Visualizzazione post con etichetta Golden Globes 2015. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Golden Globes 2015. Mostra tutti i post

mercoledì 1 luglio 2015

hard knock life.



Annie
– La Felicità È Contagiosa
Annie, 2014, USA, 118 minuti
Regia: Will Gluck
Sceneggiatura non originale: Will Gluck & Aline Brosh McKenna
Basata sul libretto teatrale di Thomas Meehan
Ispirato alle strisce a fumetti di Harold Gray
Cast: Quvenzhané Wallis, Jamie Foxx, Rose Byrne, Bobby Cannavale,
Cameron Diaz, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Amanda Troya,
Zoe Margaret Colletti, Nicolette Pierini, Stephanie Kurtzuba,
Patricia Clarkson, Sia, Mila Kunis, Ashton Kutcher, Rihanna
Voto: 3.8/ 10
_______________

Il primo quarto d'ora di film è la prova d'artista di tutti gli sceneggiatori: dialoghi didascalici che servono a riassumere quello che della storia non sappiamo, anche se siamo alla settima riduzione dell'originale Little Orphan Annie, striscia a fumetti che debuttò nel 1924 sulle pagine del New York Daily News, creata da Harold Gray, e diventata talmente celebre da finire tra le venti strip commemorative in un'edizione speciale di francobolli statunitensi. La pubblicazione italiana non ha mai riscosso grande successo, mentre già negli anni '30 in America se ne trasse un primo adattamento cinematografico: la storia originale è quella di Annie, bambina di dieci anni circa dai ricci capelli rossi e senza pupille che vive in un'America conservatrice fatta di ricchi capitalisti tutti buoni e malvagi di estrazione sociale inferiore. Alla fine degli anni '70 debutta a Broadway il musical Annie che resterà in cartellone per quasi 2.400 recite. Da questo plot prende il via il più celebre film dell'82 di John Huston: l'orfanella Annie vive con una manica di altre bambine in una grande casa che deve tenere a lucido sotto il controllo spastico della signorina Hannigan, zitella con la mania dell'arricchimento e non certo la vocazione per i minori. Il miliardario Warbucks (soldi di guerra, che viene adattato a produttore di armi) decide di ospitare nella propria villa, per una settimana, filantropicamente, una delle pischelle senza genitori dell'istituto – la scelta ovviamente ricade sulla Annie del titolo, altrimenti il film si chiamerebbe in un altro modo, la quale custodisce il mezzo ciondolo di una collana che spera di completare ritrovando i veri padre e madre. Ovviamente, giunta a palazzo, tra la comica ineducazione e la spontaneità infantile, conquista prima la servitù e poi l'algido padrone di casa. Nel gennaio 2011 la Sony annuncia l'avvio del progetto finanziato da Jay-Z e Will Smith, con protagonista la figlia di quest'ultimo, Willow. In fase di produzione era stato stabilito infatti che la nuova Annie dovesse essere afro-americana, ma due anni dopo, a inizio riprese, viene preferita Quvenzhané Wallis, la più giovane candidata all'Oscar come Miglior Attrice della storia, a 9 anni, nel 2013, per Re Della Terra Selvaggia. Cameron Diaz prende la parte che era stata data a Sandra Bullock, si aggiungono Jamie Foxx e Bobby Cannavale (il primo è candidato sindaco di New York, il secondo è il suo fedele agente senza scrupoli) più tutta una serie di cammei che culminano con la scena di un film fantasy, al cinema, intepretato da Mila Kunis, Ashton Kutcher e Rihanna. Fa capolino anche l'onnipresente Sia, autrice della straziante canzone originale Opportunity, candidata al Golden Globe: Annie versione 2014 ottenne due candidature al Globe: oltre a quella per il brano, l'attrice protagonista in un film comedy o musicale: inutile e immeritato tentativo di recuperare la mancata candidatura alla Wallis dopo la risonanza di tre anni fa («una ragazzina più leziosa di Shirley Temple», Marzia Gandolfi). Jay-Z interviene anche in tutta la colonna sonora, che mischia deboli pezzi originali a cover che furono del palco di Broadway: tripudio di auto-tune che strizza l'occhio alla Billboard e al pubblico a cui piace che quando si comincia a cantare gli attori chiedano: ma che fai?, canti? Il musical di Huston, e quello poi per la televisione di Bob Marhall, perdono il loro impianto clochard – Annie è un'orfanella povera che vive in un quartieraccio e a malapena si lava: l'approdo in casa di Foxx rivela più schermi e monitor che pareti, sintomo dell'angoscia con cui si vive la candidatura politica – durante la quale tutto è documentato, tutto filmato fotografato e virale. La satira sociale non basta: Warbucks salva Annie per strada, gli elettori se ne accorgono e lui se la porta in casa per far parlare bene di sé: ma la condizione afro-americana che si dovrebbe aggiungere a quella di povertà e solitudine, si perde per le vie di Manhattan insieme alla carriera di Cameron Diaz: la peggiore scelta che si potesse fare per una zitella che dimostra più dei cinquant'anni che ha. Candidata al Razzie come peggior attrice non protagonista e vincitrice dell'Alliance of Women Film Journalist come “attrice che necessita un nuovo agente”, non ha portato al film il secondo grape, oltre a quello di peggior remake 2014. Il pasticcio di intenti – fare un film afro-americano su un musical di Broadway senza attingere al musical di Broadway né alla striscia a fumetti di partenza – a cui aveva inizialmente partecipato Emma Thompson, esce in sala, non a caso, con un anno di ritardo dall'America.

venerdì 8 maggio 2015

by the pound.



Cake
id., 2014, USA, 102 minuti
Regia: Daniel Barnz
Sceneggiatura originale: Patrick Tobin
Cast: Jennifer Aniston, Adriana Barraza, Anna Kendrick,
Sam Worthington, Mamie Gummer, Felicity Huffman,
William H. Macy, Chris Messina, Lucy Punch, Britt Robertson
Voto: 5.9/ 10
_______________

Ah!, gli americani: hanno tra le mani una buona storia, non originalissima, buona, un bel personaggio femminile, e pensano subito che l'attrice potrebbe vincere un sacco di premi, ma per vincere i premi il film deve incassare un sacco (vedi The Imitation Game), per incassare un sacco la gente deve preferire il cinema alla TV, e si sa quanto le serie abbiano battuto il grande schermo in trame, originalità, a qualità ormai paritaria; per cui: la storia buona, non originalissima, bisogna che galoppi, che scorra veloce veloce senza annoiare il pubblico – anche perché è un dramma materno con un personaggio femminile antipatico, per carità! – e il pubblico deve trovarci quello che s'aspetta: la redenzione alla fine, qualche patimento nel mezzo, magari un rapporto (diventerà sentimentale?) con l'uomo sbagliato, o almeno sbagliato su carta. Eppure Cake (ma le torte sono due) è una storia interessante già dal titolo: non originalissima, ma buona anche nel modo in cui si sviluppa: Claire Bennett ci viene presentata nel cerchio di sedie del gruppo di supporto per dolori cronici, moderato da Felicity Huffman non più Lynette Scavo (attenzione farà capolino poi anche suo marito William H. Macy, suo marito nella vita, evidentemente entrambi amici del regista Daniel Barnz visto che hanno parte della filmografia in comune), dove si distingue per arroganza, dipendenza dalla rabbia, mancanza di filtri nell'esprimere giudizi: vomita nel cerchio gli scheletri nell'armadio di Anna Kendrick, buttatasi da un ponte con consapevolezza, con a casa un marito e un figlio: sarà la sua ossessione: la moglie e madre perfetta all'apparenza, la figlia dell'America, che schiacciata da chissà quale demone più grande decide lontana da ogni pronostico altrui di suicidarsi. Niente di originale, certo: niente di originale nemmeno nella protagonista arrogante, arrabbiata e senza filtri. Ma Claire è, oltre a tutte queste cose, handicappata fisicamente: con ferri nelle gambe, una fisioterapia dolorosissima, l'incapacità di dormire senza drogarsi e poi ancora un marito che c'è e non c'è – sicuramente c'era, adesso ci sono una sequela di uomini senza nome dall'amplesso veloce… C'era anche un figlio… Prima del più pretenzioso progetto La Scomparsa Di Eleonor Rigby, sono stati tanti, sterminati i film che hanno parlato della perdita di un figlio e dell'elaborazione del lutto da parte dei genitori: come quello, questo vede la coppia dividersi e perdere la comunicazione, come in questo, la causa della morte fa capolino ma senza ricevere ampia accettazione alla pari di Rabbit Hole. Tutto ruota solo attorno a Claire: benestante, con una domestica che le fa anche da balia, unica a nutrire un barlume di sentimento (Affetti & Dispetti – ma sono tanti altri i film sulla padrona di casa dispotica e l'inserviente magnanima), finge di voler ricominciare a vivere ma sa perfettamente di non fare niente per farlo. L'incursione del vedovo da cui diventa dipendente, ossessionata già com'è dalla defunta moglie di lui, è ciò che di più americano la sceneggiatura potesse partorire: ma grazie a Dio non si spinge troppo oltre: o purtroppo, se consideriamo la fretta con cui i due si conoscono, il nulla con cui si perdono, la velocità fra i giorni che non passano insieme. Se invece di 102 i minuti fossero 201, senza la paura di annoiare il pubblico con i silenzi che tutti i personaggi cercano qui di evitare (a meno che non facciano pathos) sicuramente il personaggio protagonista sarebbe talmente approfondito da apparire meno banale di quello che sembra – perché in fondo banale non lo è, a differenza dalle facili metafore dell'acqua della piscina, o delle oniriche scene-visioni. Benedetta dai Razzie Awards dove, dopo quattro nominations, ha ottenuto quest'anno quella di redenzione grazie alla candidatura ai SAG – ma il premio è andato a Ben Affleck – Jennifer Aniston si riscopre attrice drammatica e ci convince nella migliore delle sue performance, snobbata dagli Oscar, dove invece la co-star Adriana Barraza fu candidata per Babel: indimenticabile in quel ruolo di colf della coppia Pitt-Blanchett, trascurabile qui nella macchietta alla Devious Maids.

domenica 11 gennaio 2015

Golden Globes 2015 - vincitori.


«One can get in trouble for saying anything these days, so I’m just going to say thank you». Con queste sole parole Billy Bob Thornton ha ricevuto il premio come miglior attore per Fargo, la miniserie che battendo True Detective ha portato a casa due trofei; si sono aperti con queste e con satirici riferimenti alle accuse di Bill Cosby e alla vicenda Sony-Columbia sugli attacchi virtuali subiti a causa del film The Interview i 72esimi Golden Globes, macchiati anche qua e là dalle politically correct standing ovations sulle attuali vicende parigine – ricordate dal presidente della Hollywood Foreign Press Association e da Jared Leto, prima che George Clooney ritirasse il Premio alla Carriera. Alla terza e ultima conduzione di fila, Tina Fey e Amy Poehler si sono fatte accompagnare da una finta rappresentante nord-coreana che ha minacciato nuove ripercussioni sul sistema cinematografico americano a meno che non fosse stata fotografata con Meryl Streep (ma è saltato dentro anche Benedict Cumberbatch). Entrambi questi due attori sono rimasti a bocca asciutta – non che la Streep abbia di questi problemi; a Cumberbutch è stato giustamente preferito Eddie Redmayne per la sua coinvolta e intensa interpretazione di Stephen Hawking ne La Teoria Del Tutto, che si aggiudica anche il premio alla colonna sonora di Jóhan Jóhanson. La canzone è per Selma, e la presenta a sorpresa Prince. Altre sorprese: il film d'animazione che non è Lego ma Dragon Trainer 2; il film straniero che non è Ida ma Leviathan; il miglior film comedy che non è Birdman ma Grand Budapest Hotel. (In realtà in questo caso Anderson e Iñárritu si scambiano i globes previsti a uno per la pellicola e all'altro per la sceneggiatura). Birdman vince anche per il miglior attore comedy, Michael Keaton, presentato da Amy Adams vincitrice nella stessa categoria l'anno scorso e quest'anno, per Big Eyes. Ma è prevedibilmente Boyhood ad avere la meglio: Richard Linklater e Patricia Arquette si fanno capofila del miglior film drammatico. Presenti in sala: Jennifer Lopez mezza nuda, Rosamunde Pike sfacciatamente a suo agio, Julianne Moore consapevole dell'Oscar imminente e Mark Ruffalo, doppiamente candidato come Bill Murray, ringraziato dal partner-on-screen Matt Bomer, miglior attore non protagonista in The Normal Heart. Qui il sito ufficiale, che include i premi per la televisione mentre di seguito, dopo l'interruzione, i candidati e i vincitori cinematografici.

miglior film
drama
Boyhood
Foxcatcher
The Imitation Game - L'enigma Di Un Genio
Selma
La Teoria Del Tutto

miglior film
comedy o musical
Birdman (O L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza)
Grand Budapest Hotel
Into The Woods
Pride
St. Vincent

Golden Globes 2015 - predictions.


vogliamo anche le rose.



Pride
id., 2014, UK, 120 minuti
Regia: Matthew Warchus
Sceneggiatura originale: Stephen Beresford
Cast: Ben Schnetzer, George MacKay, Faye Marsay, Joseph Gilgun,
Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West, Andrew Scott,
Joshua Hill, Paddy Considine, Russel Tovey, Sophie Evans
Voto: 7.6/ 10
_______________

Candidato a un Golden Globe (ma è il miglior film che ha incassato meno dei dieci) e fresco di tre nominations ai BAFTA (film inglese, debutto di un regista e un produttore, attrice non protagonista) – fresco anche delle polemiche sulla rimozione di ogni riferimento alla vicenda omosessuale dalla sinossi e dalla copertina del DVD americano appena uscito – Pride resiste nelle sale italiane festeggiando il milione di euro ottenuto nonostante la bassa distribuzione e le copie limitate (aumentate in corso di programmazione) e deve ringraziare soprattutto le festività su cui è cascato, il periodo giusto per le commedie. Perché nonostante il tema, storico e doloroso, ogni situazione è utile alla battuta in questo film; si ride, e si ride soprattutto quando il conservatore e isolato mondo gallese dei minatori e delle proprie mogli incontra i gusti musicali, tessili e sessuali della comunità GLBT di Londra. Siamo negli anni '80, quelli della Tatcher e della più lunga protesta dei lavoratori nella storia inglese. Per un anno gli uomini non sono scesi in miniera, dipendendo dalle compagne totalmente privi di virilità, organizzandosi in comunità per fornire il cibo necessario alla sopravvivenza, il gas per l'acqua per lavarsi. Parallelamente, prima che esploda il fenomeno dell'HIV, i gay e le lesbiche della capitale si riconosco nei maltrattamenti, nella mancanza di diritti di questi lavoratori sotterranei, e dimostrano il loro supporto con una raccolta di fondi e poi con delle trasferte cadenzate. Non sarà facile essere accettati, ma questo è pane quotidiano – il pane verso cui entrambi i gruppi marciano, il pane e le rose. E mentre la comunità si fonde in un'unico corteo, scorrono le singole vite una accanto all'altra: George MacKay attaccato alla sottana della madre, incapace di rivelare il proprio orientamento e succube di una vita di menzogne e coperture; Ben Schnetzer attivista dedito solo al miglioramento del mondo e dimentico dei problemi suoi e che l'ex fidanzato Russel Tovey (vedi alla voce: Looking) gli ha causato; Bill Nighy, primo caso clinicamente diagnosticato di HIV, tutt'ora vivo, il cui nome capeggia sulla locandina ben prima degli effettivi protagonisti; e poi ancora Faye Marsay unica perenne lesbica single del gruppo e Joseph Gilgun che ricicla il physique du rôle dans Misfits (ma con un paio di docce in più), cagnolino senza personalità che deve essere guidato dal suo leader. Vestiti con ciò che alcuni di noi adesso vanno a cercare tra le bancarelle dei mercatini e i negozi di vintage, all'interno di scenografie minuziosamente ricostruite (dai manifesti ai muri finanche alle lattine di birra), gli LGSM (Lesbiche & Gay Sostengono i Minatori) hanno contribuito a un pezzo di Storia e sono stati ricambiati nel fatidico giugno '85, climax della pellicola che pare dia il testimone a quell'altro film-ricostruzione di tre decadi fa, The Normal Heart: dove però il film TV di Ryan Murphy abbandonava tutti i patetismi (in realtà non proprio tutti), ogni coinvolgimento emotivo sentimentale e si dedicava anima e cuore, appunto, alla causa politica, sociale, della lotta contro l'HIV quando si pensava fosse un cancro per i gay – tutto urla, litigi, porte sbattute, sedie ribaltate – Pride sa giocare benissimo le carte della commedia senza il british humor, complice anche una nostalgica colonna sonora che sa bene quando deve mettere i pezzi giusti, una solita immensa Imelda Staunton da cercare sullo schermo quando è in secondo piano, sempre incredibilmente spontanea e reale, e una regia tradizionale che non aspira a molto (debutto non proprio vero di Matthew Warchus). Qui sta la forza del film: nel non prendersi eccessivamente sul serio, scherzare finché può, senza omettere (vedi alla voce: The Imitation Game, l'altro gay-friendly-movie di questa stagione) la parte dolorosa della storia, senza relegarla nelle didascalie finali ma raccontandola con fierezza, nei suoi alti e nei suoi bassi – perché se i minatori hanno perso e la Tatcher non c'è più, le difficoltà per riconoscere i diritti delle minoranze sono ancora gli stessi di trent'anni fa.

giovedì 25 dicembre 2014

1-855-4-AMY-TIPS



L'amore Bugiardo
Gone Girl, 2014, USA, 149 minuti
Regia: David Fincher
Sceneggiatura non originale: Gillian Flynn
Basata sul romanzo omonimo di Gillian Flynn (Rizzoli)
Cast: Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris,
Tyler Perry, Carrie Coon, Kim Dickens, Patrick Fugit,
David Clennon, Lisa Banes, Missi Pyle
Voto: 7.8/ 10
_______________

Nick e Amy portano avanti la splendida tradizione di regalarsi, ad ogni anniversario, il materiale che si festeggia: il cotone al primo anno, la carta al secondo, per il quinto – che è di legno – la sorpresa è la di lei scomparsa. Tornato a casa dal bar di cui è proprietario e in cui lavora la gemella, dall'ontologico nome “Il Bar”, Nick trova un tavolo ribaltato, un vetro rotto, e la moglie in nessuna stanza. Giunge la polizia che a questi indizi trova aggiunti macchioline di sangue, le buste con le filastrocche per la caccia al tesoro che lei aveva organizzato al marito, delle mutandine rosse, un diario di segreti letti fuori campo, una cartella clinica con gravidanza, una serie di acquisti on-line con carta di credito... E davanti a tutto questo Nick resta sbalordito, senza avere l'idea su come la moglie passasse le giornate, senza saperne il gruppo sanguigno, o che abbia una stretta amica nel quartiere. Riviviamo insieme ai giorni dell'abbandono gli episodi che hanno segnato la nascita e la formazione di questa coppia e scopriamo lui, mezzo rozzo e dalle modeste ambizioni, con un rapporto morboso gemellare e un padre rinchiuso in un ospizio a causa della demenza senile, e scopriamo lei, algida e bionda e magrissima e dai capelli impeccabili, i vestiti impeccabili, la casa impeccabile, i genitori onnipresenti che l'hanno resa una celebrità come personaggio dell'infanzia, impeccabile anzi mitico. Sembra la coppia di cui tutti vorrebbero essere metà, che tutti invidiano alle feste e in mezzo alla strada, ma allora perché Nick – totalmente incapace di gestire la stampa o gli investigatori – appare così colpevole pur non avendo accuse contro? Il suo alibi già traballante affonda quando si scopre un longevo tradimento con una delle sue studentesse... La trovata del colpevole o innocente di cui non abbiamo risposta per mezzo film è vecchia come il mondo e sir Hitchcock ci ha dimostrato come possa bastare a raccontare una storia in un film che si chiama Il Sospetto e che racchiude magistralmente il suo titolo. Interpretato da un Ben Affleck impacciato, un filo burino, sempre pronto a fare la cosa sbagliata al momento sbagliato, che lascia la telecamera di Argo post-Oscar e si mette (a nudo) davanti alla macchina da presa, Nick è il tipico personaggio che non deve apparire né buono né cattivo, né colpevole né innocente, di cui lo spettatore deve costantemente dubitare e contro il quale e a favore del quale deve schierarsi a intermittenza. Intento non portato a termine, soprattutto perché, al secondo o terzo dei colpi di scena che in questo film certamente non mancano, l'ex sconosciuta Rosamund Pike (cercatela in An Education o meglio La Versione Di Barney) ruba la scena, la fagocita, facendoci quasi dimenticare degli altri attori. Ricompare lei e la tensione esplode, la trama galoppa, il nostro interesse si fonde sulla poltrona chiedendoci continuamente come andrà a finire, aspettando trepidantemente la fine. David Fincher è maestro di quest'arte e film come Zodiac e Uomini Che Odiano Le Donne (non voglio citare l'abusato Fight Club) ce l'avevano dimostrato; il problema questa volta è che fa affidamento a un buon romanzo dando libertà alla sua scrittrice di trasportare su schermo quella sceneggiatura: bisogna avere fede e pazienza perché il film migliori; dopo un incipit debolissimo, la prima mezz'ora è tremenda, in-credibilmente surreale: sono surreali i dialoghi, visibilmente costruiti, tra questi due fratelli di cui lei soprattutto (Carrie Coon) è sovra-tono ed è surreale il personaggio della detective Kim Dickens, inaccettabilmente ridente e scherzante al primo sopralluogo; sono costruiti e finti i dialoghi primi di questa coppia affiatata, arguta, brillante, in cui ci si fa una sequela assurda di complimenti oltre che di regali, messi lì a sottolineare il capovolgimento imminente che però ci si aspetta. Grazie a Dio, tutto si dimentica presto, e la conclusione è ancora meglio delle supposizioni che si fanno durante la pellicola. Anche qui però lo scivolone: l'ultimo quarto d'ora frettolosissimo dimostra come sullo schermo sia più difficile lasciare con evanescenza e l'amaro in bocca lo spettatore elettrizzato. Peccato anche per Reznor & Ross, la cui colonna sonora – comunque magistrale – è molto meno valorizzata che in The Social Network.

venerdì 19 dicembre 2014

il film israeliano.



Viviane
Gett: Le Procès De Viviane Amsalem, 2014, Israele/ Francia, 115 minuti
Regia: Ronit Elkabetz & Shlomi Elkabetz
Sceneggiatura originale: Ronit Elkabetz & Shlomi Elkabetz
Cast: Ronit Elkabetz, Simon Abkarian, Sasson Gabai,
Gabi Amrani, Dalia Beger, Shmil Ben Ari, Rami Dadon
Voto: 9/ 10
_______________

Candidato al Golden Globe:
miglior film straniero
_______________

Da tre anni Viviane Amsalem non vive col marito, col quale litiga di continuo, arrivando a lanciare piatti e far preoccupare i vicini; da dieci ha iniziato seriamente a pensare di lasciarlo; dal giorno in cui si sono sposati è incerta sulla giustizia nella coppia. Ed è di giustizia che, tutto il tempo, si parla: perché Viviane adesso è in tribunale, un tribunale rabbinico israeliano, a chiedere a tre giudici il divorzio dall'uomo che «non ama più»; ed è la giustizia che la costringe ancora a lui, e la giustizia che lui evoca su una coppia che si spegne quando solo uno dei due membri perde l'amore. Mentre nella vita di tutti i giorni, occidentale, americana, si piange perché si viene lasciati ancora carichi di sentimenti, qui Viviane rasenta la follia costretta a dividere ancora la fede totalmente prosciugata della pazienza, del trasporto sentimentale, ma non della tenacia: ci vorranno circa quattro anni per raggiungere un accordo, perché il marito Elisha non si presenta ripetutamente in aula, i testimoni amici della coppia si contraddicono data la poca imparzialità, in punto di disdetta un avvocato si aggrappa a una teoria becera, vengono date punizioni sul ritorno in tribunale. Noi spettatori assistiamo a questo calvario estenuante seduti di fronte ai volti che ci guardano, che ci parlano, chiusi continuamente in queste quattro mura mai claustrofobiche, stretti fra questi pochi individui mentre vedremo poi come fuori la vita avanza, procede, la vita delle persone libere, e nonostante siano passati quattro anni pare che il tempo si sia fermato sempre in queste stanze. Viviane chiede soltanto di poter togliersi un'etichetta che non le appartiene più, quella di moglie, quella di moglie di Elisha, il quale non accetta e non si piega all'acconsentimento del divorzio fino all'ultimo minuto. E per la legge israeliana è lui ad avere il coltello dalla parte del manico – le donne non possono che tacere, a meno che poi non esplodano in monologhi strepitosi come quelli a cui assistiamo: due, tre forse di una potenza sovrumana, il primo grottesco e paradossale, divertentissimo, l'ultimo commovente, lo straziante urlo d'aiuto di chi non ha nessuna colpa ma si vede giustiziato. Viviane è il capitolo conclusivo di una trilogia sul ruolo e la figura della donna schiacciata dalla legge israeliana, firmato questa volta dalla sua interprete Roni Elkabetz, regista e sceneggiatrice, sorella di Shlomi. Impossibile non pensare all'iraniano premio Oscar Una Separazione. Non perché sia in lizza per l'Academy anche questo, ma perché i due partivano da un intento praticamente opposto: lì era una separazione il soggetto fondamentale, e nel susseguirsi di vicende il nostro punto di vista cambiava continuamente schierandoci ora col marito ora con la donna che lo accusa interferendo nella burocrazia, la nostra posizione non è mai fissa fino a quando non sappiamo per chi tifare; in questo caso invece il fulcro è Viviane: ci viene presentata, in tribunale, per ultima, nonostante tutti la guardino, e per ultima si metterà a parlare, alla fine, e anche se ogni tanto il sospetto che stia mentendo o che abbia un amante o che il suo gioco sia un po' sporco potrebbe assalirci, dalla locandina all'ultima scena sappiamo che è per lei che siamo in sala.

martedì 16 dicembre 2014

il film estone.



Mandariinid
id., 2013, Estonia/ Georgia, 87 minuti
Regia: Zaza Urushadze
Sceneggiatura originale: Zaza Urushadze
Cast: Lembit Ulfsak, Elmo Nüganen, Raivo Trass
Giorgi Nakhashidze, Mikhail Meskhi
Voto: 8.1/ 10
_______________

Candidato al Golden Globe:
miglior film straniero
_______________

Estonia, Lituania e Lettonia – si studia in Geografia alle scuole medie: tre piccoli stati in un'unica pagina di cui si dicono le cose che si dicono di tutti gli stati, l'agricoltura, per la presenza del mare, il settore terziario. Non vanno con più originalità le cose sotto il profilo cinematografico: l'Estonia partecipa attivamente agli Oscar solo dal 2004, dieci anni con questo, avendo precedentemente mandato solo due film all'Academy (nel 1992 e nel 2001) che non riuscirono ad entrare nemmeno nelle shortlist di gennaio. Mai una statuetta e mai una nomination per un Paese che si rivela quest'anno al festival di Varsavia, di Seattle, ai Satellite Awards e addirittura ai Golden Globes (rubando, forse, la candidatura a Mommy) e ci rivela uno spaccato della propria storia, doloroso ma ottimistico. 1992, ci viene detto coi titoli di testa, visto che non lo studiamo in Storia alle scuole medie: l'Abkhazia sta lottando per separarsi dalla Georgia con una guerra cieca che colpisce dall'alto e dall'entroterra, che colpisce chiunque passi davanti alle camionette, civili e militari. Ospitano le conseguenze di un assalto, nei propri giardini, il vecchio Ivo e l'amico Markus, isolati dalla città in questo pezzo di campagna: il primo (Lembit Ulfsak, copia conforme di Michael Haneke) lavoratore del legno, che costruisce cassette per i mandarini e il secondo che i mandarini li coltiva in altura, e adesso li deve cedere all'esercito – entrambi imparziali rispetto alla lotta armata, entrambi lontani dalla natìa Estonia. Tra le vittime fuori casa trovano un ceceno e un georgiano: si sbarazzano dell'automobile, degli altri corpi, e portano in casa i superstiti, sopravvissuti a malapena, uno dei quali ha una scheggia di bomba nella testa, e che sono in conflitto tra loro perché delle fazioni opposte, costretti a convivere sotto il tetto del saggio e buon Ivo che pretende nessuna morte all'interno della dimora. I mandarini del titolo quindi non sono quelli che erano di Simone de Beauvoir: sono il simbolo della resistenza durante la guerra; più volte Ivo rimprovera l'amico Markus (a cui è legato da affettuosa sincerità) che non si fa agricoltura durante i conflitti ma testardamente quell'altro alleva i propri frutti con la dovizia e l'ingenuità non di Candido ma di chi non si spiega, non si accorge proprio, che il Paese rischia di essere bombardato in ogni momento. E lo spazio è solo quello del cortile di casa, e gli interpreti sono solo questi quattro stranieri tra loro, costretti a subire le calate degli alleati sospettosi. Basta una piccola finestra su questa storia e su questo Paese perché ci venga resa appieno la condizione, la tensione, il sentimento di quel tempo. Un film UNICEF che sottolinea l'inutilità di qualche (di ogni?) lotta armata quando basterebbe il dialogo, il rapporto col nemico, ma ancora meglio che sottolinea la stupidità delle motivazioni che sono alla base di queste guerre, soprattutto se sono motivazioni che scaturiscono dai confini geografici imposti o dalla casuale provenienza territoriale. La tensione non estrema prosegue ed esplode verso un finale commovente quanto amaro sulla giustizia che c'è e non c'è, sul candore e l'ospitalità ciechi che non vengono ripagati, e richiudiamo infine questa finestrella che quasi a torto il regista Zaza Urushadze ci ha aperto davanti, guardando ai Paesi Baltici non più con l'occhio frettoloso e pressappochista di ciò che abbiamo studiato alle scuole medie.

venerdì 12 dicembre 2014

Golden Globes 2015 - nominations.



Birdman (O L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza) conduce le aspettative di questi 72esimi Golden Globes con 7 nominations in tutte le più importanti categorie, per una doppietta del regista Alejandro González Iñárritu, celebratissimo col potente esordio Amores Perros, volato poi a Hollywood per 21 Grammi e Babel e tornato alla lingua madre per Biutiful – sempre candidandosi a qualche Oscar e ora autore della commedia dell'anno (da noi il 5 febbraio 2015); buon per lui che non è contro Boyhood, l'altro film dell'anno, 5 nominations in categorie drammatiche e il Miglior Film e l'Attrice Non Protagonista praticamente certi. In dubbio è invece la Regia: per la prima volta nella storia la Foreign Press Association che stila le candidature ha nominato una regista afroamericana, Ava DuVernay, per il mediocre Selma su Martin Luther King e la marcia verso i diritti civili: a sorpresa tra i migliori film, gli attori e la canzone. Con 5 candidature anche L'enigma Di Un Genio, che risponde al nome di Alan Turing, contro le 4 de La Teoria Del Tutto, leggi Stephen Hawking: due delle menti più brillanti del secolo si sfidano per la musica e tutti gli attori – a noi piacciono un sacco Eddie Redmayne e soprattutto Felicity Jones ma questo è l'anno di Benedict Cumberbatch: la categoria è tutta aperta però, perché il super-favorito Michael Keaton è dall'altra parte contro il Joaquin Phoenix di Vizio Di Forma, il film super-assente in questa lista. Chi altro manca: sicuramente Mommy tra i Film Stranieri (e il Canada ne aveva mandati tre!), manca la Francia nella stessa categoria (che ne aveva mandati sei!) e manca la Palma d'Oro Il Regno D'inverno. E manchiamo noi, ma la cosa non ci sorprende. Manca giustamente Interstellar, che si accontenta della Migliore Musica di Hans Zimmer, dove manca la straordinaria Mica Levi. Torniamo a chi c'è: L'amore Bugiardo, assente da tutti i premi della critica, colleziona tre nomine, ma non quella al Film; Julianne Moore prontissima a tornare sul palco dopo il premio televisivo per Game Change, quest'anno doppiamente candidata per Still Alice e il tremendo Maps To The Stars, dove è magnifica (ma qualcuno si spiega perché è nelle commedie?); Pride, inspiegabilmente Miglior Film e nient'altro; Helen Mirren tanto per cambiare (nel 2007 vinse due Globes per due regine); Annie, remake del musical degli anni '80, stroncato dalla critica e con una candidatura alla undicenne Quvenzhané Wallis per scusarsi di quella mancata de Le Terre Selvagge; e infine, immancabile, per la ventinovesima volta, l'onnipresente Meryl Streep che si trascina Emily Blunt con Into The Woods.
Presentati per la terza volta consecutiva da Tina Fey e Amy Poehler campionesse d'ascolti, i Golden Globes 2015 si svolgeranno l'11 gennaio in diretta televisiva dal Beverly Hilton Hotel, dove saranno dati i premi anche alla televisione (grandi assenti lì: The Big Bang Theory, Modern Family, Mad Men) di cui potete vedere i candidati qui. Di seguito e dopo il salto, le nominations cinematografiche.

miglior film
drama
Boyhood
Foxcatcher
The Imitation Game - L'enigma Di Un Genio
Selma
La Teoria Del Tutto

miglior film
comedy o musical
Birdman (O L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza)
Grand Budapest Hotel
Into The Woods
Pride
St. Vincent


giovedì 4 dicembre 2014

Golden Globes 2015 - i film stranieri.



La regola è che: il film abbia almeno il 51% dei dialoghi in una lingua diversa dall'inglese, che venga proiettato nel suo Paese (o nei suoi Paesi se è una co-produzione) in un periodo che va dall'1 novembre dell'anno precedente al 31 dicembre dell'anno in corso e che abbia una proiezione per la Hollywood Foreign Press Association, la Stampa Estera Americana che ogni anno sceglie e assegna i Golden Globes. Questa volta, sono 53 i film selezionati per rappresentare i diversi stati alla competizione: non vige l'obbligo degli Oscar di scremare le pellicola a una per Paese – per cui la Francia si ritrova con sei possibilità in lizza di cui due raccontano di Yves Saint Laurent (ma solo quella col titolo corto concorre per l'Academy) insieme al maestoso Venere In Pelliccia di Polanski. Ancora: i documentari non possono essere inseriti in questa categoria e i film stranieri non possono essere candidati alla migliore pellicola, né musical né comedy né drama – ma attori, registi eccetera sì, nelle rispettive categorie. L'Italia è rappresentata da Il Capitale Umano con scarsissime probabilità di successo (dopo la vittoria inaspettata dell'anno scorso). I mostri sacri Mommy dal Canada (che manda altri due film), Il Regno D'inverno turco, Leviathan dalla Russia e Ida dalla Polonia se la devono vedere coi più piccoli Storie Pazzesche argentino ma prodotto dalla spagnola El Deseo di Almodóvar, il bislacco Turist svedese e l'emergente Gett dall'Israele. L'estromissione di Due Giorni, Una Notte lascia intendere la certa candidatura di Marion Cotillard a migliore attrice, a seguito anche dei numerosi riconoscimenti che in questo periodo sta ottenendo. Le risate più sonore: giungono dalla tripletta tedesca, che contiene due film sui vampiri. Le nominations ai 72esimi Golden Globes saranno annunciate giovedì prossimo, 11 dicembre, e la cerimonia di premiazione si svolgerà l'11 gennaio 2015. Di seguito, dopo l'interruzione, tutti i film stranieri in competizione.