sabato 31 maggio 2014

pumpin' blood.



Un Amore Senza Fine
Endless Love, 2014, USA, 104 minuti
Regia: Shana Feste
Sceneggiatura non originale: Shana Feste & Joshua Safran
Basata sul romanzo di Scott Spencer
Cast: Alex Pettyfer, Gabriella Wilde, Bruce Greenwood,
Joely Richardson, Robert Patrick, Rhys Wakefield
Voto: 2/ 10
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La domanda è sempre la stessa: e cioè perché certi film arrivino al cinema quando sono fatti apposta e proprio per il pomeriggio di Italia 1, d'estate, quando fa troppo caldo per accendere il televisore. E ce lo si domanda da una parte perché al cinema si pretende di trovare: alienazione, spettacolo, poesia, meraviglia; dall'altra parte, in un film che nel 2014 esce con il titolo Endless Love che già è appartenuto ad altri in passato (ma sono esistiti Un Amore Senza Tempo, Un Amore Senza Confini...) ci si aspetti questo tarlo dell'umanità che è l'originalità, la novità, la sorpresa. Invece Un Amore Senza Fine ci propina la solita ragazza figlia di ricchi bionda magrissima isolata a scuola perché il fratello le è morto precocemente, ce la presenta l'ultimo giorno di liceo, per mezzo della voce di Alex Pettyfer che se era inarrivabilmente bello in Magic Mike adesso tra capelli e mento pare una figurina di calciatore degli anni '80. Questa ragazza l'ha sempre amata, ha sempre desiderato parlarle, baciarla, averla, ma è figlio di meccanico con madre scappata e soprattutto molto timido. Il caso li vorrà sullo stesso marciapiedi: lei con la famiglia a cena in un ristorante di lusso dove il padre ordina per tutti come fa da vent'anni, lui fuori a parcheggiare le macchine, lavoretto per arrotondare. Non ha aspettative per il college né il futuro, lei invece vede un radioso avvenire nella Medicina a partire dall'intership che sta per arrivare. Per farla breve: si amano e hanno due settimane prima che lei parta. Dell'amore frettoloso ci aveva già parlato, infinitamente bene, Like Crazy. Poi però accecata da questa cotta (hanno entrambi diciassette anni), decide di disfare le valigie e resta. Della carriera buttata alle ortiche ci aveva già parlato, infinitamente bene, An Education. Il padre non è molto favorevole né alla sbandata né alla figura di lui e fa di tutto perché i due stiano separati, mentre la madre, come tutte le madri (dei film, a meno che non siano interpretate da Virna Lisi), acconsente e si innamora dell'amore. Della famiglia altolocata che interrompe la relazione ci aveva già parlato, infinitamente bene, Splendore Nell'erba.
In sostanza: perché fare un film i cui temi avevano già riempito la generazione di Dawson's Creek? In questo caso la risposta pare essere nel volto della protagonista Gabriella Wilde, classe 1989, non dotata di particolari capacità interpretative ma così regalata al pubblico, a partire dalla locandina: nei suoi quaranta chili e nelle sue treccine laterali che non si usano più dal 1979 è sempre inquadrata, sempre presente, pare che il film sia un pretesto per lanciare la sua carriera che ha visto, finora, piccoli ruoli ne Lo Sguardo Di Satana e I Tre Moschettieri; che si deve fare per campare, invece, viene da riflettere guardando Joely Richardson, due nominations ai Golden Globes per Nip/Tuck e poi un po' persa in se stessa. La colpa di tutto ciò però non è nella regista Shana Feste, ma si suppone, nel romanzo da cui parte a scrivere la sceneggiatura. La Feste aveva già donato al mondo due titoli: nel primo c'era l'incredibile Carey Mulligan (Gli Ostacoli Del Cuore), nel secondo un cast ricco che aveva portato alla nomination all'Oscar (per la canzone originale, Country Strong). A proposito della Mulligan: anche lei era anima e scheletro di An Education: sempre inquadrata e protagonista assoluta e indiscussa. La performance le valse una nomination all'Oscar – ma soprattutto, confrontiamo lo sviluppo di quel film e di questo.

Cannes 2014 - vincitori.



Senza Nanni Moretti che si becca l'accusa di concussore e con un solo film italiano in gara – e uno solo nella seconda competizione più grassa, andato anche maluccio – l'Italia si becca finalmente il secondo più importante premio del Festival di Cannes perché Le Meraviglie di Alice Rohrwacher (nella foto) è splendido e splendidamente fatto. La Palma va al tanto acclamato Nuri Bilge Ceylan che già era stato elogiato per C'era Una Volta In Anatolia e qui non poteva non essere premiato (se non altro, per aver riportato in voga i film da tre ore). La giuria premia parimerito il più anziano e il più giovane regista in concorso: Jean-Luc Godard e il suo sperimentalismo narrativo da una parte, Xavier Dolan e i suoi venticinque anni e il suo film verticale dall'altra, applaudito da tutta la stampa e considerato ora “Palma morale”, motivo per cui, per la prima volta nella carriera del baby-regista, la sua pellicola avrà distribuzione italiana. Sorprende ma è pure giustissimo il Premio per l'Interpretazione Femminile a Julianne Moore, ma lei non c'è a ritirarlo, per Maps To The Sars, che magari le varrà il tanto bramato Oscar. L'attore maschile è Timothy Spall, come già si mormorò il primo giorno, feticcio di Mike Leigh e qui volto del pittore Turner. Il documentario co-diretto da Wim Wenders, presente anche per la rimasterizzazione de Il Cielo Sopra Berlino, si accaparra il Premio Speciale dell'Un Certain Regard e la menzione speciale FIPRESCI. Fanno scintille l'ucraino The Tribe alla Semain De La Critique e il francese Les Combattants alla Quinzane; un altro pezzo di Italia sale sul podio della Cinéfondation con Lievito Madre di Fulvio Risuleo, corto dal Centro Sperimentale di Cinematografia che guadagna il terzo posto della gara.
Di seguito e dopo il salto, tutti i vincitori.

in concorso
Palma d'Oro
Kış Uykusu (Winter Sleep) di Nuri Bilge Ceylan (Turchia, Francia e Germania)

Gran Premio
Le Meraviglie di Alice Rohrwacher (Italia)

Premio della Giuria (parimerito)
Mommy di Xavier Dolan (Francia & Canada)
Adieu Au Langage di Jean-Luc Godard (Svizzera)

giovedì 29 maggio 2014

buonissima.



Maleficent
id., 2014, USA, 97 minuti
Regia: Robert Stromberg
Sceneggiatura originale: Linda Woolverton
Liberamente basata su La Bella Addormentata di Charles Perrault
Ispirata a La Bella Addormentata Nel Bosco di Clyde Geronimi
Cast: Angelina Jolie, Elle Fanning, Sam Riley, Sharlto Copley
Lesley Manville, Imelda Staunton, Juno Temple, Brenton Thwaites
Voto: 4.5/ 10
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Non c'è dono peggiore che si possa ricevere, alla nascita, dell'assenza di originalità. Fatto sta che le persone private di questa grazia, adesso, popolano le scrivanie non tanto degli sceneggiatori (Linda Woolverton ha scritto, non da sola, Il Re Leone, La Bella E La Bestia, Mulan) quanto dei produttori hollywoodiani e disneyani, che vivono appieno il decennio del cinema devoto ai super-eroi e alle fiabe, ai remake e agli spin-off, ai sequel e ai live-action. C'era bisogno di sapere cosa fosse Malefica in gioventù, quale danza amasse il Cappellaio, con che armatura Biancaneve salvò il suo popolo?, certo che no – ma se negli altri casi si lavora di fantasia perché «felici e contenti» arriva troppo presto, in questo si aveva davanti una fiaba da cui la Disney ha tratto il suo migliore (sette anni di lavorazione, foglie e mattoni disegnati uno per uno, due diversi incipit, svariati stili e costumi, fondali ora esposti negli Studios) e più corto film: appena più di un'ora per evitare di raccontare che Aurora, dopo il risveglio, sposato Filippo e partoriti dei figli, scopre che la madre è un'orchessa e vuole divorare la sua progenie – a cui porta rimedio Shrek. Invece di andare avanti e dire ciò che è stato detto, così come è stato detto, perché detto giustamente e bene, ancora si ritorna indietro, per conoscere una fata-satiro orfana, buona e brava e bella, che si chiama Malefica e vive nella brughiera separata dagli umani che portano avanti una diaspora con le creature fantastiche. Crescendo, e diventando protettrice delle sue terre, Malefica conosce e s'innamora di Stefano, un umano avido sin dalla prima immagine, desideroso di salire al trono e disposto a tutto. Ma questo lei non lo sa: il più grande tradimento che potrà ricevere la renderà crudele e chiusa in se stessa, buttando le palandrane de Lo Hobbit per un look più conforme ai feticisti del genere, lattice velluto e rossetto sempre rosso. Il maleficio che lancerà alla piccola Aurora, però, non sarà rimediato da una delle tre fatine, perché prevederà già in partenza la presenza del Vero Amore, in cui lei non crede più, frecciatina al sovrano reggente. Ma ci aveva già pensato Frozen, dopo che Biancaneve E Il Cacciatore aveva ribaltato le figure e i baci, a sottolineare come l'azione salvifica può venire solo dalla famiglia, e non da un ragazzo visto una volta e apprezzato in veemenza. Malefica, al contrario del film d'animazione, non ha castello (mentre quello di Re Stefano è il castello Disney), ha un corvo che muta aspetto e un bastone con cui affronta il girovagare tra i prati sempre appresso alla bambina a cui sta per spezzare l'adolescenza. La volontà di mostrare il lato umano di un cattivo, mantenendo lo scorrimento dell'altra narrazione (i roveti, il bacio, il drago) non scompone la fiaba ma la capovolge: le fate sono imbranate e vanesie e incapaci di crescere una bambina per sedici anni; ci penserà quindi la fata-strega a nutrirla e salvarla quando cade. Come le madri che si sentono dire «ti odio» dalle figlie che hanno il divieto di uscire, così Malefica vivrà col rimorso di aver maledetto una pargola per una colpa che fu di suo padre. Ma il più saggio degli insegnamenti si sbriciola davanti al surrealismo con cui questi sedici anni scorrono. L'atto di pungere il fuso, il momento più bello del cartone animato, cala qui in effetti da funghetto – succederà poi spesso, con una serie di ralenty finali ad elogiare il lavoro fatto in post-produzione. Dietro la macchina da presa c'è il furbetto Robert Stromberg: due Oscar per le scenografie di Alice In Wonderland e Avatar, le più grandi cagate degli ultimi cinquant'anni; anche supervisore di effetti visivi, disegnatore, al debutto come regista, lavora per portare in casa qualche altra nomination popolando la pellicola di mostriciattoli e insetti stecco, sirene e arbusti vivi, che da Le Cronache Di Narnia in poi hanno rovinato ogni narrazione fantasy. In questo sfacelo di dialoghi e arti, Angelina Jolie migliora col minutaggio, e ci si chiede: perché lei sia lì, e perché siano lì tre mostri sacri quali Imelda Staunton e Lesley Manville (già insieme in Vera Drake, entrambe care a Mike Leigh) e Juno Temple che ha un terzo dei loro anni e, forse, avrebbe dovuto sostituire Elle Fanning.

sabato 24 maggio 2014

#Cannes: prometti prometti.



Le Meraviglie
id., 2014, Italia/ Svizzera/ Germania, 110 minuti
Regia: Alice Rohrwacher
Sceneggiatura originale: Alice Rohrwacher
Cast: Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Luis Hulica
Alba Rohrwacher, Agnese Graziani, Sabine Timoteo, Monica Bellucci
Voto: 9/ 10
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Grand Prix
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Alice Rohrwacher ha un dono: di tutta la vita, la vita intera di una persona, riesce a catturare quel periodo dell'adolescenza, della prima giovinezza, in cui il carattere si sta formando ed è in grado di riassumere ciò che sarà poi. L'aveva fatto col bellissimo Corpo Celeste (2011), nel suo rapporto persona-religiosità, lo fa adesso con Le Meraviglie e il suo rapporto individuo-lavoro (ma anche padre-figlia, persona-macchina, umiltà-fama, sacrifici-ricompense). Ha anche un altro dono: saper scegliere, tra molti, sempre l'attore giusto, soprattutto quando si tratta di pargoli e pischelli. Era perfetta Yle Vianello nel film d'esordio, anche quello passato al Festival di Cannes ma non in pompa magna; sono perfette Maria Alexandra Lungu e Sabine Timoteo qui, spontaee (soprattutto la seconda, che se lo può permettere), espressive, a loro agio davanti alla macchina da presa e tra le api, i campi, gli etruschi, la televisione. In effetti il dono è più grande, perché tutto è azzeccato e i personaggi si fondono negli attori: mai famiglia fu più psicologicamente analizzata, minuziosamente descritta nell'atteggiamento e nel carattere, resa senza sbavature su schermo. Per quanto il padre Sam Louwyck sia un cliché del contadino conservatore, burbero e sempre arrabbiato, restìo, malfidente, e sua moglie Alba Rohrwacher il ritratto della maternità dolce ma lavoratrice, la figura di riferimento delle quattro figlie tutte femmine, è nel rapporto con il mestiere e l'educazione della progenie che vengono fuori le piccole aperture alla tenerezza: un cammello comprato con gli ultimi soldi rimasti, la partecipazione a un concorso, una frase – la più bella del film e di molti altri film – sull'ingiustizia del nascere per ultimi e passare meno tempo dei fratelli con la mamma. Dalla prima azzeccatissima ironica sequenza (un risveglio notturno giustificato dalla pipì prima, dalla cacca poi, dal desiderio di dormire coi genitori infine) scopriamo queste due figlie maggiori: Gelsomina, che non poteva non chiamarsi come un fiore, e Marinella, devota alla coreografia di T'appartengo, che si gode gli ultimi sprazzi dell'ingenuità che sua sorella ha perso o sta perdendo, giustamente chiamata in causa poi quando si cercherà «il capofamiglia», attenta al secchio da cambiare, all'epidemia nei campi da combattere, al lavoro da portare sempre e comunque avanti, con meticolosità. Nella loro vita farà irruzione un “bambino difficile”, vittima dell'infanzia criminale, un Martin che non parla italiano e col quale la bambina del silenzio riuscirà a comunicare attraverso altro, che non è ancora il contatto fisico. Farà irruzione anche l'etrusca Milly Catena, la Monica Bellucci stanca davanti alla telecamera televisiva e briosa di fronte ai bambini, conscia della sua fama e della sua bellezza e capace di gestire una diretta – presentatrice di un tipico concorso televisivo locale che premia le imprese a conduzione familiare che producono i cibi più deliziosi. Il siparietto con costumi antichi arrabbattati e fili e cavi tecnici è una di quelle tante frecciatine al mondo non luccicoso dell'immaginario televisivo che, anche se misero e semi-serio, rappresenta agli occhi dei contadini un altro universo, dentro al quale alcuni, che poi hanno la meglio, sanno tenere il gioco di apparenza e complimenti gratuiti, altri diventeranno vittime della propria timidezza o difficoltà di espressione. Ma poco importa: perché a questi ultimi è la propria attività che interessa, e la crescita di una figlia che molti mormorano «sfuggirà», che inizia a sfuggire innanzitutto sentimentalmente, scoprendo il proprio corpo in ritardo rispetto alle coetanee e scoprendo l'altro sesso in veste diversa da quella del padrone.
Le Meraviglie è un capolavoro già dal titolo, un piccolo capolavoro grezzo che scava in una realtà sconosciuta e apparentemente impossibile, in un mestiere “strano”, quello degli apicoltori, che è il mestiere del padre delle sorelle Rohrwacher, scava in una famiglia “normale” eppure così diversa dalle altre, e in uno spaccato, gli anni '90, di cui viene dipinto, nel diluito finale, un ipotetico, triste, splendido epilogo.

#Cannes: sulla nuda solitudine.



Maps To The Stars
id., 2014, USA, 111 minuti
Regia: David Cronenberg
Sceneggiatura originale: Bruce Wagner
Cast: Evan Bird, Robert Pattinson, Carrie Fisher, Julianne Moore,
Mia Wasikowska, John Cusack, Sarah Gadon, Olivia Williams
Voto: 4.8/ 10
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La mappa del titolo è quella sorta di itinerario (abbastanza costoso) che si può fare in limousine, una volta arrivati ad Hollywood, per passare di fronte e di fianco alle ville delle celebrità; chiede informazioni Mia Wasikowska all'autista Robert Pattinson, che dopo due anni si siede sul sedile anteriore della macchina di Cosmopolis, senza cambiare il vero pilota – sarà ironico: tornerà a parlare e far sesso, per quel poco che lo vediamo, sempre in macchina. La Wasikowska si chiama Agatha, una grassa cicatrice sul collo e i guanti sempre presenti insieme alle calze lunghe per coprire le conseguenze di un'incendio; amica della vera Carrie Fisher, unica star a interpretare se stessa in questo manipolo di star(lette), troverà lavoro di “aiutante” presso Julianne Moore, imbiondita e lip-glossata fino a diventare il ritratto di Lindsay Lohan senza nemmeno troppi anni in più. La Moore, nella realtà quattro volte candidata all'Oscar senza mai aver toccato statuetta, nella finzione è un'attricetta alla deriva ossessionata dal fantasma della madre che la violentò, di cui vorrebbe interpretare il ruolo nel remake del film che la rese celebre, prima che un altro incendio se la portasse. Vive di terapia, difficoltà alimentari, isterismi, visioni, sesso non occasionale ma proprio casuale; sente citare P. T. Anderson (per il quale ha dato il meglio di sé) e pare non prendere effettivamente sul serio lo stereotipato ruolo. Eppure è lei che brilla, sovrana indiscussa della pellicola, in odore di un'altra candidatura all'Academy e unica a uscire a testa alta dalla sceneggiatura di Bruce Wagner, famoso per uno dei Nightmare e poco altro. Completa il corollario un baby-attore che si atteggia ad adulto, con le Adidas più grandi del suo avambraccio e sempre la stessa lattina in mano, quattordicenne già con problemi di droga e facilità all'omicidio. Quello che è successo a Drew Barrymore, Macaulay Culkin, alla famiglia Voight e ciò che si bisbiglia succeda dentro alle ville della California di cui persino una serie leggera come Devious Maids aveva parlato, viene preso pari pari e spiattellato su grande schermo con la telecamera fissa di chi guarda senza giudicare né intromettersi, coi campi e controcampi elementari, coi tanti dialoghi e le solitudini schizofreniche; ma è, questa, una sequenza illogica di vicende grottesche inaccettabili (John Cusack e Olivia Williams sono fratello e sorella, marito e moglie, genitori), che si sommano in un crescendo di incesti, omicidi, suicidi che non riescono ad essere nemmeno accettabilmente grottesche. David Cronenberg già alla deriva con A Dangerous Method, dopo i bei A History Of Violence e La Promessa Dell'assassino ha concentrato tutta la sua attenzione sul rapporto mente-corpo, malattia-lesionismo, condizione sociale-conseguenze personali: dal sesso violento di Jung a quello a pagamento di Eric Parker – di mezzo c'è sempre il corpo, la fisicità, il disturbo. Tutto, sullo sfondo, sembra sempre marcio, disgustoso, putrido, quel latente splatter de Il Pasto Nudo e de La Mosca. Ma questa volta siamo a Hollywood, le altre volte eravamo nell'Inghilterra di primo Novecento, nel post-futuro dell'alta società. Pare voglia trovare il rovescio della medaglie del glamour e dell'agiatezza, e invece ci conduce solo al sonno.

giovedì 22 maggio 2014

#Cannes: serenissima.



Grace Di Monaco
Grace Of Monaco, 2014, Francia/ USA/ Belgio/ Italia, 103 minuti
Regia: Olivier Dahan
Sceneggiatura originale: Arash Amel
Cast: Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella, Paz Vega,
Milo Ventimiglia, André Penvern, Robert Lindsay
Voto: 5.3/ 10
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L'idea che la mia vita sia una favola è una favola di per sé, esordisce la pellicola con una delle tante scritte che compariranno a schermo – eppure come una favola, o meglio una fiaba, viene trattato questo film, storia “ispirata a fatti reali”, come si dice, ma che molti ne inventa, a partire, assicurano politicamente correttamente, dalla facilità di violenza del principe Ranieri. Nicole Kidman aka Grace Kelly riceve fiori e applausi che poco le interessano all'ultimo ciak di Alta Società l'anno successivo alla vittoria dell'Oscar per La Ragazza Di Campagna. Grace non sa (o forse sì) che quello sarà l'ultimo ciak della sua vita, per volare verso l'appunto alta società del principato di Monaco: una gabbia di cristallo in cui la vediamo subito dopo, ritratto della stanchezza agli occhi di Alfred Hitchcock che le chiede di interpretare Marnie (ma nessuno dei due biopic dell'anno scorso accennava alla cosa), idea che più di una volta stuzzicherà la principessa serenissima. Due figli che intravediamo a malapena, un sacco di maggiordomi, un marito (Tim Roth) sempre mezzo ubriaco e col broncio perché la Francia pretende la tassazione nel piccolo stato e Charles De Gaulle minaccia quasi la guerra atomica. Siamo nel 1965, e sebbene i fatti siano solo “ispirati” alla realtà vengono cadenzati nel loro scorrimento con date precise e luoghi: dalla decisione di Grace di diventare onniscente nel principato che regna alla scesa in campo (al mercato, sul confine) per mischiarsi alla “povera gente”, mentre la tensione politica sale. Come una fiaba – o forse peggio – viene trattata questa vita di donna che banalmente splende, si fa coraggio e combatte il mondo che, tutto intero, ce l'ha con lei, tutti complottano contro di lei, e lei si eleva sulle altre donne che pensano solo al ballo di ottobre interessata a risanare ospedali e orfanotrofi, si dedica ai figli nonostante sogni il divorzio, si spreme per trovare una soluzione alle paturnie della famiglia. Un patetismo tipico dei film modesti che si salva di striscio per la performance della protagonista sulla quale Olivier Dahan fa totale e cieco affidamento inquadrandola infinitamente in volto, per dettagli, le labbra contrite, gli occhi bagnati (e si spiega l'inspiegabile locandina). Sbalzi di umore e lacrime facili che scadono nel cliché dei tremendi dialoghi del quasi esordiente Arash Amel in una tensione che vorrebbe avere il suo culmine nel discorso finale che salverà il mondo perché le parole fanno meglio delle armi, prima del tipico finale dei film di questo genere, un multistrato di voci fuori campo e inquadrature da pubblicità di profumo francese – ché per un quarto francese è anche il film e per intero il suo regista, oggettivamente capace, ma che non ne azzecca una; il successo (e i due Oscar) de La Vie En Rose lo fanno ritornare sul film biografico ma abbandonando la narrazione non cronologica e a incastri, fatta di gioie e dolori, momenti di pathos e (forse era quello il segreto) canzoni che hanno fatto storia. Questa volta pare sia interessato solo ai lustrini, ai cambi d'abito della Kidman che ne cambia davvero troppi, alle cene sfarzose, ai palazzi arredati – anche lo strazio si svolge in questi ambienti, con queste maschere. Ma la cosa più imperdonabile di tutte è aver inserito Paz Vega a interpretare Maria Callas – non solo con un girovita leggermente più largo ma anche con una semplicità inaccettabile e una performance canora da presa in giro. Si aggiunge il ridicolo Onassis.

on the metro.



Prossima Fermata: Fruitvale Station
Fruitvale Station, 2013, USA, 85 minuti
Regia: Ryan Coogler
Sceneggiatura originale: Ryan Coogler
Cast: Michael B. Jordan, Melonie Diaz, Octavia Spencer,
Kevin Durand, Chad Michael Murray, Ahna O'Reilly, Ariana Neal
Voto: 8.6/ 10
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Avrebbe dovuto essere il film-indipendente-dell'anno, inserito nella classifica dell'AFI e vincitore di altri trenta premi (Avenir Prize all'Un Certain Regard, due Gotham, un Indipendent Spirit, un Satellite, Premio del Pubblico al Sundance) come fu per Le Terre Selvagge l'anno scorso, ingiustamente glorificato di fianco a questo che di Oscar ha solo il nome del protagonista, un Michael B. Jordan ai margini di Chronicle e nel prossimo That Awkward Moment totalmente inserito nel ruolo, ben scritto, da farci credere per tutto il tempo che quello sia lui, quella sia la sua vita: mai ci passa per la testa che siamo davanti a un film; la telecamera segue il protagonista assoluto a livello quasi documentaristico, includendo gli aspetti anche apparentemente inutili, tipo l'acquisto dei gamberi al supermercato, che però nascondono belle trovate di sceneggiatura: evidenziare la generosità perenne di questo ragazzo (22 anni, già in carcere in passato) anche verso gli sconosciuti e farci sapere, al contrario della compagna che ne è all'oscuro, che ha perso il lavoro a causa di troppi ritardi e lo rivorrebbe. Un protagonista però forse un po' troppo santificato: ex spacciatore d'erba redento, che arriva a regalare un'oncia di fumo senza trarne soldi né sballo, una figlia piccola che adora e che lo adora, una ragazza tradita a cui ora è devoto, una madre per cui pretende il meglio. Il giorno in cui lo conosciamo (e lo perdiamo) è il 31 dicembre del 2009. I cellulari non sono ancora smart ma onnipresenti, e Ryan Coogler, tra i tanti meriti da regista e sceneggiatore esordiente inserisce anche la bella trovata, bella e ben fatta, del display del cellulare su cui vediamo scorrere rubrica e lampeggiare chiamate senza stacchi di telecamera: molti pianisequenza che a noi son sempre piaciuti in modo da calarci ancora di più nella situazione. Tutto è incredibilmente immersivo: la precarietà a casa, economica e lavorativa, i preparativi per Capodanno, la cena nei piatti di plastica e la periferia americana. Sotto suggerimento di Octavia Spencer, che di Oscar è madre oltre che detentrice (per The Help), prenderà la metro, insieme alla sua combriccola nera e alla fidanzata latina: per eccessiva lentezza si ritroveranno a fare il conto alla rovescia nel vagone circondati da sconosciuti tutti amici in occasioni tipo questa, più un volto noto: nasce e si consuma una piccola rissa, per la quale interverrà la polizia una volta giunti alla stazione vicina: Fruitvale. Episodio realmente accaduto e romanzato (ma il materiale di repertorio è pochissimo, non si può non pensare a lavori tipo Diaz) a raccontare la vita di un ragazzino giù uomo, con tanta di quella esperienza che alcuni trentenni se la sognano, martire della società per la condizione pubblica e razziale, approcciata senza (troppo) pathos ma con il giusto coinvolgimento. I volti straziati finali sono straziati la metà di quanto potrebbero (che occasione sprecata per Melonie Diaz, che poteva essere l'unica non-protagonista di questa pellicola), ma è giusto così all'interno di un ghetto reso duro dagli eventi, ai quali si aggiunge questo: una morte che non ha quasi trovato giustizia né riscatto, per quanto si può riscattare – un episodio dimenticato (non dalla comunità nera) e riportato in auge in un gran bel modo: un film diviso a metà, la prima parte classicheggiante, la seconda di estrema tensione. Come tutte le cose belle, è stato in sala sei giorni, in tre città.