lunedì 25 febbraio 2013
Oscar 2013 - vincitori.
Etichette:
Amour,
Ang Lee,
Anne Hathaway,
Argo,
Christoph Waltz,
Daniel Day-Lewis,
Django Unchained,
Il Lato Positivo,
Jennifer Lawrence,
Les Misérables,
Lincoln,
Oscar 2013,
Quentin Tarantino,
Ribelle,
Vita Di Pi
some guild awards.
Elenco dei candidati e dei vincitori:
Scripter Award
Argo
Joshua Bearman autore dell'articolo The Great Escape;
Antonio J. Mendez autore di The Master Of Disguise;
Chris Terrio sceneggiatore di Argo
American Society Of Cinematographers Award
Danny Cohen per Les Misérables
Roger Deakings per Skyfall
Janusz Kamiski per Lincoln
Seamus McGarvey per Anna Karenina
Claudio Miranda per Vita Di Pi
Etichette:
Argo,
Brave,
CAS,
Chris Terrio,
Eddie Awards,
Golden Reel,
Il Lato Positivo,
Les Misérables,
Mark Boal,
Ralph Spaccatutto,
Ribelle,
Scripter,
Skyfall,
Vita Di Pi,
WGA,
Zero Dark Thirty
domenica 24 febbraio 2013
Oscar 2013 - predictions.
Etichette:
Amour,
Anne Hathaway,
Argo,
Brave,
Daniel Day-Lewis,
Django Unchained,
Il Lato Positivo,
Jennifer Lawrence,
Les Misérables,
Lincoln,
Oscar 2013,
Quentin Tarantino,
Steven Spielberg,
Tommy Lee Jones,
Vita Di Pi
Costume Design Guild Awards - vincitori.
Anna Karenina continua la sua corsa verso gli Oscar guadagnandosi anche il premio del sindacato dei costumisti americani, il 15esimo Costume Designers Guild Award per i costumi di un film storico. Insieme a Jaqueline Durran, è salita sul palco la Jani Termine autrice dei completi dell'ultimo James Bond; ed è mancata Eiko Ishioka, deceduta poco prima che Biancaneve uscisse nelle sale americane e candidata postuma anche ai prossimi Academy Awards, di cui ha la statuetta per il Dracula Di Bram Stoker di Francis Ford Coppola. Gareggiava contro di lei la pluri-vincitrice Colleen Atwood per Biancaneve E Il Cacciatore, giunta quest'anno alla decima nomination all'Oscar (mentre ha casa ne ha tre) e i costumisti di Hunger Games e Lo Hobbit, snobbati da qualsiasi altra cerimonia di premiazione, insieme a quelli di Cloud Atlas, snobbati insieme al film. Il Lacoste Spotlight Award è andato ad Anne Hathaway (nella foto insieme al manifesto della cerimonia) pronta a fare il nuovo piantino ringraziando per l'Oscar come non protagonista, mentre il premio alla Carriera a Judianna Makovsky. Il premio per essersi contraddistinto nel mestiere è stato dato a David Le Vey.
Di seguito tutti i candidati e i vincitori.
Contemporary Film
Stephani Lewis per Beasts Of The Southern Wild
Louise Stjernsward per Marigold Hotel
Mark Bridges per Il Lato Positivo
Jani Termine per Skyfall
George L. Little per Zero Dark Thirty
Period Film
Jaqueline Durran per Anna Karenina
Jaqueline West per Argo
Paco Delgato per Les Misérables
Johanna Jonson per Lincoln
Kasia Walicka-Maimone per Moonrise Kingdom
Fantasy Film
Kym Barrett & Pierre-Yves Gayraud per Cloud Atlas
Ann Makrey, Richard Taylor e Bob Buck per Lo Hobbit
Judianna Makovski per Hunger Games
Eiko Ishioka per Biancaneve
Colleen Atwood per Biancaneve E Il Cacciatore
venerdì 22 febbraio 2013
la sopravvalutata penetrazione.
The Sessions - Gli Incontri
The Sessions, 2012, USA, 95 minuti
Regia: Ben Lewin
Sceneggiatura non originale: Ben Lewin
Basata sull'articolo On Seeing A Sex Surrogate di Mark O'Brien
Cast: John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy,
Moon Bloodgood, Annika Marks, Adam Arkin, Rhea Perlman
Voto: 7/ 10
_______________
Candidato a un Premio Oscar:
attrice non protagonista
_______________
«Aveva un uccello così grosso che credevo non entrasse».
«Perché lo chiami uccello e non pene?».
«Perché pene sembra il nome di un vegetale che ti fa schifo mangiare».
Un dialogo come questo, nonostante viviamo nella società in cui viviamo, fa ancora roteare gli occhi delle dame composte e saltare l'ormone dei fanciulli in fiore (e drizzare la dote di certi vecchini che al cinema alle tre vanno non per il film). Però un dialogo come questo, insieme ai nudi integrali di Helen Hunt che arriva agli Oscar per la seconda volta dopo aver vinto quello del 1998 di Qualcosa È Cambiato, in questo film fatto di scene tristi e poesie d'amore, c'è, e non per poco. Ed è il merito della pellicola: mantenere un decoro senza scadere mai né nella volgarità né nel grottesco dato il tema base, e quello di contorno: storia vera del poeta e giornalista Mark O'Brien, quasi-del-tutto paralizzato dal collo in giù per colpa di una poliomelite maturata dall'età di 7 anni – dopo una badante un pelo violenta e molto scontrosa decide di pubblicare l'annuncio per una giovanotta che sia anche interessata alla scrittura, e di questa prima fanciulla il buon Mark, in grado di muovere solo la testa sulla sua lettiga e confinato per i due terzi del giorno in una gabbia di ferro che lo fa respirare, si innamora perdutamente. Lei, turbata, come tutte le donne turbate in amore (...), scapperà. Le succederà la cino-americana Vera, autrice della frase di cui sopra, interpretata dalla Moon Bloodgood di Terminator, con la quale Mark deciderà di avviare una terapia sessuale mediata da un'esperta del campo (Helen Hunt), che di mestiere fa questo: iniziare (o far continuare) i disabili al sesso, in massimo sei sedute distribuite per tappe, molto diversamente da quanto farebbe una prostituta, che «è interessata a rendere il cliente fisso». Si inserisce nella vicenda anche il prete della parrocchia di quartiere, un poco credibile William H. Macy dai lunghi capelli e dalla birra in mano (e sigaretta in bocca), che porta lo humor del film che quindi tocca tutti i temi più scomodi del mondo: il sesso, la disabilità, la religione, la morte. Ma nessuna polemica: perché dietro la macchina da presa c'è il melenso e televisivo Ben Lewin, australiano, disabile ma solo da stampelle, regista di episodi da Il Tocco Di Un Angelo e Ally McBeal e, per il cinema, Un Pesce Color Rosa e La Misteriosa Morte Di Georgia White (mai sentiti?, neanche io). Lewin parte malissimo: immagini di repertorio del “vero” O'Brien in lettiga che si avvia per l'università mentre un cronista racconta dell'ultima poesia pubblicata e mentre i titoli di testa vanno; poi: voce fuori campo, interno sera con gatto e starnuto trattenuto, dialoghetti alla Dawson's Creek con salti temporali eccessivi. Ma poi s'aggiusta, e le confessioni in chiesa che si mischiano all'episodio narrato (cronologicamente indietro) sono un buon espediente per tenere la suspance. Peccato per il cerchio non chiuso – del receptionist con Vera, sottolineatura delle minoranze etniche che tendono a copulare con individui della propria specie – e per il finale da filmetto TV desideroso di far piangere la casalinga di turno. Ma, nel complesso, un film che batte di gran lunga il molto più composto e pudico Hope Springs e che regala due performance (quelle della Hunt e di Hawkes, che è comparso dal nulla con Un Gelido Inverno e adesso non ce lo perdiamo più) che valgono ogni scena – ma non in italiano.
BAFTA 2013 - vincitori.
I British Academy Film And Television Awards che si distinguono ogni anno – giustamente – per la tendenza a premiare anche il cinema inglese e non solo quello americano, si allineano a tutto ciò che è stato finora e regalano a Ben Affleck la statuetta per la Migliore Regia e per il Miglior Film (come produttore; foto) per Argo. Lo candidano anche – ingiustamente – alla performance da protagonista ma né lui né l'invisibile Alan Arkin grazie a Dio riescono a farcela; il primo perché battuto dal palese Daniel Day-Lewis (quarto BAFTA da attore protagonista così commentato) e il secondo perché battuto da Christoph Waltz, uno dei tre migliori attori non protagonisti di quest'anno che non si sa più ormai chi si contende l'Oscar (Waltz ha vinto anche il Golden Globe, Tommy Lee Jones il SAG, Philip Seymour Hoffman tutti gli altri premi). La sorpresa delle sorprese è il tocco di classe: Emmanuelle Riva batte la più probabile Jennifer Lawrence visibilmente delusa e vince un premio che non ritira perché non c'è per la performance in Amour che – giustamente – è il Miglior Film Straniero (e qui si tremava: l'anno scorso, contro Una Separazione, i BAFTA fecero vincere Almodóvar). Argo vince anche il Montaggio mentre i premi artistico-tecnici se li spartiscono Les Misérables e Vita Di Pi – il primo, inglesissimo, mette i piedi in testa al più originale Anna Karenina che s'accontenta dei costumi – e su tutti trionfa Skyfall, Miglior Film Inglese e Miglior Musica. Il film di David O. Russell, quindi rimasto a bocca asciutta nell'unica categoria in cui aveva speranze, si becca la Sceneggiatura Non Originale mentre quella Originale va a Quentin Tarantino, e qua proprio non si possono fare pronostici per gli Oscar di domenica. Senza niente in mano se ne vanno solo Zero Dark Thirty, e – candidato in molte meno categorie – anche Lo Hobbit.
Tutti i candidati e i vincitori, di seguito e dopo l'interruzione.
Miglior Film
Argo
Les Misérables
Vita Di Pi
Lincoln
Zero Dark Thirty
Miglior Film Britannico
Anna Karenina
Marigold Hotel
Les Misérables
Sette Psicopatici
Skyfall
Etichette:
Amour,
Anna Karenina,
Argo,
BAFTA,
Ben Affleck,
Christoph Waltz,
Daniel Day-Lewis,
Django Unchained,
Emmanuelle Riva,
Il Lato Positivo,
Les Misérables,
Quentin Tarantino,
Skyfall
martedì 19 febbraio 2013
il plebiscito.
No
id., 2012, Cile, 118 minuti
Regia: Pablo Larráin
Sceneggiatura non originale: Pedro Peirano
Basata sullo spettacolo teatrale El Plebiscido di Antonio Skármeta
Cast: Gael García Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers,
Luis Gnecco, Néstor Cantillana, Jaime Vadel
Voto: 7.9/ 10
_______________
Candidato a un Premio Oscar:
film straniero
_______________
Il buon Gael García Bernal che tanto ha sofferto a interpretare il miglior ruolo della sua carriera dal quale non ce lo stacchiamo più (i miglior ruoli: Ángel, Juan e Zahara de La Mala Educación) e che è poi passato per dei mostri sacri del cinema quali Iñárritu e Gondry e qualche scemenzuola per pagarsi le bollette (Letters To Juliet, Il Mio Angolo Di Paradiso), è da un po' che concede la fama del suo nome a piccoli film (a volte microscopici) tipo l'americano The Loneliest Planet di Julia Loktev della scorsa stagione e questo cileno No di Pablo Larraín – che se ci sforziamo ci ricordiamo di aver già visto al Festival di Torino del 2008 dove presentava il suo precedente Tony Manero con sempre Alfredo Castro nel cast.
E per calarsi nel clima degli anni '80 il buon Gael si fa crescere i capelli di dietro e impara quattro termini tecnici dei pubblicitari, non quelli alla Mad Men in completo e whisky ma quelli ex hippy che montano giovinette in tuta che ballano sui ponti insieme a famiglie sorridenti davanti al microonde e vogliono portare l'allegria al Cile, schiacciato da una dittatura che al primo sguardo sembra utile ai più ma nasconde anni di torture e di censure e di ricchezze sporche. Il popolo è quindi invitato a presentarsi alle urne per rispondere “sì” o “no” alla domanda: vuoi che Augusto Pinochet continui a guidare il Paese? E il buon Gael è clandestinamente chiamato a lavorare alla campagna che spinge al “no”. Quindici minuti televisivi da riempire ogni giorno, manifesti, loghi, spot, slogan, jingle. Insomma tutto ciò che stiamo vivendo con l'attuale campagna, con la differenza che quella si basa su valori veri, su messaggi significativi, non sulle facce dei candidati e il bollino del partito; e con la somiglianza dell'opposizione, sempre pronta a rispondere all'avversario ricalcando la pubblicità, trovandone i difetti, cambiandola di significato. Siamo ne Le Idi Di Marzo latino-americane dove il gruppo con meno denaro e meno amici ai piani alti si vede lanciare i sassi contro le finestre, il telefono squillare nella notte, le minacce fioccare. Siamo in una sceneggiatura molto ben gestita che procede in climax verso il plebiscito finale, verso dei dati sempre cangianti, mentre queste formichine si vedono inghiottire da un meccanismo decisamente più grande di loro ma che a noi spettatori non sembra: perché il film è girato con una specie di telecamerina da supermercato i cui colori non si sovrappongono come dovrebbero perciò pare di essere davvero davanti a qualcosa che negli anni '80 fu fatto (precisamente, è l'88), e oltre alla fotografia e alla grana della pellicola ci sono un buon uso degli esterni e le scene, i costumi, gli arredi. Completamente calati nell'epoca della coda di cavallo sciolta, vediamo sforzi e gioie della minoranza che si affida a canzoncine tremende («Cile, l'allegria sta arrivando!») per cui siamo logicamente portati a parteggiare per loro (e non per l'oro) puntando il dito contro un dittatore che promette lavoro ai poveri e sicurezze agli ammalati in cui logicamente non crediamo. Il lieto fine è dietro l'angolo e la felicità e contentezza in cui tutti vissero pure, cose scontate già da metà; ma c'è un finale a sorpresa lo stesso, che non aggiunge niente a noi spettatori che guardiamo ma ci fa capire come in realtà non sia tutto rose e fiori per il buono e bravo e geniale Gael, che ha passato una vita a pensare ai modi in cui le aziende possano trarre benefici televisivi e che dopo essersi concesso alla vita, al popolo, alla Democrazia, non riesce più a non guardare indietro.
Iscriviti a:
Post (Atom)