venerdì 28 novembre 2014

32TFF: il reame



Stella Cadente
id., 2014, Spagna, 105 minuti
Regia: Lluis Miñarro
Sceneggiatura originale: Sergi Belbel & Lluis Miñarro
Cast: Àlex Brendemühl, Lola Dueñas, Lorenzo Balducci, Bárbara Lennie, Francesc Garrido, Àlex Batllori, Gonzalo Cunill, Francesc Orella
Voto: 4/ 10
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1870, novembre: con il doppio dei voti ottenuti dalla Democrazia, Amedeo d'Aosta fratello di ciò che sarà Umberto I e iniziatore della dinastia dei Savoia diventa Re di Spagna (ma si trova a Torino). 1871, gennaio: Amedeo arriva in Spagna pieno di ideali progressisti e innovativi e subito gli consigliano di ritirarsi – il suo predecessore è stato assassinato, nell'aria si espande il rumore delle bombe. La Spagna non è pronta a questo stacco generazionale, a quest'apertura di mente: lavora ancora su intrighi e corruzione dentro al castello. Rifiutandosi di abdicare, allora, Amedeo passerà la maggior parte dei suoi giorni rinchiuso nelle stanze, ad aspettare fremente l'arrivo della moglie María Victoria, ad intravedere le nudità della cuiñera Lola Dueñas tanto cara al maestro Almodóvar, a farsi servire e riverire dal suo fedele assistente e dal giovanissimo cameriere di corte – e qui iniziano le bizzarrie: quest'ultimo, si diverte a sottrarre al sovrano indumenti e accessori che usa o lecca o indossa per travestismi danteschi; quell'altro, nel raccogliere la frutta e prepararla per il pasto (rigorosamente privo di carne), buca meloni e c'infila dentro il già turgido pisello per masturbarsi – e poi servire in tavola. Finiranno ovviamente in una tresca omosessuale che si conclude con l'origine du monde ribaltata al maschile in un primo piano anatomico di Lorenzo Balducci di cui si parlava molto prima che questo film arrivasse al festival. Di passaggio in Tre Metri Sopra Il Cielo e Il Cuore Altrove e poi nell'anche gay-friendly Ma L'amore... Sì!, Balducci non è mai riuscito, nonostante l'eredità familiare, a sfondare nel nostro Paese, ed espatria per trovare effettivo chiacchiericcio sul Web che si diverte a votargli il pene. Come attore c'è ben poco da giudicare: il suo personaggio, come quasi tutti, sfiora il mutismo. Le scene, forse a voler rappresentare il peso dei giorni sempre uguali e tutti di fila, in questa clausura a quattro tra le stoffe e i banchetti, sono costruiti come quadri pre-barocchi, dove le frutte trovano colori brillanti, innaturali, le composizioni sui tavoli spiccano in simmetrie e accostamenti. A sottolineare ciò sono le riprese fisse, di pochi secondi, su pochi dettagli, e la telecamera sempre ferma a inquadrare i dialoghi a due, o i silenzi di coppia. Spezzerà l'incanto l'arrivo di Bárbara Lennie, una regina poco credibile che presto tornerà da dov'è venuta ricacciando il marito nello sconforto politico tra solitudine e alienazione. Àlex Brendemühl, il re, ogni tanto si perde in dialoghi o meglio monologhi che sfiorano la Filosofia e la Storia, la Politica e l'Estetica – ma non ci crede nessuno, dato che la scena successiva sarà di due natiche al bagno e la precedente una macchia di sperma sui pantaloni. Lluis Miñarro, costruendo una lingua a metà tra il castigliano e il catalano antichi, non si prende sul serio né cerca di fare un film dal serio contorno storico, dalla credibile costruzione realistica. L'attenzione a scene costumi trucchi si concede delle immagini claustrofobiche che passano in secondo piano rispetto all'assurdità del resto; se l'obiettivo era sconvolgere o infastidire, però, non c'è riuscito: il film manca di eccesso: in un senso o nell'altro. Non è davvero ironico né è grottesco fino in fondo. Resta in quel limbo pericolosissimo che lo rende artisticamente insufficiente, la solita storia contro cui si scagliano tutti. Non serviranno gli istrionici titoli di coda a far cambiare idea. Qualcuno uscendo dalla sala ha anche esagerato: «se la giornata non era un granché, questo me l'ha rovinata».

32TFF: il fisico.



La Teoria Del Tutto
The Theory Of Everything, 2014, UK, 123 minuti
Regia: James Marsh
Sceneggiatura non originale: Anthony McCarten
Basata sul romanzo di Jane Hawking
Cast: Eddie Redmayne, Felicity Jones, Harry Lloyd, Emily Watson,
Michael Marcus, Alice Orr-Ewing, David Thewilis
Voto: 7/ 10
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Stephen si alza al mattino quando gli altri hanno già seguito la prima lezione, mette su Wagner, beve il caffè che non rovescia sugli appunti sparsi in fogli sulla scrivania, esegue gli esercizi di Fisica dietro al libretto degli orari dei treni in mancanza di altri supporti, il giorno prima di consegnarli, senza aver letto le tracce per i sei giorni precedenti. Divide la stanza con Harry Lloyd che è al Festival di Torino anche in Big Significant Things, insipidamente in concorso, e con lui ride e bivacca e beve birra e corre in bici verso le feste di Cambridge durante le quali non ha tempo né modo di pensare al tema della sua tesi, né al suo dottorato. Pensa però a Jane, che incontra all'improvviso, vede tra la folla, come solo nei film succede o che solo i film ci sanno raccontare in questo modo. Jane, religiosissima studentessa di Lettere, Francese e Spagnolo, Poesia medievale, e Stephen, che riuscirà a corteggiarla con l'eleganza degli anni '60 e la tenacia delle persone argute, prenderanno dopo il matrimonio il di lui cognome: Hawking. Ma il matrimonio arriverà solo dopo la malattia che tutti conosciamo: un atrofizzarsi dei muscoli degenerativo, una incipiente capacità di camminare, muovere le mani, poi anche parlare – solo un organo funzionerà benissimo, perché «automatico», e darà loro tre figli nonostante l'aspettativa di due anni diagnosticata dai medici. Ma essere giovani negli anni '70 e avere tre figli e non essere una famiglia normale nonostante la fama in tutto il mondo «per i buchi neri e non per i concerti rock» non sarà facile, soprattutto per Jane, una Felicity Jones finalmente protagonista assoluta di una grossa produzione che la lancia alla mercé del pubblico e dei colleghi, dopo l'immenso ruolo da protagonista passato inosservato in Like Crazy. Ed è questa la maggiore lode al film: che mette in scena le doti interpretative altissime di due giovanissimi attori british, a cominciare da Eddie Redmayne sempre non-protagonista nei recenti Les Misérables e My Week With Marilyn e nel primo Savage Grace, immenso, devoto al ruolo fin nelle più piccole espressioni, nella postura, nelle patate lanciate fuori dal piatto, nell'articolazione degli arti: per lui il lavoro è stato lento e profondo, come racconta ricevendo il premio Maserati (accettandolo dicendo: «siete un Paese famoso per le sculture e si vede in queste splendide statuette»): dopo studi sul vero Stephen Hawking è arrivato a incontrarlo impedendogli di parlare per quarantacinque minuti, parlando soltanto di Stephen Hawking a Stephen Hawking, che ha visto il film sulla sua vita ai tempi del college e del primo matrimonio, concedendo l'utilizzo della sua voce elettronica, «così iconica», che è protetta da copyright. Il film, sembrerebbe, la trasposizione romanzata di una dolorosa fiaba d'amore – dove l'amore, come nelle fiabe tradizionali, finisce e diventa altro. Eppure di romanzato c'è poco, essendo la storia vera della longeva coppia. Ma la romanzazzione è sottolineata da tutti quegli ingredienti cinematografici d'intrattenimento a cui l'industria USA ci ha abituato (però questo è un film UK, e lo sappiamo dal solito cameo di Emily Watson, che dice «la cosa più inglese che si possa dire», e cioè risolvere i propri problemi andando al coro della chiesa): mai la musica fu così presente in un film, diciamo, sulle Scienze Matematiche, dai tempi di The Proof. Di Jóhann Jóhannsson, autore della colonna sonora di Prisoners, l'accompagnamento musicale sfiora la potenza del John Williams disneyano e si concede lunghe iperboli narrative fatte, per esempio, di filmini familiari, scene oniriche e sfuocate, titoli di coda un po' fuori luogo che però ci riempiono di quella sensazione cinematografica ruffiana con cui si esce dalla sala annuendo. James Marsh è però il regista di Man On Wire, e sappiamo che è capace di ben altro: si affida ai due interpreti in odore di Oscar che fanno dimenticare tutto il resto e si dimentica lui per primo come si confeziona un film originale.

32TFF: lo sposo.



Big Significant Things
id., 2014, USA, 85 minuti
Regia: Bryan Reisberg
Sceneggiatura originale: Bryan Reisberg
Cast: Harry Lloyd, Krista Kosonen, Sylvia Grace Crim,
James Ricker II, Travis Koop, Elisabeth Gray, Bess Baria
Voto: 6/ 10
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Dispersi negli stati americani si nascondono ai turisti ma soprattutto agli abitanti delle zone alcuni tra gli oggetti più grandi del mondo: il più grande cesto in legno di cedro, la sedia a dondolo, la padella, la stella al neon... Sono, questi luoghi, il pretesto per Craig di intraprendere un viaggio in totale solitudine tra le autostrade della Virginia e del Mississipi per trovare se stesso attraverso gli incontri fortuiti e i programmi in radio: trentenne con le paure dei trentenni, sta per affrontare un trasloco a San Francisco con la ragazza che sposerà con forse troppa poca convinzione e che gli telefona costantemente per fargli sapere gli avanzamenti immobiliari, ai quali il padre mette pressione; Craig non le ha detto di essere da solo, né le ha detto le mete (o tappe) del suo viaggio. Ingannandola ad ogni chiamata, le fa credere di essere in un business trip con altri colleghi senza patente, e quindi costantemente alla guida. S'imbatterà in ridenti villeggianti, albergatori despotici, incuriositi ragazzi, gruppi di adolescenti che lo inviteranno a feste adolescenti e bar. S'imbatterà in un'altra ragazza, con la quale nascerà quella tensione che va bene fino al momento in cui non sfocia in altro, smettendo il platonicismo. Sarà lei, forse, e un programma in radio continuamente trasmesso e molto ascoltato, a fargli capire se è arrivato o meno il momento di tornare, e rinunciare a vedere il fratello che lo maltratta al telefono. Film di formazione come tanti, Big Significant Things ha la sua buona trovata nel titolo e negli oggetti a cui si riferisce, queste gigantografie della vita quotidiana totalmente fine a se stesse. Sono big ma forse non significant i problemi di Craig, che ingigantisce tutto ingiustificatamente, che per paura di mentire finisce col mentire troppo, che s'impappina, s'inceppa, s'imbarazza, confezionando un trentenne-macchietta che risponde alle esatte caratteristiche che ci aspettiamo: è il ragazzino del liceo incapace di instaurare rapporti con gli sconosciuti, è colui al quale si risponde male o non si risponde affatto, e così in effetti proseguono gli incontri nei vari stati, fingendo di bere birra in attesa di amici inesistenti per non apparire sfigati agli occhi dei più giovani. Craig e il suo interprete Harry Lloyd del Trono Di Spade ma anche del blockbuster scientifico La Teoria Del Tutto, si inseriscono nella via di mezzo tra gli high school movies e le pellicole degli adulti, interpretando la crescita morale con quella materiale delle sedie. Spesso gli viene detto «sei giovane per sposarti» e lui e noi lo sappiamo, e da qui scaturiscono le incertezze, le insicurezze, il desiderio di trasgredire alle feste e dormire in macchina che dovrebbe appartenere a una generazione ancora successiva e non a lui. Ma il personaggio non evolve, e niente di nuovo neanche sul road-movie che ci regala: un viaggio tra le Americhe con belle scritte in impressione ma in fondo nessun aspetto trascendente, nessun vero scontro con se stessi, ma solo con il prossimo, indifferente al dialogo, ed è solo l'improvviso finale che salva la trama ormai andata dove doveva andare: messe le carte in tavola lo spettatore non ha che da attendere la fine senza muoversi, paziente; un finale che forse in realtà non lascia aperte molte conclusioni.

32TFF: le bici.



Violet
id., 2013, Belgio/ Olanda, 85 minuti
Regia: Bas Devos
Sceneggiatura originale: Bas Devos
Cast: Cesar De Sutter, Koen De Sutter, Mira Helmer,
Brent Minne, Fania Sorel, Jeroen Van Der Ven
Voto: 7.6/ 10
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Siamo in un centro commerciale, ma la telecamera indietreggia e siamo negli uffici di un centro commerciale in cui vediamo quello che succede nei corridoi e tra i negozi (del centro commerciale) dalle telecamere disposte all'interno. Le immagini si susseguono mostrando tutti i desolati angoli mentre un uomo, una guardia, controlla che tutto vada bene. Ci sono dei ragazzi ad aprire il film, quattro: due coppie e una bici – e iniziano a litigare, e il tempismo fa alzare la guardia poco prima che uno probabilmente accoltelli l'altro, finito steso a perdere sangue in una pozza, mentre l'amico osserva e gli altri due scappano e la desolazione non ha testimoni là dentro. Siamo nel più completo silenzio e siamo in 4:3, per un primo pianosequenza potentissimo, ai limiti della videoarte (soprattutto per l'incipit). Scopriremo che videoarte è tutto il film, ricordandoci del primo e buon caro Steve McQueen che lentamente, da Hunger a 12 Anni Schiavo ha perso la sua volontà di fare tecnica a prescindere dalla narrazione. Qui quell'intento è esaltato all'ennesima potenza: potrebbe non esserci trama – che in effetti non c'è, o che è semplicemente l'elaborazione di questo lutto – perché quello che conta sono le immagini, anzi la costruzione delle immagini, anzi la loro regia. Per accettare la morte si rinuncia completamente al suono e quasi anche al dialogo a discapito di un silenzioso scorrere dei giorni alienante e alienato, un giro con gli amici del defunto, un pianto nella vasca da bagno, un ritrovato rapporto fisico con il padre. A noi spettatori è però impossibile empatizzare col personaggio, coi personaggi, che sono delle lastre di ferro impossibili da penetrare, degli inespressivi, asettici corpi che si relazionano senza peso, senza trasporto. L'asetticismo dei luoghi e di chi ci abita è l'asetticismo di tutto il film che rimanda a quelle atmosfere un po' autoctone e irreali, congelate, di Elephant ma ancora meglio di Paranoid Park: il BMX (Bicycle Motocross) è il collante tra questi adolescenti che non hanno niente da dire né la maturità adatta per dirlo, riguardo questo decesso precoce, e allora condividono la passione e le vie del quartiere in silenzio, mentre il tecnicismo della telecamera gli corre dietro. Ma qualcosa è cambiato e, anche se per pura suggestione o auto-convinzione, Jesse il protagonista (il giovanissimo e androgino Cesar De Sutter della locandina, che non interpreta la Violet del titolo) sa di essere guardato con occhio diverso, in quanto unico testimone della morte di Jonas; sa di dovere alle famiglie e agli amici delle spiegazioni, dei racconti, e vive il peso di questa partecipazione involontaria con notti insonni e tentate fughe, con la testa bassa e la solitudine. La scena finale è potente quanto la prima, ma più destabilizzante. I titoli di coda completano questo quadro di novità, dimostrando che è molto più leggibile un blocco di testo già presente sullo schermo che un'epigrafe infinita che scorre a fondo nero. Ma Bas Devos, al suo esordio al lungometraggio, sa che la sua operazione è di difficile masticazione, e infila un concerto rock, quasi metale, durante il quale le opinioni di gusto sono discordanti: perché alcuni spettatori cercano il suono altri il rumore.

domenica 23 novembre 2014

un chien.



Addio Al Linguaggio
Adieu Au Language, 2014, Francia, 70 minuti
Regia: Jean-Luc Godard
Sceneggiatura originale: Jean-Luc Godard
Cast: Héloise Godet, Kamel Abdeli, Zoé Bruneau,
Christian Gregori, Jessica Erickson
Voto: n.p./ 10
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Detto addio alla narrazione tradizionale già col tecnicismo frammentario del Fino All'ultimo Respiro che gli diede fama, detto addio alla trama a discapito del messaggio, come conferma l'ultimo lavoro in sala Film Socialista, e abbracciata la nuova tecnologia insieme a Peter Greenaway in 3x3D, la lunga filmografia di Jean-Luc Godard fatta di corti e soprattutto documentari, aggiunge un tassello inclassificabile, che non rientra nella prima categoria (sebbene duri una sola ora) né nella seconda: non è un documentario ma ha troppi pochi spunti narrativi, e soprattutto troppo mal ordinati, perché sia un film. Ecco, è un saggio: se esistesse un termine per identificare, come i libri, le opere che non raccontano storie o meglio se ne avvalgono per raccontare altro. Ciò di cui il vate della Nouvelle Vague si avvale, questa volta, è: su un piano, un calderone di elementi artistico-filosofici, psichiatrico-psicologici, di critica letteraria e sociologici; dall'altra parte, di tutta la gamma di mezzi e strumenti che il cinema gli mette a disposizione. Entrambe queste cose sono nei titoli di coda, avendo un cast misero ed evanescente: gli preferisce i nomi degli obiettivi, o William Faulkner e Claude Monet che cita di sfuggita (ingiustificata la presenza fisica di Mary Shelley). Da una parte: una coppia in crisi, forse due coppie, forse in crisi perché lei ama un altro – e poi un cane, l'unico essere vivente «che ama l'altro più di se stesso», che è nudo «ma non come è nudo l'uomo», un cane libero perché solo, alienato, estraneo al mondo, che passa attraverso le stagioni, si rotola nell'erba e nella neve, e che poi incontra questa coppia, o questa coppia di coppie. Dall'altra parte: un 3D fastidioso, impossibile da seguire soprattutto per noi che vediamo il film coi sottotitoli (noi = le poche persone che hanno accesso alle uniche tre sale che proiettano la pellicola a Milano, Roma, Bologna, prima che l'11 dicembre il film sia disponibile allo streaming e al download), un 3D che si sfrutta al massimo, creando piani non solo per le immagini ma anche per le parole, che stratifica i capitoli di cui è composto, Natura e Metafora, e dentro al 3D tutti gli obiettivi, le riprese oblique, i pixel, le saturazioni eccessive, i contrasti, le immagini perfette e pulite e poi quelle sgranate e poi il nero, le voci fuori campo e i rumori assordanti che si interrompono, si sovrappongono, costringono i sottotitoli a sovrapporsi e lo spettatore a scegliere se vedere o leggere, prima che sia impossibilitato a entrambe le cose. Si esce dalla sala frastornati, distrutti, provati: è un film-esperienza che non è un film da cinema (motivo per il quale esce solo in tre sale), che delude tutti a meno che non conoscano a fondo il regista o non hanno le chiavi per decifrare le immagini. Basterebbe soffermarsi, per una volta, sul titolo. L'addio al linguaggio è esattamente la trama e la sostanza e la tecnica del film. Mille modi, e quindi nessuno, per raccontare una storia semplice mentre il mondo è presente, mentre le persone che la vivono hanno pensieri, filosofeggiano, creano neologismi, vivono le stagioni, trovano cani. A differenza dell'ultimo Fellini che non aveva più niente da dire «ma lo diceva benissimo», l'ottantacinquenne Godard, un po' come il centenario Manoel de Oliveira, sa di stare raggiungendo la morte e nella sua cultura, nel suo fervore politico, si accinge a incontrarla con gli strumenti dell'oggi e non con quelli degli esordi, con temi e problemi attuali, con sperimentazioni artistiche che vogliono ancora provocare, creare fastidio. L'addio al linguaggio è chiaro nelle prime scene: bancarelle di libri e insieme dita sugli smartphone, senza che nessun volto sia inquadrato. Da un lato, la spocchia di chi i libri li ha letti e dall'altro la critica ai nuovi strumenti di alienazione, da cui la crisi di coppia. Ma il linguaggio perso è anche quello del cinema, che è finito dentro la televisione che è finita per non essere vista: sempre accesa come sottofondo di ogni scena. L'esperienza sconvolgente in sala trova giustificazioni logiche: ma è difficile ammetterlo tanto quanto dare un voto.

sabato 22 novembre 2014

stare da soli ha sicuramente dei vantaggi.



Lo Sciacallo
Nightcrawler, 2014, USA, 117 minuti
Regia: Dan Gilroy
Sceneggiatura originale: Dan Gilroy
Cast: Jake Gyllenhaal, Rene Russo, Riz Ahmed,
Bill Paxton, Kevin Rahm, Kent Shocknek, Sharon Tay
Voto: 7.9/ 10
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Louis Bloom si guadagna da vivere rubando biciclette e rivendendole, infiltrandosi nei depositi di rame e sottraendolo, spacciandosi non per un ladruncolo ma per un esperto – preparato su più fronti, e la preparazione giunge dal Web, questo buco oscuro da cui Louis non si fa risucchiare ma che risucchia, da cui ricava tutto, ogni dato, tutta la conoscenza, i corsi, le specializzazioni, i mestieri. È disposto a qualsiasi mestiere: si offre dovunque vada, ma è un periodo di crisi anche nelle Americhe e trova ben poco. Di lui non sappiamo il nome per la prima mezz'ora di film, non sappiamo la provenienza per la prima ora, a malapena intuiamo quali siano le sue poche stanze e finita la pellicola ancora non abbiamo idea di chi sia, cos'abbia veramente studiato, come mai viva da solo, alienato dal mondo, estrapolato, privo di affetti, famiglia, amici. In una scena, in una potente scena, intuiamo però di questa forma sottesa di autismo nel senso socialmente accettabile del termine: privo di filtri, Louis dice quello che pensa, fa quello che crede, la sua mente funziona a percorsi: c'è un obiettivo e un'unica strada per raggiungerlo, che lui intraprende. Ma questa non è la trama: la trama è la storia di come diventa videoreporter notturno, partendo da una telecamerina comprata con i guadagni di un furtarello fino alle botte di fortuna che lo portano a vendere i servizi per un notiziario locale dagli ascolti in calo. La trama però è nulla di fianco al personaggio; perché il film è stato fatto, scritto, inventato, attorno al personaggio. Il personaggio è il film – e da questa constatazione nascono e si sviluppano le pecche del prodotto finito. Dan Gilroy, sceneggiatore al suo debutto dietro la macchina da presa, sceneggiatore tra le altre cose di The Fall, visionario e splendido esempio di storia nella storia che se non avesse delle immagini così potenti sarebbe una robetta piena di errori di scrittura, ci illude e spesso ci convince con sequenze pazzesche, inseguimenti, montaggi forti, tensioni soprattutto sul finire e un colpo di scena bang bang – e poi intermezza queste chicche con sciape sequenzuole figlie del genere americano, trovate un po' banalotte, un po' fuori luogo, sempre molto brevi, e menomale. Salva la situazione Jake Gyllenhaal che, in quanto interprete del personaggio, è per la proprietà transitiva il film. Scavato in viso, magro, dagli occhi immensi, allucinati, sempre aperti, sempre a parlare, a parlare per paragrafi interi, si sobbarca tutte le scene eccetto nessuna, non manca mai, è sempre nel quadro – e lo è anche quando i suoi insegnamenti trapelano dalla bocca di Rene Russo, la donna che ha puntato e che, nel suo percorso obiettivo-raggiungimento dell'obiettivo, deve avere. Lei lavora per un telegiornale diurno: è meraviglioso il modo in cui la storia affianchi questi due aspetti poco considerati della vita cinematografica: la notte e l'alba. La notte, fatta quotidianamente di disastri e disagi, e il giorno, fatto di quelle notizie della sera prima, con la gara a chi le mandi in onda prima. Riz Ahmed è la terza figura che completa questo quadro monocentrico: un alter ego di Louis senza lavoro, senza soldi, col problema del letto tutte le sere, ma con un approccio alla situazione totalmente diverso. Grazie a lui esistono i momenti comici più riusciti, le battute più azzeccate. E si riflette molto quando si esce dalla sala, sulla qualità dell'opera: probabilmente non si arriva a nessuna risposta.

martedì 18 novembre 2014

prendete e bevetene.



The Look Of Silence
id., 2014, Danimarca/ Finlandia/ Indonesia/ Norvegia/ UK, 99 minuti
Regia: Joshua Oppenheimer
Cast: Adi Rukum
Voto: 7.9/ 10
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Ricordo che quando vidi Changeling ero arrabbiatissimo: stringevo le unghie nei pugni sui braccioli, e ricordo che la sala era piena, ed eravamo tutti arrabbiati. Una sensazione come quella (di ingiustizia, vergogna per il complottismo, sfiga madornale) non è tornata neanche coi film sulla Seconda Guerra, e anche di fronte a storie vere è sempre comparsa con un trasporto minore. Fu solo l'anno scorso, di fronte alla visione, alla presentazione e alla conferenza di The Act Of Killing, che il disagio è esploso. Inutile ripetere l'accaduto per intero: siamo nel 1965, in Indonesia, dove il regime golpista stabilisce la morte di ogni civile comunista e rade al suolo più di un milione di persone. Quel film – a cui rimando sinceramente, tanto al link quanto alla visione – era nato quasi per caso, dalla presenza del regista inglese Joshua Oppenheimer in Indonesia, la scoperta di questa storia tenuta nascosta all'estero, il divieto di raccontarla prendendo i superstiti e quindi la trovata geniale di ingannare i carnefici con una serie di riprese che ricostruivano gli episodi fatti di lustrini, costumi pacchiani, sperpero di denaro: quella gente è ancora al governo, ancora libera in città; sono persone arricchite, orgogliose delle loro vittime, dei morti ammazzati con le proprie mani, che di fronte alla telecamera interpretavano tanto il ruolo dei deportati quanto quello degli assassini cadendo a volte in disgusti subito mascherati da ilarità e risate aneddotiche. Si rimaneva agghiacciati davanti a quelle immagini, e lo si rimane ancora adesso, a un'anno di distanza, ci rimane Adi Rukum, unico volto a cui si associa il nome in questa seconda pellicola di quello stesso regista che di nuovo conta nei titoli di coda una serie di Anonimo tra la troupe e il cast, tutti terrorizzati dall'ipotesi di essere scoperti, di essere minacciati, di vedere «il veleno nell'acqua offerta», come dice qui la madre di Adi, pregandolo di smetterla di andare in giro a parlare con gli assassini di suo figlio. Perché questa volta il punto di vista è opposto: Adi non ha mai conosciuto il fratello, morto due anni prima che lui nascesse, e sua madre non si è mai liberata del dolore di averlo perso, visto deportare da casa con la menzogna di accompagnarlo in ospedale e poi massacrare nel camion, evirare, pugnalare nel costato fino a far uscire gli intestini. Adi incontra uno per uno i carnefici sopravvissuti e le famiglie di quelli deceduti, e racconta loro la storia di quella morte fra tante. Alcuni orgogliosamente rievocano l'accaduto, altri nascondono la vergogna dietro urla e ordini di uscire da casa. Il tutto inframmezzato dalle intime immagini della vita domestica, dei bagni al padre vecchissimo e ormai demente, i canti indonesiani, la vegetazione, la fauna, i tessuti. Le splendide sequenze e il crudo linguaggio però perdono la forza del primo film, che si contraddistingueva per una necessità diventata virtù (quella di poter inquadrare solo i gangster), per cui le ricostruzioni vanesie degli sgozzamenti sui terrazzi non avevano controcampo pietoso, restavano nel loro grottesco essere Storia Nazionale, non venivano immediatamente rimproverati dallo strazio personale. Lì succedeva che il quasi-protagonista Anwar Congo a furia di giocare a riprodurre le morti e interpretare di tanto in tanto il crepante finiva con l'avere conati di vomito, mancamenti, perché la vergogna somatizzata smetteva di reprimersi. In The Look Of Silence, dove lo sguardo è quello di un ottico/ oculista a domicilio, che smette il suo silenzio, dal principio alla fine siamo in condizione di arrendevolezza: le cose sono andate così, non ci possiamo fare niente, anzi non dovremmo farci niente perché rischiamo altrimenti di farle succedere di nuovo – come minaccia uno dei generali. Ma la rabbia resta, e l'unico modo per placarla è considerare che siamo davanti al secondo film in due anni che tratta questo argomento finora nascosto.