martedì 3 dicembre 2013

BN 3.0.



Blancanieves
id., 2012, Spagna, 104 minuti
Regia: Pablo Berger
Sceneggiatura originale: Pablo Berger
Liberamente basata sulla fiaba dei fratelli Grimm
Cast: Daniel Giménez Cacho, Maribel Verdú, Sofía Oria,
Macarena García, Inma Cuesta, Ángela Molina
Voto: 8.5/ 10
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Da una parte una ballerina di flamenco, bellissima, figlia della benvestita Ángela Molina; dall'altra un matador, celeberrimo, invincibile. Di mezzo, un pancione, dalle seggiole dell'arena, per il quale lui combatte il toro. Ma il copricapo lanciato e finito in terra invece che tra le mani dell'amata è un segno: lei stringe il pendente della collana e il toro lo trafigge. Ma non sarà lui ad avere la peggio: distrutta dalla preoccupazione e partoriente precoce, morirà dando al mondo la figlia Carmencita, vezzeggiativo del suo nome, che la nonna crescerà fino a che ne avrà le forze, tra pizzi e merletti, cibo fatto in casa e il gallo Pepe. Il padre, vivo ma costretto alla sedia a rotelle, con mani e piedi paralizzati, pare non la voglia vedere perché gli ricorda troppo il viso della moglie perduta. In realtà è la nuova moglie, l'infermiera che lo accudiva, a dettare legge in casa. Casa in cui la piccola Carmencita si dovrà trasferire dopo la dipartita della nonna, e in cui sarà costretta a fare i mestieri più difficili. Più che Biancaneve, sarà una Cenerentola cenciosa divisa tra la stalla in cui dorme e i panni che stende, tra i quali si esercita a fare la torera come il padre le insegnerà negli incontri segreti che si concederanno. Sarà costretta a scappare, incontrando un manipolo di circensi nani, matador pure loro, tra i quali, a sorpresa, si nasconderà il Vero Amore, che per una volta non è un principe... Per una volta, non è neanche il completo lieto fine a chiudere il cerchio. La fiaba, spagnolissima che più non si può tra ambientazioni, costumi, la corrida, i veli in testa degli anni '20, nonostante il titolo, come dicevo, racchiude in sé tutti gli archetipi della Fiaba, per questo si intravede Cenerentola oltre che una piccola Alice che si imbatte in personaggi bizzarri, prima che la matrigna dica «Pollicino». Quest'ultima, una splendente Maribel Verdú, era la serva in casa del generale Franco in un altro capolavoro ispanico, Il Labirinto Del Fauno; qui ribalta il personaggio, costringendo la bambina a vedere il suo gallo sgozzato, rovesciando in faccia al marito l'acqua che ha chiesto, facendo bondage in una delle stanze del palazzo con l'amante. È il Cattivo per eccellenza, esagerato nella sua cattiveria e umanizzato nelle solite passioni che i cattivi hanno: la moda, la foto in copertina. Non c'è uno specchio delle brame ma ci sarà la mela fatale, che non sarà rossa ma evidentemente molto più chiara, perché altrimenti non spunterebbe in tutto questo bianco e nero. Perché il film in bianco e nero è, e muto. Ci risiamo: la moda lanciata da The Artist, sì. E invece, questo, pare essere uno sbeffeggiamento del film francese, che raccontava pure una storia già vista (Cantando Sotto La Pioggia) e lo faceva in silenzio e in bianco e nero. Ma il trucco svelato della parola alla fine, là, era sintomo di una perfezione non raggiunta, mentre in questo caso la cura alla riproduzione di una pellicola anni '20, dell'espressionismo tedesco, è nettamente maggiore: le dissolvenze incrociate, le sovrapposizioni di immagini, i raccordi tra uno stacco e l'altro con una forma geometrica o un'immagine, e poi il montaggio svelto da più camere, le piccole differenze tra un'immagine e l'altra, e soprattutto l'uso della musica non solitaria ma punteggiata da effetti quali la campanella, l'applauso... L'occhietto strizzato a The Artist è evidente anche nell'animaletto da compagnia, non più il cane ma il pollo, anche se, ammetto, i due interpreti di quello erano forse più calati nella parte di questi. Sebbene abbiano quasi tutti vinto (o si siano candidati a) un Goya – oltre agli altri otto che la pellicola ha ricevuto, incluso il Miglior Film, e per questo fu, esattamente un anno fa, la scelta spagnola per gli Oscar – altra provocazione a The Artist. Non ce la fece: ed esce, come tutte le cose belle, nelle nostre sale solo in cinque copie.

31TFF: gli ultimi amanti.



Only Lovers Left Alive
id., 2013, UK/ Francia/ Germania/ USA, 123 minuti
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura originale: Jim Jarmusch
Cast: Tilda Swinton, Tom Hiddleston, Mia Wasikowsa, John Hurt
Voto: 5.9/ 10
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L'inizio ci dice tutto. Non i titoli di testa in gotico rosso su un 33 giri che effettivamente gira, ma le immagini della Swinton e di Hiddleston che come il disco girano pure loro, stesi in parti della propria stanza. Poi abbiamo: una conversazione interminabile sulle chitarre d'epoca, con intervalli simpatici sulla necessità di avere un proiettile di legno, ma di legno duro, e una passeggiata per le vie di Tangeri, unica vera trovata interessante del film, che viene mostrata come labirinto peccaminoso, affascinante nella sua vuotezza, perfetta e mai associabile a un vampiro. Lei si chiama Eva, lui Adamo, e i giochi coi nomi saranno molti e simpatici («lei è il dottor…?», «Faust»). Lui ha una cultura gigantesca – come nella vita: Tom Hiddleston si è laureato in Lettere Classiche a Cambridge prima dell'Accademia di Arte Drammatica di Londra e dopo una super-scuola privata a Eton, attore shakespeariano di teatro, Fitzgerald in Midnight In Paris e soprattutto fiore all'occhiello di Thor – che esprime nell'accumulare oggetti d'epoca che riesce a rendere moderni; lei coglie l'anno di nascita delle cose toccandole (e ha bisogno di poche presentazioni). Comparirà, dal nulla e per molto poco, Mia Wasikowska, frizzante adolescente che ci ricorda la Jessica di True Blood ai primi tempi, indomabile nella sua sete incontrollata, vampira giovane. Escono, rigorosamente in guanti e occhiali da sole, ascoltano musica funeral metal, e niente, finisce tutto qua. La coppia di vampiri è una coppia reale che si scontra coi problemi reali più quelli inumani. Diffidenti e allergici agli “zombie”, viaggiano solo di notte e non trovano un posto per loro stessi, come non trovano una sana bottiglia di sangue non contaminato.
Il film pare un esercizio adulto e maturo per dimostrare al mondo che nella scia del vampire-style si può partorire un'idea anti-Twilight, così diversa da Twilight, forzatamente diversa, da non avere una trama, uno sviluppo, del mordente, per assomigliare il meno possibile a un film “semplice”; qualche trovata registica, dei dialoghi effettivamente brillanti, e l'on-the-road dei personaggi nomadi, che sono ciò che fa stare in piedi il film: gli attori. Tilda Swinton era perfetta per fare la Strega Bianca di Narnia e lo è ancora di più per fare il vampiro, ma è, come il suo amante che vive dall'altra parte del mondo, un vampiro decadente, come John Hurt loro mentore che si decompone a causa del sangue; tutto decade e si decompone: triste presagio che colpisce anche chi accumula saperi e cultura in vita, che spaziano dagli strumenti musicali e i loro musicisti al teatro inglese. A meno che non si torni all'ineducazione, allo stato selvaggio «del Quindicesimo Secolo». Morale della storia: più sai più soffri. Altra morale: più sai meno hai. Ma la pellicola del regista cult Jim Jarmusch, che ci fa sempre ridere ma nella vita s'è concesso una sola palese commedia e gli era andata pure bene (Broken Flowers) annoia troppo. Soprattutto chi non coglie la metà delle citazioni. E chi ama o ha amato la Twilight Saga. Cioè: un sacco di persone.

lunedì 2 dicembre 2013

il canto della rivolta.



Hunger Games:
La Ragazza Di Fuoco
The Hunger Games: Catching Fire, 2013, USA, 146 minuti
Regia: Francis Lawrence
Sceneggiatura non originale: Simon Beaufoy & Michael Arndt
Basata sul romanzo omonimo di Suzanne Collins (Mondadori)
Cast: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth,
Woody Harrelson, Stanley Tucci, Lenny Kravitz, Elizabeth Banks,
Philip Seymour Hoffman, Donald Sutherland
Voto: 7.7/ 10
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Conclusisi i 74esimi Hunger Games, i vincitori – che per la prima volta sono due, i rappresentanti di un distretto (il 12, quello dei minatori, l'infimo da quando è stato raso al suolo il 13esimo), hanno il compito, viaggiando in treno dalla loro casa al Capitol sovrano, di fermarsi in tutte le undici piazze e ricordare i ragazzi e le ragazze (i “tributi”) caduti durante i giochi. Katniss e Peeta, i ragazzi vittoriosi, sono costretti poi a fingere, davanti alle masse e alle telecamere, una storia d'amore che nemmeno esiste da lontano. Il film non ricorda né accenna né riassume niente di ciò che è stato due anni fa: i riferimenti alle bacche, le regole del gioco, tutto è sottointeso, come a voler continuare il film precedente, e non volerne fare un nuovo capitolo. Ripartiamo lì da dove avevamo lasciato tutti, inclusa la televisione onnipresente e sovrana, le leggi dello spettacolo, il prodotto da dare in pasto al pubblico, approfondendo ancora di più quello che è il mestiere dello stratega, la capacità di avere la folla, spaventandola, senza mai farla arrivare alla rivolta. Per questo Katniss è una minaccia: con la sua proposta di morire entrambi piuttosto che vincere avendo tradito il proprio alleato, quando era nell'arena con Peeta, incarna la ribelle vincitrice, figura da imitare per sconfiggere il sistema. Così, le regole del gioco cambiano, e dopo un anno, alla vigilia dei 75esimi Hunger Games, in occasione del terzo anniversario delle 25 edizioni, le regole cambiano: i due tributi, un maschio e una femmina, saranno presi tra i vincitori ancora in vita degli anni passati. Essendo l'unica donna ad aver vinto nel suo distretto, Katniss è spacciata. Si ritroverà, ancora con Peeta, nella ricostruita arena di gioco...
Qui l'azione arriva molto tardi, quasi a metà film. Per tutto il primo tempo si analizza soltanto l'aspetto politico della trilogia, quello estetico, spettacolare, quello che ha reso la serie interessante insomma. Le scenografie migliorano rispetto all'episodio precedente e così i costumi, più frequentemente appariscenti e felliniani in certe feste (mi ricordo di Giulietta Degli Spiriti...), dove si mangia e si vomita per mangiare ancora mentre certi altri distretti muoiono di fame. La satira in questo senso è molto alta, più accuratamente descritta: il cattivo è veramente cattivo, scende a minacce, vuole dimostrare il suo potere e non avere problemi di nessun tipo. Ogni sgarro è punito con le frustate pubbliche, ogni rivoltoso con la pistola alla testa. Tutto questo serve a ciò che accadrà nei prossimi due anni, quando il terzo episodio, diviso in due, arriverà nelle sale. E adesso che la trilogia è un franchise, ecco gli elogi da ogni parte perché «il secondo film non delude rispetto al primo come succede in ogni serie», perché «dove il primo era goffo, questo migliora», perché «effetti speciali e scene sono più accurate e spettacolari». In realtà, la dipartita di Gary Ross, regista di quell'altro film, e la venuta di Francis Lawrence, regista dei fantasiosi Io Sono Leggenda e Constantine e del tremendo Come L'acqua Per Gli Elefanti, si nota proprio in questo: nel passaggio dalla telecamera a spalla al franchise. Eppure, Lawrence cerca di essergli fedelissimo, soprattutto quando sul palco con Stanley Tucci noi spettatori siamo al di qua dei personaggi e non là, in mezzo alla folla. Le scene di zuffe confusissime che avevano caratterizzato quello – trovata per limitare il sangue dei molti morti ammazzati – si perde, e tutti i crepati sono fuori scena, suoni di cannone anonimi. L'azione, che dovrebbe raddoppiare, si dimezza, per scavare un po' di più nei personaggi: Jennifer Lawrence è bravissima a non (farci) capire quanto sia realmente coinvolta e con chi, ma soprattutto Elizabeth Banks cambia continue espressioni e mostra un lato umano che il libro non ha. Però il film annoia, fino alla rinnovata scena conclusiva frettolosa che «lascia l'acquolina», scritta dai premi Oscar Simon Beaufoy (Full Monty, The Millionaire) e Michael Arndt (Little Miss Sunshine, Toy Story 3) che non sono autori di action né di fantasy.
La confezione si chiude con una colonna sonora che include canzoni di Patti Smith, Sia, Christina Aguilera, Santigold, Ellie Goulding, Lorde, ma sui titoli di coda sentiamo solo Atlas dei Coldplay, unica candidabile all'Oscar.

31TFF: La Plaga.



La Plaga
id., 2013, Spagna, 85 minuti
Regia: Neus Ballús
Sceneggiatura originale: Neus Ballús & Pau Subirós
Cast: Maria Rós, Raül Molist, Rosemarie Abella,
Maribel Martí, Iurie Timbur
Voto: 8/ 10
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C'è un posto, non troppo lontano da Barcellona, in cui si muore di caldo, e in questo posto, a patire questo caldo, c'è un ragazzo che tutte le mattine va in bicicletta nei campi, perché non ha l'auto, per strade sferrate di polvere, e va nei campi ad aiutare un suo amico che coltiva prodotti biologici da vendere; il caldo, però, non aiuta il lavoro dei braccianti e nemmeno le specie vegetali: la piaga del titolo è quella della mosca bianca, insetto pestilenziale che inizia ad intaccare le foglie per poi passare al fusto e uccidere la pianta intera. «All'inizio il tema della peste agricola occupava molto più spazio all'interno della storia, per questo dà il titolo al film» dice Pau Subirós il fidanzato della regista esordiente e documentarista Neus Ballús, co-sceneggiatore e produttore; «poi è un titolo forte, che rimane impresso alla gente, per questo abbiamo deciso di tenerlo anche una volta sfoltita la trama. Anche se, temiamo, qualcuno possa pensare sia un film fantascientifico sugli alieni che vogliono conquistare la terra».
La spiegazione del titolo è ben visibile soprattutto nei primi piani a questi insetti e queste foglie che lentamente fanno il loro corso (e si ricorda un altro film del genere, il Sacro GRA). Si ha l'impressione che sia, il tutto, un documentario con la fotografia bellissima. Perché oltre all'orto coltivato, il senso di documentazione della realtà è in ognuna delle storie raccontate: dal moldavo giunto in Spagna per allenarsi alla lotta libera che intanto lavora in campagna, alla filippina a disagio nella casa di cura per anziani dove lavora e costringe la signora Maria a fare la doccia, passando per la signora Maria, colonna del film, di cui tutti erano innamorati alla fine della proiezione, vecchina gobba costretta a lasciare la casa in cui ha vissuto una vita – «e la notte penso, penso tanto» dice nel film. Lei, spiega la regista, se questo fosse un western sarebbe lo sceriffo: è dura, irascibile, ma anche incredibilmente tenera. Rappresenta il riassunto di tutti gli altri personaggi, sempre costretti a interpretare un ruolo o portare avanti una condizione che vorrebbero annullare. E a lei è dedicato il film, morta due settimane dopo la fine del montaggio. «Quando giravamo, ci diceva: sbrigatevi, ché non mi resta molto da vivere». Ma non si capisce, in realtà, fino a che punto gli attori recitino e quando no, soprattutto lei.
È un film molto attuale, troppo: i soldi non bastano per mangiare, le case si dividono con chi si può, se non si ha la bici si va a piedi, due lavori sono troppo faticosi ma necessari, soprattutto se uno dei due, per cause naturali, non frutta. Le persone si intrecciano inconsapevolmente e involontariamente, per colpa dell'unità di luogo. Si ride spesso, si sorride: per la prostituta disperata e per Maria Rós che si lamenta dei vecchi bacucchi nella hall. Si sente, non solo per lo spagnolo (catalano in realtà, ma anche filippino e moldavo) l'eco di Gonzales Iñarritu, di Amores Perros. Certo siamo lontani dalle sceneggiature serratissime di Guillermo Arriaga, ma Gesù che immagini fenomenali: un quadro macchiaiolo.

31TFF: lui lei l'altra.



Non Dico Altro
Enough Said, 2013, USA, 93 minuti
Regia: Nicole Holofcener

Sceneggiatura originale: Nicole Holofcener
Cast: Julia Louis-Dreyfus, James Gandolfini, Catherine Keener,
Toni Collette, Ben Falcone
Voto: 6.7/ 10
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Una commedia «leggerissima» dicevano in sala: la boccata d'aria tra un documentario spagnolo e un dramma polacco. La commedia, più che leggera – il sottoscritto fatica a distinguere la leggerezza dalla banalità in una commedia – è, come si dice, “romantica”: la fifty-something Julia Louis-Dreyfus (due Emmy per la serie, comedy anche quella, Veep, di cui è produttrice) è divorziata con figlia a carico, un carico piacevole che sta partendo a malincuore per il college, ed è la migliore amica di Toni Collette, quanto ci piace!, sposata a un tizio con cui battibecca sempre (le quindici gioie del matrimonio…), due figli piccoli e un help che mette le cose lì dove le trova (la spazzola nel cassetto della cucina). Toni è l'unico personaggio non divorziato o separato, praticamente. Tra i clienti di Eva (la Dreyfus), massaggiatrice professionista, ci sono quasi solo persone sole, per quanto ne sappiamo, e una, che diventa sua amica, le parla spesso dell'ex marito. L'ha incontrata, questa, e cioè Katherine Keener, a una festa con piscina piena di single e divorziati, dove s'è imbattuta anche in James Gandolfini – pace all'anima sua, e questo è il suo ultimo film. Con la prima ha parlato di outfit tutto il tempo («ti sta benissimo!», «è bellissimo anche il tuo!»), con l'altro ha messo subito in chiaro: hai la panza, nu'mme piaci. In realtà con Gandolfini poi ci esce, e si diverte, e ci divertiamo anche noi: dialoghi ironicamente brillanti. Torna a casa dalla figlia e parla della sorprendente cosa, e la figlia è impegnata con la sorella di Michelle Williams [aneddoto: questa ragazza di quindici anni è identica a Michelle Williams, e durante il film pensavo: ma non può essere la figlia, Brokeback Mountain è uscito nel 2006, la figlia nel 2007, adesso ha sei anni… E alla fine del film l'attenzione era tutta sui titoli di coda, alla scoperta di una eventuale Ledger o Williams – ed eccola qua, Nic Williams, e quella di fianco a me: l'avevo detto che era la sorella di Michelle Williams!, sono identiche! Fine dell'aneddoto] che con la sua, di madre, ha grossi problemi e praticamente ha cambiato casa. Dunque, fin qui tutto banale e scontato ma poi, ecco: un colpo di scena. Che, ammetto, non mi aspettavo assolutamente. Forse perché era l'ora di pranzo. Ma, svelato il colpo, il film prosegue nel suo svolgimento con un'attesa nel nostro petto non troppo eccessiva: sappiamo che ogni commedia romantica che si rispetti vede Lei e Lui che per colpa di Lei si allontanano e poi si mancano e poi Lei tenta di ritornarci insieme e Lui ci sta e finiscono nel portico, seduti sui gradini, a ridere e farci capire che il lieto fine è servito. Anche questa va così? Guardate la locandina. La novità sta nel parlare della nuova categoria cardine della società contemporanea: quella dei divorziati cinquantenni che si rifanno una vita e pretendono di rifarsela come se ne avessero venticinque – e lo scontro è chiaro nel ritorno a casa della mamma dalla festa, che si era truccata e aveva detto alla figlia «vuoi venire?», per raccontarle tutti gli aneddoti sugli uomini presenti prima di mettere lo smalto ai piedi: Una Mamma Per Amica un po' agée. La bravura di Nicole Holofcener, autrice anche di Please Give ma soprattutto del bel Friends With Money, che percorre il suo sentiero di commedie un po' tristemente sentimentali con persone in coppia e da sole, è ovviamente nella direzione degli attori – quello con la Keener è un sodalizio ormai forte – ma soprattutto è nella sceneggiatura, che continuamente ci fa sorridere, in modo arguto, rendendo chiaro come dovrebbe andare un primo appuntamento perfetto.

31TFF: The Husband.




The Husband
id., 2013, Canada, 80 minuti
Regia: Bruce McDonald
Sceneggiatura originale: Kelly Harms, Maxwell McCabe-Lokos
Cast: Maxwell McCabe-Lokos, Sarah Allen, Dylan Authors,
August Diehl, Joey Klein
Voto: 7.2/ 10
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Uomo scheletrico e figlio pacioccone sono fermi, per strada, cercando di far ripartire la macchina; il figlio è in realtà troppo piccolo per essere d'aiuto al padre, è seduto dietro, nel seggiolone, che mugugna versi inventati. Li vedremo poi andare a far la spesa, nel pienone degli acquisti gastronomici di Natale, li vedremo a casa per cambiare il pannolino, fare colazione a tavola con la simpatica badante cino-coreana. E la mamma Mulino Bianco non c'è: è in carcere, a scontare la piccola pena per aver avuto un rapporto sessuale con un quattordicenne. Tra Henry (il cornuto) e Alysasa (la cocotte) però le cose vanno bene, lui la va a trovare col minuscolo Charlie e lei gli fa collane jamaican-style e disegni a pennarelli di Johnny Depp. Pare che tutto fili liscio, che lui, arrendevole a lavoro e sempre con la testa bassa, un po' scontroso, solo in casa e muto, abbia accettato e perdonato la cosa; ma ecco: i ricordi di quando erano una coppia felice, lei incinta e lui pubblicitario sereno, sono pesanti, e ogni tanto riaffiorano; e riaffiora il senso del possesso e della gelosia morbosa per un rapporto consumato in camera da letto, sul letto su cui lui dorme, rapporto solo immaginato: è un Eyes Wide Shut con la colpa e un altro tipo di follia. Quella per cui, poi, l'arrendevolezza si spezza, e c'è bisogno di trovare un colpevole – e come facciamo sempre, lo troviamo dove più ci conviene. E un altro film ci viene alla mente: Rabbit Hole, storia di una coppia che perde il figlio investito da un adolescente, con cui Nicole Kidman (la madre) inizia a stringere segreta amicizia. Ecco, qui la cosa si ribalta, Henry inizia ad essere ossessionato dal liceale Colin, lo insegue fuori da scuola, gli rompe il vetro della macchina, scarica su di lui un reato che ha commesso solo in parte. Non cerca amicizia, ma vendetta, totalmente privo di razionalità.
Il film scorre semplice, a prima vista anche troppo, ma solo dopo ci si sofferma sul peso e sulla durezza di ciò che racconta. Staremmo ancora con la persona che abbiamo sposato, con cui abbiamo avuto un figlio, dopo un tradimento criminoso? Riuscirà il senso di colpa a farci tornare a casa? L'animo umano è analizzato ma non troppo, giusto quanto serve a chiudere il pacchetto in modo realistico, a mostrarci la rabbia repressa, le spalle innervosite e le dita contrite, il continuo bipolarismo tipico di chi vorrebbe dimenticare ma non ci riesce, che viene reso bene nella continua oscillazione di umore, nel continuare a reagire d'impulso, accusare e poi pentirsi, e il tutto è puntellato da battute simpatiche e situazioni comedy ma non troppo sceme. Oltre che al regista Bruce McDonald, documentarista musicale e autore dell'horror Pontypool, veterano del Festival di Toronto e attento esteta del videoclip e della giusta musica, la pellicola sta in piedi, sulle spalle, al suo protagonista Maxwell McCabe-Lokos, physique-du-rôle perfetto ed espressione perennemente azzeccata – come le mutande che ha indosso. Ci si chiede come, da un padre così magro, possano venire quelle guance meravigliose al figlio.

31TFF: Sweetwater.



Sweetwater
id., 2013, USA, 95 minuti
Regia: Logan Miller
Soggetto: Henry McKenzie
Sceneggiatura originale: Logan Miller & Noah Miller
Cast: January Jones, Ed Harris, Jason Icaacs, Eduardo Noriega,
Jason Aldean, Stephen Root, Vic Browder, Luce Rains
Voto: 7/ 10
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La magrissima January Jones (la prima signora Draper di Mad Man) è sposata a Eduardo Noriega («non sapevamo fosse così famoso in Europa» dicono i fratelli Miller; ma alzi la mano chi effettivamente lo conosce) con cui gareggia a sparare alle bottiglie di vetro nel patio: capiamo subito che i pantaloni in casa li porta lei, anche se poi si concede (cioè si fa regalare con la forza) un vestito viola non poco appariscente che le servirà in coda al film (e nella locandina). Col marito è tutto rose e fiori, ma il loro terreno coltivato a orto confina con quello di Jason Isaacs, che tinge neri i lunghi capelli bianchi di Lucius Malfoy – nuovo e definitivo messia di Geova, destinato a sedere alla destra del Padre, il cui fanatismo si consuma nel corridoio d'ingresso alla sua casetta costeggiato da gigantesche croci bianche spesso ridipinte. Il pastore, circondato da non pochi seguaci, due mogli e qualche scagnozzo, se ne va in giro a promuovere il Verbo con un coltello ben affilato che non ci pensa due volte a infilare nei petti altrui, se intralciano il suo cammino religioso. Gli metterà i piedi tra le ruote Ed Harris, personaggio osannato dagli organizzatori del festival, bizzarramente bianco in testa e turchino vestito, che ci si presenta prima ballando poi fracassando un cranio. Auto-elettosi nuovo sceriffo della città, in una non ufficiale coalizione con la Jones cercherà di arrivare allo stesso risultato in un letterale labirinto abitato da maiali.
Dopo Touching Home (che non ha visto nessuno) i fratelli Miller ritornano sullo schermo e passano da Berlino, ma scorpati: Logan è solo regista e Noah lo aiuta con la sceneggiatura. S'è parlato dal primo momento dei “nuovi fratelli Coen”, ma s'è parlato ancora di più di Tarantino; con cui in realtà questa storia ha in comune solo la sposa abbandonata all'altare circa che cerca vendetta, ma dopo Django (ma anche dopo Il Grinta) tutti si aspettavano una svolta generale al western che non è arrivata; questa è l'eccezione alla regola, che come il film di Quentin – e come il western in generale – segue la sua trama liscia liscia verso l'epilogo-resa dei conti. «Qual è la scena madre del film?» mi è stato chiesto, e io ho risposto: dato che ogni azione genera la successiva, ogni episodio è conseguenza del precedente, la scena madre sarebbe la penultima (non l'ultima). Per cui più che la storia, del film sono degni di nota i personaggi: non tanto Isaacs, la cui parte è facilotta – ma comunque ben fatta, quanto Harris, ultra-elogiato sia qui che al festival tedesco, personaggio meno western degli altri eppure non fuori luogo, che ritrova il suo motivo di star là insieme agli altri due, al parroco e alla Mulan/ Jones, di cui vediamo – come ogni film virile vuole che sia – la solita scena di bagno al lago. In cui però lei tira fuori l'arnese...