lunedì 10 agosto 2015

la pelle che abito.



Ex Machina
id., 2015, UK, 108 minuti
Regia: Alex Garland
Sceneggiatura originale: Alex Garland
Cast: Domhnall Gleeson, Oscar Isaac, Alicia Vikander,
Sonoya Mizuno, Corey Johnson, Symara A. Templeman
Voto: 7.9/ 10
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Il ginger irlandese Domhnall Gleeson (figlio di Brendan, con cui ha condiviso il set religioso di Calvario, il maggiore dei fratelli Weasley in Harry Potter E I Doni Della Morte ma soprattutto il protagonista, non talentuoso, John di Frank) viene scelto (selezionato?, sorteggiato?) per accedere nella blindatissima casa di Nathan, il CEO della Bluebook, il programmatore che ha ideato l'algoritmo su cui si basa adesso uno dei più importanti motori di ricerca del mondo: una casa dispersa tra prati e cascate e colline al punto che l'elicottero, impossibilitato ad arrivarci, lo lascia metri prima, e lo fa andare a piedi. Caleb, Gleeson, conosce così Oscar Isaac, che si conferma il più sottovalutato attore dei nostri tempi: rasato ma con barba e due vizi: l'allenamento fisico e la vodka liscia. Motivo del “viaggio premio” è testare un prodotto segreto e riservatissimo del suo capo e mentore, al punto da dover firmare contratti di riservatezza, avere ristrettezze sulle stanze della casa, telecamere dovunque che registrano ogni mossa, ogni movimento, addirittura fotocellule nel muro che impediscono l'abbandono in certi casi. Un'esagerazione a cui presto è data risposta: Ava, donna-macchina con componenti elettroniche ma dal mirabile volto umano, dai modi umani; dai sentimenti umani? Ecco il compito di Caleb, testare la macchina per scoprire fin dove è macchina e fin dove persona – senza rivelare niente a nessuno, ché pure la domestica di casa, giapponese silenziosa, non capisce l'inglese e quindi non può lasciarsi scappare una nota ad anima viva – rinchiusa com'è in quel posto, poi… Ma Ava, durante un blackout, ammonisce Caleb: di non fidarsi di tutto ciò che gli verrà detto. L'avviso ingigantisce il thrilling della situazione, claustrofobica già di suo, tipico risultato degli ingredienti: sconosciuto, sconosciuto, casa isolata. Con uno sconosciuto che ha il coltello dalla parte del manico e l'altro che siamo noi. Il gioco delle parti si ribalta, alla fine, senza spoiler, quando il dubbio colpisce anche la macchina: che magari ha troppe pretese umane e nessun vero sentimento. Da che parte stare? Ricalcando temi e utopie più universali ed eterne del sogno creazionista, Alex Garland (lo sceneggiatore di The Beach, di 28 Giorni Dopo, di Non Lasciarmi che è il diretto anticipatario di questa pellicola) abbandona i libri da cui di solito attinge per il suo materiale ma se ne ricorda, soprattutto di quei romanzi ottocenteschi dall'impianto gotico e dagli archetipi tragicamente greci, Prometeo, Frankenstein, il dottor Jekyll – tutta roba che è pure servita a Pedro Almodóvar per il suo penultimo La Pelle Che Abito, dove la partenza non è la codificazione digitale ma una vendetta corporale. Garland però si supera: asciuga trama, personaggi, unità di tempo e di luogo al punto da ridurre al minimo indispensabile e non sbava neanche in una scena; mentre riempito di barocchismi Almodóvar era incappato in qualche scivolone. La prima idea per Ex Machina gli venne in mente quando a 11, 12 anni circa, i genitori gli comprarono un computer e lui ebbe le prime nozioni di programmazione. Crescendo, si batté coi suoi compagni che sostenevano che le macchine non avrebbero mai raggiunto la sensibilità: lesse libri sulla coscienza e realizzazione dei robot e lavorò ai suoi progetti con scrittori esperti di neuroscienze, lasciandosi ispirare da 2001: Odissea Nello Spazio e Stati Di Allucinazione di Ken Russell. Per realizzare un film genuino, privo di scene d'azioni banali richieste dalle major, ha cercato di restare al minor budget possibile (15 milioni di dollari): durante le riprese non è stato infatti usato il green screen, né tracking marker né effetti digitali: tutto è stato aggiunto in post-produzione. La parte più corposa degli effetti sta in Ava, interpretata dalla futura onnipresente Alicia Vikander; questa si compone del suo effettivo volto, ripreso in rotoscopio, e una parte del busto completamente trasparente, che permette di farci vedere cosa c'è alle sue spalle. Non a caso, si legge: Ex Machina si appoggia con più forza alle sulle idee e non sugli effetti – ed è un film di fantascienza insolitamente coinvolgente.

martedì 4 agosto 2015

Omero, Iliade.



Il Ragazzo Della Porta Accanto
The Boy Next Door, 2015, USA, 92 minuti
Regia: Rob Cohen
Sceneggiatura originale: Barbara Curry
Cast: Jennifer Lopez, Ryan Guzman, Ian Nelson, John Corbett,
Brian Mahoney, Kristin Chenoweth, Lexi Atkins,
Hill Harper, Jack Wallace, Adam Hicks, François Chau,
Bailey Chase, Kent Avenido, Travis Schuldt, Raquel Gardner
Voto: 3.6/ 10
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La sveltina più famosa del mondo: quella con la segretaria, che porta Jennifer Lopez a separarsi dal marito – quasi a divorziare, perché la migliore amica le impone di riprendere in mano le redini della vita, di rifarsene una nuova, di uscire con uomini più dignitosi, a prescindere dalla loro opinione sull'attuale studio dei classici greci e latini (forse non sanno che J.K. Rawling…) – ma Jenny from the block è insegnante di Lettere (…) divorata dal cattolicesimo, diciamo, che passa giorno e notte a ripensare alla vita famigliare, con un figlio adolescente con problemi di inserimento sociale a cui farebbe bene una figura paterna fissa – preso in giro a scuola, bullizzato davanti alla ragazzina che gli piace a cui non riesce a chiedere nemmeno l'ora, come tutti gli high school movies ci hanno insegnato. Per cui, restata sola a gestire gli sgoccioli di una bollente estate, la Lopez fatica a uscire dal garage causa saracinesca difettosa: un bicipite si impone sovrano: è quello di Ryan Guzman, faccia banale come il titolo della pellicola, quasi ventenne (ah ah ah!) che si propone di passare dal ferramenta e comprare le due viti necessarie a rimettere in sesto l'impianto. Si è appena trasferito, orfano di entrambi i genitori causa incidente stradale e abitante ora della casa dello zio lontano, anziano e disabile. La sua finestra-di-fronte è di fronte a quella di Jenny, che per caso e per fortuna una sera lo guarda rimirarsi in appannato specchio (cit.), completamente nudo. E lui se ne accorge. E la invita a cucinare, una sera, e poi a restare a cena, e poi a restare in camera da letto – e lei cucina mangia e si stende ma nessuna delle tre mosse renderà celebre il film ai posteri, nemmeno la sfrontatezza con cui il naso le si insinua tra le cosce, e poi le mani che la invitano a tastare i multipli solchi addominali. Lei gli spiega, dopo: si è trattato della debolezza di una sera. Lui le risponde senza parole: si infiltra nella casella di posta, le tappezza l'aula di foto sconce, finisce ad essere studente nella sua classe, la ricatta col video di quella notte, la sveglia con la musica a tutto volume mentre a finestre aperte se la spassa con altre pollastre. Lo stalking – tema brividoso del film che si vorrebbe staccare dagli esempi cinematografici precedenti per attualizzarsi con dispositivi mobili e web practices – s'infittisce a differenza della trama, che galoppa verso una conclusione sempre più separata: di qua i buoni di là i cattivi – e i buoni, vedrai, finiranno tutti con lo stare insieme, e i cattivi, ovviamente, sono pazzi. Dita infilate negli occhi, torture, un rogo umano per un epilogo che ci ricorda chi è che produce il tutto: «potrà finire come uno dei peggiori film del 2015» scrive il Boston Globe, «ma è anche uno dei più coinvolgenti». Tre voti sufficienti ogni dieci, ma nonostante le recensioni negative – che comunque sottolineano la distanza tra questo film e lo scult – la Lopez ha ottenuto buoni risultati, dice Vanity Fair: «crede veramente in quello che dice e fa, ma è consapevole di non stare facendo Shakespeare». Andato molto bene al box office, incassando venti volte il suo budget e classificandosi come “thriller erotico” grazie alla facilità con cui i pantaloni di Guzman cadano quando è di spalle, segna la Storia per la scena all'inizio del flirt fra l'insegnante e l'addominale, quando lui si presenta a casa di lei regalandole, attenzione, la prima edizione di Omero, che, come fa notare lei, gli sarà costata un putiferio visto che, facendo due conti, la prima edizione dovrebbe essere stata stampata circa duemilatrecento anni fa, profetizzando l'invenzione di Gutenberg del 1455.

sabato 18 luglio 2015

totally.



Spy
id., 2015, USA, 120 minuti
Regia: Paul Feig
Sceneggiatura originale: Paul Feig
Cast: Melissa McCarthy, Jude Law, Rose Byrne, Jason Statham,
Allison Janney, Julian Miller, Sam Richardson, Bobby Cannavale,
Michael McDonald, Raad Rawi, Jessica Chaffin, Miranda Hart,
Katie Dippold, Richard Brake, Morena Baccarin, 50 Cent
Voto: 7/ 10
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C'è una bomba: e Jude Law, spia della C.I.A. inviata sotto copertura, la sta cercando con l'aiuto di un'agente specializzata ma mai uscita dall'ufficio, Susan Cooper, in collegamento nel suo orecchio e sulla sua lente a contatto. Attraverso questa, Susan vede quello che vede Jude, satelliti sparsi sulla litosfera le mostrano gli interni degli edifici, le mosse degli “scarafaggi”: in questo modo il duo prevede ogni attacco e conclude ogni missione senza un graffio. Fino a quando Rose Byrne si mette in mezzo e per vendicare la morte del padre – morto prima di recuperare la bomba – fa fuori Jude, e avvisa i servizi segreti di conoscere tutte le identità di tutti gli agenti. Allison Janney («number six!» ha gridato alla scorsa cerimonia degli Emmy Awards, e rischia di portarsene a casa altri due quest'anno per un totale di otto) è a capo della cricca super-segregata in uno scantinato infestato dai pipistrelli nel controsoffitto e dai topi; non potendo mandare in Francia, Italia, Ungheria, Jason Statham – la rivelazione del film – perché tra quelli che la Byrne «conosce», opta per Susan: una donna di mezza età con l'orologio di Beaches e creme per le emorroidi o pomate per le unghie incarnite che nascondono in realtà armi di contrattacco. Una nuova identità poco felice e Susan parte: un'anti-James Bond, goffa e con la parlantina nervosa, che al momento giusto saprà sfoderare tutti gli insegnamenti appresi durante l'addestramento, dal pilotare gli aerei allo sfrecciare su una Vespa. Ma essendo una non-James Bond, è anche capace di cadere dalla moto oppure di difendersi con una padella se viene attaccata con un coltello. Amica del suo nemico, si costruirà una seconda identità per non essere ammazzata e non ammazzare – e tutto scorre nella più classica delle trame fino a un insperato ma doveroso colpo di scena. Alla terza collaborazione con Paul Feig (il regista de Le Amiche Della Sposa), ma già al lavoro sulla quarta, il remake tutto al femminile di Ghostbusters approvato da Bill Murray, Melissa McCarthy abbandona le usuali seppur cangianti vesti e resta sì nella commedia, ma del paradosso: e diventa un'action woman: limita le parti della sua stunt e ogni giorno di riprese torna a casa con graffi e lividi – ma, a detta sua, si diverte un sacco. Capeggia un cast tutto azzeccato, che vede tornare insieme la Byrne e Bobby Cannavale, come al solito nel ruolo dell'italo-americano, dopo lo sfacelo di Annie, che macina una battuta dopo l'altra a velocità stellare senza particolari vette di genialità ma azzeccando il mood con cui affrontare il gioco cinematografico. «Ho sempre sognato di fare uno 007 movie ma non me l'hanno mai proposto; così ho girato Spy» dichiara il regista e sceneggiatore, che ribalta le macchiette a cui siamo abituati dentro agli inseguimenti in macchina e alle sparatorie e ne fa di nuove, tutte caratterizzate allo sfinimento: dai capelli di Rose al suo accento estenuante, passando per l'«amoruccio» di Law, incredibilmente a suo agio come “vero” Bond. La commistione di tutte queste cose, cui si aggiungono certi siparietti sui cliché degli italiani e qualche steadycam soprattutto in macchina per rendere credibile lo sfrecciare a destra e a manca – tutte queste cose funzionano, stranamente, e meglio de Le Amiche: dove forse si cadeva troppo e troppo spesso nel demenziale. Una canzone originale per i titoli di testa che fa il verso a Shirley Bassey e una colonna sonora, di Theodor Shapiro, che fa il verso a tutte le spy stories, e un incasso poderoso mettono già a giugno il film in gara per la prossima stagione di premi, per il ruolo di quella sola, unica commedia accettata dalla critica.

martedì 14 luglio 2015

Josh Ho.



Giovani Si Diventa
While We're Young, 2014, USA, 97 minuti
Regia: Noah Baumbach
Sceneggiatura originale: Noah Baumbach
Cast: Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver, Amanda Seyfried,
Charles Grodin, Adam Horovitz, Maria Dizzia, Matthew Maher,
Peter Yarrow, Dree Hemingway, Matthew Shear, James Saito
Voto: 7.2/ 10
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Josh gira documentari, Cornelia li produce; il padre di lui è stato un famoso regista del genere, gli amici di entrambi hanno appena avuto un figlio. Domandano alla coppia: e voi, quando lo fate? – poi si imbarazzano. Josh e Cornelia ci hanno provato due volte, ma lei ha perso il feto in entrambi i casi. Così, escono con gli amici, girano e producono documentari ed evitano il padre di lei perché Josh è convinto che non ci sia particolare compatibilità tra i due maschi. Gli amici, però, iniziano a frequentare solo genitori di figli, classi di canzoncine per bambini, barbecue con la metà degli ospiti under 3. Il caso vuole che Josh, nella scuola dove insegna, si imbatta in uno studente imbucato, Adam Driver, che poi lo inviti a cena insieme alla sua giovane moglie Amanda Seyfried per parlargli di quanto abbia apprezzato la sua carriera, e quella del suocero, dei suoi progetti futuri – ma anche della sua casa di videocassette e vinili, recupero di sigle anni '80, cappelli e occhiali dalla montatura tonda, scrivanie fatte a mano con le assi di legno per spendere meno e vincere l'effetto home-made, il gelato artigianale proto-vegano, il rifiuto di Facebook a meno che non lo si usi per esperimenti sociali e lo sforzo di ricordare qualcosa invece di cercarla su Google dal cellulare. Josh e Cornelia leggono dall'iPad, ascoltano musica dall'iPod, si annotano la lista della spesa sull'iPhone; Jamie e Darby giocano a basket con la gente del quartiere, vanno in bici, ballano hip-hop. Sono ciò che i due protagonisti sono stati: e questo, aggiunto all'entusiasmo e le aspettative dell'essere giovani, li fa scatenare: gli amici (vecchi) non li chiamano più, e travolti da un insolito coinvolgimento si sforzano di essere generosi: Josh si propone per aiutare Jamie nel suo progetto amatoriale documentaristico alla ricerca di un sopravvissuto di guerra. Ma nella costruzione della cosa molto appare poco spontaneo, il protagonismo del ragazzo diventa eccessivo fino a far dubitare della natura del rapporto e della sua nascita. Dopo aver raccontato una ragazza che non accetta di stare diventando donna in Frances HaNoah Baumbach prosegue linearmente la narrazione dipingendo due adulti che, impossibilitati all'essere etichettati come tutte le altre coppie (“di genitori”) si domandano se stiano invecchiando o se abbiano ancora l'età per fare i giovani. Non rifuggono le loro responsabilità come Frances: rifuggono il loro passato e poi se ne lasciano stregare come se fosse sconosciuto. Dove però quel film (scritto dalla compagna del regista Greta Gerwig e da lei interpretato, nomination al Golden Globe come attrice comedy, arrivato in Italia con un abbondante anno di ritardo e mai visto in DVD) vinceva – asciugando l'intreccio narrativo alla semplice dichiarazione della vita della protagonista – questo pecca: perché lo sconosciuto astutamente inserito nella vita di un altro e poi scoperto bugiardo approfittatore è roba vecchia. Ben Stiller, già nel precedente debole Stravagante Mondo Di Greenberg, si cala appieno nel ruolo ma non affronta particolari ostacoli; Naomi Watts invece aveva tra le mani un personaggio profondissimo – donna che vive il dramma di non poter procreare, che si vede circondata solo da mogli e mamme e bambini, che lavora all'ombra del padre e del marito – ma non hanno le preoccupazioni e i problemi che aveva Frances: non mancano di soldi, di talenti, di decenza estetica. Purtroppo le premesse della prima parte (taglienti fino alla cattiveria satirica, lucidamente contemporanee, antropologicamente analizzate) si perdono alla ricerca spasmodica di una trama interessante da seguire fino alla fine: e come tutte le trame che il pubblico vuole, per la prima volta, fa approdare in sala, quasi per tempo, un film di questo indie-regista.

venerdì 10 luglio 2015

notti intere ad aspettarti.



Babadook
The Babadook, 2014, Australia/ Canada, 93 minuti
Regia: Jennifer Kent
Sceneggiatura originale: Jennifer Kent
Cast: Essie Davis, Noah Wiseman, Barbara West,
Hayley McElhinney, Daniel Henshall, Benjamin Winspear,
Chloe Hurn, Jacquy Phillips, Bridget Walters
Voto: 7/ 10
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Amelia ha un figlio, nato il giorno in cui il marito morì, incidente d'auto portandola in ospedale per partorire. Samuel adesso ha sei anni e non ha mai festeggiato, comprensibilmente, un compleanno. Vivono insieme, da soli, in una grande casa dai toni freddi di tutti i film horror con la fotografia fredda. Sono cianotici, lei parla poco, fa l'infermiera in un centro per anziani, specializzata nel far giocare al bingo, dieci parole al giorno ai colleghi. Lui non è socialmente accettabile né accettato: parla continuamente, troppo, è agitato, perfino violento quando si parla del genitore. A casa si esercita a metà con i giochi di prestigio e l'autodifesa: costruisce piccole armi, lancia petardi per fare fumo. La madre lo rimprovera, lui le risponde angosciato che deve proteggerla, e che lei deve proteggere lui. Poi arriva il momento di andare a letto e bisogna fare il giro delle stanze: aprire tutti gli armadi, guardare sotto a tutti i letti, per assicurarsi che non ci siano eventuali mostri pronti ad attaccare nella notte. Poi si legge una fiaba che dovrebbe condurre al sonno, e invece i due restano svegli. Una sera compare un libro, The Babadook appunto, un pop-up in bianco e nero che racconta la storia di un mostro desideroso di ammazzare gli abitanti della casa. Amelia è incredula, il bambino terrorizzato: quelle immagini, ma anche i suoni che ne derivano, lo perseguitano e non lo fanno dormire, non gli fanno parlare di altro in classe, coi compagni, alle feste di compleanno, con la zia unica parente presente. Presto viene cacciato dalla scuola e poi messo nell'angolo dalle altre mamme. Il demone del Babadook si sposta da lui a sua madre, che con bagagli di sonno arretrato e la perdita del lavoro ha sempre più scatti d'ira, sempre più momenti di poca lucidità, che vanno dal bagno completamente vestita alla violenza sul cane di famiglia. Passano le notti davanti al televisore: e qui la regista, che è una donna, e che si chiama Jennifer Kent, si lascia trasportare dalla sua cinefilia riempiendo lo schermo delle più disparate immagini, dalle televendite a Jakie Chan passando per il cartone animato di un lupo che si traveste da pecora. Se per tutto il tempo crediamo che il mostro che vive nell'ombra, che sentiamo rantolare ogni tanto, sia un parto della mente dato dallo stato delle cose, alla fine il film scivola nell'inaspettato surrealismo, senza però mostrarci quasi mai una goccia di sangue né un essere mostruoso. Presentato in concorso al Festival di Torino Scorso, Babadook è un film horror senza violenza che si basa esclusivamente sul concetto di paura. Non a caso molte sequenze, a partire dalla prima, mostrano Amelia a metà fra il sonno e la veglia, sottolineando che la notte, e il dormire, sono i momenti in cui siamo maggiormente deboli, e quindi spaventati. Si aggiunge la claustrofobia della messa in scena, che quasi per tutto il film è girato in casa, a basso costo, con un montaggio frenetico che mostra una serie di dettagli, di mani, scarpe, pioli della scala fotografati armonicamente col resto. Miglior film australiano agli AACTA Awards parimerito con The Water Diviner di Russel Crowe, miglior regia e sceneggiatura e altri 41 premi internazionali per il primo film da regista dell'attrice di Murder Call. La musica, che esplode nei titoli di coda, è di Jed Kurzel.

Selma.



Ted 2
id., 2015, USA, 115 minuti
Regia: Seth MacFarlane
Sceneggiatura originale: Seth MacFarlane, Alec Sulkin e Wellesley Wild
Cast: Mark Wahlberg, Seth MacFarlane, Amanda Seyfried,
Jessica Barth, Giovanni Ribisi, Morgan Freeman,
Sam J. Jones, Patrick Warburton, Michael Dorn,
Bill Smitrovich, John Slattery, Liam Neeson, Tom Brady,
Jay Leno, Jimmy Kimmel, Alec Sulkin
Voto: 6/ 10
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Tre anni, una nomination all'Oscar (miglior canzone originale Everybody Needs A Best Friend, interpretata da Norah Jones nel tipico stile jazzy de I Griffin), la presentazione di quegli Academy Awards, un altro film in sala scritto diretto e interpretato (Un Milione Di Modi Per Morire Nel West, un'atrocità del demenziale candidata a quattro Razzie), tre serie animate portate contemporaneamente avanti e Seth MacFarlane ritorna, nel 2015 a dare voce (e movenze) all'orsetto giocattolo che negli anni '80 prese vita diventando un fenomeno mediatico invitato a talk-show e trasmissioni televisive per poi finire nel dimenticatoio dei più – ma non di Mark Wahlberg, adulto mai cresciuto nonostante un matrimonio e un divorzio, che ne sarebbe il “proprietario”, o meglio il “custode”?, il fedele “rimbombamico”, ecco. Perché Ted, peluche con vita e vizi – l'erba, la birra, il sesso – non dovrebbe avere proprietari, in quanto human being – ma lo è poi sul serio? In questo secondo capitolo, ambientato dal giorno delle sue nozze in poi, è questo il fulcro della trama: affermare la propria esistenza, i propri diritti civili, matrimoniali, lavorativi: in quanto fatto di pezza e ripieno di cotone, Ted non viene accettato da alcuni stati americani come marito, come cassiere del supermercato. La querela diventa virale, i giornalisti e i conduttori di TG ne parlano in televisione, ognuno la pensa come vuole e nella condizione di emarginato sociale e politico Ted si ritrova ad affiancare neri e omosessuali nelle annose marce che li hanno contraddistinti: l'elogio del diverso, quindi, a sorpresa, in uno sviluppo narrativo originale ma che nel suo script poi rivela l'obbligatoria banalità di vicende. Meno volgarità barbariche, meno sporcizia e demenzialità per un fondo di serietà legale in cui spunta Morgan Freeman avvocato (ovviamente nero) che non ha mai perso una causa a differenza della novella Amanda Seyfried (ovviamente bionda), già diretta da MacFarlane nel film precedente. Qualche siparietto sui generis, certo: a cominciare dalla raccolta del campione di sperma iniziale per rendere Ted padre di famiglia – privato dello strumento necessario e quindi costretto all'inseminazione artificiale, altro territorio spinoso; insieme a John finisce nella stanza sbagliata e il carrello con tutti i liquidi seminali si ribalta e ricopre uno dei due, sfiorando il vomito suo e di chi guarda. Essendo Ted questa volta più protagonista del suo co-starring, il temuto antagonista a maggior ragione è Giovanni Ribisi, anch'egli nel film precedente – quasi stesso rôle a causa del suo physique  – ultimo nella scala gerarchica della Hasbro che vorrebbe riscattarsi coi consensi del proprietario. Satira agli onnipresenti supereroi: dai quali sono tutti mascherati durante il Comic-On e di cui si aspettano continue notizie («il prossimo Superman sarà interpretato da…»), passando per i fenomeni sportivi, i soliti cammei e la conclusiva scena di botte senza apparente spiegazione. L'originalità che ha contraddistinto il giovane regista, sceneggiatore e produttore si accartoccia (di nuovo) sul grande schermo, nonostante la chiave di lettura del film (dei film) sia la presa in giro del target hollywoodiano senza che il target hollywoodiano se ne accorga, anzi ci rida sopra. Ma dove le battute funzionano, il ritmo funziona, anche molto, è l'esito del plot che lascia delusi.

mercoledì 1 luglio 2015

hard knock life.



Annie
– La Felicità È Contagiosa
Annie, 2014, USA, 118 minuti
Regia: Will Gluck
Sceneggiatura non originale: Will Gluck & Aline Brosh McKenna
Basata sul libretto teatrale di Thomas Meehan
Ispirato alle strisce a fumetti di Harold Gray
Cast: Quvenzhané Wallis, Jamie Foxx, Rose Byrne, Bobby Cannavale,
Cameron Diaz, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Amanda Troya,
Zoe Margaret Colletti, Nicolette Pierini, Stephanie Kurtzuba,
Patricia Clarkson, Sia, Mila Kunis, Ashton Kutcher, Rihanna
Voto: 3.8/ 10
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Il primo quarto d'ora di film è la prova d'artista di tutti gli sceneggiatori: dialoghi didascalici che servono a riassumere quello che della storia non sappiamo, anche se siamo alla settima riduzione dell'originale Little Orphan Annie, striscia a fumetti che debuttò nel 1924 sulle pagine del New York Daily News, creata da Harold Gray, e diventata talmente celebre da finire tra le venti strip commemorative in un'edizione speciale di francobolli statunitensi. La pubblicazione italiana non ha mai riscosso grande successo, mentre già negli anni '30 in America se ne trasse un primo adattamento cinematografico: la storia originale è quella di Annie, bambina di dieci anni circa dai ricci capelli rossi e senza pupille che vive in un'America conservatrice fatta di ricchi capitalisti tutti buoni e malvagi di estrazione sociale inferiore. Alla fine degli anni '70 debutta a Broadway il musical Annie che resterà in cartellone per quasi 2.400 recite. Da questo plot prende il via il più celebre film dell'82 di John Huston: l'orfanella Annie vive con una manica di altre bambine in una grande casa che deve tenere a lucido sotto il controllo spastico della signorina Hannigan, zitella con la mania dell'arricchimento e non certo la vocazione per i minori. Il miliardario Warbucks (soldi di guerra, che viene adattato a produttore di armi) decide di ospitare nella propria villa, per una settimana, filantropicamente, una delle pischelle senza genitori dell'istituto – la scelta ovviamente ricade sulla Annie del titolo, altrimenti il film si chiamerebbe in un altro modo, la quale custodisce il mezzo ciondolo di una collana che spera di completare ritrovando i veri padre e madre. Ovviamente, giunta a palazzo, tra la comica ineducazione e la spontaneità infantile, conquista prima la servitù e poi l'algido padrone di casa. Nel gennaio 2011 la Sony annuncia l'avvio del progetto finanziato da Jay-Z e Will Smith, con protagonista la figlia di quest'ultimo, Willow. In fase di produzione era stato stabilito infatti che la nuova Annie dovesse essere afro-americana, ma due anni dopo, a inizio riprese, viene preferita Quvenzhané Wallis, la più giovane candidata all'Oscar come Miglior Attrice della storia, a 9 anni, nel 2013, per Re Della Terra Selvaggia. Cameron Diaz prende la parte che era stata data a Sandra Bullock, si aggiungono Jamie Foxx e Bobby Cannavale (il primo è candidato sindaco di New York, il secondo è il suo fedele agente senza scrupoli) più tutta una serie di cammei che culminano con la scena di un film fantasy, al cinema, intepretato da Mila Kunis, Ashton Kutcher e Rihanna. Fa capolino anche l'onnipresente Sia, autrice della straziante canzone originale Opportunity, candidata al Golden Globe: Annie versione 2014 ottenne due candidature al Globe: oltre a quella per il brano, l'attrice protagonista in un film comedy o musicale: inutile e immeritato tentativo di recuperare la mancata candidatura alla Wallis dopo la risonanza di tre anni fa («una ragazzina più leziosa di Shirley Temple», Marzia Gandolfi). Jay-Z interviene anche in tutta la colonna sonora, che mischia deboli pezzi originali a cover che furono del palco di Broadway: tripudio di auto-tune che strizza l'occhio alla Billboard e al pubblico a cui piace che quando si comincia a cantare gli attori chiedano: ma che fai?, canti? Il musical di Huston, e quello poi per la televisione di Bob Marhall, perdono il loro impianto clochard – Annie è un'orfanella povera che vive in un quartieraccio e a malapena si lava: l'approdo in casa di Foxx rivela più schermi e monitor che pareti, sintomo dell'angoscia con cui si vive la candidatura politica – durante la quale tutto è documentato, tutto filmato fotografato e virale. La satira sociale non basta: Warbucks salva Annie per strada, gli elettori se ne accorgono e lui se la porta in casa per far parlare bene di sé: ma la condizione afro-americana che si dovrebbe aggiungere a quella di povertà e solitudine, si perde per le vie di Manhattan insieme alla carriera di Cameron Diaz: la peggiore scelta che si potesse fare per una zitella che dimostra più dei cinquant'anni che ha. Candidata al Razzie come peggior attrice non protagonista e vincitrice dell'Alliance of Women Film Journalist come “attrice che necessita un nuovo agente”, non ha portato al film il secondo grape, oltre a quello di peggior remake 2014. Il pasticcio di intenti – fare un film afro-americano su un musical di Broadway senza attingere al musical di Broadway né alla striscia a fumetti di partenza – a cui aveva inizialmente partecipato Emma Thompson, esce in sala, non a caso, con un anno di ritardo dall'America.