venerdì 13 marzo 2015
la cenere la pentola.
Cenerentola
Cinderella, 2015, USA, 112 minuti
Regia: Kenneth Branagh
Sceneggiatura non originale: Chris Weitz
Basata sul classico originale di Charles Perrault
Ispirata al film di Clyde Geronimi, Wilfred Jackson
e Hamilton Luske (Walt Disney, 1950)
Cast: Lily James, Cate Blanchett, Richard Madden, Nonso Anozie,
Helena Bonham Carter, Stellan Skasgård, Sophie McShera,
Holliday Grainger, Derek Jacobi, Ben Chaplin, Hayley Atwell,
Rob Brydon, Alex Macqueen, Tom Edden, Jana Perez
Voto: 6.5/ 10
_______________
L'armonia di una famiglia Mulino-Bianco senza gallina né orto ma con un'oca in giardino e qualche topolino viene ribaltata dall'improvvisa malattia e conseguente morte della genitrice, che al capezzale ammonisce la figlia: «sii gentile e abbi corraggio». Crescendo, Ella terrà a mente l'insegnamento, anche quando il padre si risposerà con una vedova vestita da pavone (la metafora è letterale) portandosi in casa due figlie private di qualsiasi arte, del canto per esempio o dell'ordine nelle stanze. La lunga partenza del padre, prima, e la morte poi, costringeranno la fanciulla a sostenere da sola il difficile clima casalingo che la schiaccerà sempre più verso la funzione di serva, fino a cambiare nome in Cenerentola passando da Cenerella. Ma bontà e gentilezza davanti anche a una vecchina nel peggiore dei momenti riusciranno a farle raggiungere il ballo reale, ove il principe Keith, che lei ha già incontrato una mattina nel bosco, la sta aspettando con trepidazione. Sarebbe effettivamente inutile continuare a raccontare la trama di una tra le più classiche fiabe della tradizione; tra i due capitoli di Alice, dopo due Biancaneve e in seguito a Maleficent che spostava l'attenzione posta sulla Bella Addormentata, la Disney (ad aprile in sala anche col musical collettivo Into The Woods) sforna l'ennesima trasposizione e ci risparmia, grazie a Dio, l'intervento sempre disastroso di Linda Woolverton, affidando la sceneggiatura all'autore di About A Boy e la regia all'Enrico V (ma anche Amleto) sir Kenneth Branagh, che dice: «nessuno pensava che avrei girato Thor e, men che meno, qualcuno si aspettava che avrei diretto Cenerentola». L'appunto è vero, e si cela dietro al solito quesito: ne sentivamo il bisogno? Per riproporre il classico Disney in una versione di sessantacinque anni più giovane, il furbo regista inglese ci costringe a puntare l'attenzione sulla spettacolarità della messa in scena in modo da distrarre dal peso ereditario della trasposizione animata – nella quale pure eravamo stati privati della mutilazione di alluce e tallone nel sottofinale – dalla quale però questa pellicola dipende, e i motivetti musicali ne sono la prova. Aggiunge: «mi sono ispirato a Gandhi» per l'atteggiamento che l'eroina mantiene davanti alle angherie; «yoga e meditazione, per avere una profonda spiritualità e sentire il corpo». Dopo il rifiuto di Emma Watson (che avrebbe dovuto essere la Sirenetta della Coppola, mai confermata, ed è, invece per certo, Belle nell'ennesimo classico degli Studios) sono serviti sei provini e una lunga attesa per scegliere Lily James, la Lady Rose MacClare di Downton Abbey, per l'ambito ruolo: eppure non è tanto diversa dalle precedenti Mia Wasikowska ed Elle Fanning, segnale che la biondina anoressica cianotica resta nell'immaginario popolare come principessa (e in questo Into The Woods, in cui invece la mutilazione di alluce e tallone si vede, canta fuori dal coro). Scelta coraggiosa (dettata dallo show biz?) invece quella di Cate Blanchett: perfida matrigna wannabe-contessa che ricalca le femmes fatales del cinema americano classico, accovacciandosi sulla rampa di scale nella sua ultima inquadrature. Mentre per restare sempre in famiglia, Helena Bonham Carter, con la testa grande il giusto, è una ringiovanita e dimagrita fata madrina: saranno proprio le sue scene a raschiare la regia troppo posticcia di Alice In Wonderland; la nota positiva di questo film, infatti, è che, si potrebbe dire, pare viscontiano, à la Kubrick: migliaia di candele e altrettanti fiori per la sala da ballo, per le balconate, merito delle scenografie magistrali di Dante Ferretti, insieme alle quali si dipana, ancora più meritevolmente, la tavolozza di colori di abiti, stoffe, costumi variopinti e meticolosi: un impianto artistico doveroso per rispettare i canoni e, dunque, mozzafiato: accanto alla scarpetta digitalmente costruita, non c'è stato nessun ritocco nell'abito (soprattutto nel girovita) disegnato da Sandy Powell (dieci nominations e tre Oscar), come era vera la carrozza d'oro (e i cavalli) ma troppo piccola, al punto che durante le riprese gambe e braccia della James erano tenute fuori. Volteggiano tra questi set baroccamente arredati (i rocchetti dei cotoni, i candelabri, i cristalli) una sequela di attori emergenti già emersi in serie televisive: una delle sorellastre è Sophie McShera che nello stesso telefilm della protagonista interpreta la cuoca, mentre il principe Richard Madden è Robb Stark ne Il Trono Di Spade – ancora una volta show biz?, oppure segnale che ormai il cinema e la TV (dove un'altra Cenerentola è in C'era Una Volta) giocano la stessa partita?
Etichette:
Cate Blanchett,
Cenerentola,
Dante Ferretti,
Disney,
Helena Bonham Carter,
Kenneth Branagh,
Lily James,
Richard Madden,
Sandy Powell,
Sophie McShera,
Stellan Skasgård
Miracolo! (a Milano).
Da oggi, e tutti i venerdì, il programma radiofonico Spoiler Alert sarà vittima delle mie incursioni telefoniche per la nuova rubrica Miracolo A Milano: in diretta da Milano (la radio ha sede pugliese), nell'intervallo della proiezione narrativa dell'attrice e autrice Francesca Zurlo – che di puntata in puntata analizza un cult del cinema fin nei suoi più apparentemente insignificanti dettagli – converserò con la speaker e regista delle uscite in sala della settimana, che nel capoluogo lombardo trovano ampio spazio nelle sale e ampia risposta alle anteprime, spostandomi da un cinema all'altro per consigliare le piccole pellicole indipendenti da tenere sott'occhio (vedi alla voce: The Repairman), i kolossal da evitare, il background di certi registi finiti a Hollywood e soprattutto la migliore musica dietro queste immagini. Si comincia, oggi, con un weekend ricco di uscite: il tanto atteso Cenerentola e il suo corto d'apertura Frozen 2.0, che arriva da noi prima che in US, il candidato a cinque Oscar Foxcatcher, rimasto a bocca asciutta, spinto da una pubblicità colossale sul Web dalla Warner, il ritorno sugli schermi di Michel Mann con Blackhat, che si poteva risparmiare e infine Suite Francese, l'estetizzazione della Guerra con tre interpreti straordinari e straordinarie scenografie. L'appuntamento è allora tra le 19:00 e le 21:00, in live streaming sul canale di Radio Exfadda, con la possibilità di commentare dal vivo per saluti, rettifiche e suggerimenti: di seguito tutti i link del programma e i contatti.
live stream Radio Exfadda
Facebook: Spoiler Alert - Cinema Alla Radio
Twitter: @SpoilerAlert_1
giovedì 12 marzo 2015
RAT.
Blackhat
id., 2015, USA, 133 minuti
Regia: Michael Mann
Sceneggiatura originale: Morgan Davis Foehl
Cast: Chris Hemsworth, Viola Davis, Leehom Wang, Wei Tang,
Holt McCallany, Andy On, Ritchie Coster, Christian Borle,
John Ortiz, Yorick van Wageningen, Brandon Molale, Tyson Chak
Voto: 4/ 10
_______________
Incipit da documentario artistico (attraverso le architetture cibernetiche dietro una infinitesimalmente piccola spia luminosa capace di creare un'esplosione) e poi via!, con la più tradizionalmente banale delle strutture narrative: un problema continentale, un eroe farabutto sotto pena da scontare, una donnina conosciuta durante l'operazione e già infatuata, una rettifica del piano iniziale sbagliato, qualche perdita lungo la strada e poi il colpaccio. Trama di cui potremmo azzardare i dialoghi sentendo solo la colonna sonora da casa (composta a sei mani ma cosa impossibile: non è ancora distribuita), questa volta ha per protagonisti una sequela di nerd un po' americani e un po' cinesi che, col naso storto delle terre d'origini, si ritrovano a collaborare perché l'esplosione di cui prima (falla al reattore di raffreddamento di un centro, otto morti) è stato architettato virtualmente da un hacker che si nasconde anche dietro al prezzo stellare in borsa della soia. Entrambi i Paesi sono interessati a incastrarlo ma serve il genio dei codici Nick Hathaway (au revoir Shakespeare) per risalire alla fonte – il quale sta scontando quindici anni in un carcere di massima sicurezza dopo aver frodato milioni alle banche, il cui corpo da supereroe è giustificato dalle flessioni che fa dietro alle sbarre per non annoiarsi nei tempi morti tra una perquisizione e l'altra; una sola scena senza maglia e un'infinità di décolleté da far invidia a Jennifer Lopez su red carpet. Ritrova l'amico orientale di vecchia data e, sensore alla caviglia e guardini dietro alle spalle, parte insieme a Viola Davis, il cui personaggio si sente tanto fuori luogo quanto l'attrice due volte candidata all'Oscar. Una cinesina doppiata male non gli si schioda di dosso: sarà con lei la pseudo-epifania in un ristorante coreano, incomprensibile e ridicola, e poi amore non romantico per tutta l'ora e tre quarti a venire, durante la quale delle uniche due espressioni che ha in cantiere Chris Hemsworth ne utilizza solo una, che va bene sempre: quando ha intuizioni, quando cerca il nemico tra la folla, quando rimugina sul passato, quando aspetta che il peggio arrivi. All'improvviso: una sparatoria con mitra, forse anche una granata, e i nostri (che, come precedentemente chiarito, sono dei nerd informatici nonostante dai muscoli delle braccia potrebbero sembrare governatori della California) reagiscono in totale nonchalace, rispondendo al fuoco senza domandarsi quando la lite sia esplosa, e soprattutto tra chi, ma sarà che mi sono distratto io, che nel frattempo mi domandavo se andare o meno a fare la pipì in bagno. Eppure non ci sono andato. La telecamera a spalla sobbalza in queste situazioni, strattonata fra gli interpreti in fuga, si agita – e poi, sempre digitale, si scontra con le grandi panoramiche (quasi tutte urbane) linde e pulite, salvato (questo scontro) dalla fotografia di Stuart Dryburgh (che dopo Lezioni Di Piano si è dato alle grandi opere quali Walter Mitty e il prossimo Alice In Wonderland). Michael Mann, sei anni dopo Nemico Pubblico e attraverso l'esperienza televisiva di Luck, torna sul grande schermo con un James Bond qualsiasi esportato oltreoceano insieme a una nera che chiama «chica»; si affida a una sceneggiatura scritta dal co-montatore di Cambia La Tua Vita Con Un Click e a un cast che non regge la stupidità di certi dialoghi. I tempi di Heat e Insider sono lontani: per calarsi nel suo tempo si cala nella cyber-caccia all'uomo (dopo Zero Dark Thirty non dovrebbero più essere fatti film del genere) nella quale la veridicità delle nozioni di programmazione è annientata dal pigiare dei tasti quando si inseriscono password rubate, invece di fare copia/ incolla. Inspiegabilmente ben recensito da MyMovies (ma attenzione: il voto è di colui che ha pure elogiato Jupiter), è giustamente stato bocciato dalla comunità di IMDb.
team.

Foxcatcher
– Una Storia Americana
Foxcatcher, 2014, USA, 129 minuti
Regia: Bennett Miller
Sceneggiatura originale: E. Max Frye & Dan Frutterman
Cast: Channing Tatum, Steve Carell, Mark Ruffalo,
Sienna Miller, Vanessa Redgrave, Anthony Michael Hall,
Guy Boyd, Brett Rice, Jackson Frazer, Samara Lee
Voto: 7.3/ 10
_______________
Una storia americana, altra ed ennesima, storia realmente accaduta, ancora – ma sceneggiatura considerata originale perché non basata su scritti preventivi – abbandona i toni bellici e calca quelli sportivi passando dal mezzofondo della Jolie al wrestling, sempre olimpionico, dei fratelli Schultz. Quattro medaglie d'oro negli anni Ottanta, Mark è un energumeno taciturno, che vive e mangia e gioca al Game Boy da solo, si allena col fratello David altrettanto campione che invece si è completato trovando moglie (che è ancora Sienna Miller, riconoscibile appena) e facendo figli, spostando forse le priorità in questo senso, ridendo più spesso. La vita di Mark ruota invece attorno all'unica passione-mestiere, anche dopo gli incontri con le registrazioni da rivedere subito, anche nelle uscite alla mattina, magari per presentare il suo lavoro alle scolaresche. I sensi di marcia sono due: continuare ad essere campione e poi portare onore e orgoglio all'America. Gli si presenta un giorno un emissario di John Eleuthère du Pont, ereditiere rinomato per i suoi averi, proprietario industriale e terriero, coach a tempo perso, americanocentrico altrettanto, e l'offerta è quella di spostarsi nella villa fuori porta ad allenarsi e allenare una squadra di lottatori e ricevere il tutto-finanziato per i prossimi mondiali e le prossime Olimpiadi. La ristretta vita di Mark lo porta ad accettare, e a sorprendersi che il fratello invece declini, impossibilitato a rinunciare a moglie e figli – e da questo momento in poi pare di essere davanti a una versione creepy di Dietro Ai Candelabri, con un magnate e il suo feticcio da plasmare: Mark si lascerà coinvolgere nell'uso di droghe, nella perdita di massa muscolare, negli allenamenti blandi, si tingerà i capelli perdendo la diretta via, accorgendosi forse troppo tardi della malattia mentale che ha colpito du Pont e della sua morbosa ossessione verso la madre-padrona, a cui bisogna chiedere il permesso per trovare posto a una medaglia nella sala dei trofei, a cui bisogna dimostrare di essere allenatori capaci, davanti alla quale bisogna fingere, tutto il tempo, per piacere. Lei è Vanessa Redgrave, ridotta alla sedia a rotelle ed elegantissima, di una classe superba, segregata anche in un ruolo microscopico; lui è Steve Carrell, sicuramente il fulcro del film e la sua più grande sorpresa, cosparso di protesi in volto per potersi beccare la prima candidatura all'Oscar della vita – e chi l'avrebbe mai pensato, il 40-anni-vergine – biascicando parole, movimenti lenti, in un corpo allo sfacelo che non trova più piaceri nel mondo, e li prova tutti. «Sono contento di non aver girato a Los Angeles, dove abito, ma in Pennsylvania, distanti da casa, perché un personaggio come questo disturba. È un bene per me averlo tenuto lontano dalla mia famiglia» dice l'attore a Ciak. La sua performance schiaccia quella di Channing Tatum che è sempre una montagna mobile, diciamoci la verità, mai nessuno gli guarda la faccia – e questa volta in faccia ha una punta di mento in fuori che ricorda un certo Brad Pitt. Tra contusioni, tumefazioni e un timpano danneggiato sul set, il suo Mark è arrabbiato col mondo e con se stesso, consapevole del suo declino, costretto a cambiar percorso (verso sempre quelle scritte finali che accomunano tutte le storie vere), arrabbiato con suo fratello dal quale si allontanerà perché incapace di parlare, di esprimersi senza il fisico. Mark Ruffalo, forse l'attore più rivalutato degli ultimi tempi, in poche scene riesce a tinteggiare una figura con carattere, non eccessivamente ben interpretata ma pragmatica, agnello sacrificale della volontà divina di questo casato di ex cacciatori a cavallo, come dimostrano le foto in casa, adesso Foxcatcher team sportivo. L'ex compagno di liceo e di lotta di Mark Schultz, Tom Heller, propose a Bennett Miller i diritti per questa storia addirittura nel 2006; Miller aveva già affrontato lo sport dal punto di vista di chi ci mette la faccia senza scendere in campo con Moneyball, che però parlava di baseball ma aveva pure due protagonisti straordinari, che anche fu candidato a un certo numero di Oscar ed è sorprendente come l'Academy ami questo regista, classe '66, giunto adesso al terzo lungometraggio (Palma alla regia a Cannes) e mai estromesso dalla kermesse. Anche l'esordio Truman Capote - A Sangue Freddo fu nominato alla regia e anche quello raccontava di una morbosa e particolare amicizia fra due uomini. In questo caso però i toni dovevano essere trattati con una certa cautela: «quando Miller mi ha fatto leggere una prima bozza di sceneggiatura, ho pensato fosse una storia troppo strana» spiega Tatum; «ho incontrato la famiglia di David Schultz, ho rimesso su muscoli e mi sono allenato con Mark Ruffalo per imparare il catch. Non è stato un film divertente da girare». Né lo è da vedere.
martedì 10 marzo 2015
tema di Bruno.
Suite Francese
Suite Française, 2014, UK/ Francia/ Canada, 107 minuti
Regia: Saul Dibb
Sceneggiatura non originale: Matt Charman & Saul Dibb
Basata sul romanzo omonimo di Irène Némirovsky (Adelphi)
Cast: Michelle Williams, Matthias Schoenaerts, Kristin Scott Thomas,
Margot Robbie, Ruth Wilson, Sam Riley, Harriet Walter,
Lambert Wilson, Eileen Atkins, Tom Schilling, Clare Holman
Voto: 7/ 10
_______________
Sposata a un soldato partito per il fronte, che ha visto due volte prima del matrimonio e di cui non ha nessuna notizia da tempo, Lucile è costretta a vivere nella lussuosa villa di sua suocera con lei, proprietaria immobiliare di case e cascine fino a fuori dal paese di Bussy, campagne che bazzica con costanza per riscuotere l'affitto senza sconti né favori, attenta ai dettagli domestici per carpire il tenore di vita dei suoi mezzadri. Se Madame Angellier è notoriamente arcigna e indisponente, Lucile non riesce a non farsi scappare il lato umano delle cose e delle vicende, diventa amica della modesta Ruth Wilson fino a nascondere ai tedeschi il sovversivo marito zoppo Sam Riley, sorride per strada a Margot Robbie anche se ha iniziato una relazione (sessuale) con un soldato nemico. Scoppiano le bombe a Parigi e la milizia si sposta in provincia: ai possessori di casa, acqua e corrente vengono assegnati militari a cui dare una camera e un orologio con l'orario esatto. Per Madame Angellier e Lucile, nella più abbiente dimora della cittadella, è riservato il tenente Bruno Von Falk, educato ma con un cane, che subito chiede le chiavi del pianoforte – nonostante la musica sia stata proibita fino al ritorno del marito e figlio Gaston. Dalla sua improvvisata stanza, Lucile sente ogni sera una musica che non riesce a riconoscere (composta dal prolifico Alexandre Desplat, a cui era inizialmente stata assegnata la colonna sonora, poi passata a Rael Jones, tanto novizio quanto efficace nel suo lavoro). Lei fuori luogo in casa sua, lui poco a suo agio con le armi in mano: si ritrovano silenziosamente nei rispettivi disagi, ma devono soffocare qualsiasi tipo di sentimento. Il clima è caldo: la presenza dei nemici in paese scatena i rancori e i pettegolezzi del popolo per cui affiorano verità nascoste attraverso lettere anonime – si scoprirà quindi un dettaglio della vita di Gaston che porterà Lucile ad esternare senza più preoccupazione il suo trasporto per Bruno, anche se tutta la seconda parte del film è completamente priva di sentimento. Il problema de La Duchessa è ancora presente: l'estetizzazione continua e totale, la distrazione dalla vicenda, dalla vicenda umana dei personaggi inquadrati, verso l'ambiente in cui sono calati – per carità, minuziosamente e devotamente ricostruito. Gli interni, della «più bella» e «più brutta casa del paese» non hanno pecche: non hanno pecche i fiori nei vasi, i costumi addosso ai soldati, alle contadine e alle viscontesse. Ma nelle situazioni di maggiore pathos il regista Saul Dibb si appisola sui dettagli: su una mano poggiata al marmo, sullo stipite di una bella porta. Accanto a queste distrazioni, ci sono numerose riprese apparentemente rubate, numerosi scorci, che danno il valore artistico a tutto il film: e che sanno valorizzare l'impianto estetico molto ben fatto. Menomale che dentro a questa casa di bambola (e il riferimento è doppio) ci sia la più grande giovane attrice del nostro secolo, Michelle Williams, giustamente candidata a tre Oscar e con un curriculum intelligentissimo, fatto di film indipendenti in cui riusciva a dare tutta se stessa, sempre accanto ad attori del suo stesso calibro. Qui è un po' sotto tono – ma è colpa del personaggio, un'anti-Malèna che viene sfruttata per la sua confidenza con lo straniero, poco giudicata, dalla fama ribaltata – ma comunque intensa, di fianco al solito ruolo dato all'altra colonna portante tra gli attori, Kristin Scott Thomas, che copia e incolla, tra gli altri, il carattere rigido e materno di Nowhere Boy. Bizzarro che, come poi ci dicono le solite scritte finali, il best-seller mondiale di Irène Némirovsky, ebrea di adozione francese, in francese scritto, sia stato adattato per lo schermo da inglesi, con un'attrice americana e, nella parte del tedesco, un attore belga: perché Matthias Schoenaerts, che abbiamo visto accanto a Marion Cotillard in Ruggine E Ossa, è l'energumeno, il Channing Tatum europeo, del magistrale Bullhead; anche per lui, physique-du-rôle azzeccato ma gestione della psiche un po' blanda. Tant'è, il film è proprio da vedere e non da sentire.
lunedì 9 marzo 2015
…e si salvò solo l'Aretino Pietro, con una mano davanti e l'altra dietro.
Già avvicinatisi alla rappresentazione filmica di novelle con Kaos del 1984, messa in scena di quattro Novelle Per Un Anno di Pirandello, quelle che «più a fondo potevano rappresentare l'essere siciliano», i fratelli Paolo e Vittorio Taviani tornano alla grande tradizione letteraria italiana e ai racconti per episodi col Decameron di Boccaccio mostrando, per la prima volta, la condizione fiorentina della peste ma soprattutto riappropriandosi dello scrittore conterraneo, già citato ne I Fuorilegge Del Matrimonio (1963) e dell'ambientazione delle vicende: quarantaquattro anni fa, infatti, Pier Paolo Pasolini dava avvio a quella che sarebbe stata definita la Trilogia Della Vita con un adattamento dell'opera boccaccesca spostata a Napoli, perché, a suo avviso, il fuoco delle vicende ben si sposava con la cultura partenopea, molto più lontana invece da quella toscana. Abbandonando la cornice dell'opera – i dieci ragazzi (cinque femmine e cinque maschi e non, come nell'edizione 2015, sette e tre) segregati nella villa di campagna a raccontare le cento novelle (e non, come nell'edizione 2015, cinque in due settimane) – Pasolini cuce insieme le più corpose vicende, accavallandole spesso, senza apparenti filoni narrativi ma soprattutto senza personaggi in comune; addirittura, una di queste storie, non è rappresentata ma raccontata da un vecchio, in napoletano, alla folla. L'intento di Pasolini era quello di mettere in scena il maggior numero di episodi affinché si avesse un'immagine «completa e oggettiva del Decameron»: alle novelle della Napoli popolare se ne devono aggiungere altre per rappresentare «lo spirito interregionale e internazionale» dell'opera, «una specie di affresco di tutto un mondo, dal Medioevo all'epoca borghese: il film dovrà durare almeno tre ore ed essere diviso in tre tempi, ognuno dei quali rappresenti un'unità tematica». La rigorosissima struttura narrativa si allenta con le varie stesure della sceneggiatura – a differenza del lavoro dei Taviani, rimandato per anni ma fedele a se stesso; viene abbandonato l'atto centrale, incorniciato dal personaggio di Chichibio, e l'eterogeneità delle vicende raccontate risponde involontariamente a un dato comune, rafforzato dal «puro parlare napoletano». Il Giotto del copione diventa su pellicola un allievo, interpretato da Pasolini stesso, che si reca a Napoli per affrescare la Chiesa di Santa Chiara, e nella sua bocca, come ultima battuta, viene dato il nocciolo della trasposizione: «perché realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto?». Il bizzarro quesito, che andrebbe a disintegrare i 110 minuti precedenti, è in realtà un germe che si infila poi fra le pellicole successive, I Racconti Di Canterbury e Le Mille E Una Notte; per la conclusione della Trilogia, come per l'iniziale Decameron, l'interesse di Pasolini è esaltare i momenti decisivi della vita, spesso caratterizzati dai piaceri, dal sesso, dalla cupidigia, dal dolore ma anche dall'amore. Il sesso è componente fondamentale, non a caso viene spesso sottolineato che il collante delle novelle pasoliniane sia quello erotico, come dei film successivi, e che questa sia una delle primissime pellicole in Italia a mostrare tanti nudi maschili frontali con disinvoltura e temperamento. Ma l'approccio sano e innocente di Boccaccio all'atto sessuale viene subito bocciato, insieme alla predilezione delle belle forme, del parlar forbito – il regista romagnolo gode invece nella contemplazione della prole più sudicia e gretta, degli ambienti poveri e malsani, rendendo la trasposizione popolare e non fedele. Ma la fedeltà, e in questo la domanda finale ci aiuta, a cosa servirebbe? Ad avere un prodotto che si ha già – ed è l'errore in cui cadono i Taviani, togliendo dall'originale elementi minimi e secondari, sforzandosi di rimanere a tutti i costi su quei binari (ma pure loro si contraddicono, mettendo in bocca espressioni contemporanee come «non gliela dà»), invecchiando la macchina da presa che, nei passaggi obbligati (ma non obbligatori!) tra una novella e l'altra tratta le giovani leve del cinema italiano (attenzione a Fabrizio Falco, già in È Stato Il Figlio e Bella Addormentata e a Rosabell Laurenti Sellers, Tyene Sand de Il Trono Di Spade) teatralmente e non, appunto, cinematograficamente. È per la sua incapacità (o in-volontà) di osare, quindi, di superare il porto di partenza e affrontare il mare con altri venti, con altre direzioni, che Maraviglioso Boccaccio, nonostante sicuramente di più facile lettura rispetto al precedente Decameron, è inferiore: alla pellicola che l'ha preceduto ma, anche, alle pellicole che i Taviani hanno precedentemente realizzato.
sabato 7 marzo 2015
tre romanzi di Dostoevskij.
Nessuno Si Salva Da Solo
id., 2015, Italia, 100 minuti
Regia: Sergio Castellitto
Sceneggiatura non originale: Margaret Mazzantini
Basata sul romanzo omonimo di Margaret Mazzantini (Mondadori)
Cast: Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Anna Galiena,
Marina Rocco, Massimo Bonetti, Massimo Ciavarro, Renato Marchetti,
Valentina Cenni, Eliana Miglio, Angéla Molina, Roberto Vecchioni
Voto: 6.8/ 10
_______________
All'accusa che viene mossa a Sergio Castellitto di adattare, ancora e sempre, per lo schermo, i romanzi della moglie, egli così risponde: «ogni regista ha il proprio sceneggiatore di fiducia, il mio è questo». E dopo i penélopecruziani Non Ti Muovere e Venuto Al Mondo volano basso e (solo lei) trascrive i dialoghi di Nessuno Si Salva Da Solo che, rispetto ai precedenti, ha un terzo o anche meno delle pagine per cui invece che a sottrazione si deve lavorare aggiungendo, diluendo, ed è una fortuna. Il problema dei dialoghi di Margaret Mazzantini è però che continuano ad essere battute, risposte secche – aforismi a tutti i costi, che possono funzionare anche su carta ma pronunciati da persone, a volte, risultano barocchetti, seppur ritmici. Per questo motivo forse il lavoro famigliare meglio riuscito è, a mio avviso, La Bellezza Del Somaro, pensato e scritto apposta per il cinema – e dove compare tutta la famiglia, il figlio Pietro incluso. Adesso invece non c'è nessuno: di Castellitto si sente solo la voce, appena, in una scena (hitchcockiana, dice lui). Protagonisti assoluti e indiscussi sono Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca già in sala col tavianesco Maraviglioso Boccaccio (ma in novelle separate), e li vediamo già dall'inizio prepararsi per cenare fuori, genitori divorziati che devono decidere come gestire le vacanze dei figli. Al locale (lei ordina un tortino di spinaci che a malapena mangia, lui cotoletta, carciofo, gelato, caffè) esplodono rimorsi, rancori, rimpianti del matrimonio tra insulti, abbandoni, lacrime e confessioni e una marea di flashback attraverso i quali ricostruiamo l'inizio e il declino di questo grande-amore. La storia funzionava a intermittenza nel romanzo e funziona a intermittenza qui: piegata su se stessa, una volta annunciata e sviluppata, si accascia e rotola verso un sottofinale che è la pecca maggiore, con i due comparsoni Roberto Vecchioni e Angéla Molina coppia-fantasma infilata a forza a filosofeggiare, pagliacciare, per spiegare il senso del titolo già chiaro, prima che una ruffiana canzone (e apparizione) di Lucio Dalla (ormai tappa obbligata dei film italiani degli ultimi due anni) concluda la colonna sonora già ruffiana di suo, sentimentale e ingombrante quando il pathos deve esplodere (vedi alla voce: scene di sesso). Ma il film ha anche molti pregi: dopo aver chiarito già dal menu la differenza di rango dei due, aver dipinto addosso al maschio un'aura da scrittore in cui nessuno, neanche lei crede, e aver dipinto addosso a lei un'anoressia parente delle disfunzioni delle donne dei romanzi/ film precedenti, ci viene chiesto: quanto dolore è legato al cibo? Durante lo sviluppo anti-özpetekiano i momenti di convivialità portano tutti a urla, percussioni, porte sbattute avvicinandosi piuttosto al generazionale Ultimo Bacio e quel trasporto di Muccino. La generazione «tra il crollo del muro e l'undici settembre» viene fotografata in maniera spaventosamente limpida in una festa in casa da manuale: è (siamo) generazione fatta di remake e di importazione, generazione che non ha inventato nulla, e i nostri due eroi ammettono per primi di essere falliti, imbecilli depressi, uno fa un lavoro che non lo soddisfa e l'altra «ha paura dei pedofili, della meningite, di tenere i bambini in braccio affacciata alla finestra». Figlia diretta della maternità della scrittrice, la Trinca è un personaggio rovente e molto approfondito psicologicamente anche se Scamarcio ci dà una performance che gli calza a pennello, rozzo, «tamarro». Il suo monologo sul criceto è brillante, la capacità di ricreare alti e bassi, momenti di estrema tenerezza che si trasformano in litigate-epilogo ancora di più. D'altronde è il lavoro che la Mazzantini sa fare meglio: descrivere i suoi coetanei nel rapporto con la progenie e con il mondo: dopo l'aborto, a Dalia/ Jasmine cade l'occhio su una pancia pregna, come succedeva già alla sterile protagonista di Venuto Al Mondo, ed è un dettaglio intelligente. Ma la volontà di fare un film colto a tutti i costi, di non raccontare una-semplice-storia-d'amore ma elevarla a livelli intellettuali, piazzando Delitto E Castigo o Memorie Del Sottosuolo dove non serve, Il Libro Dell'inquietudine su una panchina o addirittura Non Ti Muovere sullo scaffale di una palese Feltrinelli in bella vista – ecco, questo fa storcere il naso.
Iscriviti a:
Post (Atom)





