lunedì 6 aprile 2015

PCT trekking club.



Wild
id., 2014, USA, 115 minuti
Regia: Jean-Marc Vallée
Sceneggiatura non originale: Nick Hornby
Basata sul memoir Wild: Una Storia Selvaggia
Di Avventura E Rinascita di Cheryl Strayed
Cast: Reese Witherspoon, Laura Dern, Thomas Sadoski,
Keene McRae, Michiel Huisman, W. Earl Brown,
Gaby Hoffmann, Kevin Rankin, Brian Van Holt
Voto: 6.2/ 10
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Prima parte: la Strayed. Ventisei anni, una madre morta di tumore, un matrimonio fallito, un aborto, un padre alcolizzato che non vede da anni, sesso con chiunque, eroina – passato vero (ma finto cognome) di Cheryl Strayed ante 1995: privata di qualsiasi preparazione sportiva, si lascia abbindolare dalla leggenda del ritrovare se stessi e parte per il Pacific Crest Trail, il sentiero delle creste del Pacifico lungo 2000 km dal deserto del Mojave fino al confine con lo Stato di Washington – lasciandoci dentro sei unghie a causa della strettezza degli scarponi. Sognava di scrivere (e nel film la cosa è accennata durante l'incontro con un giornalista che la scambia per una barbona) e lo farà arrivata a destinazione: un romanzo (Torch) e una rubrica di posta su un sito letterario (Dear Sugar), ma il memoir Wild arriva solo nel 2012, quando ormai è una serena moglie e madre.
Seconda parte: la Witherspoon. Miracolosamente quanto immeritatamente premio Oscar, a trentotto anni l'ex fidanzatina d'America Reese Witherspoon si dice «disillusa dalle offerte di lavoro», ripetitive, e si prende la rivincita dell'essere bionda per esprimere, «anzi estendere» se stessa: fonda una propria casa di produzione. Le passano sottomano due libri: il primo è Gone Girl, che produce e chiede di interpretare – ma Fincher le preferisce qualcuna di «glaciale e inaccessibile» con cui poi ha concorso all'Oscar; «in un altro momento mi sarei disperata. Ma avevo tra le mani Wild»: affida così la sceneggiatura allo scrittore british pop Nick Hornby (che aveva già adattato il memoir di An Education) e la regia al canadese Jean-Marc Vallée fresco del successo planetario di Dallas Buyers Club, già passato dagli Oscar con Incendies (da noi: La Donna Che Canta). «Ho dovuto insegnarle a farsi di eroina» dice la Strayed della Witherspoon, «pensavo che tutti gli attori conoscessero la tecnica»; perché l'autrice del soggetto è stata sempre presente durante la lavorazione della pellicola, e questo è stato un bene e un male.
Terza parte: il film. Un male perché per attenersi pedissequamente alla storia vera che sta dietro, ci si è dimenticati del fare cinema, per una volta, in eccesso. La storia comincia con Reese/ Cheryl che perde una scarpa in un dirupo, poi tenta di mettersi in spalla uno zaino che viene definito dagli uomini “il mostro”. Alla prima immagine comica che vediamo si susseguono tutta una serie di sventure (il gas non compatibile con il fornello, le unghie massacrate, la poltiglia fredda a tutte le ore) che vengono mostrate come il giusto rimedio per espiare le proprie colpe. Con parallelismi di suono, di sapore, di sensazione, Cheryl rivive il suo passato doloroso e dolorante, la malattia della madre, il freddo rapporto col fratello, i tradimenti del fidanzato – ma tutto didascalicamente, fino a quando la fatica del viaggio, il caldo, la mancanza d'acqua, la stanchezza per il cammino, anche dopo 500 km paiono una passeggiata – qualche sbuffo, un urletto – ma arriva sempre qualcuno in soccorso, un pacco pieno di roba in una delle tappe, e la redenzione è affrontata con spirito aulico, ad ogni sosta una citazione, moltissimi libri lungo il cammino di cui si bruciano le pagine già lette (unica trovata interessante). Alla storia troppo, eccessivamente personale si aggiunge un'interpretazione chiusa, algida, con cui è impossibile empatizzare per un personaggio indecifrabile a tratti, che risponde agli uomini in modo inaspettato e ha passato momenti della vita da rasentare lo zoo di Berlino, ora dispersi. La costruzione è pari pari quella di Dallas Buyers Club: finanche l'utilizzo del sonoro, fastidioso, accavallato tra una scena e l'altra, i fischi, gli stridii, e questo montaggio epifanico di scene microscopiche, ricordi evanescenti, con l'America di sottofondo in tutti i suoi stadi. Compare Laura Dern: pochissime scene, spesso di spalle, e tutti i difetti del film si confondono dietro allo stupore della sua candidatura all'Academy.

sabato 4 aprile 2015

pensaci, Giacomino!



La Scelta
id., 2015, Italia, 86 minuti
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura non originale: Giulia Calenda & Michele Placido
Ispirata al dramma L'innesto di Luigi Pirandello (Mondadori)
Cast: Raoul Bova, Ambra Angiolini, Michele Placido,
Valeria Solarino, Manrico Gammarota, Monica Contini,
Gennaro Diana, Marcello Catalano, Mejdi El Euchi
Voto: 5.5/ 10
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In principio fu L'innesto pirandelliano, dramma “minore” o forse “minimo” raccolto in fondo alle Maschere Nude che, messo in scena nel 1919, creò non poco clamore e scandalo – a partire dall'azzeccato, provocatorio titolo. Michele Placido gli è fedele, finché può. Lo modernizza a livelli esaspera(n)ti, al punto da partire con le immagini telefoniche di una app sulla fertilità della donna della coppia; il cellulare è di Raoul Bova, che forse perdendosi il pezzo in mezzo alla produzione, recita come se stesse in teatro, appesantito dal fardello di dialoghi (attenzione: non sceneggiatura) poco credibili anzi ridicoli se detti male; la donna della coppia è Ambra Angiolini, ormai astro nato dopo l'eredità di Saturno Contro, alla sua più intensa prova di attrice: si cala, si tuffa, si immerge in questo personaggio psicologicamente poco chiaro e pochissimo chiarificato, moglie straziata dal desiderio di diventare madre, insegnante di coro, figlia di un musicista classico defunto, ha solo un ristretto circolo di affetti femminili (mamma, sorella, nipoti) davanti alle quali si sente «come i canarini: il maschio canta e la femmina fa figli». Il territorio iniziale è seminato di riferimenti al concepire, al partorire, all'allevare – come se non conoscessimo già prima di entrare in sala mezza trama del film; il territorio è quello pugliese, ancora una volta, una Bisceglie talmente piccola che i due coniugi si incontrano ad ogni angolo girato, ad ogni porta di negozio. La modernità apportata al testo di Pirandello perciò è relativa: resta quell'ambiente antico, quella mentalità arcaica, una natività classica di scuola napoletana, un repertorio musicale ancestrale, per giustificare un'aggressione e una violenza, dietro un vicoletto di pietra bianca, gestito quasi senza civiltà, tra le parti, senza denuncia, senza prime pagine, telegiornali e clamori. La scena dello stupro è pazientemente preparata, inquadrando l'attrice di spalle nel giorno del suo compleanno, ma poi non è mostrata: gli viene preferita l'analisi del fetido luogo e, poi, un lungo dettaglio del viso stravolto solo in parte, pietrificato. Ne segue una reazione di difficilissima comprensione, per noi che guardiamo come per i personaggi che vivono lo schermo: una gita nella tenuta di campagna, il divieto di tornare sull'argomento e, lentamente, un montaggio frammentario, sovrapposto, sovrastato da frasi dette, bisbigliate, spesso fuori campo e con poca coerenza logica, da lei, per rendere lo sgretolamento della coppia. Lui pretende delle analisi, pretende di sapere se la gravidanza appena annunciata è merito suo; lei si sforza di sottolineare che il figlio apparterrebbe, a prescindere, a entrambi: frutto dell'amore di quei giorni, non della violenza di quei minuti. Dilemma coraggioso, coraggioso da affrontare e a cui trovare risposta, universale e immortale, che valeva nel '19 come adesso, davanti al quale si dipanano soltanto l'orgoglio maschile, l'etica, la morale. Per quest'operazione sentimentale, allora, Placido torna ai toni di Un Viaggio Chiamato Amore abbandonando gangster, truffatori, mafie, rapine, fughe in moto, fucili nel bagagliaio: e gli viene benissimo!, trasforma la sua regia in un'esplorazione intima di corpi, di spazi, di silenzi – il mestiere musicale di lei non è che un pretesto per dare al commento sonoro (di Luca D'Alberto quando originale) un ruolo prominente, fondamentale, si potrebbe dire che c'è più musica che parlato. Il problema sta però nell'ora e mezza annacquata che ne risulta, tirata per i capelli, in cui l'approfondimento mentale sarebbe potuto scendere a livelli beceri e invece viaggia sempre in superficie, puntellato di piccoli accenni come la “famiglia allargata” di Valeria Solarino, dipendente della Natuzzi, con due figlie e due compagni, oppure il rapporto con Marcello Catalano, collega al conservatorio, candidato sentimentale. Nelle minimaliste ricostruzioni sceniche, cui si alternano immagini di campagne e porti evitabili, Placido attore si ritaglia una particina poliziesca – come se non riuscisse a fare a meno del genere – interpretando un padre dalla difficile intromissione nella vita del figlio, perennemente alle cuffie, a tratti commovente e che racchiude l'altra faccia del film – il quale figlio, guardacaso, si chiama Giacomino: vedi titolo.

venerdì 3 aprile 2015

il delitto perfetto.



Second Chance
En Chance Til, 2014, Danimarca, 102 minuti
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura originale: Anders Thomas Jensen
Cast: Nokolaj Coster-Waldau, Ulrich Thomsen, Maria Bonnevie,
Nikolaj Lie Kaas, Peter Haber, Thomas Bo Larsen,
May Andersen, Molly Blixt Egelind, Ole Dupont
Voto: 5/ 10
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C'era una volta Susanne Bier: regista donna – cosa rara, regista europea, che ottiene presto l'attenzione nazionale e internazionale: candidata all'Oscar per il miglior film straniero due volte, vincitrice con la seconda, espatriata in USA dove una sua pellicola, Non Desiderare La Donna D'altri fu anche riscritta e reinterpretata per il mercato americano, col titolo Brothers; qualche festival, e negli ultimi anni una commedia romantica, un mélo e un thriller – solo l'ultimo girato nella natìa terra, e si vede. Si vede meno, però, che tornare a casa le fa bene: il disastro cominciato fuori dal confine ha portato un capitombolo dopo l'altro: già era dubbia la qualità di In Un Mondo Migliore, l'Oscar di cui prima, che però riscontrò un successo internazionale che non poteva essere ignorato dall'Academy; dubbio era l'applauso fragoroso a Venezia dopo Love Is All You Need, una commediola d'ambientazione italica tanto banale quanto insipida, con dentro addirittura Pirce Brosnan. La direzione di attori hollywoodiani iniziata con Noi Due Sconosciuti prosegue con Serena aka Una Folle Passione: i due interpreti del momento in una soap-opera al limitar del bosco con preannuncio di catastrofe – e adesso Second Chance: la seconda possibilità che si dà in Danimarca, nonostante in questo vagabondare non si sia mai staccata dal suo sceneggiatore feticcio: Anders Thomas Jensen. A ventiquattro anni già autore di cortometraggi (uno dei quali, Valgaften, ancora Premio Oscar – e lui di anni ne aveva ventisette), prolifico scrittore, ha firmato tra gli altri La Duchessa, dirigendo Le Mele Di Adamo che gli ha ampliato la fama. I temi di lui e la mano di lei non sono poi tanto diversi dal solito; il problema sta tutt'intorno. Il commissario (Rex) Andreas fa irruzione in una casa popolare sudicia e malvissuta da un ex detenuto e dalla sua compagna, lividi e pesti, sotto stupefacenti, scoprendo un bambino di poche settimane ricoperto di feci in un armadio; cerca di togliere la custodia del pupo ai due genitori non-modello ma date le sane condizioni di salute del pargolo la richiesta è respinta. Mosso a compassione da ciò che ha visto, corre a casa, dove la moglie apparentemente senza lavoro né ruolo nella vita né amici (come lui), tinteggia la futura camera del loro figlioletto, pure neonato, Alexander, che ogni santa notte strilla e pretende di essere portato fuori a passeggiare. Fino alla notte in cui non strilla più: decretato morto, Andreas lo prende e, obbligato dalla donna a non chiamare ambulanze e polizie, lo sostituisce indisturbato in casa dei tossici al bimbetto lercio ma vivo, mentre i due beoti (beati?) dormono, scenetta da cartoon che non sarebbe stato impossibile portare su schermo ma che rasenta il ridicolo. La mattina dopo, i piagnistei infantili nella cucina illuminano la moglie di Andreas, a cui subito lui rivela la verità: e sarà una luce evanescente. Il tema della paternità a tutti i costi – della paternità obbligata e/ o involontaria, erano già di Dopo Il Matrimonio, ma le relazioni genitori/ figli ma anche genitori/ genitori sono il marchio di fabbrica dei prodotti Bier-Jensen. Questa volta però, oltre al trattamento delle immagini (glaciali, asettiche) che rasenta il distretto di polizia televisivo, si avverte una fretta, una superficialità nella messa in scena a partire dai cliché delle poche ambientazioni che vediamo: l'appartamento Trainspotting dei drogati col pargolo merdoso e la sterminata villetta sul mare dei ricchi, da copertina di Living. Peccato: perché il plot sarebbe anche estremamente interessante e di estrema analisi psicologica: «il delitto perfetto» dice lei, chiedendosi se tenere o meno un figlio che, nell'altra famiglia, si sente come mancante; eppure invece di Hitchcock (per una volta non citato grazie a Dio) ciò che sembra affiorare è Shakespeare, in una consumazione di sensi di colpa, rimorsi e notti insonni. L'inquadratura agli alberi, alle nuvole, al volo degli uccelli che si sommano nel sottofinale chiudono un thriller dai molti colpi di scena che lo spettatore attento sa come andrà a finire ma che la regista non sa come dirigere: cerca di evitare il solito montaggio isterico per la prima metà, le solite minuziose inquadrature ai dettagli anatomici di mani sguardi micro-movimenti ma poi, dopo metà film, ci ricasca come faceva un tempo – cominciando a sforzarsi di non far sobbalzare, come un tempo, la solita telecamera mobile. Ci si chiede dunque a questo punto dove sarà ambientato – e dove sarà girato – il prossimo, visto che questo film ce lo siamo già scordato.

giovedì 2 aprile 2015

un fornaio e sua moglie.



Into The Woods
id., 2014, USA, 125 minuti
Regia: Rob Marshall
Sceneggiatura non originale: James Lapine
Basata sul musical di James Lapine & Stephen Sondheim
Cast: Anna Kendrick, Daniel Huttlestone, James Corden,
Emily Blunt, Christine Baranski, Tammy Blanchard, Lucy Punch,
Tracy Ullman, Lilla Crawford, Meryl Streep, Johnny Depp,
Mackenzie Mauzy, Annette Crosbie, Billy Magnussen, Chris Pine
Voto: 7.1/ 10
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Un fornaio e sua moglie scoprono di essere vittime di una maledizione inflitta sulla loro casa e sulla loro dinastia perché il padre di lui, vicino di giardino di una strega dalle piante sempre in fiore, le rubò anni fa fagioli magici – per cui lei si vendicò ponendo fine alla fertilità dei maschi di quel ceppo. La strega adesso si ripresenta e chiede alla coppia (che si spiega come non sforni pargoli nonostante i numerosi tentativi) di recuperare una scarpetta d'oro, dei capelli biondi, una mantella rosso sangue e una vacca bianca. Gli ingredienti sono tutti nel bosco del titolo: nel bosco sono anche i personaggi delle fiabe dei Grimm che li posseggono: la bimba senza nome col cappuccio, Jack che venderà la mucca in cambio di quei fagioli, Cenerentola amica degli uccellini dai vestiti sporchi e Raperonzolo costretta alla cima di una torre in cui la strega di cui prima l'ha rinchiusa; vergognandosi del suo aspetto, convinta che la giovane si vergogni di lei, dà ai popolani tre notti per recuperare gli oggetti che spezzeranno l'incantesimo e la riporteranno alla piacenza estetica ormai persa. Nel bosco, poi, si incontreranno i desideri reconditi di tutti: andare al festival del principe Chris Pine che cerca moglie, ricevere latte dalla mucca, salutare la nonna ma prima ancora spazzolarsi i pani e le paste dal cestino imbottito, toccare dal vivo uno dei reali, magari baciarlo anche. È di desideri che parla questo film e che parlano le fiabe da cui prende ispirazione; presentato a Broadway alla fine degli anni '80, il musical si basava proprio sul riportare lo spessore dei personaggi delle storie dei Grimm che, «come quelli di Shakespeare, anche se vengono spostati di contesto hanno la stessa potenza». E Rob Marshall, esordio coi botto di Chicago, quel denaro incassato speso tutto per Memorie Di Una Geisha, lo scivolone di Nine e il passaggio al blockbuster Pirati Dei Caraibi – non poteva scegliere momento migliore per riportare le favole in sala, quando un'altra Cenerentola, un altro Pinocchio, un altro Peter Pan stanno uscendo e la televisione pullula di operazioni di mash-up come questa. Dalla sua ha un libretto (riportato sullo schermo dall'autore originale James Lapine) che si avvicina più alla tipologia di Les Misérables che non a Chicago, con brani interi cantati invece che recitati, voci che si sommano, scenari sovrapposti; ha dalla sua anche Johnny Depp, che gli concede un cameo, dopo l'esperienza precedente insieme, e Meryl Streep, che da Mamma Mia! stava cercando un altro musical da interpretare – amante del genere – e che Marshall venera e adora («il bello del mio mestiere è che posso realizzare certi sogni, tipo quello di recitare con Meryl»). Ne esce vincitrice, non solo per l'ennesima nomination all'Oscar ma anche per il bel lavoro fatto sulla postura post-trucco; e ne esce vincitrice, a sorpresa, anche Emily Blunt, l'unica forse che non ha già esperienze canterine in sala: la sua donna del popolo è decisa, fisica, pragmatica, carnale, ma anche viziosa, adultera. Anna Kendrick invece è una Cenerentola mora che passa da un Pitch Perfect all'altro e si confida con la mamma salice che rimanda a un'altra storia – ma le fiabe sono tutte rigorosamente fedeli all'originale, finanche al taglio di dita e talloni per far calzare la scarpetta alle sorellastre. Non a caso il vissero tutti felici e contenti arriva a metà, come succede per esempio ne La Bella Addormentata, prima che facciano incursione i giganti. La telecamera si muove, tra orchesse e distese d'alberi, con la maestria di chi conosce bene il genere; peccato che non spinga più in là vizi e virtù dei suoi attori come è stato, invece, per Renée Zellweger e Catherine Zeta-Jones.

mercoledì 1 aprile 2015

sasso arancione sente solo odio.



Educazione Affettiva
id., 2015, Italia, 50 minuti
Regia: Federico Bondi & Clemente Bicocchi
Soggetto: Federico Bondi & Clemente Bicocchi
Sceneggiatura: Federico Bondi, Clemente Bicocchi,
Marco Lanza e Saverio Lanza
Voto: 7/ 10
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Firenze, 2011. La quinta elementare della scuola Pestalozzi è speciale su più fronti: in primis, ha tutt'e due i maestri maschi, quando già è raro averne uno; poi, ha due alunni speciali, che fanno ingresso in aula all'inizio dell'anno e ci restano fino all'ultimo giorno, filmando l'ultimo mese, partecipando alla gita conclusiva che sostituisce l'ormai defunto esame scritto e orale – una gita/ prova di sopravvivenza in gruppo e nell'ambiente. Questi due alunni infiltrati, speciali, sono Federico Bondi e Clemente Bicocchi – il primo probabilmente noto a certe orecchie per l'esordio Mar Nero con la straordinaria Ilaria Occhini – autori anche di una sceneggiatura involontaria, intenti a riportare quel delicato passaggio «dalle elementari alle medie» quando i maestri diventano professori «a cui dare del lei», intenti a voler filmare la realtà senza contaminarla, magari causandola, come nella scena in cui il maestro rimprovera il bambino lanciatosi in acqua dopo la colazione, «siamo stati noi a dire: buttati in acqua» confessa Bondi. L'aspetto incredibile è che in questa volontà di trasferire la realtà su grande schermo l'ingombrante mezzo necessario, la telecamera, praticamente scompare, e i registi si fanno invisibili – merito del tempo trascorso insieme a macchinari spenti, probabilmente – e i bambini si dimostrano a proprio agio, sereni, spontanei: confessano i primi vergognosi amori, si chiudono in bagno intenzionati a non uscirne, sempre in bagno si dichiarano «moglie, moglie e moglie», si accarezzano le guance nel letto anche se sono due maschi: l'educazione affettiva del titolo, apparentemente assente in quanto materia insegnata, è proprio in questa condivisione di ogni cosa: di spazio e di affetto, è nella mancanza di schemi, di paletti. «Se tutti i bambini sono uguali, non lo sono i maestri» dice la giornalista Barbara Sorrentini alla prima milanese, alla presenza anche dell'Assessore all'Educazione e Istruzione del Comune di Milano Francesco Cappelli, complimentandosi con un metodo di insegnamento che si dissocia dal demone del “programma”, sono gli insegnanti che «devono andare dietro al flusso dei bambini, e non i bambini a inseguire gli insegnanti». Alle solite lezioni di algebra e alle consegne di temi svolti, allora, si dipanano le ben più interessanti e interessate prove di uso dello spazio, del corpo, gli esercizi nel cortile di camminata all'interno di certi confini, di incontri fintamente occasionali, addirittura un momento-confessione in cui si sputa il rospo ingoiato per cinque anni – dei quali ogni tanto vediamo il secondo, confrontando quei bambini con questi, che oggi hanno addirittura quattro anni in più e le scuole medie le hanno pure finite – per una matassa finale di temi da sbrigliare quali il tempo che passa ma soprattutto l'evanescenza dello stesso e l'abitudine all'abbandono, al cambiamento. Bambini trattati come adulti nei congedi, nelle spontanee e ingenue commozioni, nell'analisi di Nuovo Cinema Paradiso la cui musica accompagna tutta la pellicola insieme a Un Senso di Vasco Rossi, che qualcuna cerca anche di ri-cantare, e poi il momento più alto, quello del racconto dei nonni morti con gli occhi bagnati di chi non sa bene cosa stia dicendo ma vive la narrazione puramente di pancia, trasportando emozione. Girato nel 2011 ma adesso in qualche sala (a Firenze, da oggi al Cinema Mexico di Milano tutti i giorni alle 19:00 escluso il giovedì, qui il sito ufficiale con l'elenco completo delle proiezioni), in occasione del cinquantenario della scuola Pestalozzi fondata da Tristano Codignola nel '45, è un piccolo documentario (di durata e di aspettative) che «in una scuola qualunque non sarebbe stato possibile fare», che «trent'anni fa magari sarebbe stato possibile fare», che si propone come un gioco, un gioco che pretende la libertà che dovrebbero avere tutti i giochi, libertà che poi, in questo preciso momento soprattutto, le scuole soprattutto inferiori non riescono a trovare – a partire dalle barricate di genitori.

lunedì 30 marzo 2015

obama.



La Famiglia Bélier
La Famille Bélier, 2014, Francia/ Belgio, 100 minuti
Regia: Eric Lartigau
Soggetto: Victoria Bedos
Sceneggiatura: Victoria Bedos & Stanislas Carré de Malberg
Ispirata al romanzo Les Mots Qu'on Me Dit Pas di Véronique Poulain
Adattamento: Thomas Bidegain & Eric Lartigau
Cast: Louane Emera, Karin Viard, François Damiens,
Eric Elmosnino, Roxane Duran, Luca Gelberg, Ilian Bergala
Voto: 7.4/ 10
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«I film francesi di successo in Italia arrivano tutti» dice Virna Lisi, con una punta di veleno, in un altro film presente in sala; e questo è l'ennesimo, che arriva da noi, ennesima commedia campione d'incassi in patria – per una volta che vola (soffermarsi sull'uso del verbo) basso, che vede Parigi come meta lontana e si consuma nelle campagne, spostandosi dal pane di Gemma Bovery alle mucche di una famiglia di sordomuti che per vivere produce formaggio. Paula Bélier, bélier come montone, figlia maggiore del nucleo di quattro, è l'unica in grado di sentire e parlare per cui tramite verso i fornitori, i commercianti, i clienti del mercato, i giornalisti che vengono a filmare una giornata tipo nella fattoria. Sveglia presto alla mattina, fieno alle mucche, concerto di stoviglie e tegami in cucina che lei soltanto si sorbisce e poi a scuola, come tutte le ragazzine delle medie: un misterioso taciturno belloccio che si vergogna di guardare, un'amica più lasciva che se li è fatti praticamente tutti, lo spagnolo che non s'impara e un corso a scelta: e sceglie il coro, dove – dopo peripezie silenziose – esploderà una voce «pepita d'oro» da affinare ma che potrebbe andare lontano. Ex concorrente di The Voice francese e con un disco, Chambre 12, uscito questo marzo, Louane Emera è la punta di diamante di un cast azzeccatissimo; è un'adolescente alle sue prime mestruazioni, che combatte la cattiveria scolastica verso i suoi genitori disabili, che si carica più del peso che dovrebbe, in casa, che vive il sentirci come una condanna, a detta della madre, che «quelli che ci sentono» non li ha mai potuti sopportare. Ma affronta tutto con la forza che gli adolescenti non sanno di avere, perdendosi nelle minuzie in classe, «rompendosi» di fare un provino, come le nostre Meraviglie ma al contrario: perché sarà il padre a voler gareggiare, scendendo in politica per il bene della comunità (e non dei singoli cittadini), dimenticandosi dell'età della figlia femmina, mettendole il broncio, dicendo infine «avremmo dovuto prendere un aiuto tanto tempo fa». Con un insegnante di musica un pelo frustrato, memore forse de Les Choristes (la separazione dei tenori dai contralti sarà una citazione?), un insegnante diciamo in versione più moderna, Paula spiccherà il volo e non la fuga attraverso il classicissimo repertorio di Michel Sardou abbandonando – anche solo col pensiero – il nido di cui si è presa così tanta cura. Non è, questo, certo, un terreno inesplorato: di film adolescenziali sulla ricerca (e il ritrovamento) di sé e dei propri doni, lo svezzamento sessuale, Le Meraviglie in primis, con canzoni alla Disney Channel, poi, ne è pieno il mondo. Ma in questo caso, all'originalità del linguaggio dei segni, causa e soluzione di tanti divertissements, di tante scenette comiche, padroneggiato in maniera egregia (l'accendersi e spegnersi della lampada per attirare l'attenzione, la mano sulla gola per carpire i tempi di una canzone), fotografata nel suo essere e non nel suo essere un problema, un disagio sociale, una condizione di compatimento o scherno, seppure i ragazzini ci scherzano sopra – all'originalità dei personaggi sordomuti, dicevo (immensi Karin Viard e François Damiens, lei svampita spontaneamente, lui orso intransigente), si aggiunge un'audacia nei dialoghi, una libertà soprattutto nell'affrontare i veri temi cardine dello sviluppo: il sesso innanzitutto, fondo di quasi ogni discorso, il sesso dei genitori che non sentono il chiasso che fanno, il sesso dei ragazzi che non sanno dove finisca e credono di consumarlo negli spogliatoi a scuola, il sesso dei più piccoli che per la prima volta mettono un preservativo. Su una sceneggiatura a plurime mani tanto ruffiana quanto solida, il regista dell'episodio Lolita de Gli Infedeli e del più celebre Prestami La Tua Mano fa centro colpendo piccoli e meno piccoli, nostalgici della periferia e allergici ai cellulari, genitori e figli, confezionando una pellicola composta, educata, sobria, divertente, commovente, non troppo seria e grezza come una pepita d'oro.

soldi e bambini sporchi.



Trash
id., 2014, UK/ Brasile, 114 minuti
Regia: Stephen Daldry
Sceneggiatura non originale: Richard Curtis
Con la collaborazione di Felipe Braga
Basata sul romanzo Trash di Andy Mulligan (Rizzoli)
Cast: Rickson Tevez, André Ramiro, Gabriel Weinstein,
Eduardo Luis, Selton Mello, Wagner Moura, Rooney Mara,
Martin Sheen, Jesuíta Barbosa, Maria Eduarda
Voto: 6/ 10
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C'era una mattina un uomo, che si svegliò e diventò regista di capolavori, nell'ordine: Billy Elliot (che valse la nomination all'Oscar a lui e alla sua attrice non protagonista), The Hours (Oscar all'attrice protagonista), The Reader (Oscar all'attrice protagonista), Molto Forte, Incredibilmente Vicino che la critica americana guardò col naso arricciato e adesso Trash, che la critica americana non ha proprio visto – perché Stephen Daldry è regista inglese e ha sempre mantenuto forte il suo approccio british alle storie – per cui sorprende che si sia spostato nelle favelas latine per ambientare (in tutti i sensi) la sua ultima fatica, faticosa e ambientata anche a livello di cast, a livello linguistico – è servito Felipe Braga ad adattare i dialoghi di Richard Curtis, quello-di-Quattro Matrimoni E Un Funerale – e sorprende che il film sia stato candidato ai BAFTA, che sono british, come film straniero: perché da noi il portoghese è doppiato in italiano e l'inglese resta tale pasticciando l'accento della proto-volontaria insegnante dipartita Rooney Mara, il cui nome capeggia sulla cover insieme a quello di Martin Sheen ma effettivamente personaggi (lei come lui) marginali, di supporto a una trama con altri tre baby-attori. I quali, ex sconosciuti, realmente originari delle favelas, seriamente immischiati nello sporco lavoro della discarica e della spazzatura, parlano portoghese tutto il tempo, che nella versione originale non crea disagi con le battute in inglese – tutto questo per dire che il film: non va visto doppiato. Esce mercoledì 25 marzo in DVD (€ 14,90) e Blu-ray (€ 18,90) e porta sullo schermo la storia di soldi e bambini sporchi del romanzo per ragazzi omonimo di Andy Mulligan: altro problema; i romanzi per ragazzi, così alla Dickens, così poveracci come Oliver Twist o, mi si lasci il termine, maratoneti come Hucklebarry Finn, bambini-adulti cresciuti in miseria e baracca, con un linguaggio grezzo e l'educazione rozza, ma soprattutto i romanzi d'avventura portati all'eccesso, che portano i ragazzini alla scoperta di tesori, di denari rubati, di tombe profanate, addirittura, come in questo caso, di corruzione dentro le forze dell'ordine brasiliane (ma già ce ne aveva parlato il campione d'incassi Tropa De Elite – Il Nemico È All'interno), funzionano forse su carta, in quanto libri d'avventura per ragazzi, e lasciano alienati gli spettatori di un “film d'autore”, come si dice. Filmicamente eccelso: che mescola sapientemente passato e futuro col presente, che usa escamotage di luogo o di tecnica narrativa per farci vedere eventi successi o che decifreremo dopo, eccelso anche nell'utilizzo dei suoi attorini e nell'inseguirli con la telecamera attraverso fognature e discariche, di corsa lontano dai poliziotti. Sono Raphael, Gardo, Rato: uno di questi trova un portafogli tra la spazzatura in cui passano tutto il giorno, a smistare: nel portafogli ci sono dei soldi, un santino di Francesco (il frate, non il papa), una foto, dei numeri sul retro, una chiave: strumenti da videogioco per districarsi nel livello e accedere al successivo. La polizia compare e offre una ricompensa in cambio di quell'enigmatico bottino, ma i bambini non scendono a compromessi. Facendosi aiutare dai preti e dagli idealisti e dai carcerati o facendo per conto loro, ricostruiscono il puzzle di eventi e personaggi e morti per finta che porta a una quantità smaniosa di denaro. La locandina anticipa cosa ne faranno. La reale condizione dei poveracci, in Brasile, si scontra con le classi superiori e il cinema ha cercato di raccontare questo divario apertissimo; in questo caso non solo non ci riesce: neanche ci prova. Manca qualsiasi spinta etica, sentimentale, nel condannare la corruzione o nel dipingere la forza di chi arranca o chi aiuta: i missionari sono marionette patetiche che compaiono e scompaiono, i ragazzini sono illuminati da un'arguzia divina. La tensione c'è, nonostante la sceneggiatura sia scritta da un esperto di commedie romantiche, ma pare non esploda mai; pare un film abbozzo: a cui manca una riscrittura.