sabato 30 maggio 2015

Nastri d'Argento 2015 - candidati.



Annunciate le candidature ai 69esimi Nastri d'Argento, premi del cinema e dei cineasti italiani assegnati ogni anno dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici. Come ormai succede da qualche tempo, niente cinquina per il Miglior Film: il titolo è già annunciato ed è Il Giovane Favoloso di Mario Martone, biopic sulla vita di Leopardi passato in concorso allo scorso Festival di Venezia e inspiegabilmente campione di incassi in sala: più di sei milioni di euro al botteghino battendo quasi tutte le commedie nostrane della stagione. Per l'intento artistico e il risultato economico dunque il SNGCI lo premia escludendolo dalla competizione, e lascia spazio ai suoi contender del festival italiano aggiungendoci quelli del festival francese: sono Anime Nere e Youth, infatti, a fare da capofila alle candidature per i tecnici e gli artisti nostrani (7 a testa); ai Nastri non possono essere candidati nomi stranieri per cui anche de Il Racconto Dei Racconti e Hungry Hearts bisogna andare a pescare solo la troupe italiana (6 nominations ciascuno). Non ha questo problema Nanni Moretti con Mia Madre, furbamente uscito in anticipo rispetto agli altri e quindi anche in gara per i David di Donatello – e con una vincitrice già annunciata, Giulia Lazzarini, premio speciale insieme a Ninetto Davoli ritrovato in Pasolini di Abel Ferrara e Adriana Asti. 6 nominations anche per Il Nome Del Figlio di Francesca Archibugi, commedia dell'anno insieme a Fino Qui Tutto Bene e Latin Lover (5 nomine). Vengono riesumati, per i premi alle interpretazioni, I Nostri Ragazzi, Perez., Senza Nessuna Pietà, addirittura Un Ragazzo D'oro e La Prima Volta Di Mia Figlia – anche miglior soggetto. Niente da fare, di nuovo, per Kim Rossi Stuart, attore non protagonista dell'anno in Maraviglioso Boccaccio (2 candidature: costumi, colonna sonora – non tocchiamo l'argomento musica, con cinque canzoni originali imbarazzanti); spunta però, finalmente, Short Skin tra i migliori esordi (pure lui candidato al soggetto), contro Senza Nessuna Pietà che ruba il posto che Banana occupa ai David. Se la vedranno, sicuramente, Vergine Giurata e Se Dio Vuole. Elio Germano, indiscutibilmente il miglior attore dell'anno, era già stato segnalato dal Sindacato in chiusura della Mostra di Venezia con il Premio Pasinetti; ci saranno lui e il suo regista, già Nastro dell'Anno con Noi Credevamo nel 2011, alla serata di premiazione fra Roma e Taormina, che andrà in onda in differita il 3 luglio in seconda serata su Rai 1. Di seguito e dopo l'interruzione, i candidati in tutte le categorie.

nastro dell'anno
Il Giovane Favoloso di Mario Martone

regista del miglior film
Saverio Costanzo per Hungry Hearts
Matteo Garrone per Il Racconto Dei Racconti
Nanni Moretti per Mia Madre
Francesco Munzi per Anime Nere
Paolo Sorrentino per Youth - La Giovinezza

venerdì 29 maggio 2015

la muerte.



Il Libro Della Vita
The Book Of Life, 2014, USA, 95 minuti
Regia: Jorge R. Gutiérrez
Sceneggiatura originale: Jorge R. Gutiérrez & Douglas Langdale
Voci originali: Diego Luna, Zoë Saldana, Channing Tatum,
Ron Perlman, Christina Applegate, Ice Cube, Kate del Castillo,
Hector Elizondo, Danny Trejo, Carlos Alazraqui, Ana de la Reguera
Voto: 7.2/ 10
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Tre amigos: Manolo, Joaquín e Maria, amici d'infanzia con un genitore a testa e la corrida nella dinastia – solo che mentre Joaquín impara subito l'arte e la mette in pratica accaparrandosi medaglie e fama di protettore della città, Manolo – torero con una chitarra e due spade – preferisce all'animale lo strumentino. Entrambi, comunque, si proiettano nel futuro con lei, sposati e con figli, e lei, gattina (attenzione a dire «morta» in questo film), ora balla con uno ora canta con l'altro, fino al giorno in cui, costretta a lasciare la città per studiare (è divertente scoprire cosa) altrove, romperà il triangolo. A raccontarci la storia è la guida di un museo in cui uno scuolabus di bambini chiassosi e poco interessati cade stregato dal carisma di una narratrice di cui infine scopriremo il particolare dono: questa li fa entrare da una porta invisibile e li conduce subito al libro della vita: il volume che raccoglie le storie di tutte le persone esistenti o esistite – nella sala dei messicani, affrescata con La Muerte e Xibalba e il Creatore di Candele, quell'uomo, dalle fattezze di Dio ma dalla voce di rapper, che detiene i ricordi delle persone vive su quelle morte. L'al-di-là si divide infatti in due luoghi: la terra dei ricordati e quella dei dimenticati. E non appena finisce, sulla terra, la memoria del defunto, il suo scheletro si sposta dal territorio felice e colorato a quello triste di nulla. I due regni sono capitanati da due rispettive creature: che, omericamente, scommettono i troni sullo sposalizio che Maria alla fine si deciderà a coronare: se col buon Manolo o col fiero Joaquín. Ma Xibalba gioca sporco, e ne fa morire due su tre, morsi da serprente. Originariamente opzionato dalla DreamWorks, poi abbandonato in fase di produzione per «divergenze creative», finito in mano a Guillermo Del Toro nel 2012 con il titolo Il Giorno Dei Morti, Il Libro Della Vita è finalmente uscito nelle sale statunitensi a ottobre 2014 (con picchi in Messico e Brasile) e arriva da noi adesso. Una nomination al Golden Globe e cinque agli Annie Awards, dove ha meritatamente vinto il miglior disegno dei personaggi: una goduria per gli occhi. I protagonisti della storia narrata ci vengono infatti mostrati a metà tra la plastilina e il legno, marionette in mano alla narratrice, ogni tanto disegnati in 2D con una finta tecnica del collage, e sempre decorati meticolosamente, maniacalmente quasi, con fiori e puntini e paillettes e risvolti e bordini e intagli. Identici d'aspetto, Manolo e Joaquín si distinguono perché il secondo ha i baffi, segno di virilità e di fierezza; come in un moderno Gobbo Di Nôtre Dame lo spettatore sceglie se schierarsi verso un pretendente o l'altro, mentre la ragazza contesa rimbalza come una pallina fingendosi ingenua ma solo indecisa. Hanno le voci originali di Zoë Saldana, Channing Tatum e Diego Luna – il quale nelle parti cantate viene sostituito da Joe Matthews, canzoni che sono state in lizza per la nomination all'Oscar e che brillano nell'Apology Song, la canzone di scuse al toro, costantemente umiliato nell'arena. Il regista Jorge R. Gutiérrez ha dichiarato di immaginare Il Libro Della Vita come una trilogia: il primo volume su Manolo, il secondo su Joaquín e il terzo su Maria. Viene da chiedersi se questo fosse l'episodio di Manolo, insomma.

mercoledì 27 maggio 2015

gli incredibili.



Tomorrowland
– Il Mondo Di Domani
Tomorrowland, 2015, USA, 130 minuti
Regia: Brad Bird
Sceneggiatura originale: Damon Lindelof & Brad Bird e Jeff Jensen
Cast: George Clooney, Hugh Laurie, Britt Robertson,
Raffey Cassidy, Tim McGraw, Kathryn Hahn, Chris Bauer,
Keegan-Michael Key, Thomas Robinson, Pierce Gagnon,
Matthew MacCaull, Judy Greer, Michael Giacchino
Voto: 5/ 10
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New York World's Fair, la straordinaria esposizione universale del 1964, «talmente eccessiva che fu spesso apostrofata come un luna park», in cui i visitatori potevano pregustare (o prevedere) quello che sarebbe stato il futuro della tecnologia – spirito e ingredienti di Tomorrowland, uno dei parchi di divertimento più noti della Disney. Da qui, e da una scatola prima scomparsa e poi riapparsa negli Studios, con dentro modellini, bozze e fotografie di entrambe le installazioni – prende il via Tomorrowland film, il cui working title sarebbe stato 1952, anno in cui George Clooney si proietta agli albori della narrazione prima in- e poi fuori-campo. Bambino prodigio, presentò al dottor House Hugh Laurie un marchingegno che permetteva all'umano di volare – non proprio di volare dritto e in alto. Respinto dal severo esaminatore che non crede nella bontà del progresso, viene però adocchiato dalla di lui figlia Athena, bambina che si definisce «il futuro» stesso. Fornisce a Frank (il baby Clooney) gli strumenti per essere catapultato in una dimensione parallela dove il futuro è presente, e la gente ha perso la speranza in esso per cui vive trascinandosi senza sforzarsi di migliorare. Comincerà del tenero tra i due pischelli, prima che lui scopra che lei… Interviene quindi Brittany Robertson (venticinquenne e bionda – vi dice qualcosa? Intravista in Cake e l'11 giugno ne La Risposta È Nelle Stelle insieme al figlio di Clint Eastwood – ha vinto, paradossalmente, il premio Star of Tomorrow al CinemaCon), un padre che reagisce alla vedovanza e un fratellino impiccione (vi dice qualcos'altro?) e una spilla, che compare un giorno in una sala d'attesa che, se toccata, la proietta in un campo di grano, e uno skyline che si vede nella locandina, che a causa degli impedimenti terreni non può raggiungere: al movimento nella dimensione parallela corrisponde il movimento sulla terra. Anche lei s'imbatterà la piccola Athena, nonostante siano passati circa quarant'anni dal flashback che ce l'ha fatta conoscere – appunto perché lei… E da qui, Clooney la Robertson e Raffey Cassidy (Biancaneve da piccola in Biancaneve E Il Cacciatore e la giovane Eva Green in Dark Shadows) partono per un'avventura tutta botte, effetti speciali, robot, tempo che si accinge a scadere e futuro da regalare alle prossime generazioni. Una confezione per adolescenti con una sceneggiatura da primo semestre del primo anno di scuola per principianti, giocata a incastri e visibilmente scritta a quattro mani – le due più audaci di Damon Lindelof, co-scrittore di Lost, e le due di Brad Bird, che lo tiene a bada nei dettami Disney. Quest'ultimo (ha lavorato alle prime otto stagioni de I Simpson, ha diretto Il Gigante Di Ferro per la Warner senza che questa se ne accorgesse, ha vinto due Oscar: per Ratatouille e Gli Incredibili – altre due nominations alla sceneggiatura; ha diretto Mission: Impossible – Protocollo Fantasma, dall'incasso maggiore dei tre precedenti episodi, durante il quale ha dichiarato che Tom Cruise è l'attore perfetto perché fa quello che farebbero i personaggi animati) aveva già fatto il salto dall'animazione al live action ma non era stato così celebrato; sarà che per girare Tomorrowland ha dovuto (voluto!) rinunciare a Star Wars: Episodio VII – Il Risveglio Della Forza, stanco dei sequel e delle derivazioni fumettistiche. Si dice già a lavoro sulla multipellicola Filmtasia (un western, un musical, un film storico e un fantasy) ma si vede chiaramente, su schermo, che la sua formazione è tutta animata: gli effetti speciali, soprattutto sugli umani (i vestiti di Frank in primis) ondeggiano controvento come quelli di Syndrome, suo alter-ego ne Gli Incredibili (di cui dirigerà pure un 2). Per cui tirando le somme: dialoghi inaccettabili anche se a pronunciarli è Mr. Decaffeinato, storia a singhiozzi tenuta insieme da lunghe e posticce scene di azione – il tutto per arrivare a un bel finale da cartolina.

il brasiliano.



Banana
id., 2015, Italia, 86 minuti
Regia: Andrea Jublin
Sceneggiatura originale: Andrea Jublin
Cast: Marco Todisco, Anna Bonaiuto, Giorgio Colangeli,
Giselda Volodi, Camilla Filippi, Gianfelice Imparato,
Beatrice Modica, Andrea Jublin, Marco Todisco, Ascanio Balbo
Voto: 6.8/ 10
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Candidato a un David di Donatello:
miglior regista esordiente
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Sono una commedia campioncina d'incassi e un'opera autoriale intensa e matura (distribuita dall'Istituto Luce) a contendersi il David di Donatello 2015 per il miglior esordio: gli altri tre nominati non hanno grandi speranze; certo ci sarebbe piaciuto vedere i microscopici Short Skin (prodotto dalla Biennale) e l'ormai antico The Repairman, e invece insieme al non-film di Eleonora Danco hanno la meglio Cloro, pure festivaliero ma arrivato in una manciata di sale, e Banana: che di sale ne ha viste ancora meno nonostante il suo regista, esordiente al lungometraggio, sia stato candidato all'Oscar per il corto Il Supplente. Accomunati dalla presenza di Giorgio Colangeli, sono un altro dramma e un'altra commedia: ma una commedia «dolorosissima», scrive Paola Casella, dalla cattiveria di Mario Monicelli. «Bella la maglia, Banana: che me la presti, ché devo fare una figura di merda?» domanda una delle ragazzine della gang della classe a Giovanni – che tutti chiamano Banana per il piede incapace di calciare in rete, motivo per cui è costretto alla porta, in un ruolo che gli sta stretto e che spesso ottiene attraverso mazzette, acquisto di posizione per trenta euro scarsi che un compagno raccoglie da ogni dove per comprarsi la city car («venti euro per spremermi il limone negli occhi – tu hai pagato?, vuoi vedermi soffrire gratis?»). E ogni volta che la palla gli si avvicina eccolo immaginarsi in un campo sudamericano, la folla in tripudio, «cosa succede amici sportivi?», si toglie i guanti e davanti ai colleghi, dentro e fuori alla squadra, parte spedito verso la porta avversaria, raccontandosi la radiocronaca, sfiorando il goal e, poi, lanciando il pallone oltre il muretto, di filo spinato, per riceverla indietro inutilizzabile. Tutti lo detestano, per questo, e ogni tanto torna a casa insanguinato: a casa, la madre Giselda Volodi si domanda se mettere il peperoncino nel sugo oppure no e il padre, che non l'ascolta, risponde «sì tesoro», ormai stanco di essere marito, di essere uomo, di essere vivo. Hanno un'altra figlia: con due lauree e un lavoro da tesista che consiste nel scrivere le tesi altrui senza quasi esser pagata, con un amore eterno a cui deve rinunciare e uno nuovo che le fa rinunciare a tutto. A scuola: Anna Bonaiuto è stanca di essere insegnante, di essere donna, di essere viva e le lusinghe del preside non serviranno a non farle desiderare che qualcuno muoia ogni giorno, magari se stessa. Dalla sua penna e dal suo registro dipenderà la bocciatura di Jessica: tanti colori nei capelli, tanti uomini nel letto e nessuna capacità di memorizzare tutto il (o parte del) programma: Banana si offre volontario, desideroso d'altro, di aiutarla meticolosamente nello studio del Piccolo Principe, del Romanticismo in Italia, comprando il banco più vicino alla cattedra e rischiando l'espulsione per suggerire. Andrea Jublin, che si ritaglia il ruolo del primo fidanzato di Emma, conosce come le sue tasche sicuramente due cose: la scuola italiana (a cui in un'insegna profeticamente sono cadute la C e la U) e i suoi studenti, che già avevano costruito Il Supplente. Sotto questo punto di vista non trova spiraglio: il sistema è fatiscente, i ragazzi sono disinteressati, totalmente incapaci, ebeti, eppure si prendono gioco degli insegnanti e questi risultano impotenti, incapaci perché presi da altro, anche loro, persa la vocazione – persa la vocazione in tutto, in tutti i ruoli: in quello di genitori ma anche in quello di figli. E chi la scuola l'ha già fatta, si sente schiacciato da un altro sistema: quello sociale, lavorativo, e si riduce a rinunciare all'Amleto per mettere in scena il teatrino degli animaletti coi bambini. L'impianto e la regia apparentemente semplici, e la sceneggiatura serrata di frasi a effetto e qualche strafalcione, nascondono una disillusione debilitante, un'amarezza nel guardarsi intorno, un'incapacità di trovare redenzione, speranza in quello che ci circonda. Eppure tutto questo pessimismo è nascosto sotto la patina del film per la TV che fagocita l'attenzione dei meno trascendentali, sotto le battute (che non sono poche) e quell'alone di apparente già visto. Dal 23 giugno in DVD a € 14,90.

sabato 23 maggio 2015

#CANNES68: vincitori.



I francesi si premiano tre film su quattro, di quelli in concorso – in realtà sono Joel & Ethan Coen a premiarli, presidenti di una giuria che conta gli attori Jake Gyllenhaal, Rossy De Palma e Sienna Miller, gli attori e registi Xavier Dolan e Sophie Marceau, il regista Guillermo Del Toro e la musicista Rokia Traoré; il 68esimo Festival di Cannes si chiude lontano dalle aspettative, a partire da una Palma d'Oro mai annunciata durante le due settimane di proiezioni (si sospettava l'esordio dell'ungherese László Nemes, che ritorna sul tema dell'olocausto, in odore anche di Camera d'Or e invece premiato “solo” del Grand Prix, come fu per le nostre Meraviglie l'anno scorso) e assegnata a Dheepan di Jacques Audiard, film poco entusiasmante, forse per riscattare quei premi minori che gli erano stati assegnati nel '96 (miglior sceneggiatura per Un Héros Très Discret) e nel 2009 (Gran Premio della Giuria per Il Profeta) e il silenzio con cui era stato accolto Un Sapore Di Ruggine E Ossa nel 2012. Silenzio che ci teniamo anche noi italiani, in gara con tre film internazionali – si mormorava di Palme agli attori Michael Caine per La Giovinezza e Margherita Buy per Mia Madre, magari un premio speciale ai contributi artistici del film di Garrone, e invece niente: l'attore scelto era abbastanza prevedibile, Vincent Landon per il dramma etico La Loi Du Marché – mentre l'attrice risulta una sorpresa: sorpresa è il pareggio e sorpresa è Rooney Mara preferita alla celebrata (e due volte Oscar) Cate Blanchett in Carol, che vince anche la Queer Palm; miglior attrice insieme a Emmanuelle Bercot, altra francese, nell'altro non-entusiasmante Mon Roi di Maïwenn – una delle due registe donne in gara. The Lobster e The Assassin ricevono due riconoscimenti già annunciati dalla stampa (il secondo, pure Cannes Soundtrack Award) mentre Chronic di Michel Franco, considerato solo per l'interpretazione di Tim Roth, ottiene la migliore sceneggiatura nonostante le parole non proprio d'elogio dei giornalisti. La Camera d'Or strappata all'assistente di Béla Tarr (che comunque fa incetta: Vulcan Award all'arte tecnica, Premio FIPRESCI) va quindi a La Tierra Y La Sombra, anche Premio SACD e France 4 Visionary. Nanni Moretti, il più applaudito forse dei nostri senza aver diviso critica e pubblico, si accontenta del Premio della Giuria Ecumenica. Un altro italiano vincitore: Fulvio Risuleo per il corto Varicella. Sul versante Un Certain Regard l'Islanda di Grímur Hákonarson batte la Louisiana di Roberto Minervini, da questo giovedì in sala, che racconta la periferia anche sociale di un'America di cui nessuno parla: tossica, abbandonata, esibizionista, fatiscente. Di seguito e dopo l'interruzione tutti i premiati: incluso il cane de Le Mille E Una Notte.

Palma d'Oro 
Dheepan di Jacques Audiard (Francia)

Gran Premio
Saul Fia (Son Of Saul) di László Nemes (Ungheria)

Premio della Giuria
The Lobster di Yorgos Lanthimos (Grecia & UK)


mercoledì 20 maggio 2015

#CANNES68: l'apatia.



Youth
– La Giovinezza
Youth, 2015, Italia/ Svizzera/ UK/ Francia, 118 minuti
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura originale: Paolo Sorrentino
Cast: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano,
Jane Fonda, Poppy Corby-Tuech, Veronika Dash, Paloma Faith,
Ed Stoppard, Neve Gachev, Madalina Diana Ghenea
Voto: 8.8/ 10
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Critiche e contestazioni – ma intanto dopo essere stato ignorato a Cannes aveva vinto l'Oscar: la colpa dovrebbe andare, stando a sentire, a quest'uso isterico del dolly e dei carrelli, agli incipit manieristi, manierati, alle sequenze senza sosta (de La Grande Bellezza ma soprattutto de L'amico Di Famiglia) – ignorato a Cannes eternamente, perché passato di là con tutti i film – solamente Il Divo ebbe un Premio della Giuria. Ma nonostante il pubblico spaccato in due l'attesa era molta, quasi eccessiva: e il trailer aveva giocato in furbizia a chi voleva trovare La Grande Bellezza 2.0, in versione international perché il cast già annunciato era tutto straniero. E invece. Nonostante si apra con un'inquadratura fissa, ma che gira su se stessa, su una cantante (You Got The Love) durante un party serale, La Grande Bellezza è lontana anni luce: ai finti giovani di quel film si sostituiscono dei finti vecchi, rinchiusi quasi claustrofobicamente a vedere sempre le stesse facce, gli stessi intrattenimenti ogni giorno, un albergo di lusso fra le Alpi Svizzere. Sono Fred e Mick, amici da un'eternità, ex direttore d'orchestra il primo, compositore, col vizio di accartocciare a tempo un involucro di caramella e con la decisione ferrea di non dirigere più, neanche di fronte alla regina d'Inghilterra, una moglie persa, una figlia (Rachel Weisz) forse mai avuta veramente (perché «nessuno si sente pronto a fare il padre») e una carriera schiacciata dalle Canzoni Semplici, motivetti dalla complessità inesistente di fronte alle opere precedentemente firmate; Mick invece è un regista cinematografico, sceneggiatore, legato al suo mestiere quanto ai suoi ricordi, che svaniscono galoppando: si circonda di ragazzi con cui scrivere la prossima pellicola, probabilmente l'ultima, il testamento spirituale dopo tante attrici fatte sbocciare, una cinquantina, ma una preferita tra tutte: Brenda – piedi piantati per terra e i soldi immediati della televisione preferiti a quelli evanescenti del grande schermo. Tra i due si inserirà con naturalezza Paul Dano, attore diviso tra la profondità del proprio mestiere e la leggerezza che il pubblico chiede – e che poi ricorda; giovane fuori ma vecchio dentro, schiacciato, lui, dai pregiudizi, per esempio davanti alla Miss Universo Madalina Ghenea bella-quindi-stupida. E poi c'è una coppia che in pubblico non parla ma nei boschi fa sesso urlato, un non-Maradona lievitato fisicamente che fa peripezie con una pallina da tennis, un santone che tutti vorrebbero veder levitare, uno scalatore di montagne dal dubbio spirito di iniziativa e Paloma Faith, che ci si poteva risparmiare. Costretti alla convivenza, Fred e Mick amano raccontare di dirsi solo le cose belle quando le cose, tutte, in realtà, stanno sfuggendo loro di mano: e per non ferirsi, spesso, proprio sulle cose belle tacciono, o si mentono. Il primo, accusato di apatia, e quindi nullafacente tutto il giorno, ha perso le speranze nelle emozioni; il secondo, invece, ne ha bisogno per andare avanti. Michael Caine e Harvey Keitel reggono il palleggio di una serrata sceneggiatura di dialoghi (e qualche monologo) brillanti dal punto di vista intellettuale che si sostituiscono alle peripezie della macchina da presa; Paolo Sorrentino si riscopre sceneggiatore e sorprende tutti con un film che non ci si aspettava e non ci si aspettava fatto così. A chi gli domanda come mai una riflessione sull'anzianità, risponde che è il tempo, «l'unica cosa che ci interessa davvero: quanto ne rimane, quanto ne è passato; il futuro è una grande occasione di libertà e la libertà è un sentimento naturale dell'esser giovane – è un film molto ottimista e forse è stato fatto per esorcizzare certe paure». Sarebbe facile infatti trovare parallelismi e somiglianze con la proto-casa di riposo in cui Marcello Mastroianni (regista pure lui) giocava a non fare il proprio mestiere, nel pieno della sua carriera poi!, in , già scimmiottato quasi nello stesso senso da Pappi Corsicato; o con l'albergo in cui Toni Servillo viveva e scopriva le conseguenze dell'amore per una semplice cameriera, dove pure una coppia di vecchietti giocava alla crisi di coppia piegata dalla povertà; ma questo è un film più elevato perché non solo racconta l'eternità dell'arte e della sua eterna giovinezza ma anche, dannatamente, del tempo in generale, della sua non accettazione e del dover scendere a compromessi se non si vuole perire: e infatti uno lo fa, e l'altro no. Girato nell'albergo dove Thomas Mann ha scritto La Montagna Incantata (ma il regista non lo sapeva), il film si divide tra gli interni artificiali dalle trame incomprensibili agli universali paesaggi dei quadri di Segantini; a intermittenza le immagini si sovrappongono, sempre isteriche, e Caine passeggia con accompagnatori diversi, capofila di un gruppo di attori in stato di grazia – finanche Jane Fonda, a cui basta un cameo per essere ricordata in eterno. Lui, mancava a Cannes da quarantanove anni, «cinquant'anni fa venni con un film che si chiamava Alfie; Alfie vinse un premio e io no: per questo non sono mai più tornato» ha detto in conferenza stampa, sottolineando che se qui un premio dovesse arrivare, sarebbe all'intero cast; «le dà fastidio interpretare il ruolo di un vecchio?» gli chiedono, «no» dice ancora, «perché altrimenti dovrei fare quello di un morto». Ma tutti applaudono al lavoro del regista: considerato un Fellini senza troppa leggerezza (Francesco Gallo, ANSA), che inspiegabilmente riesce a incuriosire pubblico e critica senza mettere nessuno d'accordo, se non musicalmente (questa volta è di David Lang), Sorrentino genera ancora qualche dissenso fra i «bravo» alla proiezione francese (ma la pellicola è stata acquistata in più di 70 Paesi). Motivo dei fischi, parrebbe essere, il finale a puntate – a singhiozzi: segnale che la maniera, al pubblico, proprio non piace; poi compare scritto a Francesco Rosi: e tutti tacciono.

interceptor.



Mad Max: Fury Road
id., 2015, Australia/ USA, 120 minuti
Regia: George Miller
Sceneggiatura non originale: George Miller,
Brendan McCarthy e Nick Lathouris
Cast: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult,
Hugh Keays-Byrne, Josh Helman, Nathan Jones, Zoë Kravitz,
Rosie Huntington-Whiteley, Riley Keough, Abbey Lee,
Courtney Eaton, John Howard, Richard Carter, Megan Gale
Voto: 8/ 10
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Mel Gibson era nessuno quando fu messo alla guida dell'Interceptor, poliziotto sposato e con un figlio, innamorato della prole tanto quanto della moglie, in un fantascientifico scenario semi-apocalittico, semi-contemporaneo fatto di strade steppose nella periferia americana bazzicate dalle gang di motociclisti, centauri, briganti al volante desiderosi di adrenalina su ruote o con manganelli: il film si chiamava Mad Max, girato con pochi spiccioli tutti messi dalle tasche del regista, un pugno di macchine utilizzate, poi riverniciate e utilizzate per altre scene: a sorpresa, incassi stellari – il maggior incasso di un film così indipendente prima di The Blair Witch Project. Volume secondo: budget triplicato e stuntmen a rischio di morte vera, molti silenzi e infinite scene di corse, rincorse, violenze gratuite. Ma lo scenario cambia, l'apocalisse è più sentita: siamo in un non-luogo dove l'oro primo è la benzina e i popoli tornati a uno stato primitivo, almeno esteticamente, sono tribù in guerra. Un bambino ci racconta la storia fuori e dentro il campo, un bambino col meccanismo di un carillon (attenzione al dettaglio perché ritorna). In Italia si chiamarono, entrambi i film, col nome dell'automobile – ma ce n'è un terzo, rinominato Mad Max, girato a quattro mani; George Miller però, decretato «genio» nel trailer di questa nuova pellicola, parte da questa seconda storia, dalla post-apocalisse bramosa di petrolio (e acqua), e nel momento più fiacco del cinema americano fa ciò che ci si aspetta: un reboot. Ci pensava già nel 2001, quando ormai sembrava chiaro che aveva dato una svolta alla sua carriera (Babe, Happy Feet), e quando credeva di poter tornare a dirigere Gibson in quello stesso ruolo. Lo deve rimpiazzare, anagraficamente parlando, con Tom Hardy – un inedito vocione rauco, per quelle poche battute che biascica: non facciamoci illudere dall'incipit, dalla voce fuori campo che poi scompare, dall'ellisse narrativa che ci racconta il rapimento e la prigionia di questo nuovo Max in questa tribù maschilista e misogina, capeggiata da un energumeno con pochi muscoli e tutta protesi, quasi incapace di respirare, di muoversi – come molti altri dei leader delle gang: impossibilitati alla lotta e, quindi, strateghi. Lavaggio del cervello ai sudditi maschi, che si dividono in piloti di auto da deserto o giovani sacrifici in attesa di morte gloriosa, tutti fedeli innamorati del sovrano – il sovrano ha vari figli e soprattutto varie mogli, che insieme all'unica donna del rango che ci viene presentata, Charlize Theron aka Imperatrice Furiosa, senza un braccio e con un make-up alla Blade Runner, alla guida di una cisterna stanno cercando di fuggire dal luogo di podestà verticale verso un giardino eterno di acqua e vita pura da ri-abitare, da ri-piantare. Ma la fuga non è semplice perché è pedissequamente controllata. È da qui che il film comincia: e non perde mai il nodo che intreccia il tempo della storia a quello del racconto. Non c'è spazio per la retorica, per dirci chi siano queste genti, queste e le altre che incontriamo (i ricci, i corvi), non abbiamo tempo per imparare i nomi delle tribù o dei personaggi, i loro saluti, le abitudini di fronte alla morte violenta o a quella auto-imposta. Si corre sulla strada secca e assolata, rocciosa, impervia, si scansano i nemici dalle più disparate trovate belliche e ci si chiede in quanti effettivamente arriveranno alla meta, perché i morti non sono pochi – se si arriverà alla meta. Senza concedersi totalmente al digitale e senza perdere quell'impasto kitch tra Fast & Furious e certe protesi di Dune – ma anche di Star Wars – il film non-fantascientifico che contaminò Terminator e Ken Il Guerriero torna ai suoi fasti iniziali quintuplicato in potenza: è cinema puro, cinema d'intrattenimento puro, di genere diremmo, che rinuncia a tutti quei momenti di silenzio verso una colonna sonora (diegetica!) che affonda le radici nel mix di generi: davanti al quale in molti potranno storcere il naso: io no.