venerdì 31 agosto 2012

i cittadini di Gotham.



Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno
The Dark Knight Rises, 2012, USA, 165 minuti
Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura originale: Jonathan Nolan & Christopher Nolan
Soggetto: Christopher Nolan & David S. Goyer
Basato sul personaggio di Batman creato da Bob Kane
Cast: Christian Bale, Tom Hardy, Anne Hathaway, Gary Oldman,
Joseph Gordon-Levitt, Marion Cotillard, Morgan Freeman, Michael Cane
Voto: 8.5/ 10
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Tutto, grazie a Dio, prima o poi finisce. E quest'anno è l'anno in cui ciò accade: prima Harry Potter poi Batman e molto presto la Twilight Saga. Cosa accomuna queste multilogie? Ad esempio, la loro presenza simultanea nella lista dei film che hanno incassato di più nella storia del cinema (attenzione: non nel 2012; nella storia del cinema dai Lumière a oggi); Harry Potter 7.2 è quarto, questo Cavaliere Oscuro è quindicesimo e New Moon è quarantasettesimo).
Per riuscire nell'impressa di bissare il successo di Inception (considerato dal pubblico il miglior film degli ultimi anni e dal sottoscritto una mera operazione d'accaparramento di Oscar) il buon Christopher Nolan abbandona la macchina da scrivere analogica davanti alla quale ha partorito i suoi capolavori Memento e The Prestige e continua a usare un ultrabianchissimo Mac che gli ispira trovate digitali ed epopee di effetti visivi a discapito delle tanto amate trame tutte intrecci e ingarbugliamenti. Riprende, non senza qualche iniziale riserva, la trilogia a cui aveva dato inizio con Batman Begins (visto da dieci persone in tutto e vincitore di un Razzie) e che l'aveva portato poi alla fama mondiale e agli Academy Awards con The Dark Knight (ciao, Heath Ledger); il cattivo di turno è un titanico Tom Hardy aka Blane, maschera polipesca in faccia e stazza da bue, con un turbolento passato più leggendario che veritiero, che ha in mente un minuzioso quanto folle piano per far saltare in aria la città di Gotham (lui compreso?). Dalla sua parte ha una quantità immane di persone e personaggi, dalla polizia a Catwoman, figura assente nei film precedenti che qui compare con le curve magre di Anne Hathaway che sorprendentemente convince del difficile ruolo - ed è, vi dirò, il personaggio meglio riuscito. Pare che nei suoi piani il cattivo Blane non abbia intoppi, dato che Batman non si fa vedere da otto anni e la popolazione ce l'ha con lui per la morte di Harvey Dent (Aaron Eckhart che compare in qualche foto, cattivo del film precedente), motivo per il quale Gary Oldman si porta un macigno sulla coscienza che non trova mai l'occasione buona di scagliare come i bravi peccatori. E la nuova recluta, la “testa calda” Joseph Gordon-Levitt, poliziotto che sale di grado, piano piano assisterà alla sua redenzione. Tutte facce azzeccate, inclusa la capatina della bella e brava Juno Temple (è la sorella ladruncola della Hathaway) e quella di Marion Cotillard, così contenta del lavoro fatto con Nolan per Inception.
Più di due ore e mezzo di film per un totale di 30 minuti di inseguimenti, 60 di mazzate, 15 di scene inutili tipo l'ansia di salvare un autobus di ragazzini quando la bomba sta per esplodere (perché solo loro?, perché proprio loro? Mah). Ma a Nolan si perdona tutto, perché lui sa come si fa il cinema e allora ci mette due tre colpi di scena spiazzanti alla fine, e una chiusura che lascia la bocca aperta e le porte pure, che ci fa domandare «ma come? Ma adesso continuerà in un altro senso?», il tutto mentre sotto all'immagine scorre la musica di Hans Zimmer - che scaccia James Howard dei Batman precedenti. Sicuramente il migliore della trilogia, forte del fatto che il pubblico è incollato sulla poltroncina mentre l'Apocalisse implode, mentre ci si domanda se poi il protagonista morirà - essendo l'ultimo film. Ma quanto surrealismo. A partire da tutto questo patriottismo di cui Gotham City gode: pare sia l'unica città sulla faccia della terra, il fulcro di ogni cosa; il sindaco è una divinità, i cittadini non si schiodano da quei marciapiedi, se salta in aria Gotham City è la catastrofe, perché Gotham City quante ne ha passate!, questa brava gente quante ancora ne deve patire!
Già si contano, nell'aria, le nominations ai prossimi Oscar - che, senza Il Grande Gatsby, hanno la strada più che spianata. La statuetta più meritata di tutte: la fotografia.

venerdì 10 agosto 2012

di un regista anziano.



Singolarità Di Una Ragazza Bionda
Singularidades De Una Chica Rubia, 2009, Portogallo, 64 minuti
Regia: Manoel de Oliveira
Sceneggiatura: Manoel de Oliveira
Basata sul racconto di José Maria Eça de Queirós
Cast: Ricardo Trêpa, Catarina Wallenstein, Diogo Dória, Júlia Buisel
Voto: 6/ 10
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Un controllore chiede il biglietto ai passeggeri e i passeggeri glielo danno in un vagone di treno che pare uscito da Colombo, la serie televisiva, o da Frenzy di Hitchcock, molto anni '70 insomma, con la pellicola antica, quasi sgranata, tutta ocra e verde oliva e giacche infeltrite sugli uomini coi capelli e i baffi. Il film, però, è del 2009, e arriva da noi a fine 2011 per essere solo adesso in tre sale in tutta Italia.
Manoel de Oliveira, regista e sceneggiatore e produttore e montatore e direttore della fotografia e attore, è anche vero che c'ha più di cent'anni (quasi 102 per la precisione), e dopo otto capatine a Cannes (sei volte in concorso) e nove a Venezia con quella di quest'anno, dopo la trasposizione de La Divina Commedia e il più recente e noto Un Film Parlato, dobbiamo ammettere che mantiene la lucidità e il rigore statico dei primi film a inquadratura fissa, quasi teatrale. Ma l'aver scelto come partenza per questo Singolarità Di Una Ragazza Bionda - che è un bellissimo, illusorio titolo - un breve racconto di uno scrittore che quando lui nasceva, moriva (José Maria Eça de Queirós, purtista della lingua portoghese) non ha certo giovato ai risultati, ché già l'apparire negli anni '70 è un miracolo.
Un uomo incontra una donna in treno e le racconta, mentre lei interessata guarda altrove, il problema che lo turba e lo affligge, come già fu per Quell'oscuro Oggetto Del Desiderio: lui racconta racconta e noi ogni volta pensiamo di aver colto la gravità nella storia, ma ci sbagliamo. Perché la vicenda prosegue e si spegne sul più bello, ad appena un'ora dall'inizio. Lavoratore presso la sartoria dello zio a cui dà del voi (ma come contabile, non commesso), l'uomo vede ogni giorno affacciarsi dalla finestra di fronte una bellissima ragazza col suo ventaglio cinese frou frou, e se ne innamora, e la vuole sposare col più nobile corteggiamento, e contro la volontà del parente che lo licenzia parte per guadagnare lontano e tornare ricco e darle la vita che entrambi sognano. Ma quando torna, ricco e speranzoso, altri bastoni si mettono tra le ruote, e i due devono aspettare, aspettare ancora, in un tempo diluito che pare non sia mai passato addosso a personaggi che restano sempre uguali in scenari borghesi sempre uguali.
Il portoghese, poi, non è una lingua facile da doppiare. E quindi il lato positivo del film? È nella sceneggiatura, adattata appunto ai giorni nostri senza apparire ottocentesca e senza avere iPhone e one-night-standings per spolpare un difficoltoso amore mostrandoci l'essenziale.
Che però, non arriva da nessuna parte.
La sufficienza va alla longevità del regista (che ha già pronto il film che mostrerà dopo la sua morte e che sta lavorando contemporaneamente ad altre cinque sceneggiature) ma se non c'è l'aria condizionata in una delle tre sale d'Italia che lo proiettano, non andate a vederlo.

Venezia69: aggiornamenti.



Prima locandina per Bella Addormentata di Marco Bellocchio (non vi ricorda un po' i Numeri Primi) e data di uscita nei cinema italiani: il 6 settembre. È già possibile anche vedere un primo spot televisivo (cliccando qui) e conoscerne la trama: attorno a Eluana Englaro, figura realmente esistita che ha scosso l'opinione pubblica e non solo con la sua condizione e quella dei suoi familiari, Bellocchio lascia sfilare tutta una serie di grandi attori che esprimono il proprio parere sull'eutanasia (tema cardine del film), favorevoli o contrari o indifferenti, e sono Toni Servillo deputato del PDL, Alba Rohrwacher attivista per la vita, il suo fidanzato Michele Riondino con opinioni opposte, l'aspirante suicida Maya Sansa e Isabelle Huppert attrice disperata per la figlia in coma. A completare il cast un annunciato e immenso Roberto Herlitzka che dopo il bellissimo Sette Opere Di Misericordia torna al cinema quest'autunno anche in Il Rosso E Il Blu.
Insieme al film di Bellocchio, si aprono anche altre porte sulla 69esima Mostra del Cinema di Venezia: il film a sorpresa, come previsto e annunciato, è The Master di Paul Thomas Anderson, altra storia incentrata su una figura realmente esistita, e cioè Ron Hubbard, fondatore di Scientology nel 1954; nel cast figurano Philip Seymour Hoffman e Amy Adams (di nuovo insieme dopo l'immenso Il Dubbio), Joaquin Phoenix, Jesse Plemons e Rami Malek.
Il Premio Persol 2012 va a Michael Cimino, un «cineasta visionario, una delle voci più intense e originali del cinema americano degli ultimi quarant'anni, progressivamente ridotto al silenzio dopo l'insuccesso commerciale di un capolavoro al quale contribuirono gli stessi produttori con tagli insensati». Il capolavoro andato male di cui Alberto Barbera (direttore di questa mostra) parla è I Cancelli Del Cielo, originario del 1980 e proiettato a Venezia nell'82 dove fu fischiato e non trovò a lungo un distributore - che verrà riproposto in versione restaurata per Venezia Classics.
Nonostante il vecchio annuncio di abbandonare il Lido e il ritorno contraddittorio dell'anno scorso (con Il Villaggio Di Cartone) c'è quest'anno un altro veterano del festival, Ermanno Olmi, che si aggiunge alle proiezioni speciali fuori concorso con Come Voglio Che Sia Il Mio Futuro? insieme a un altro italiano, Pasquale Scimeca, che presenta Convitto Falcone fuori concorso e alla tedesca Alex Schmidt con l'horror Du Hast Es Versprochen. E mentre la Fnac di Milano celebra l'eterna fiaba di Carlo Collodi con ristampe, mostre e contest, il Festival lo fa proiettando Pinocchio, film animato diretto da Enzo D'Alò e scritto con Umberto Marino con le musiche di Lucio Dalla.

giuria
direttore: Michael Mann - regista, sceneggiatore, produttore (USA)
Marina Abramovic - artista, performer (Serbia)
Laetitia Casta - attrice (Francia)
Peter Ho-Sun Cha - produttore, regista (Hong Kong)
Ari Folman - regista, sceneggiatore (Israele)
Matteo Garrone - regista, sceneggiatore (Italia)
Ursula Meier - regista, sceneggiatrice (Svizzera)
Samantha Morton - regista (UK)
Pablo Trapero - regista, produttore (Argentina)

mercoledì 1 agosto 2012

prevenzione suicidi.





Damsels In Distress
id., 2011, USA, 99 minuti
Regia: Whit Stilman
Sceneggiatura originale: Whit Stilman
Cast: Greta Gerwig, Analeigh Tipton, Carrie MacLemore,
Megalyn Echikunwoke, Ryan Mectalf, Jermaine Crawford, Adam Brody, Hugo Becker
Voto: 6.8/ 10
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Un ragazzo che per un motivo che non svelo non ha mai imparato il nome dei colori e non sa che le pareti sono verdi. Un ragazzo che non sa di avere gli occhi blu. Un ragazzo che per assecondare la sua religione fa solo sesso anale. Una ragazza che soffre di shock olfattivo se sente l'odore del sudore. Un nuovo ballo, la “sambola”, di cui ci vengono insegnati i passi. Un finale musical con cori e tip-tap. Arrivano nelle nostre italiane sale le follie che hanno chiuso, undici mesi fa, il 69esimo Festival di Venezia, già che siamo in clima (proiezione per la quale furono regalati biglietti ai veneziani sul giornale locale, perché l'ultimo giorno della Biennale è sempre vuoto di gente).
Diretto da Whit Stilman, candidato all'Oscar nel '90 per la sceneggiatura di Metropolitan, il suo capolavoro e film più celebre, interpretato dalla Greta Gerwig di To Rome With Love, dalla Analeigh Tipton di Crazy, Stupid, Love. e dall'Adrien Brody di O.C., tra gli altri, Damsels In Distress (in italiano col sottotitoli Ragazze Allo Sbando) è una sorta di parodia di se stesso e dei film americani del genere e sui generis, un minestrone di ingredienti comedy, drama, musical e nonsense che spesso si avvicina ai college-movie e poi se ne distaccano subito incredibilmente; perché questo è un film che si basa tutto sui dialoghi, sui dialoghi serrati, che esprimono spesso profondi e pensati concetti. Lo capiamo già dall'inizio, quando Violet e le sue due amiche (“la scema” e “la nera”) adocchiano al primo giorno di scuola una matricola e la fanno propria, decidendo per lei cosa indossare e a che serate andare, non perché vogliono creare un clone di loro stesse o una cheerleader (figura assente nel film) ma perché hanno come obiettivo nella vita quello di aiutare gli altri e portare serenità e coinvolgimento. Per questo frequentano gli sfigati, si fidanzano coi brutti, portano avanti un club di prevenzione suicidi in cui offrono caffè e ciambelle e lezioni di ballo alla gente mollata dal moroso che pensa di lanciarsi dal piano più alto dell'edificio, il secondo. Siamo ben lontani dalle Mean Girls e da Glee: non ci sono “quegli” sfigati né quelle fashion-victim ma anzi ci sono epigone di Bree van de Kamp con golfini e gonnelle lunghe che si interrogano sull'eleganza dei gesti di un galantuomo prima di essere un playboy e stanno ad ascoltare discorsi seri su come l'omosessualità fosse cosa chic tanti anni fa e adesso è «qualche palestrato in t-shirt» (la parte migliore). Siamo più vicini a A Damsel In Distress, film del '37 con Fred Astaire col titolo italiano Una Magnifica Avventura a cui forse si fa un piccolo tributo.
La struttura un po' spezzata a sequenze titolate non funziona, molte scene neanche (come quella in cui Lily entra in casa e chiede «c'è qualcuno?» dieci volte vagando per le stanze, fino a quando qualcuno arriva: inutili minuti di cinema), sono molto buone le interpretazioni e imbarazzanti i modi in cui gli attori hanno sostenuto alcuni dialoghi. La sceneggiatura, c'è da dirlo, non si può non apprezzare. Offre numerosi spunti e quando non ne offre, forse, vuole far sorridere soltanto. Certo, non era un film da Venezia, ma non è neanche un film da liceali arrapati. Che film è?

Venezia69: line-up.



Cominciamo dal manifesto: finalmente! La sigla tremenda che l'anno scorso ha accompagnato l'inizio delle proiezioni veneziane è stata ben sostituita da una piccola perla firmata dal vincitore del David (quest'anno, per il corto Dell'ammazzare Il Maiale) Simone Massi, ormai una celebrità, che sarà celebrato con la proiezione dei suoi sedici cortometraggi animati realizzati dal 1995 ad oggi durante la 69esima Mostra del Cinema di Venezia che si svolgerà al Lido Casinò dal 29 agosto all'8 settembre. Per questo, che dura 30 secondi, sono serviti più di 300 disegni (fatti tutti a mano) in cui omaggia il cinema di Fellini (riconoscete il rinoceronte di E La Nave Va...?), Angelopulos, Wenders, Olmi, Tarkovskij, Dovzenko, tutti autori di pellicole importanti per il disegnatore e regista “a passo uno”, rimasto unico nel suo genere. La sigla, dopo il manifesto, è stata presentata il 26 luglio a Roma durante la conferenza stampa dell'evento, quando è stato anche annunciato che il film d'apertura del festival sarà The Reluctant Fundamentalist di Mira Nair, regista Leone d'Oro nel 2001 con Monsoon Wedding e che torna al Lido per la quinta volta, questa volta fuori concorso. Basato sul best-seller omonimo di Mohsin Hamid e con nel cast Kate Hudson e Kiefer Sutherland, racconta la storia di un giovane pakistano che lavora a Wall Street e che si ritrova la vita sconvolta dopo l'attentato alle Torri Gemelle del 2001, causate dalla sua patria contro l'America di cui vive il sogno.
Insieme alla pellicola indo-americana, fuori concorso, ci saranno anche Spike Lee, Manoel De Oliveira, Robert Redford e la Susanne Bier premio Oscar per In Un Mondo Migliore - un sacco di registe donne, alla faccia di Cannes - oltre a Michael Mann (che l'anno scorso ha accompagnato sua figlia) e il Daniele Vicari di Diaz che ha sconvolto tutti, fuori concorso in sezione speciale.
Per 11 dei 17 registi in concorso (ma si aspetta l'annuncio del film-sorpresa) è la prima volta a Venezia, col ritorno di Marco Bellocchio che l'anno scorso ha ricevuto dalle mani di Bernardo Bertolucci il Leone d'Oro alla Carriera (mentre io stavo a guardare). Gli fanno compagnia, sul fronte italiano, Daniele Ciprì (che per Bella Addormentata è direttore della fotografia), noto per Il Ritorno Di Cagliostro e qualcosa in tv, e Francesca Comencini di ritorno dopo Lo Spazio Bianco. E c'è il regista cardine del 2011, Terrence Malick, che sarebbe volentieri tornato a Cannes a maggio ma To The Wonder (con Rachel Weisz, Rachel McAdams, Javier Bardem, Ben Affleck) non era pronto.
Gli altri nomi di quest'anno: Kasia Smutniak è stata scelta come madrina del Festival (presenterà le due cerimonie d'apertura e chiusura e affiancherà il direttore nella consegna dei vari premi), Pierfrancesco Favino sarà il presidente di giuria della sezione Orizzonti mentre Michael Mann il presidente della giuria per il concorso; il Leone alla Carriera di quest'anno sarà per un altro italiano, Francesco Rosi, che accompagnerà la proiezione del suo Il Caso Mattei del '72. E Marco Müller, spedito a Roma, lascia il posto ad Alberto Barbera, che già per tre anni ha assunto l'incarico di direttore artistico del Festival e che promette una rassegna meno grassa, meno ricca, ma lodevole. Si mormora che quindi, con Venezia alleggerita e Müller a Roma, potremmo avere due festival allo stesso livello.
I film annunciati per la 69esima Mostra del Cinema di Venezia sono:

concorso
Apres Mai di Olivier Assayas
At Any Price di Ramin Barhani
Bella Addormentata di Marco Bellocchio
La Cinquieme Saison di Peter Brosens & Jessica Woodworth
Lemale Et Ha'Chalal di Rama Burshtein
È Stato Il Figlio di Daniele Ciprì
Un Giorno Speciale di Francesca Comencini
Passion di Brian De Palma
Superstar di Xavier Giannoli
Pieta di Kim Ki-DukOutrage Beyond di Takeshi Kitano
Spring Breakers di Harmony Korine
To The Wonder di Terrence Malick
Sinapupunan di Brillante Mendoza
Linhas De Wellington di Valeria Sarmiento
Paradies: Glaube di Ulrich Seidl
Izmena di Kirill Serebrennikov

fuori concorso
L'homme Qui Rit di Jean-Pierre Ameris
Love Is All You Need? di Susanne Bier
Cherchez Hortense di Pascal Bonitzer
Sur Un Fil... di Simon Brook
Enzo Avitabile Music Life di Jonathan Demme
Tai Chi 0 di Stephen Fung
Lullaby To My Father di Amos Gitai
Shokuzai di Kiyoshi Kurosawa
Bad 25 di Spike Lee
The Reluctant Fundamentalist di Mira Nair
O Gebo E A Sombra di Manoel De Oliveira
The Company You Keep di Robert Redford
Shark (Bait 3D) di Kimble Rendall
Disconnect di Henry-Alex Rubin
The Iceman di Ariel Vromen

fuori concorso - proiezioni speciali
Anton Tut Ryadom di Lyubov Arkus
Ya Man Aach di Hinde Boujemaa
Clarisse di Liliana Cavani
Sfiorando Il Muro di Silvia Giralucci & Luca Ricciardi
Carmel di Amos Gitai
El Impenetrable di Daniele Incalcaterra & Fausta Quattrini
Witness: Libya di Michael Mann
Medici Con L'Africa di Carlo Mazzacurati
La Nave Dolce di Daniele Vicari

orizzonti
Wadjda di Haifaa Al Mansour
Khaneh Pedari di Kianoosh Ayari
Ja Tozhe Hochu di Alexey Balabanov
Gli Equilibristi di Ivano de Matteo
L'intervallo di Leonardo Di Costanzo
El Sheita Elli Fat di Ibrahim El Batout
Tango Libre di Frederic Fonteyne
Menatek Ha-Maim di Idan Hubel
Gaosu Tamen, Wo Cheng Baihe Qu Le di Li Ruijun
Kapringen di Tobias Lindholm
Leones di Jazmin Lopez
Bellas Mariposas di Salvatore Mereu
Low Tide di Roberto Minervini
Boxing Day di Bernard Rose
Yema di Djamila Sahraoui
Araf di Yesim Ustaoglu
Sennen No Yuraku di Koji Wakamatsu
San Zi Mei di Wang Bing

mercoledì 25 luglio 2012

rumore per nulla.





L'estate Di Giacomo
id., 2011, Italia, 75 minuti
Regia: Alessandro Comodin
Sceneggiatura originale: Alessandro Comodin
Cast: Giacomo Zulian, Stefania Comodin, Barbara Colombo
Voto: 6.5/ 10
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Rumore dell'aria nel bosco, e titoli di testa blu su fondo nero. Compaiono tutti: i ringraziamenti per primi, poi i fonici, gli sponsor, compare persino l'autore della locandina qui a lato (magnifica), i suoni sotto continuano e i titoli non finiscono mai. Fino a quando finiscono, e c'è Giacomo di spalle che suona la batteria, a caso. Il titolo. Ed ecco, finalmente, il film. Ma i crediti iniziali quasi estenuanti ci volevano ben dire una cosa: tutte le scene saranno così. Pianisequenze lunghissimi interminabili estenuanti su una storia priva di trama. Ma a differenza di un altro recentissimo film, The We And The I, che pure si rivelava senza trama e che si appoggiava tutto su fittissimi e scanzonati dialoghi adolescenziali, questo di dialoghi ce n'avrà tre in croce, perché il resto delle battute sono frasi che Giacomo dice così, le lancia nel vuoto spesso facendoci sorridere (la sala si sganasciava dal ridere, non so perché). Il suo nome è nel titolo perché lui è essenziale: mostrato di spalle per almeno un quarto d'ora dall'inizio, quando parla ci accorgiamo subito che c'è qualcosa che non va. Lo capiamo anche dal modo di dosare la voce e da quello di gesticolare. Verso la fine ci viene rivelato: è quasi sordo. E se leggiamo il volantino che ci viene dato fuori dal cinema, scopriamo che in realtà sordo lo era e adesso ha subìto un intervento per cui ci sente di nuovo. E questa è la prima estate di Giacomo con dei suoni. E, forse, è anche la prima dell'amore, perché se per un'ora di lungometraggio viene accompagnato da una Stefania (Stefania Comodin, clone di Elizabeth Olsen), gli ultimi dieci minuti li passa con un'altra (Barbara Colombo), con cui ha una cosa in comune di più.
L'aspetto da lode del film è la posizione della telecamera. Mentre è a spalla quando i personaggi camminano e ballano, e con una fotografia non impeccabile ci pare di essere su National Geographic, si pietrifica durante i discorsi e inquadra sempre solo uno dei due, anche quando l'altro compie gesti che ci sarebbe utile vedere. Alessandro Comodin, il regista e sceneggiatore, trentenne quest'anno, laureato in Lettere e poi scappato a fare cinema a Parigi e Bruxelles, dopo il primo documentario presentato a Cannes nel 2009 ora porta in sala un film che certo del documentario ha tantissimo, forse troppo: sembra sia la descrizione minuziosa del carattere e del comportamento di questo Giacomo Zulian che a suo agio davanti alla telecamera saltella, strilla, ci mostra i suoi gesti femminili, la sua infantilità.
Premio Cineasti del Presente al Festival di Locarno, apprezzato da molta critica, mi ha lasciato un po' dubbioso. Ma anche se mi fosse piaciuto e ve l'avessi consigliato, non avreste potuto vederlo in molti: è in sole cinque sale d'Italia.

lunedì 16 luglio 2012

Agata Alberta Annunziata.





Noi Donne Siamo Fatte Così
id., 1971, Italia, 100 minuti
Regia: Dino Risi
Sceneggiatura originale: Dino Risi, Ettore Scola, Rodolfo Sonego, Luciano Vincenzoni
Cast: Monica Vitti, Carlo Giuffrè, Enrico Maria Salerno, Ettore Manni,
Jean Rougeul, Michele Cimarosa, Luigi Zerbinati
Voto: 7/10
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Lo ammetto: sono un po' di parte. Quando c'è da scegliere un film del passato da consigliare, tendo sempre a preferire qualcosa con Monica Vitti. Perché mentre Sophia Loren si godeva il successo internazionale datole dal marito e Anna Magnani quello nazionale datole dal divismo, Monica Vitti se ne stava in disparte a fare film bellissimi, intelligentissimi, azzeccatissimi, passando da personaggi complicati e complessati come la Claudia de L'avventura (per cui fu candidata al BAFTA) a donne tremende e divertentissime come l'Assunta Patanè de La Ragazza Con La Pistola (per cui vinse il David e il Nastro d'Argento).
In questo sconosciuto Noi Donne Siamo Fatte Così interpreta la bellezza di dodici personaggi femminili diversi, con accenti diversi, problemi diversi, diverse storie. Tocca tutti i generi: dall'episodio muto sulla monotona vita di una suonatrice di piatti, che fa sorridere, all'episodio in dialetto barese sulla hostess Agata che ha appena conversato con i passeggeri di un volo in quattro lingue, che fa sbellicare, al più intimo, intenso e geniale episodio, il migliore a livello cinematografico, quello della siciliana Alberta che discute della libertà sessuale e dell'apertura della coppia col marito e con gli ospiti in casa. Si sente, negli altri, l'eco di ciò che era successo e che stava succedendo in Italia, quasi un tributo: la napoletana Annunziata che sforna figli come fossero pagnotte ci ricorda un la prima delle tre parti di Ieri, Oggi, Domani di De Sica; la barbona suonatrice di violino Teresa schiava d'amore per il compagno e compare ha gli stessi toni e costumi de La Strada di Fellini. Ci sono, poi degli scherzi cinematografici come quelli della superstite in Vietnam e della suora suonatrice di chitarra e ci sono delle vere e proprie denunce sociali - il maschilismo nelle fabbriche di panettoni in Veneto e la violenza sessuale denunciata per telefono alla radio. Quest'ultimo, che è anche l'ultimo episodio della pellicola, lascia altamente perplessi, ed è bizzarro che sia stato scelto per chiudere un film volutamente spiritoso.
Ad accompagnare il regista Dino Risi nella sceneggiatura di alcuni segmenti c'è Ettore Scola, amicone dell'autore, che allevia il tono “sexy” - diremmo oggi - del mattacchione Risi. La sua mano si vede soprattutto nella resa delle donne disperate per amore, come la romagnola Zoe che passa tutto il tempo a parlare dell'ex moroso.
Il film, introvabile nei negozi neanche a pregare in turco, è visibile per intero su YouTube, nuovo strumento di streaming che ho scoperto da pochissimo e che apre una nuova tag. Si fa guardare spensieratamente e sempre volentieri, per dimostrarci come il tempo passi mentre i problemi restino sempre gli stessi: l'amore, i soldi, il lavoro precario, la salute. E le stesse restano anche le fantasie sessuali dei vecchi ricchi.

Noi Donne Siamo Fatte Così su YouTube.