giovedì 30 aprile 2015

David di Donatello 2015 - in concorso.



Art. 6, si legge: non possono assegnarsi premi ad attori italiani e stranieri doppiati in film italiani; Adam Driver quindi deve abbandonare le speranze (…) di vincere il David di Donatello 2015 per la migliore interpretazione maschile in Hungry Hearts di Saverio Costanzo, dopo aver vinto la Coppa Volpi a Venezia 71 per lo stesso ruolo; al contrario potrebbe incrociare le dita la sua compagna (sul set) Alba Rohrwacher, pure Coppa Volpi, che di David ne ha già due (Giorni E Nuvole, 2008: non protagonista; Il Papà Di Giovanna, 2009: protagonista; e altre due nominations), ma nell'Art. 7 del regolamento dei giurati del premio si legge: nel caso si venga candidati per più di un film, si entra in cinquina solo con il film per il quale si è ottenuto il maggior numero di voti. L'interpretazione americana, quindi, potrebbe essere calpestata da quella albanese di Vergine Giurata, dove il protagonismo è assoluto e la performance camaleontica: le spettatrici albanesi della prima hanno ammesso di non aver notato l'accento italiano nel dialetto gheg della Rohrwacher, burrnesh in un villaggio montuoso ai confini col Kosovo che rinuncia alla propria identità per poter essere riconosciuta socialmente, col nome di Mark. Laura Bispuri, autrice dell'opera, potrebbe (dovrebbe!) rientrare nella cinquina dei migliori esordi (insieme a Short Skin di Duccio Chiarini e The Repairman di Paolo Mitton, ci auguriamo – e al campioncino di incassi Se Dio Vuole, ci aspettiamo) ma non nella categoria più succosa: sempre all'Art. 6: il miglior regista esordiente non può essere votato anche come migliore regista. Ad ogni modo, se la devono vedere tutti col mostro sacro Nanni Moretti, furbescamente uscito in sala sfiorando la conclusione delle votazioni (mentre Sorrentino e Garrone, in concorso a Cannes con lui, vengono spediti all'anno prossimo); Mia Madre, oltre ad odorare di Miglior Film, ha due intense performances delle navigate Margherita Buy protagonista e di Giulia Lazzarini non protagonista. Eppure questo è l'anno degli esordienti: non solo dietro alla macchina da presa ma anche davanti. Sacrosante sarebbero le candidature di Giulia Salerno per Incompresa (vista anche con meno spessore ne Il Nome Del Figlio, dove però il resto del cast splende), Maria Alexandra Lungu e Agnese Graziani, Gelsomina e Marinella, due delle quattro sorelle ne Le Meraviglie della Rohrwacher jr., Alice; lo ammettiamo: è questo il film per cui facciamo il tifo – già un Nastro d'Argento Speciale alla regista, alla seconda opera dopo Corpo Celeste, e il Gran Premio Speciale della Giuria di Cannes 2014. Ma il versante femminile si riempie anche delle numerose interpreti di Latin Lover della Comencini, tra cui la compianta Virna Lisi cui arriverà, probabilmente, la solita nomination postuma: ebbe due David, nell'80 e nell'83, per La Cicala e il discutibile Sapore Di Mare; non lo ricevette per La Regina Margot, che le valse la Palma a Cannes e il César, e fu premiata due volte alla carriera: nel '96 e nel 2009. Senza dimenticare la straziata Ambra Angiolini del dubbioso La Scelta e l'algida Micaela Ramazzotti del dubitante Ho Ucciso Napoleone. Il versante maschile invece, sempre meno interessante, conta sul pluricandidato Marco Giallini e sul vincitore (per Caos Calmo; un'unica altra nomination) Alessandro Gassmann alla sua rinascita cinematografica – ma è Elio Germano a farci ben sperare, per il suo Leopardi a testa in giù ne Il Giovane Favoloso di Mario Martone (regista del Miglior Film Noi Credevamo), che farà incetta di nominations tecniche e artistiche dividendosele con Maraviglioso Boccaccio dei Taviani, di cui Kim Rossi Stuart è interprete di supporto senza rivali. Di seguito l'elenco di tutti i film in gara per ottenere le candidature – a pochi giorni dal limite ultimo perché la pellicola esca in sala, nonostante Diario Di Un Maniaco Perbene sia programmato per maggio; il sito ufficiale li riporta in un ordine alfabetico che tiene conto dell'articolo, e noi ci atteniamo all'originale iniziativa; con l'asterisco prima del nomesogno segnalati i registi esordienti.

martedì 28 aprile 2015

Jennifer Aniston.



Sarà Il Mio Tipo?
Pas Son Genre, 2014, Francia/ Belgio, 111 minuti
Regia: Lucas Belvaux
Sceneggiatura non originale: Lucas Belvaux
Basata sul romanzo Non Il Suo Tipo di Philippe Vilain (Gremese)
Cast: Émile Dequenne, Loïc Corbery, Sandra Nkake,
Charlotte Talpaert, Anne Coesens, Daniela Bisconti,
Didier Sandre, Martine Chevallier, Florian Thiriet
Voto: 7.7/ 10
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«Per i parigini non esiste altra Francia che Parigi»: non sorprende quindi l'atteggiamento con cui Clément Le Guerre, professore universitario di Filosofia con specializzazione tedesca, figlio di medico, un saggio all'attivo, apprende di essere stato trasferito in un paesino del nord, Arras, e in un liceo, come professore d'adolescenti. Partecipa alle prime riunioni di consiglio e il magnanimo preside gli concede le lezioni dal lunedì al mercoledì: Clément si fionda allora in stazione per tornare ai vernissage, alle serate in completo, ai colleghi della capitale fino alla domenica. Gli studenti under 19 non paiono né interessati né interessanti; l'aveva già avvertito una professoressa, portandolo in giro per la cittadella, raccontandogli quanta stima nutre per il suo lavoro e la sua scrittura. «L'unica cosa peggiore dei nuovi ricchi sono i loro figli: che non sono mai stati poveri»; vocabolario fine e sopraffino, arguzia, profondità di pensiero – e poi camice sotto ai maglioncini, sciarpe scure; mentre tra le viuzze si distingue un salone di parrucchiere variopinte (per chiome, pelli e vestiario), che dopo il turno si fiondano al karaoke in tubino di paillettes e trucco pesante per cantare i sentimenti che corrono paralleli alla pellicola. Tra queste, Jennifer, che alla francese tutti chiamano Jennifér, lascia a casa il figlio con la baby-sitter, o col padre all'occorrenza, che alleva da sola divertendosi davanti alla Wii o alle tazze di Nesquik: non sa cosa sia l'imbarazzo, parla troppo sapendo di farlo, è delusa dalle precedenti relazioni sentimentali ma non arresa, in attesa del prossimo grande amore. Inevitabile che s'incontrino, in un paese così striminzito: bizzarro però che lui cominci a corteggiarla, a insistere per andare a «bere qualcosa» o a cena dopo il cinema – sceglie lei, solo film con Jennifer Aniston, non per il comune nome ma per i valori morali che incarna; al primo bacio si danno ancora del lei, è un corteggiamento all'antica, composto, come Clément sa fare e come Jennifer sogna, «a differenza di tutti gli altri». Si vedono sempre più spesso e sempre più approfonditamente ma dopo il sesso lui si mette a leggere Proust, la paragona a Kant, le regala L'idiota – che lei addirittura legge fino in fondo, perché rispetta il lavoro dello Scrittore, non lasciandosi scoraggiare dalle pagine iniziali come farebbe invece un intellettuale (quanta verità in questo dettaglio) – Jennifer invece canta davanti al televisore, si veste di fiori per la festa di paese, rimugina a casa sui risvolti della relazione. Non vediamo mai il dubitare di lui ma sempre quello di lei. Perché se la stringata trama, i banalotti personaggi, il tono sentimentale da commediola potrebbero far apparire Sarà Il Mio Tipo? E Altri Discorsi Sull'amore (titolo ancora più becero dell'originale Pas Son Genre, negativamente deciso nel rispondere) un'altra stupida commedia francese «da pop-corn», direbbe lei, è in realtà un buon prodotto di analisi (psicologica, sentimentale) sulla classe sociale d'appartenenza, il ponte che ci si costruisce in mezzo e, poi, la capacità di attraversarlo, o di rimanerci sopra. I personaggi apparentemente incomprensibili, contraddittori, sono in realtà profondissimi, con in bocca parole azzeccate. Lui tace, disincantato, auto-decretatosi saggio, senza il desiderio di figli «dalla sua ex né da altre donne», involontariamente (quanta verità in quest'altro dettaglio) la istruisce sulle materie umanistiche, si vergogna di dirsi segregato in provincia, in un liceo; lei non vuole, non riesce, non è capace forse di scendere a compromessi, è interessata ma forse poco interessante, forse non si conosce(va) abbastanza ma assorbe, una spugna: senza essere colta è intelligente. Celebratissima in patria, Émile Dequenne mette in cantiere un'altra performance minuziosa, che si aggiunge alla Rosetta dei Dardenne e alla Murielle di À Perdre La Raison (entrambe le fecero vincere i premi dell'interpretazione a Cannes); totalmente opposto è il Clément di Loïc Corbery «de la Comédie Française» ma ugualmente azzeccato nel fascino, nel modo, nel labbro risucchiato. Li dirige Lucas Belvaux, archiviata la trilogia di Dopo La Vita, che firma anche l'adattamento dei dialoghi dal romanzo di Philippe Vilain, che per questo Non Il Suo Tipo ricevette il premio (italiano, veronese) Scrivere Per Amore 2012, assegnato da una giuria di esperti presieduti da Vittorio Sgarbi; in comune con l'arte dell'oratoria e quella della tinta, questo film ha la necessità di rifletterci sopra, dopo, per formulare un'opinione non immediata.

lunedì 27 aprile 2015

per confrontare.



Samba
id., 2014, Francia, 118 minuti
Regia: Olivier Nakache & Eric Toledano
Sceneggiatura non originale: Olivier Nakache, Eric Toledano e Muriel Coulin
Basata sul romanzo Samba Pour La France di Delphine Coulin (Rizzoli)
Cast: Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim,
Izïa Higelin, Isaka Sawadogo, Hélène Vincent, Youngar Fall,
Christiane Millet, Jacqueline Jehanneuf, Liya Kebede
Voto: 3.3/ 10
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Certamente: dopo diciannove milioni di spettatori in Francia (ma continua ad essere Giù Al Nord il fenomeno patriottico, con più di venti) e le strette di mano di Woody Allen e Steven Spielberg (ma l'indifferenza totale dell'Academy), diciamo, non c'è il rischio, ma la certezza: come la fai la sbagli. Da una parte: decisione più che lodevole di restare in patria e non volare a Hollywood a cambiare lingua e produzione del proprio cinema, anzi addirittura fare un film “a basso budget” dopo quegli incassi stratosferici. Dall'altra: la furberia di tentare di ripercorrere la stessa strada coprendo le tracce, e fare un film che comunque ricordasse il precedente, ma che apparisse ad ambizioni più alte. Ancora una volta la coppia d'oro d'oltralpe Eric Toledano & Olivier Nakache parte da un libro, Samba Pour La France – molto noto là e pubblicato da Rizzoli qua; chiede all'autrice di collaborare alla sceneggiatura ma toglie la voce fuori campo e infila quel personaggio nella storia, riproponendo l'amico di una vita Omar Sy come interprete protagonista (un César rubato a Jean Dujardin nell'anno in cui questo vinse l'Oscar) raccontando che «non farà lo stesso ruolo» ma ci credono poco pure loro: cresciuti nel «disagio della banlieue multirazziale», i due registi avevano parlato del sussidio di disoccupazione in Quasi Amici e parlano del permesso di soggiorno in Samba, nome di battesimo del protagonista, da dieci anni in Francia e con occupazioni saltuarie, file alla mattina per accaparrarsi un posto da lavavetri, da custode, da lavapiatti – eppure ha quasi il diploma da cuoco! – uno zio che lo istiga all'annullamento di sé attraverso completi eleganti, valigetta, riviste sui cavalli per apparire il meno nero possibile e un amico algerino che si finge brasiliano per rimorchiare più facilmente. A dirci quanto ruffiano sarà il tutto, quanto tripudio di buonismo, quanta commozione a tutti i costi per racimolare consensi in sala, unificare le masse contro la segregazione razziale, far annuire ai diritti civili, regalare due ore di ovvio alla gente che poi tornerà a pulirsi la mano appoggiata sul corrimano della metro – ad avvisarci di quello che ci aspetta ci pensa già il costoso pianosequenza iniziale: una festa Gatsby-style di qua, ballerine e torte e champagne per gli sposi, la servitù del ristorante che va e viene rigorosamente in abito bianco, il minestrone razziale nelle cucine e, di là in fondo, i neri a fare i lavori più umili della piramide, a ringraziare a capo chino il padrone come nei campi di cotone. Nella vita del povero protagonista s'infilerà a sorpresa Charlotte Gainsbourg, un improbabile esaurimento nervoso dopo dodici ore di lavoro al giorno da quindici anni e un'inspiegabile perdita di amici affetti famiglia che la porta ad essere sola in casa e nella vita e di notte con l'insonnia e beneficente negli uffici di accoglienza quando non accarezza cavalli per placarsi. Costruisce un personaggio che alla prima festicciola le crolla addosso, scatenandosi in danze senza scarpe – non coglie le battute né sa spezzare l'imbarazzo eppure avvisa che la “malattia” la fa esagerare in alcune cose, tipo il sesso prolifico e frequente (AH AH AH!) – eppure stranamente non è così fuori luogo come avremmo creduto, come nemmeno il padre Tahar Rahim, ormai completamente inserito nella cinematografia française. Non è fuori luogo niente, eccetto qualche battuta di sceneggiatura, non lo sono gli inseguimenti della polizia per i vicoli notturni, i nascondigli per non essere rispedito in Africa, le gag poco riuscite sullo scaldabagno che schizza, le telefonate in piena notte per andare all'Autogrill, i momenti di tensione – perché tutto risponde ai canoni del cinema facile, del film accettato dal pubblico, esattamente com'era Quasi Amici: e se il pubblico questo vuole: che gli venga dato.

domenica 26 aprile 2015

anni, amori e bicchieri di vino.



Adaline:
L'eterna Giovinezza
The Age Of Adaline, 2015, USA, 110 minuti
Regia: Lee Toland Krieger
Sceneggiatura originale: J. Mills Goodloe & Salvador Paskowitz
Cast: Blake Lively, Michiel Huisman, Harrison Ford,
Ellen Burstyn, Kathy Baker, Amanda Crew, Lynda Boyd,
Hugh Ross, Richard Harmon, Anjali Jay, Hiro Kanagawa
Voto: 6.7/ 10
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Prima americana a nascere nel 1908, qualche secondo dopo la mezzanotte, guardacaso, Adaline Bowman festeggia Capodanno e compleanno insieme – ma all'età di ventinove anni, in una sera di insolita neve, la distrazione per l'evento atmosferico e il buio la fanno uscire dalla carreggiata e la gettano nelle acque gelide: battito cardiaco fermo, circolazione bloccata, apnea – risulterebbe morta, e invece un fulmine funge da defibrillatore e non solo la riporta in vita, la rende anche eterna – ed eternamente ventinovenne. Adaline però ci viene presentata nel Capodanno del 2014: in procinto di acquistare documenti illegali, una nuova identità e una nuova vita nell'Oregon, come ha deciso di dover fare ogni dieci anni per non incorrere nei problemi legali legati al suo non invecchiare, non cambiare aspetto. Di volta in volta una nuova casa, un nuovo lavoro ma un cane sempre uguale e quindi nessuna amicizia fidata (a meno che non sia cieca), nessuna relazione sentimentale – perché tolti gli anni in cui si invecchia insieme, l'amore «è solo sofferenza». Tra una fuga e l'altra vede la figlia, che ormai ha l'aspetto di una nonna, con cui ha invertito il rapporto di maternità, pure da sola e con i problemi degli anziani, le scale, i cari che muoiono – mentre Adaline dopo ottant'anni conserva le energie per imparare le lingue, addirittura il norvegese in braille, aguzza la vista per carpire i dettagli delle persone dalle loro minuzie, indica ai tassisti le strade da fare nella città che conosce a memoria. È un personaggio psicologicamente ben sviluppato, dal viso (di Blake Lively) e dall'atteggiamento malinconico, dal vestiario vintage perché succube di tanti mutamenti di stile, dal conto in banca ingiustificato e dall'aspetto un po' troppo statuario, che attraverso salti temporali vediamo negli anni '60, nei '70 della frangetta, nei '40 dei videogiornali. Tutto ciò che la circonda è un esercizio estetico per raccontare una fiaba dal retrogusto fantasy con tanto di voce fuori campo che si sforza di sciorinare legami chimici e reazioni mediche per giustificare la magia dietro al più antico fascino umano: l'immortalità. Che siamo abituati a legare, come in molti fanno notare, al vampirismo, ma che certe storie di vampiri, mi viene in mente True Blood, analizzano anche dal punto di vista sociale, economico, spesso politico; la preoccupazione (che noi vediamo) di Adaline, e che l'anziana figlia suggerisce, è solo quella affettiva: per mantenere il segreto e la regola di trasloco non può legarsi a nessuno, neanche adesso che è colta, realizzata, completa. E così vede un affascinante trentenne alla festa di Capodanno, che la segue in ascensore, che le chiede l'indirizzo di casa, e che lei deve respingere – con argute risposte e senza l'imbarazzo perso negli anni. Ma il sentimento (la carne?) ha la meglio, e si concede uno sgarro prima, poi due – finendo a festeggiare il quarantesimo anniversario di matrimonio dei di lui genitori, venendo riconosciuta per quella che è veramente, e dovendo abbattere la campana di vetro in cui si è rinchiusa per quasi un secolo… Partendo bene, a intervalli narrativi e senza troppe smancerie, incursioni del narratore, mantenendo quello strato di non-detto utile a un racconto di questo tipo, The Age Of Adaline (azzeccato titolo originale, visto che L'eterna Giovinezza nostrano non corrisponde nemmeno al vero) si piega poi al solito sentimentalismo americano viaggiando tra il pathos e il mélo e chiudendosi come la più tradizionale delle fiabe vorrebbe. Tradizionale è anche la regia del trentenne Lee Toland Krieger, in carriera il piccolo Separati Innamorati, che però si caratterizza da interessanti trovate qua e là azzeccatamente originali: la scena dell'incidente in primis ma anche movimenti di macchina più piccoli quali l'uscita da una porta scorrevole. Incorniciato da una fotografia coerente e sognante e una musica appena percettibile, è un film che non si contesta piacevolmente perché risponde a quegli archetipi narrativi incontestabili e piacevoli.

giovedì 23 aprile 2015

una mattina.



Roma Città Aperta non è solo in televisione, su Rai 3, domani sera alle 21:10, ma è anche su tutti i giornali di programmazione digitale, nei cartelloni delle assemblee d'istituto scolastico, cineforum tematici. È il film facile: «il primo a riprendere il cammino in direzione di un orizzonte nuovamente umanizzato, a immaginare la riconquista di un'armonia entro uno spazio distrutto e sconvolto» (sir Gian Piero Brunetta); il capolavoro neorealista di Roberto Rossellini è uno dei tanti film da rispolverare in occasione del 25 aprile: un 70esimo anniversario dalla Resistenza e dalla Guerra di Liberazione. L'Alleanza delle Cooperative Italiane Lombardia, con il patrocinio dell'ANPI Lombardia, il supporto di Coop Lombardia e la collaborazione di Film TV e Radio 24, ha steso un calendario di proiezioni cinematografiche a tema, in programma dal 15 aprile al 7 maggio nel territorio lombardo: si apre con I Piccoli Maestri di Daniele Luchetti (1998) e si chiude con I Nostri Anni di Daniele Gaglianone (2000), ma è L'uomo Che Verrà di Giorgio Diritti il titolo più recente (2009, David al Miglior Film e questa sera su Rai Movie, ore 21:15) e Vogliamo Vivere! di Ernst Lubitsch il più vecchio (1942), passando per gli stranieri Terra E Libertà di Ken Loach (1995) e Schindler's List di Steven Spielberg (1993) e i nostri Ettore Scola (Una Giornata Particolare, 1977) e Bernardo Bertolucci (Novecento, 1976). Il settimanale citato prima, Film TV, nel numero ora in edicola suggerisce un'altra carrellata di titoli partigiani: l'episodio crudelissimo de I Mostri diretto da Dino Risi, Scenda L'oblio, con Ugo Tognazzi e Luisa Rispoli (1963); l'ultimo Pasolini «tra la mercificazione fascista dei corpi e la loro marxista (auto)analisi politica» di Salò O Le 120 Giornate Di Sodoma (1975); l'Albertone diretto da Luigi Comencini nel 1960 in Tutti A Casa insieme ad Eduardo De Filippo; ancora Bertolucci, ma questa volta per La Strategia Del Ragno (1970) e ancora Rossellini per Paisà (1946); e fa incursione pure il genio di Simone Massi per il corto animato Tengo La Posizione (2001). Intanto la programmazione televisiva prosegue stasera alle 21:00 su Iris con Il Generale Della Rovere, sempre Rossellini, con Vittorio De Sica attore; il canale manda in onda una selezione di film a tema commentati anche da Fausto Bertinotti, Letizia Moratti e GianPaolo Pansa. La Effe, canale 50 del digitale terrestre, la sera del 25 alle 20:00 manderà in onda il documentario di Samuele Rossi, «viaggio fisico e simbolico tra i luoghi della Resistenza» raccontati da sette ex partigiani. In conclusione, non possiamo non citare i tre film di Carlo Lizzani: Achtung, Banditi! (1951), Cronache Di Poveri Amanti dal romanzo di Pratolini (1954) e Il Gobbo (1960); Kapò di Gillo Pontecorvo (ancora 1960); L'Agnese Va A Morire di Giuliano Montaldo (1976) dal libro della Viganò; Giorni Di Gloria di Luchino Visconti (contemporaneo di Roma Città Aperta, 1945), da cui è tratta l'immagine d'apertura (nella foto: fucilazione di Pietro Koch a Forte Bravetta): firmato anche da Giuseppe De Santis e Marcello Pagliero, il film «di lotta partigiana e di rinascita nazionale» è dedicato «a tutti coloro che in Italia hanno sofferto e combattuto l'oppressione nazifascista».

mercoledì 22 aprile 2015

Gesù era circonciso?



Short Skin
id., 2014, Italia/ Iran/ UK, 83 minuti
Regia: Duccio Chiarini
Sceneggiatura originale: Duccio Chiarini, Ottavia Madeddu,
Marco Pettenello e Miroslav Mandic
Cast: Matteo Creatini, Francesca Agostini, Nicola Nocchi,
Mirianna Raschillà, Bianca Ceravolo, Bianca Nappi,
Francesco Acquaroli, Crisula Stafida, Anna Ferzetti
Voto: 8.4/ 10
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Edorardo ha diciassette anni quando nella consueta villeggiatura sul lungomare pisano l'amico Arturo decreta: quest'estate si tromba. Perché molti compagni di classe l'hanno già fatto e perché se non lo si fa in estate, quando? E così è tutto un premeditare accoppiamenti in tenda, abbordare turiste in spiaggia, scambiare numeri e provarci (senza troppi preamboli) tra il mare e la barca (ma c'è ancora l'ex di mezzo!), mentre Edo, a spalle curve, involontariamente rimorchia e poi si frena, memore del gravoso problema che gli pesa: la fimosi: la pelle del prepuzio troppo corta, come suggerisce il titolo, e il conseguente dolore nel far uscire il glande, sia da soli che in compagnia. Tenendo i genitori all'oscuro, visita un medico che gli prescrive una pomata e la masturbazione cadenzata, se non l'utilizzo del membro, visto che dell'operazione non ne vuole sapere, conscio delle immagini trovate su Google e dei racconti di guaiti dei conoscenti circoncisi – ma dato che con l'altro sesso proprio non ci si riesce, il rimedio sarà un polipo. Intanto a casa: la sorella del sesso parla solo se è quello che bisogna far fare al cane Tiga, nei momenti in cui non si adopera nell'arte parrucchiera; il padre lo spinge a provarci con la coetanea vicina di cui è segretamente (fino a un certo punto) innamorato da sempre, Bianca; la madre toccherà vette d'isterismo scoprendo gli scheletri negli armadi comuni. La domanda è annosa: bisogna aspettare l'amore che si aspetta da tutta una vita o ci si può “accontentare” di una dolce e coinvolta ragazza appena incontrata? Questa, tra l'altro, risponde al nome di Marianna Raschillà: nessun «dove l'ho vista», «dove l'ho sentita» per lei causa adolescenza ma a scorrere l'album di famiglia ce la si ricorda in un'altra opera prima da recuperare, Cosmonauta. Duccio Chiarini, da diec'anni su questo progetto, racconta ricordi e luoghi che conosce a menadito e si vede: non c'è una sbavatura. Per una volta, in un film “di formazione” i ragazzi parlano (quasi) esclusivamente il linguaggio dei ragazzi, e non quello che gli adulti suppongono parlino, coi problemi dei ragazzi e le apparenti inutili sfaccettature da cui scaturiscono «capacità affettive superiori alla media». Fra i tre vincitori della Biennale College, il film è stato sviluppato prima e finanziato poi nell'ambito del laboratorio del Festival di Venezia, dove è stato presentato in autunno prima di passare anche per Berlino: una storia che trasporta dalla spiaggia allo schermo la normalità più banale, più autenticamente quotidiana, ma che parla una lingua universale, comprensibile da tutti – eredità della London Film School che il regista ha frequentato: un tema che necessita una serie di parol(acc)e da dire, di nudità da mostrare, tutto trattato con un garbo insolito per il (nostro) cinema: niente di volgare o imbarazzante anzi ci si diverte con intelligenza. Inevitabile il paragone con Virzì: per l'ambientazione toscana e per le vicende del protagonista che condivide nome e dolori con l'Edoardo di Ovosodo – ma Pisa ha la meglio anche perché spinta da un altro film ancora in sala, Fino A Qui Tutto Bene, che analizza lo step successivo a questo, all'uscire dal liceo verso l'università. In comune c'è la sceneggiatrice Ottavia Madeddu e una penetrazione “naturista”, potremmo dire – alimentare – che ricorda il penetrato & mangiato di Stella Cadente. Tre mesi di ricerca fra le scuole di teatro di Milano e Roma e poi in tutta la Toscana per il volto di Edo: Matteo Creatini, quaranta chili appena, selezionato per la parte di Arturo, elevato poi a protagonista: audace come la pellicola intera, a suo agio, non poteva essere rimpiazzato da physique migliore, capofila di una schiera di interpreti imperfetti fisicamente, non oggettivamente appetibili, né stereotipati, finti, ma reali, che completano alla perfezione il puzzle di elementi tutti azzeccati di questo gioiello.

martedì 21 aprile 2015

400.



Figlio Di Nessuno
Nicije Dete, 2014, Serbia/ Croazia, 95 minuti
Regia: Vuk Rsumovic
Sceneggiatura originale: Vuk Rsumovic
Cast: Denis Muric, Pavle Cemerikic, Isidora Jankovic,
Milos Timotijevic, Zinaida Dedakin, Miodrag Jelic
Voto: 8.9/ 10
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Primavera del 1988, Bosnia: durante una battuta di caccia un gruppo di uomini inframmezzati dai titoli di testa trova e cattura un bambino lercio e selvatico, nudo, che si ribella al loro contatto. Verrà caricato sulla camionetta insieme a un lupo ammazzato, animale da cui esso ha imparato le leggi della sopravvivenza: mordere lo straniero nemico, mangiare da terra ciò che si è cacciato, ringhiare, camminare su tutti gli arti. Lavato e rasato, il selvaggio viene portato in un orfanotrofio, viene dichiarato privo di provenienza, famiglia, e gli viene assegnato il nome (musulmano) di Haris Purica insieme a una stanza – di cui non utilizzerà niente: perennemente rannicchiato negli angoli, ora sotto al letto ora sotto al tavolo, rifiuterà le scarpe, il cibo nel piatto, il vetro alla finestra, il contatto umano. In un momento d'aria nel cortile dell'istituto sarà catturato da una biglia, senza coglierne l'essenza: il ragazzo che ci sta giocando gliela cederà e si instaurerà un rapporto uomo/ animale fatto di rispetto, protezione, insegnamento: Haris “Puciche” è effettivamente un cane a cui va insegnato come alzare la zampa, come stare sulla sedia: è un bambino a cui bisogna insegnare ciò che i bambini naturalmente apprendono, ancora più piccoli, ma che lui non concepisce, non ritrova all'interno della sua formazione felina. Zika, il ragazzino-padrone, riuscirà a istruirlo su come accendere la luce, diventerà faro di questa normalizzazione, di questo inserimento nella società – la vicinanza del bimbo selvatico gli frutterà anche le attenzioni della tanto agognata ragazza dell'orfanotrofio – ma presto verrà raccolto dal padre, sarà troppo grande per restare nel centro e Haris dovrà vedersela da solo, soprattutto all'arrivo di un gruppo di serbi che lo accusano di essere bosniaco, sporco musulmano. Come tutte le recensioni riportano: inevitabile il paragone con Il Ragazzo Selvaggio di François Truffaut, pure storia incredibilmente vera (ma se quella attingeva a un accaduto di fine '700, Figlio Di Nessuno riporta la cronaca di vent'anni fa), eppure dal primo terzo in poi è un altro il film di Truffaut cui si pensa più a lungo: I 400 Colpi: oltre alla somiglianza del protagonista Denis Muric, immenso nella sua trasformazione ed effettivamente in crescita, à la Boyhood possiamo dire oggi, che lentamente smette di ringhiare, di ammansire i cani sotto la pioggia, di stare perennemente steso, accovacciato, nascosto nei pertugi e inizia a vedere altro della gente che lo circonda, non solo le gambe, le scarpe, e si erige verticale nel film – oltre alla somiglianza fisica c'è anche una somiglianza d'ambiente, di bivaccamento fuori dall'orfanotrofio, lontano dalle lezioni di prima elementare: le giostre, la sigaretta, lo zucchero filato. Ma l'intento del regista Vuk Rusmovic, alla sua opera prima e già col Premio FIPRESCI, Premio del Pubblico alla Settimana della Critica e Premio Fedeora alla Sceneggiatura durante Venezia 71, parrebbe utilizzare la storia vera e assurda della civilizzazione in età tarda di uno straniero in patria per poi passare a raccontare, di striscio, gli eventi dei primi anni '90 nei Balcani: le vicende politiche della Jugoslavia, «tradita e disintegrata» (Franco Montini, Vivilcinema): «la vera barbarie il protagonista la vive sulla propria pelle da civilizzato». L'ultimo terzo del film infatti vede Haris – che non viene più chiamato col nome “di battaglia” dell'orfanotrofio, e  lo vede in Bosnia, dove viene spedito a combattere a causa del nome – fucile in mano a vivere il terrore della trincea sparando senza saperne la motivazione, prima di chiudere un cerchio che gli farà vedere il punto di partenza con altri occhi: e si chiederà lui – ma ce lo chiederemo noi – se poi stare dritti e portare le scarpe sia così positivo.