolarmente se non Alan Arkin, vince il premio più ambito, quello per il cast.
Mentre scrivo, viene aggiornata la pagina del sito ufficiale con i video dei discorsi ai microfoni tenuti dai vincitori nella serata di ieri sera. Lì troverete anche i premi dati alla televisione e, di seguito, tutti quelli per il cinema.


Miglior Cast in un Film
 Argo 
Ben Affleck, Alan Arkin, Kerry Biche, Kyle Chandler,
Rory Cochrane, Brian Cranston, Christopher Denham,
Tate Donova, Clea Duvall, Victor Garber, John Goodman,
Scoot McNairy, Chris Messina

Marigold Hotel
Judi Dench, Celia Imrie, Bill Nighy, Dev Patel, Ronald Pickup,
Maggie Smith, Tom Wilkinson, Penelope Wintoln

Les Misérables
Isabelle Allen, Samantha Barks, Sacha Baron Cohen,
Helena Bonham Carter, Russel Crowe, Anne Hathaway,
Daniel Huttlestone, Hugh Jackman, Eddie Redmayne,
Amanda Seyfried, Aaron Tveit, Colm Wilkinson

Lincoln
Daniel Day-Lewis, Sally Field, Joseph Gordon Levitt,
Hal Hollbrook, Tommy Lee Jones, James Spader, David Strathairn

L'orlo Argenteo Delle Nuvole
Bradley Cooper, Robert De Niro, Anupam Kher,
Jennifer Lawrence, Chris Tucker, Jaki Weaver

sabato 26 gennaio 2013

per Dio, per la nazione.



Zero Dark Thirty
id., 2012, USA, 157 minuti
Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura originale: Mark Boal
Cast: Jessica Chastain, Joel Edgerton, Chris Pratt, Jason Clarke,
Kyle Chandler, Jeremy Strong, James Gandolfini
Voto: 9.2/ 10
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Candidato a 5 Premi Oscar:
film, sceneggiatura originale, attrice,
montaggio, montaggio sonoro
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Il film, ci viene detto all'inizio, è una ricostruzione più o meno fedele basata «su testimonianze» reali. Prima polemica: certi membri dell'Intelligence americana hanno rivelato un po' troppo allo sceneggiatore Boal che ha ricostruito troppo fedelmente la vicenda (che però – attenzione! – è sceneggiatura originale). Con più di cinque ore di girato, i montatori Goldenberg & Tichenor (il primo montatore anche di Argo) hanno sforbiciato la pellicola quasi documentaristica sotto il comando della tanto elogiata Bigelow che ha reso quindi il prodotto più cinematografico possibile, addirittura troppo: perché questo continuo parlare di Storia, di docu-fiction, di trasposizione del reale, distoglie il pubblico da ciò che sta in realtà guardando: un film. Il solito film americano con la C.I.A., con una protagonista determinata contro cui tutti alzano le sopracciglia, che ostinatamente sottolinea la sua ragione e, ovviamente, poi l'ha vinta. Per cui, per questa carica di realismo (non realtà) l'uscita del film è stata posticipata fino a dopo l'elezione alla Casa Bianca – perché nella pellicola c'è un piccolo Obama che parla in televisione, e la scelta di ciò che dice ha suscitato altre polemiche. Con le nominations ai Golden Globe e il riscatto della regista che per The Hurt Locker non aveva ricevuto nessuna candidatura (e poi 6 Oscar) le prime recensioni sono fioccate (contemporanee al buonista Lincoln) ed ecco i paragoni: quello è il solito film di Spielberg tutto merletti e questo è un film-non film che parla di una cosa troppo recente. La cosa, recente, dovrebbe rendere orgogliosi gli americani, che tanto ci hanno (giustamente, per carità) fracassato le palle con l'11 settembre: quell'episodio li vedeva sconfitti e questo li vede vincitori. Ma no: certa stampa inglese di sinistra l'ha decretato «ai limiti del fascismo»; la C.I.A. è intervenuta (personalmente?) per evidenziare come la scena d'apertura, la tortura su un prigioniero pakistano, sia troppo esagerata o esageratamente dura, che certe pratiche torturatorie non vengono mica usate più.
Bene, in tutto questo, allo spettatore medio, allo spettatore italiano che non ha capito niente di Syriana, che non sta ad ascoltare cosa dice Obama che passa in TV quattro secondi in una scena, che non ha idea di come funzioni la C.I.A., che differenza ci sia con l'Intelligence e quanto sia alto il patriottismo americano, il film sembrerà un film normale, e non una docu-story, un film di spionaggio «meno bello di Argo» (con cui condivide anche il compositore che pare riciclare gli spartiti de L'uomo Nell'ombra) perché meno popolano, meno popolare, fatto non per il pubblico ma per il cinema, il cinema quello vero che, guarda un po', Kathryn Bigelow ha scoperto (e noi abbiamo scoperto lei) quando ha lasciato la fede nuziale e l'aiuto di James Cameron e ha raccolto dalla strada uno sconosciuto Mark Boal che tutto ciò che aveva fatto nella vita era stato scrivere il soggetto di Nella Valle Di Elah. Insieme, hanno raccolto tutto questo «materiale» di cui sopra che ha permesso di ricostruire questa (dolorosa) (ambigua) (accusata) storia che ha coperto dieci anni di operazioni americane durante le quali basi segrete e rifugi nel deserto del Medio Oriente non sono bastati ad avere informazioni su attentati andati a buon fine (e c'è l'errore del numero d'autobus inglese) e mandanti di quegli attacchi. Viene quindi mandata là la giovanissima Maya, una Jessica Chastain (attrice dell'anno scorso e, a vederla nel primo e secondo film in classifica, anche di questo) di cui non sappiamo niente, se non che è stata chiamata «per un motivo che non è permesso rivelare» nell'organo segreto nazionale quando ancora era al liceo, ma in fondo questa è la sua prima vera operazione. Convinta di aver capito dove si nasconda Osama Bin Laden, cerca di convincere chi la circonda, senza molti successi. E il femminismo delle inquadrature si contrappone alla carica virile del film precedente, mostrandoci però che la Bigelow è tanto abile a gestire una solitudine femminina quanto a scavare nell'animo patrizio con la magistrale, sopraffina, impeccabile scena finale della missione, in cui i militari si guardano a vicenda elencando la gente che hanno dovuto ammazzare, cercando di convincere più loro stessi che gli altri. Ne segue un giusto finale, che dopo un film a tratti “facile” e quasi “usuale” nelle immagini (la Chastain non ha poi un così grandioso personaggio) resta sempre alto a livello di tensione (ricordo: racconta di dieci anni) e lascia poi un vuoto tra il petto e la gola perché non c'è spazio a nessuna celebrazione, nessuna gloria. Ciò che si doveva fare è stato fatto.

Анна Каренина.



Anna Karenina
id., 2012, UK, 129 minuti
Regia: Joe Wright
Sceneggiatura non originale: Tom Stoppard
Basata sul romanzo Anna Karenina di Lev Tolstoj
Cast: Keira Knightley, Aaron Taylor-Johnson, Jude Law,
Domhnall Gleeson, Alicia Vikander, Olivia Williams, Emily Watson
Voto: 9/ 10
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Candidato a 4 Premi Oscar:
colonna sonora originale, fotografia, scenografia, costumi
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“Tutte le famiglie felici sono più o meno diverse tra loro” esordisce persino Vladimir Nabokov in Ada O Ardore (Adelphi, 2000) a dimostrazione di come la fama di quel suo compatriota romanzo sia mondiale e intramontabile, già portato al cinema tredici volte (due volte, una muta e una sonora, con Greta Garbo) e altrettante in TV, e tutte le volte a ripetere che «è meglio il libro», che «è sempre meglio il libro». E così per quest'ennesima trasposizione di cui non sentivamo assolutamente il bisogno, che tanto finisce pure 'sta volta che è meglio il libro, Joe Wright, il regista di Espiazione e Orgoglio E Pregiudizio (uno a cui, come alla Knightley, piace insomma ri-leggere cose antiche, e non mi sorprenderebbe scoprire che la prossima collaborazione sarà per Madame Bovary) – e attenzione, il manifesto non riporta i flop Hanna e Il Solista – fa ciò che nessuno, purtroppo, fa mai: interpreta. Rinnova. Cambia. S'ingegna. E come si vede dal manifesto, come si vede dalla prima, apparentemente banale, scena, infila tutto in un teatro. Tutta Mosca è nel teatro. Tutta San Pietroburgo. E quando uno se ne va da San Pietroburgo, se ne va dal teatro. E con l'incipit capiamo tutto: capiamo che le scenografie saranno meglio di quelle di Ferretti & Lo Schiavo per Hugo Cabret, capiamo che l'ennesima colonna sonora classicheggiante del nostro Dario Mrianelli è bella più delle precedenti, capiamo che questa volta, a differenza dei precedenti, ci sarà un gusto estetico diverso, poetico nel muovere la telecamera, nell'incastrare gli elementi e i personaggi in questo teatrino delle marionette in cui riesce a starci, addirittura, il treno intero, addirittura l'ippodromo, l'opera, il teatro dove Anna (la Keira Knightley che ormai non vediamo in jeans da diec'anni) ama far vita mondana a discapito della reputazione del marito Jude Law, barbuto e con gli angoli della bocca sempre in giù, ma tanto buono, tanto caro.
La storia, ci è nota (immagino) (spero): moglie regale con figlio, Anna Arkadievitch Karenina parte tra la neve per raggiungere la sorella che questa volta, ha deciso, lascerà il marito dopo l'ennesimo tradimento. La convince ancora una volta a non demordere, a tenere saldo il legame, perché l'amore vince sovrano anche su queste minuzie. E si imbatte, prima in treno e poi a un ballo al quale aveva deciso di non partecipare, in quello che potrebbe essere il futuro marito di sua cugina Kitty, giovane e bionda e inglese ma che abbiamo visto nel candidato all'Oscar A Royal Affair (Alicia Vikander). Scena magistrale: il ridicolo ballo del tempo incanta tutti i presenti lasciando Anna e Andrej da soli, al centro della sala, sotto lo sguardo in realtà di tutti, mentre la telecamera gira, gira, e conduce ancora una volta a un treno, in fuga da una tentazione che però correrà poco dopo a cavallo. Lo scandalo è dietro l'angolo e il danno è praticamente fatto, ché tra un pacato e barbuto Jude Law e un giovane e biondo Aaron Johnson (che qui prende anche il cognome della compagna e regista Sam Taylor, 46enne) (lui ha 22 anni) non c'è paragone: si ameranno un po' con sensi di colpa un po' senza, un po' all'aperto un po' al chiuso, ricordando sempre che “l'aperto” e “il chiuso” sono sempre dentro a questo teatro, in cui per guardare i fuochi d'artificio occorre aprire il tetto.
Compaiono, due volte a testa, in due piccoli camei, due regine della recitazione inglese, che sempre meno si concedono alle sale e alle telecamere se non per ruoli sporadici (una in realtà è adesso al cinema col tremendo A Royal Weekend): Emily Watson la “pazza delle campane” de Le Onde Del Destino che pregava Dio e si rispondeva e poi Olivia Williams, la first-lady ne L'uomo Nell'ombra e professoressa accondiscendente in An Education.
Certo, è presto per parlare, come hanno fatto regista e attrice, di «messa in discussione del film in costume», perché un film in costume in realtà questo è, un po' claustrofobico, estremamente minuzioso negli accessori e nelle ricostruzioni e soprattutto nei meravigliosi (appunto) costumi: niente a che fare con Dogville, perché anche il teatro è qui artisticamente dignitoso e se ne occupa tanto il palco quanto la platea. E per quanto la prima parte sia affrontata con molta più poesia della seconda, che verte tutta sulla presunzione e quasi ingenuità di Anna e i suoi tormenti, arriva la scena finale che ci rinnova l'emozione provata in principio: la più bella scena di chiusura degli ultimi tempi, che sottolinea come tutto ciò che abbiamo visto sia fittizio (ma lo fa diversamente da Persona), e i nostri sentimenti verso i personaggi sono destinati a morire.

giovedì 24 gennaio 2013

dulcis in fundo.



La Bottega Dei Suicidi
Le Magasin Des Suicides, 2012, Francia, 108 minuti
Regia: Patrice Leconte
Sceneggiatura non originale: Patrice Leconte
Basata sul romanzo Il Negozio Dei Suicidi di Jean Teulé (Vertigo)
Voci originali: Bernard Alane, Isabelle Spade, Kacey Mottet Klein
Voci italiane: Pino Insegno, Fiamma Izzo, Luca Baldini
Voto: 6.8/ 10
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Francia: una cittadina non meglio definita se non dal suo grigiore, conta un tentativo di suicidio ogni quaranta minuti e solo il 20% di questi va a “a buon fine”; in pubblico, è vietato farlo: per cui niente lanci sotto ai camion, niente pistole infilate in bocca. Si rischia una multa, e quando il cittadino irrispettoso ci resta secco in parchi e piazze ecco la vettura della polizia pronta ad accostare il cadavere e infilargli, in bocca o tra le dita rattrappite, il biglietto dell'ammenda, che chissà chi pagherà, mentre il cianotico corpo rimane lì.
Il cinismo di questo dettaglio è un po' il cinismo che copre gran parte della prima metà del film: un vecchino, che coglie il tentativo di buttarsi sotto all'autobus di un magro disperato, lo salva dal rischio di non farcela e trovarsi a carico poi la penale da pagare e lo conduce nella coloratissima e ridente Bottega dei Suicidi dove si è trapassati o rimborsati, dove c'è una vasta scelta di corde con cappi già annodati, serpenti, prese elettriche, veleni, spade. Ad accogliere la clientela, con una prima già tremenda canzone, la famiglia Tuvache, composta da madre (dal polmone canterino della nostra Fiamma Izzo), padre (Pino Insegno), due figli nati (col broncio) e uno in arrivo.
E si contano già gli antenati di questo film, alla cui base c'è un libro di Jean Teulé (edito in Italia da Vertigo) e un regista che io conobbi da piccolo con a L'amore Che Non Muore e che incontrò la fama tanto in Francia quanto in America con Ridicule (candidato all'Oscar) e quella italiana con Il Marito Della Parrucchiera. Ma Patrice Leconte, il regista, sa di essersi addentrato in un settore difficile e a lui ignoto – quello dell'animazione, per il quale la Francia conta un autore amato da mezzo mondo per la sua silenziosa poesia di introspezione e colori (il Sylvain Chomet de L'illusionista e Belleville) e qualche altra meteora di passaggio ogni tanto (Felicioli, Gagnol), per non parlare della tradizione a fumetti, celebrata in terra francofona con accuratezza di stampe e di rilegature. Per cui, i disegni cercano di farsi valere, soprattutto per come sono riempiti e non tanto per come sono mossi. Ma la tradizione disneyana del film-musical con quattro canzoni di cui almeno due certamente si candideranno all'Oscar può valere per la Disney, che conta librettisti teatrali e vincitori di Tony e Grammy a scrivere musiche e testi, non vale qua: le canzoni, così tante che se ne perde il conto, anche se alcune solo accennate, sarebbe meglio che non ci fossero. Sarebbe meglio che non ci fosse anche questo nuovo figlio che poi arriva, biondo e sdentato e col sorriso stampato in faccia, felice di vivere, generoso verso una sorella che vede bellissima e alla quale regala una scusa per spogliarsi davanti alla finestra (trovata inutile quanto quasi volgare).
Nell'autobus che prende quotidianamente per andare a scuola, Alain (il pischello) occupa gli ultimi posti con i compagni felici mentre il mortorio vige sovrano dentro e fuori dalla vettura: chi attraversa col rosso, chi si lancia dal tetto, persino i piccioni s'ammazzano mentre i topi cantano. I cinque allegri ragazzi vivi pensano a uno stratagemma per portare la gioia nel mondo, e trovano la soluzione in un'auto.
Colpito pesantemente dalla censura che in Italia l'ha vietato ai minori di anni 18 (quindi chi lo va a vedere, un cartone animato, sopra ai 18 anni? Mia nonna non di certo. E chi lo distribuisce, un cartone animato vietato, che non è erotico ma anzi pieno di canzonette ciniche, in Italia?), uscito a dicembre, ha trovato spazio in una decina circa di sale in tutto il Paese. Adesso, le sale sono scese a quota cinque. Il marasma della censura, in cui s'è infilato anche il regista indignato («il film è un inno alla vita!»), ha portato gruppi di curiosi a migrare verso queste sale maledette e cupe più simili a un aereo che a un cinematografo per scoprire cosa lo Stato non ci vuole far vedere; e sono tornati tutti a casa delusi.