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venerdì 8 maggio 2015

il film svedese.




Forza Maggiore

Force Majeure, 2014, Svezia/ Francia/ Norvegia, 118 minuti
Regia: Ruben Östlund
Sceneggiatura originale: Ruben Östlund
Cast: Johannes Kuhnke, Lisa Loven Kongsli, Clara Wettergren,
Vincent Wettergren, Kristofer Hivju, Fanni Metelius, Brady Corbet
Voto: 8.8/ 10
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La famiglia Mulino Bianco è in vacanza sulle Alpi Francesi dedicando le giornate intere allo sci e le sere agli intrattenimenti alberghieri, in questo albergo di lusso che intravediamo fra corridoio e stanze tutte di legno, addobbi monocromatici a tinta unita come anche le tute da sci, i pigiami, i vestiti. Questo accorgimento fotografico (palese nelle scritte della locandina) si affianca a quello ambientale: le Alpi, i monti in generale, le nevi e le nevicate, vengono inquadrati come fenomeni mistici quali in effetti sono, con il piglio della curiosità per le carrucole, le impalcature, gli strumenti del mestiere quando sono guardati da un profano. Ad esse si aggiunge la musica: un'irruenta musica classica che fa da sfondo alle tensioni incipienti o agli eventi atmosferici, messa lì al punto giusto quando dobbiamo essere confusi. Questo è il contorno del film dal doppio titolo, Turist e Forza Maggiore, entrambi azzeccatissimi ma sicuramente di più il secondo. La forza maggiore è quella naturale, cataclismatica, delle valanghe di neve incontrollate a cui non si può far altro che assistere. La famiglia Mulino Bianco targata Ikea vi ci assiste una mattina a pranzo sulla terrazza del ristorante dell'albergo insieme a una folla prima incuriosita, poi videoreporter dell'accaduto attraverso smartphone e telecamerine (torneremo dopo sul dettaglio), poi terrorizzata nel constatare che la nube di vapore si fa sempre più grande e sempre più vicina (vedere nuovamente locandina). Tomas, il padre di famiglia, afferra guanti e iPhone e scappa dal locale, lasciando la moglie e i due bambini under 15 a urlare in mezzo a questa nebulosa bianca e in mezzo a queste urla generali. La telecamera è ferma: ci dimostra come il fenomeno sia di passaggio, tanto la valanga quanto la paura, perché poi tutto torna come prima, e i commensali si risiedono alle proprie sedie e ritornano a mangiare. Ma non è tornata come prima la situazione familiare: Ebba Mulino Bianco la sera a cena aprirà l'argomento raccontando a un'amica (e alla presenza di tutti) le vicende dell'accaduto, sottolineando la posizione codarda e vigliacca del marito, che ha preso guanti e iPhone ed è scappato lasciando i figli. Lui cercherà di giustificarsi. Ma la sera dopo, ancora a cena, con altri ospiti, Ebba tornerà sulla questione, dimostrando con video il comportamento, al quale Tomas non può più controbattere; il germe della diatriba si sposterà da una coppia all'altra, riflettendo su come ci si comporta d'impulso quando si ha paura, quando si esprime davvero la propria natura. Tomas adesso dovrà riappropriarsi del ruolo di maschio e patriarca della famiglia, i bambini dovranno mettere a tacere i pianti e le ansie del divorzio imminente, Ebba preferirà sciare da sola per trovare risposte alle proprie domande. La crisi si consumerà ancora meglio nel corridoio dell'albergo, dove il grottesco toccherà vette altissime: i pianti, le urla, le risposte fuori luogo – questo film brilla per una comicità inaspettata e infilata in ogni anfratto, magistralmente bilanciata dall'aspetto serio e psicologico dei suoi attori, calibrata con immagini ferme, mature, musiche giuste, interpretazioni asciutte, una trama evanescente e dialoghi realistici, specchio dell'incomunicabilità umana e dell'impossibilità di apparire prima di essere, delle relazioni in bilico su poche parole, del fare prima del dire. Si ride tantissimo, spesso ci si sbellica senza sapere il perché, eppure si esce dalla sala (complice anche un'indecifrabile scena finale) spaesati, messi in disparte mentre la storia si sviluppava, privi degli strumenti per cogliere appieno ogni immagine, ogni scena. Il film sembra costantemente volerci dire altro, ma magari non ha questo intento: certamente si celano riferimenti che immediatamente non cogliamo: Ruben Östlund, fan sfegatato della viralità di YouTube, è partito proprio dal filmato di una valanga per ricostruire il suo climax cinematografico – ma anche la conclusione deriva da un video virale. Da qui la costante presenza, l'ossessione della telefonia, e l'iPhone come primo reperto da salvare in caso di necessità: tutta è una finzione, tutto un video, tutto è costruito e montato – a cominciare dalla foto di famiglia dell'incipit, e dalla felicità che dovrebbe racchiudere. Passato da Cannes, da Toronto, da Torino, è arrivato agli Oscar 2015 dove ha visto una speranza nella shortlist di gennaio, e poi: nessuna assurda candidatura.

giovedì 12 febbraio 2015

il film mauritano.



Timbuktu
id., 2014, Francia/ Mauritania, 97 minuti
Regia: Abderrahmane Sissako
Sceneggiatura originale: Abderrahmane Sissako & Kessen Tall
Cast: Ibrahim Ahmed, Abel Jafri, Toulou Kiki,
Layla Walet Mohamed, Mehdi A.G. Mohamed,
Hichem Yacoubi, Kettly Noël, Fatoumata Diawara
Voto: 9/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
film straniero
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«La nostra Palma d'Oro» scriveva Le Figaro prima che il Festival di Cannes finisse premiando Il Regno D'inverno (ironia della sorte: questo è in corsa per l'Oscar e l'altro no) e a Timbuktu spettasse solo il Premio della Giuria Ecumenica. Di co-produzione francese, all'uscita nelle sale d'oltralpe, il film ha incassato quasi un milione di euro in due giorni, segno che non è piaciuto soltanto al quotidiano; partendo da fatti di cronaca, il maestro africano Abderrahmane Sissako, nato in Mauritania ma cresciuto nel Mali, già a Cannes con Waiting For Happiness, era intenzionato a girare un documentario su una coppia vittima della furia dei jihadisti per il loro affronto alla decenza: convivevano con due figli senza essere sposati. Furono lapidati e il video della loro morte messo online dagli assassini. L'intreccio narrativo però nella produzione si rimpolpò e diventò finzione: un allevatore tuareg, Kidane, vive con la moglie e la figlia dodicenne in una tenda tra la periferia di Timbuktu e il deserto del Sahara nella più calma armonia, mentre i fatti della città lo raggiungono solo di striscio, fino a quando il suo giovanissimo pastore – a cui avevano pensato di regalare la mandria intera – si lascia scappare una vacca che dopo preventivi avvisi disturba le reti di un pescatore. Il quale la ucciderà d'impulso e lo screzio sarà risolto dai due adulti finendo in un semi-involontario omicidio. La sorte del colpevole è in mano al solo Signore ma a giudicare il suo reato ci pensano gli emissari sulla terra, i jihadisti provenienti da altre zone, la Libia ad esempio, che col loro pastiche linguistico ricreano una Babele dentro alla quale si sentono in dovere di portare ordine e rigore, attraverso un'interpretazione estrema del Corano: le donne devono indossare velo e guanti, i bambini non possono giocare a pallone, sono proibiti canti e balli – tranne alla pazza del villaggio, l'immensa Kettly Noël, perdonata perché incapace di realizzare quello che fa e dice, insultando gli uomini armati mentre è a passeggio con la sua gallina in spalla e il suo lunghissimo strascico. L'episodio di Kidane si circonda quindi di altri personaggi e altre situazioni che chiarificano l'intento ultimo del film: non fare una stirata denuncia del fondamentalismo islamico (eppure una venditrice di pesce, costretta a indossare i guanti, preferisce che le vengano tagliate le mani, che la si porti via dal suo bancone, perché come si può pulire e vendere il pesce coi guanti? Un uomo che chiede in sposa una ragazza che conosce appena quando il padre di lei non è in casa e si sente dire «non si fa così, non è tradizione», risponde: perché?) ma riportare i fatti nel modo in cui sono, e allora si incontra l'imam locale nella casa del Signore che disteso svela: «non mi oppongo alla jihad, io per primo ne farei parte se non fossi impegnato con la mia crescita spirituale, che è il mio jihad personale». Alle truppe è allora permesso di incarcerare e frustare liberamente e pubblicamente, quando non dedicano il loro tempo ai videofonini e alle (poche) automobili, mentre il villaggio accetta religiosamente il volere di Dio con paradosso e i più giovani sono costretti a giocare a calcio senza pallone oppure scappare, chissà verso dove. Dalla prima all'ultima scena il ritratto di questo microcosmo africano è fatto nel male e nel bene, a partire da quel bene che è paesaggistico, l'incontaminato deserto, le acque e gli alberi e gli animali, il modo accampato di vivere che non può essere altrimenti: la fotografia di Sofian El Fani (che nella carriera conta La Vita Di Adèle) sin dall'inizio immerge, sommerge lo spettatore occidentale in territori a lui estranei restituendoglieli non come questo se li aspetta ma come li sogna; ogni inquadratura è un quadro, una perla per gli occhi – valore aggiunto di un film adulto, maturo, stranamente osannato dalla critica quanto dal pubblico.

martedì 16 dicembre 2014

il film estone.



Mandariinid
id., 2013, Estonia/ Georgia, 87 minuti
Regia: Zaza Urushadze
Sceneggiatura originale: Zaza Urushadze
Cast: Lembit Ulfsak, Elmo Nüganen, Raivo Trass
Giorgi Nakhashidze, Mikhail Meskhi
Voto: 8.1/ 10
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Candidato al Golden Globe:
miglior film straniero
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Estonia, Lituania e Lettonia – si studia in Geografia alle scuole medie: tre piccoli stati in un'unica pagina di cui si dicono le cose che si dicono di tutti gli stati, l'agricoltura, per la presenza del mare, il settore terziario. Non vanno con più originalità le cose sotto il profilo cinematografico: l'Estonia partecipa attivamente agli Oscar solo dal 2004, dieci anni con questo, avendo precedentemente mandato solo due film all'Academy (nel 1992 e nel 2001) che non riuscirono ad entrare nemmeno nelle shortlist di gennaio. Mai una statuetta e mai una nomination per un Paese che si rivela quest'anno al festival di Varsavia, di Seattle, ai Satellite Awards e addirittura ai Golden Globes (rubando, forse, la candidatura a Mommy) e ci rivela uno spaccato della propria storia, doloroso ma ottimistico. 1992, ci viene detto coi titoli di testa, visto che non lo studiamo in Storia alle scuole medie: l'Abkhazia sta lottando per separarsi dalla Georgia con una guerra cieca che colpisce dall'alto e dall'entroterra, che colpisce chiunque passi davanti alle camionette, civili e militari. Ospitano le conseguenze di un assalto, nei propri giardini, il vecchio Ivo e l'amico Markus, isolati dalla città in questo pezzo di campagna: il primo (Lembit Ulfsak, copia conforme di Michael Haneke) lavoratore del legno, che costruisce cassette per i mandarini e il secondo che i mandarini li coltiva in altura, e adesso li deve cedere all'esercito – entrambi imparziali rispetto alla lotta armata, entrambi lontani dalla natìa Estonia. Tra le vittime fuori casa trovano un ceceno e un georgiano: si sbarazzano dell'automobile, degli altri corpi, e portano in casa i superstiti, sopravvissuti a malapena, uno dei quali ha una scheggia di bomba nella testa, e che sono in conflitto tra loro perché delle fazioni opposte, costretti a convivere sotto il tetto del saggio e buon Ivo che pretende nessuna morte all'interno della dimora. I mandarini del titolo quindi non sono quelli che erano di Simone de Beauvoir: sono il simbolo della resistenza durante la guerra; più volte Ivo rimprovera l'amico Markus (a cui è legato da affettuosa sincerità) che non si fa agricoltura durante i conflitti ma testardamente quell'altro alleva i propri frutti con la dovizia e l'ingenuità non di Candido ma di chi non si spiega, non si accorge proprio, che il Paese rischia di essere bombardato in ogni momento. E lo spazio è solo quello del cortile di casa, e gli interpreti sono solo questi quattro stranieri tra loro, costretti a subire le calate degli alleati sospettosi. Basta una piccola finestra su questa storia e su questo Paese perché ci venga resa appieno la condizione, la tensione, il sentimento di quel tempo. Un film UNICEF che sottolinea l'inutilità di qualche (di ogni?) lotta armata quando basterebbe il dialogo, il rapporto col nemico, ma ancora meglio che sottolinea la stupidità delle motivazioni che sono alla base di queste guerre, soprattutto se sono motivazioni che scaturiscono dai confini geografici imposti o dalla casuale provenienza territoriale. La tensione non estrema prosegue ed esplode verso un finale commovente quanto amaro sulla giustizia che c'è e non c'è, sul candore e l'ospitalità ciechi che non vengono ripagati, e richiudiamo infine questa finestrella che quasi a torto il regista Zaza Urushadze ci ha aperto davanti, guardando ai Paesi Baltici non più con l'occhio frettoloso e pressappochista di ciò che abbiamo studiato alle scuole medie.

mercoledì 10 dicembre 2014

il film argentino.



Storie Pazzesche
Relatos Salvajes, 2014, Argentina/ Spagna, 122 minuti
Regia: Damián Szifrón
Sceneggiatura originale: Damián Szifrón
Cast: Liliana Ackerman, Luis Manuel Altamirano García,
Alejandro Angelini, Damián Benítez, Cristina Blanco, Gustavo Bonfigli,
César Bordón, Pablo Bricker, María Laura Caccamo
Voto: 8.2/ 10
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Estromesso dagli Oscar (e più o meno giustamente) da ormai otto anni, dopo che Volver (assolutamente ingiustamente) non fu neanche nominato al Miglior Film Straniero, Pedro Almodóvar ci riprova come produttore, e celebratissimo capofila del suo El Deseo, suo e di suo fratello, passa prima da Cannes e poi ritorna all'Academy con un film non spagnolo ma argentino (tiè!), un film a episodi come non se ne vedevano da anni, un film che pare gli sia stato cucito pressoché addosso – aggiungendoci una punta di virilità. Si chiama Relatos Salvajes perché gli episodi di cui prima (relatos) sono appunto selvaggi, non a caso in inglese è stato tradotto con wild, a differenza del nostro italiano pazzesche che non rende l'idea. Sono selvaggi i titoli di testa e i comportamenti di questi esseri umani, fotografati nei momenti in cui si perde il controllo, la calma, la razionalità, la pazienza: c'è un aereo in cui tutti sono legati da un unico grado di separazione che è anche il comandante di cabina ricordando la situazione sui generis de Gli Amanti Passeggeri; una cameriera dal passato un po' critico con una cuoca dal passato criticissimo che stabiliscono la giusta punizione al loro unico cliente in una sera di pioggia; un abbiente guidatore che sorpassa in malo modo un burino, insultandolo più volte, e poi ritrovandoselo di fianco quando dovrà cambiare la ruota: questo è l'episodio dalla costruzione più asciutta, sarà forse per l'azione e la tensione, ma non fa calare mai la tensione; un triste e monotono lavoratore che vede la propria auto trainata dal carro attrezzi e la propria moglie chiedere il divorzio mentre le istituzioni sembrano fare di tutto per estorcergli denaro, beffeggiandosi della sua condizione; un tamponamento con due vittime e l'assassino fuggito che deve essere coperto dalla famiglia e soprattutto dall'avvocato disposti a tutto pur di mantenere la facciata aristocratica intatta; una coppia di novelli sposi che trasforma la festa di nozze in un ring quando viene a galla un tradimento e uno zampino troppo premuroso della suocera – e questo è invece l'episodio più grottesco e forse meglio riuscito, per quanto sia pazzesco più pazzesco degli altri, ma brilla d'ironia continua nel disagio del momento e presenta due personaggi ben fatti tra tanti. Eppure davanti ai film a episodi si è sempre scettici, nonostante la tradizione italiana ne sia piena (mi vengono in mente Boccaccio '70 o L'amore In Città, per citare qualche titolo d'autore, ma forse è a I Mostri che questo assomiglia di più, indagando sui diversi costumi sociali), e c'è sempre quel desiderio infimo che alla fine si scopra che le parti siano tutte collegate tra loro, a partire da quell'aereo primario che era corale, davanti al quale ogni spettatore in sala ha riso. Spoiler: non lo sono. «Un film che pare gli sia stato cucito addosso», dicevo, riferendomi ad Almodóvar, perché con la solita scioltezza a cui ci ha abituati passa dal grottesco più estremo alla serietà, al dramma e al comico senza mai sfiorare il mélo ed essendo sempre credibile, continuando a raccontare. La lotta tra i due autisti nelle strade sterrate delle periferie argentine è assurda, forse inverosimile, e si conclude in un modo in-credibile, eppure non c'è verso di farci staccare gli occhi dallo schermo. Per questo, e per la buona accoglienza a Cannes 2014, è il film che rappresenta l'Argentina a questi Oscar (e Golden Globes). Argentina che vinse nel 2009 la statuetta, seconda volta dal 1961, ricevendola proprio da Almodóvar che presentava quel premio (immeritatissimo). Porterà fortuna?

giovedì 4 dicembre 2014

Golden Globes 2015 - i film stranieri.



La regola è che: il film abbia almeno il 51% dei dialoghi in una lingua diversa dall'inglese, che venga proiettato nel suo Paese (o nei suoi Paesi se è una co-produzione) in un periodo che va dall'1 novembre dell'anno precedente al 31 dicembre dell'anno in corso e che abbia una proiezione per la Hollywood Foreign Press Association, la Stampa Estera Americana che ogni anno sceglie e assegna i Golden Globes. Questa volta, sono 53 i film selezionati per rappresentare i diversi stati alla competizione: non vige l'obbligo degli Oscar di scremare le pellicola a una per Paese – per cui la Francia si ritrova con sei possibilità in lizza di cui due raccontano di Yves Saint Laurent (ma solo quella col titolo corto concorre per l'Academy) insieme al maestoso Venere In Pelliccia di Polanski. Ancora: i documentari non possono essere inseriti in questa categoria e i film stranieri non possono essere candidati alla migliore pellicola, né musical né comedy né drama – ma attori, registi eccetera sì, nelle rispettive categorie. L'Italia è rappresentata da Il Capitale Umano con scarsissime probabilità di successo (dopo la vittoria inaspettata dell'anno scorso). I mostri sacri Mommy dal Canada (che manda altri due film), Il Regno D'inverno turco, Leviathan dalla Russia e Ida dalla Polonia se la devono vedere coi più piccoli Storie Pazzesche argentino ma prodotto dalla spagnola El Deseo di Almodóvar, il bislacco Turist svedese e l'emergente Gett dall'Israele. L'estromissione di Due Giorni, Una Notte lascia intendere la certa candidatura di Marion Cotillard a migliore attrice, a seguito anche dei numerosi riconoscimenti che in questo periodo sta ottenendo. Le risate più sonore: giungono dalla tripletta tedesca, che contiene due film sui vampiri. Le nominations ai 72esimi Golden Globes saranno annunciate giovedì prossimo, 11 dicembre, e la cerimonia di premiazione si svolgerà l'11 gennaio 2015. Di seguito, dopo l'interruzione, tutti i film stranieri in competizione.

martedì 14 ottobre 2014

il film straniero.



Sono 76 quest'anno i film e i rispettivi paesi partecipanti alla corsa per la statuetta 2015 del Miglior Film Straniero agli Oscar; se abbiamo avuto la meglio su qualche documentario e molti capolavori l'anno scorso grazie a quanto sei bella Roma, dopo sedici anni di astinenza da La Vita È Bella e una sola, inspiegabile, nomination per La Bestia Nel Cuore, sarà molto più difficile fare la doppietta con Il Capitale Umano: costruzione narrativa perfetta ma temi nostrani un po' troppo nostri. Ripeto: io avrei mandato oltreoceano Le Meraviglie, carico anche dell'importante premio di Cannes; ma io non sono in giuria. Il Canada, invece, ovviamente, manda l'altro importante premio di Cannes, Mommy di Xavier Dolan, al momento il candidato certo e magari vincitore: un film splendido e maturo per un regista neanche venticinquenne. Da Cannes vengono anche Timbuktu e il belga Due Giorni, Una Notte, che da noi uscirà a breve, dei fratelli Dardenne, per l'ennesima volta in USA dopo la sconfitta de Il Ragazzo Con La Bicicletta (il Belgio che a quest'Oscar si avvicina ogni anno di più: con Bullhead soprattutto, poi con Alabama Monroe) – e ovviamente la Palma d'Oro Winter Sleep e le sue tre ore e un quarto, già in sala. La Polonia schiera lo splendido Ida, poi: un film d'animazione, quattro documentari (che non fanno mai male: L'immagine Mancante nel 2014 ce la fece), un super-premiato film spagnolo, una insipida pellicola francese e una serie di film che scopriremo in questi mesi. La scrematura a nove sarà solo durante la prima settimana di gennaio; nell'attesa, di seguito, l'elenco completo.

domenica 29 dicembre 2013

il film cambogiano.



L'immagine Mancante
L'image Manquante, 2013, Cambogia/ Francia, 92 minuti
Regia: Rithy Panh
Sceneggiatura: Christophe Bataille & Rithy Panh
Narratore: Randal Douc
Voto: 6.9/ 10
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17 aprile 1975, Phnom Penh: i Khmer Rossi, le truppe di Pol Pot, marciano sulla città cambogiana per diffondere e instaurare il socialismo reale, che dai politici viene decantato come liberazione del popolo e per le strade risulta atto di forza violenta, prigionia, lavoro forzato e deportazione degli abitanti. Rithy Panh quel giorno ha nove anni, la sua carriera di documentarista è ancora lontana, e insieme alla sua famiglia sarà trascinato nelle lagune a lavorare la terra, nelle risaie, tra le baracche con letti in legno a subire qualsiasi tipo di sopruso. Perderà tutti, i molti fratelli, la madre e il padre, insegnante, che si lascerà morire non accettando la perdita della dignità. Come loro, morirà là dentro, in tre anni, quasi un terzo dell'intera popolazione cambogiana.
Del genocidio cambogiano non si parla(va) come non si parla(va) di quello indonesiano che Joshua Oppenheimer ci ha raccontato ne L'atto Di Uccidere. Il problema de L'image Manquante è proprio l'essere uscito nello stesso anno di quell'osannato piccolo capolavoro, che fa parlare i cattivi in prima persona spostando l'attenzione non sui morti ma sui carnefici. Ma Oppenheimer non c'era, né ha vissuto direttamente quei fatti; Panh invece ha subito in prima persona la tragedia del lavoro forzato, della distruzione della sua città e della famiglia, e il tono del narratore è fortemente personale, straziante e straziato. “L'immagine mancante” è proprio quella dell'evento: che non è documentato e non utilizza quasi (mai) immagini di repertorio (come faceva anche la pellicola inglese). È, anche, l'immagine di un popolo che non c'è più, che nel '79 dovrà rinascere dalle proprie ceneri. Dice il regista: «ci sono così tante immagini nel mondo che crediamo di aver visto tutto. Pensato tutto. Da anni, cerco un'immagine mancante. Una fotografia scattata tra il 1975 e il 1979 dai Khmer Rossi, quando governavano la Cambogia. Da sola, ovviamente, una foto non prova i crimini di massa, ma porta a pensare, a meditare. A costruire la Storia. L'ho cercata invano negli archivi, nei giornali, nelle campagne del mio paese. Ora lo so: questa immagine manca; e non la cercavo – non sarebbe oscena e senza senso? Allora la creo io. Quello che oggi vi offro non è un'immagine, o la ricerca di una sola immagine, ma l'immagine di una ricerca, quella che consente il cinema. Alcune immagini dovrebbero sempre mancare, sempre essere rimpiazzate da altre: in questo movimento c'è la vita, la lotta, il dolore e la bellezza, la tristezza dei volti perduti, la comprensione di ciò che è stato, a volte la nobiltà, e anche il coraggio: ma l'oblio, mai».
L'immagine che Panh ricrea è fatta della stessa terra che l'ha inghiottito, terra rossa da cui si ricava il materiale argilloso con cui vengono costruite le bamboline (come vediamo nella prima sequenza) antropomorfe e dipinte, che saranno le vere protagoniste del film, attori di una serie (infinita) di presepi viventi, ricostruzioni kitch fedeli ed essenziali, tappe della via crucis – scrive Marzia Gandolfi – della passione di questo popolo. Una volta finito l'incanto, però, sebbene la quantità illimitata di bamboline ricostruite, e la quantità di scenari statici, la pellicola, soprattutto per la sua sceneggiatura, si accascia e inizia a rotolare su se stessa, ripetendo ciò che è già stato ripetuto, raccontandoci ciò che abbiamo già visto. Rithy Panh aveva raccontato questa stessa storia in un lungometraggio di finzione del 1994, Rice People, su una famiglia costretta all'oppressione, ma passa oggi al documentario per rafforzare la sua denuncia. Sia il film del '94 che questo sono stati inviati all'Academy in rappresentanza della Cambogia. Nessun Oscar per questo Paese che solo due volte ci ha provato – questa è la terza; e questa volta è entrato nella shortlist semifinale, con un film che si presenta vincitore dell'Un Certain Regard di Cannes ed è stato preferito, a sorpresa, a pellicole come La Bicicletta Verde, che rappresentava un'altra rivoluzione. Forse ancora più grande.

venerdì 20 dicembre 2013

Oscar 2014 - film straniero.



La scaramanzia non mi fa urlare dal balcone, ma la probabilità che l'Oscar al miglior film straniero 2014 sia nostro è sempre più grande; privati de La Vita Di Adèle, uscito troppo tardi in patria per essere la scelta della Francia, avevamo da combattere gli elogiatissimi Il Passato del già vincitore Asghar Farhadi ora in corsa per il Golden Globe e il primo film di una regista donna dall'Arabia Saudita, La Bicicletta Verde. Ora che l'Academy ha annunciato la shortlist dei nove titoli che passano il turno e possono aspirare alla nomination (che sarà annunciata il 16 gennaio intorno alle 14:30 ora italiana) ci sorprendiamo che questi due filmoni non ci siano e tratteniamo la gioia perché il belga The Broken Circle Breakdown (in italiano: Alabama Monroe: Una Storia D'amore), storia di amore e musica di una coppia con bambina malata di cancro, ci darà filo da torcere. Per il Belgio, nel caso vincesse, sarebbe il primo Oscar dopo soli sei film candidati dal 1967 ad oggi. Vero è che Bullhead di due anni fa e À Perdre La Raison dell'anno scorso erano incantevoli, ma dopo la nomination (erronea) de La Bestia Nel Cuore, il nostro cinema non ha ottenuto vittorie né candidature per tredici anni sebbene siamo noi a contare il maggior numero di statuette di questa categoria vinte (incluso il primo in assoluto). Compare in gara anche Il Sospetto di Vinterberg, di cui abbiamo già parlato, mentre parleremo a breve di The Grandmaster di Wong Kar-wai e del documentario cambogiano sulla strage degli innocenti L'immagine Mancante, passato in anteprima nazionale a Torino 31.
Di seguito, i nove film stranieri in gara per la nomination all'Oscar.

Alabama Monroe: Una Storia D'amore [The Broken Circle Breakdown] di Felix van Groeningen (Belgio)
An Episode In The Life Of An Iron Picker di Danis Tanovic (Bosnia-Erzegovina)
The Missing Picture [L'Image Manquante] di Rithy Panh (Cambogia)
Il Sospetto di Thomas Vinterberg (Danimarca)
Two Lives di Georg Maas (Germania)
The Grandmaster di Wong Kar-wai (Hong Kong)
The Notebook di Janos Szasz (Ungheria)
La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino (Italia)
Omar di Hany Abu-Assad (Palestina)

martedì 3 dicembre 2013

Oscar conversation.


BN 3.0.



Blancanieves
id., 2012, Spagna, 104 minuti
Regia: Pablo Berger
Sceneggiatura originale: Pablo Berger
Liberamente basata sulla fiaba dei fratelli Grimm
Cast: Daniel Giménez Cacho, Maribel Verdú, Sofía Oria,
Macarena García, Inma Cuesta, Ángela Molina
Voto: 8.5/ 10
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Da una parte una ballerina di flamenco, bellissima, figlia della benvestita Ángela Molina; dall'altra un matador, celeberrimo, invincibile. Di mezzo, un pancione, dalle seggiole dell'arena, per il quale lui combatte il toro. Ma il copricapo lanciato e finito in terra invece che tra le mani dell'amata è un segno: lei stringe il pendente della collana e il toro lo trafigge. Ma non sarà lui ad avere la peggio: distrutta dalla preoccupazione e partoriente precoce, morirà dando al mondo la figlia Carmencita, vezzeggiativo del suo nome, che la nonna crescerà fino a che ne avrà le forze, tra pizzi e merletti, cibo fatto in casa e il gallo Pepe. Il padre, vivo ma costretto alla sedia a rotelle, con mani e piedi paralizzati, pare non la voglia vedere perché gli ricorda troppo il viso della moglie perduta. In realtà è la nuova moglie, l'infermiera che lo accudiva, a dettare legge in casa. Casa in cui la piccola Carmencita si dovrà trasferire dopo la dipartita della nonna, e in cui sarà costretta a fare i mestieri più difficili. Più che Biancaneve, sarà una Cenerentola cenciosa divisa tra la stalla in cui dorme e i panni che stende, tra i quali si esercita a fare la torera come il padre le insegnerà negli incontri segreti che si concederanno. Sarà costretta a scappare, incontrando un manipolo di circensi nani, matador pure loro, tra i quali, a sorpresa, si nasconderà il Vero Amore, che per una volta non è un principe... Per una volta, non è neanche il completo lieto fine a chiudere il cerchio. La fiaba, spagnolissima che più non si può tra ambientazioni, costumi, la corrida, i veli in testa degli anni '20, nonostante il titolo, come dicevo, racchiude in sé tutti gli archetipi della Fiaba, per questo si intravede Cenerentola oltre che una piccola Alice che si imbatte in personaggi bizzarri, prima che la matrigna dica «Pollicino». Quest'ultima, una splendente Maribel Verdú, era la serva in casa del generale Franco in un altro capolavoro ispanico, Il Labirinto Del Fauno; qui ribalta il personaggio, costringendo la bambina a vedere il suo gallo sgozzato, rovesciando in faccia al marito l'acqua che ha chiesto, facendo bondage in una delle stanze del palazzo con l'amante. È il Cattivo per eccellenza, esagerato nella sua cattiveria e umanizzato nelle solite passioni che i cattivi hanno: la moda, la foto in copertina. Non c'è uno specchio delle brame ma ci sarà la mela fatale, che non sarà rossa ma evidentemente molto più chiara, perché altrimenti non spunterebbe in tutto questo bianco e nero. Perché il film in bianco e nero è, e muto. Ci risiamo: la moda lanciata da The Artist, sì. E invece, questo, pare essere uno sbeffeggiamento del film francese, che raccontava pure una storia già vista (Cantando Sotto La Pioggia) e lo faceva in silenzio e in bianco e nero. Ma il trucco svelato della parola alla fine, là, era sintomo di una perfezione non raggiunta, mentre in questo caso la cura alla riproduzione di una pellicola anni '20, dell'espressionismo tedesco, è nettamente maggiore: le dissolvenze incrociate, le sovrapposizioni di immagini, i raccordi tra uno stacco e l'altro con una forma geometrica o un'immagine, e poi il montaggio svelto da più camere, le piccole differenze tra un'immagine e l'altra, e soprattutto l'uso della musica non solitaria ma punteggiata da effetti quali la campanella, l'applauso... L'occhietto strizzato a The Artist è evidente anche nell'animaletto da compagnia, non più il cane ma il pollo, anche se, ammetto, i due interpreti di quello erano forse più calati nella parte di questi. Sebbene abbiano quasi tutti vinto (o si siano candidati a) un Goya – oltre agli altri otto che la pellicola ha ricevuto, incluso il Miglior Film, e per questo fu, esattamente un anno fa, la scelta spagnola per gli Oscar – altra provocazione a The Artist. Non ce la fece: ed esce, come tutte le cose belle, nelle nostre sale solo in cinque copie.

venerdì 25 ottobre 2013

il film cileno.



Gloria
id., 2013, Cile, 110 minuti
Regia: Sebastián Lelio
Sceneggiatura originale: Sebastián Lelio & Gonzalo Maza
Cast: Paulina García, Sergio Hernández, Diego Fontecilla,
Fabiola Zamora, Coca Guzzini, Hugo Moraga
Voto: 8/ 10
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Ma dov'è stata questa Paulina García in tutti questi anni?, perché mai l'hanno relegata a una carriera di serie televisive cilene e l'hanno fatta arrivare al cinema solo adesso?, come abbiamo fatto a stare senza?
Un film che non è un film ma che è un personaggio che lei si sobbarca dalla prima all'ultima scena senza mai sparire dal campo e che le è valso l'Orso d'Argento per l'interpretazione femminile a quest'ultima Berlinale.
Un film che non è un film ma un romanzo di formazione traslato dalla giovinezza di Holden, di Törless, di Werther a una divorziata cinquantenne che porta avanti un lavoro macchinoso per cui non salta di gioia, una serie di telefonate ai figli che non rispondono, una sequela di uscite in locali per single, separati, piacioni dove balla e beve e rimorchia una bottarella semplice di cui non vedrà futuro. E procede così scandita questa vita agra mentre una figlia incinta parte per la Svezia dove il non-marito l'attende e un gatto-pipistrello entra dalla finestra scendendo dal piano di sopra esasperato dalle urla di un ubriachetto. Tutto qua: perché il finale è prevedibile e non ve lo racconto e perché l'uomo che si inserisce nella vita di Gloria cerca di essere fisso ma non ci riesce, per volontà generali, e anche questo è un buon personaggio psicologicamente analizzato, e gl'impulsi sessuali di entrambi non c'infastidiscono.
Qualche sbadiglio in sala per una quasi assenza di trama ma anche molti sorrisi: «l'avranno fatta fumare davvero?» ci si domanda, perché la faccia dell'erba Gloria ce l'ha sul serio, quando trova un pacchetto e si mette comoda sul divano. «Avrà bevuto?» viene da chiedere a questi occhi spenti, mentre in giostra un'uomo le fa venire i brividi nell'unico modo con cui può riuscirci. Ma la consapevolezza, l'accettazione della propria solitudine è sempre dietro l'angolo: basta pensare ai lati positivi della tristezza e concedersi un ballo senza cavaliere.
Sebastián Lelio certo triste non lo sarà: l'ex-candidato all'Oscar per il Cile (Pablo Larraín) gli produce un film meraviglioso e meravigliosamente scritto che viene mandato nell'altra America in rappresentanza di uno stato che rischia di candidarsi per il secondo anno di fila dopo sedici film ignorati (ché il Cile è solo dal 1990 che concorre per gli Oscar) e un errore (non mandare La Nana nel 2009) – e giustamente dovrebbe vedere premiata la sua attrice, in una di quelle candidature estere che non fanno di solito la storia (ma che questa volta forse potrebbe).

i film stranieri.



I cinema sono proibiti in Arabia Saudita e i film si guardano in dvd o se passano in televisione; per cui è la prima volta nella storia che il Paese manda una pellicola in lizza per gli Oscar – e per di più è diretto da una donna (Haifaa Al-Mansour). Il film in questione, La Bicicletta Verde, oltre ai tre premi veneziani nel 2012 ha riscosso successi a Dubai, Vancouver, Sidney, Oslo, Los Angeles, ed è uno dei molti film di ritorno da grandi festival che aspirano alla nomination più importante dell'anno. Che sarà annunciata il 16 gennaio 2014, durante la lettura dei candidati agli 86esimi Academy Awards. Gli Oscar al Miglior Film Straniero, però, vengono sempre anticipati da una scrematura di nove titoli pubblicati circa otto giorni prima della data ufficiale, in cui le speranze vengono perse o rafforzate. Sono 76 quest'anno i film a gareggiare; Repubblica Ceca e Libano hanno all'ultimo momento cambiato idea sul film da spedire oltreoceano, mentre l'Italia ha grazie a Dio orientato la propria scelta sull'unico film che poteva avere speranze, La Grande Bellezza, tanto elogiato quanto criticato allo scorso Cannes dove Paolo Sorrentino è ormai di casa. Da Cannes ne arrivano altri 12, tra cui il Renoir che a sorpresa la Francia schiera senza grassi entusiasmi, dopo la disdetta (giustificata) del Quasi Amici dell'anno scorso, partito per essere uno dei Migliori Film in assoluto dopo la precedente vittoria di The Artist. Renoir, di Gilles Bourdos, biopic sulla vita del pittore analizzata al suo crepuscolo, odora di seconda scelta dietro alla Palma d'Oro La Vita Di Adele, ora nelle nostre sale e da troppo poco in Francia (9 ottobre), motivo per cui non ha potuto rappresentare lo Stato. Potrà farlo l'anno prossimo, ma già questa volta Adèle Exarchlopoulos e Léa Seydoux potrebbero ricevere la nomination per l'interpretazione femminile (e la prima lo meriterebbe come poche). Stessa sorte toccò l'anno scorso a Il Sospetto di Vinterberg, mandato quest'anno, e distribuito in Italia da BiM che si ritrova in sala due pellicole di questa lista, Il Passato del già Oscar Farhadi (Palma alla Béjo) e The Grandmaster di Wong Kar-Wai, di ritorno sul grande schermo dopo l'americano Un Bacio Romantico del 2007. È la prima volta anche per la Moldavia ed è la prima volta che il Montenegro spedisce un film come stato indipendente; rinunciano alla gara invece il Vietnam e la Macedonia.
Sussurri sull'alta probabilità nostrana di farcela almeno quest'anno e grida sulle possibili più grasse nominations per La Migliore Offerta di Tornatore (recitato in inglese). La Grande Bellezza uscirà negli Stati Uniti il 15 novembre distribuito da Criterion e Janus. La competizione più agguerrita: sicuramente il bel Gloria (altra formidabile attrice, Orso a Berlino), il tedesco Zwei Leben, la solita Polonia, appena applaudita a Venezia per Walesa di Andrzej Wajda, il romeno Child's Pose (Orso d'Oro al Miglior Film) e l'inglese Metro Manila, recitato però in tagalog, la più diffusa lingua delle Filippine.
Di seguito, tutti i titoli in corsa per la candidatura.

sabato 29 dicembre 2012

il film norvegese.



Kon-Tiki
id., 2012, Norvegia, 118 minuti
Regia: Joachim Rønning & Espen Sandberg
Sceneggiatura originale: Petter Skavlan
Con la consultazione di Allan Scott
Cast: Pål Sverre Valheim Hagen, Agnes Kittelsen,
Anders Baasmo Christiansen, Gustaf Skarsgård, Tobias Santelmann,
Odd Magnus Williamson, Jakob Oftebro
Voto: 7.9/ 10
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Quando questo blog profumava ancora di rosa ed io odoravo di diligenza e mi sorbivo tutti i film che tutti gli stati mandavano agli Oscar mentre pregavano le loro divinità per la nomination al Miglior Film Straniero, era successo che m'ero imbattuto anche nei bizzarri film nordici, tipo quello norvegese, che si chiamava Happy Happy e parlava di uno scambio di coppie tra le baite sulla neve e un ri-cambio finale tra i giochi di società. Era, protagonista di quel film, Agnes Kittelsen, indimenticabile per i suoi occhi giganti e la sua bocca immensa, ma mai avrei pensato di ritrovarla, un giorno, in un altro film da recensire. E invece.
La Norvegia la ri-scrittura per un filmone colossale, un'epopea, perché la Norvegia, nel 1951, aveva già vinto un Oscar, ma al Miglior Documentario, per questa follia di mare che tale Thor Heyerdahl, antropologo, biologo, archeologo, esploratore laureatosi all'Università di Oslo, aveva registrato in Super8, e la Norvegia, poveretta, un Oscar al Miglior Film Straniero non l'ha mai avuto: soltanto quattro nominations, e nemmeno la partecipazione a tutti gli anni.
Dopo Max Manus, allora, biografia dell'oppositore norvegese durante l'invasione della Germania nazista, con cui pure erano stati inviati all'attenzione dell'Academy, la coppia Joachim Rønning - Espen Sandberg torna al cinema alla grande, alla grandissima, prendendosi praticamente tutti i finanziamenti nazionali per un'altra storia vera, un'altra specie di piccola biografia, di questo Thor Heyerdahl appunto, e di come ha girato il suo documentario dal titolo, pure quello, Kon-Tiki.
Dieci anni trascorsi con la moglie in Polinesia a contatto col popolo di lingua francese ad ascoltare i loro racconti lo porta a supporre, anzi accertarsi della possibilità per i popoli sud-americani di raggiungere l'isola oceanica senza l'utilizzo di grandi mezzi ma solo con una zattera e la corrente naturale, e di colonizzare poi la zona. La progettazione dell'esperimento, del rifacimento della missione, ovviamente non verrà finanziata da nessuno, neanche dai più aperti e disponibili antropologi americani, ma la testa dura di Thor, che in testa ha solo la riga tra i piattissimi capelli biondi di Pål Sverre Valheim Hagen, gli farà incontrare un finanziatore che diventerà il Mulan della ciurma, quello fuori luogo, quello che fa sempre la cosa sbagliata, che si preoccupa del legno che assorbe l'acqua e delle corde che si allentano.
Dalla partenza in Perù in poi, anche qui, è tutto un rimando ai film d'avventura e di sopravvivenza e di lotta contro le intemperie del mare. È, ancora, una Vita Di Pi non capitata ma scelta, non solitaria ma in compagnia: uno suona la chitarra, uno cerca di far funzionare la radio, uno traccia il percorso fatto sulla cartina disperandosi perché il vento soffia a nord e non ad est. Anche qui ci sono le balene, gli squali, i pesci volanti, le meduse luminose. Anche qui la telecamera fa peripezie e ci mostra i poteri del cinema: a volte va sott'acqua, a volte ci illude che sta per succedere qualcosa. E mentre Pi pareva girato in uno stanzone gigante con degli elementi posticci intorno alla barca, qui la zattera (troppo perfettamente costruita) pare si trovi sul serio in mare, che sobbalzi ad ogni onda, mentre gli uomini a bordo dimagriscono sempre di più e si ricoprono di barbe biondissime, quasi bianche.
Un The Aviator nordico, un kolossal che nella prima parte dimostra quanto anche un Paese così poco considerato a livello cinematografico possa essere accurato nella ricostruzione degli anni '30, nelle macchine e nei locali e nei vestiti, nella prefazione-flashback a cui poi si ritorna. Certo, un film la cui storia è trita e ritrita e palesemente prevedibile, ma intorno alla storia c'è sempre dell'altro, e questo film è fatto di quell'altro, e l'America l'ha messo tra i nove migliori film stranieri di quest'anno.

mercoledì 12 dicembre 2012

il film danese.



A Royal Affair
En Kongeling Affære, 2012, Danimarca, 137 minuti
Regia: Nikolaj Arcel
Sceneggiatura non originale: Rasmus Heisterberg & Nikolaj Arcel
Basata sul romanzo Prinsesse Af Blodet di Bodil Steensen-Leth
Cast: Alicia Vikander, Mads Mikkelsen, Mikkel Boe Følsgaard,
Trine Dyrholm, David Dencik, Thomas W. Gabrielsson,
Cyron Melville, Bent Mejding, Harriet Walter, Laura Bro
Voto: 7.6/ 10
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Clicca qui per vedere il film.
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Tutti a parlar bene di Uomini Che Odiano Le Donne nella prima versione cinematografica svedese, quella con Noomi Rapace pre-incontro con Ridley Scott. Ma chi ha il merito di aver trasposto meglio quel film rispetto all'americano? Lui: Nikolaj Arcel, sceneggiatore anche della miniserie in due puntate Millenium insieme al fedele amico Rasmus Heisterberg col quale quest'anno ha vinto a Berlino l'Orso d'Argento proprio per la sceneggiatura. Di questo En Kongeling Affære, “Un Intrigo Di Corte” sarebbe la traduzione più italiana da sperare, storia basata sul romanzo da noi inedito del danese Bodil Steensen-Leth basato a sua volta sulla vita del re Cristiano VII di Danimarca, re di Danimarca e di Norvegia, duca di Schleswig e Holstein, campato sessant'anni appena e morto per aneurisma cerebrale nel 1808.
Il film però non parte da lui usandolo come protagonista indiscusso; comincia con la lettera che la futura moglie e cugina, Carolina Matilde figlia di Federico di Hannover principe del Galles e della principessa Augusta di Sassonia-Gotha-Altenburg, interpretata da un'educatissima Alicia Vikander, scriverà ai figli che non vede da anni, per chiedere loro chissà cosa, dato che nella scrittura si perde a raccontare ciò che successe in modo da farlo vedere anche a noi spettatori e ritorna ad essere la voce fuori campo dopo due ore piene che noi ci siamo scordati anche qual era stata la prima scena.
Scrive ai figli chiamandoli per nome e chiedendo loro perdono cominciando a raccontare di sé: quindicenne, fu prelevata dalla sua amata Inghilterra per raggiungere la Danimarca e in tutta fretta sposare un parente mai visto, parente affetto da evidenti disturbi mentali su cui tutti avevano taciuto, che lei inviterà a entrare in camera da letto dove lui darà i primi segni di follia per poi iniziare a chiamarla «madre» dal momento che né si toccano né si parlano né si confidano: semplicemente lei lo ammonisce quando deve. Carolina, poveretta, è la Maria Antonietta del Nord-Europa: all'ingresso del sontuoso e ben ricostruito castello, dovrà abbandonare tutte le cose bannate, come fu per il cagnolino della sovrana francese, e allora lascerà sulle mensole di casa Rimbaud, Voltaire, la Filosofia contemporanea, la Poesia. Passerà le giornate a stringersi corsetti mentre il marito, in città, si farà cavalcare dalle donne delle case chiuse.
Per un fortuito caso del destino, il medico dei poveri, dottor Struensee, nome che più cacofonico non si può, sarà invitato a corte per visitare il regnante e questo, indispettito come i bambini davanti agli adulti non accondiscendenti, si chiuderà in un silenzio che solo le battute di Shakespeare sapranno sciogliere. Re e medico diventeranno, inspiegabilmente, un corpo e un'anima, con la differenza che il medico sa stare con i piedi per terra sognando la rivoluzione illuminista e il re saltella insieme al suo schiavetto negro. Struensee, interpretato da Mads Mikkelsen coi capelli lunghi, non è ben visto dai più perché tedesco e notoriamente “comunista”, diremmo oggi, e col suo potere sul re riesce a far istituire il vaccino per la plebe ed eliminare la pena di morte e addirittura ricevere una lettera firmata da Voltaire in persona.
Inutile dire che tra questo intelletualoide medico e l'infelice regina è subito colpo di fulmine, che prima resta platonicamente tale, poi si trasforma in vere e proprie corna, poi...
Il cinema non parlava del Re Cristiano dal 1935 col film inglese Il Dominatore di Victor Saville, coi pupilli di Hitchcock Emlyn Williams e Madeleine Carroll, anche quest'ultima elegante e magra e ben diversa dalla regina Carolina Matilde originale.
Tra tutte le interpretazioni di questo film, spicca quella del pazzo reale e sconosciuto Mikkel Boe Følsgaard che infatti s'è portato a casa un Orso d'Argento all'interpretazione alla faccia del ben più celebre Mikkelsen (che tanto ha la sua bella Palma d'Oro) e della Trine Dyrholm che adesso vedremo nel tremendo Love Is All You Need e che interpreta qui la Regina Madre.
Inviato dalla Danimarca in rappresentanza del Paese agli Oscar, spera come fu per The Artist l'anno scorso che tanto il nazionale Il Sospetto ben più interessante di questo faccia il suo corso senza paletti di regolamento. Ma al contrario di ciò che capitò alla Francia, non ce la faranno né con questo né con l'altro. Se non, come è già successo agli European Film Awards e ai Satellite, non venga nominato per le belle scene di Niels Sejer.

sabato 27 ottobre 2012

tre film stranieri.



Escono quasi contemporaneamente, da noi nel Bel Paese, tre dei settanta film in lizza per la nomination all'Oscar per il miglior film straniero, tutt'e tre reduci da Festival in cui hanno convinto la critica e la giuria al punto da ricever grassi premi.
È già nelle sale (solo 41 in tutta Italia) Amour, capolavoro indiscusso di Michael Haneke, summa della maturità artistica del regista e dei suoi protagonisti Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, Palma d'Oro meritatissima all'ultimo festival di Cannes che, se esiste una giustizia a questo mondo, metterà i piedi in testa a tutto il cinema americano dell'ultimo anno.
Manca poco (esce mercoledì 31), invece, per un altro film vincitore a Cannes 2012, Oltre Le Colline del già Palma d'Oro Cristian Mungiu (per 4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni) di cui abbiamo già commentato l'inquietante trailer italiano. Storia di devozione e incomunicabilità di due amiche che si ritrovano in maturità dopo aver passato l'infanzia nello stesso orfanotrofio, ha ricevuto in terra francese i premi alle due migliori attrici e alla sceneggiatura, apparentemente ripetitiva e conservatrice, ma che a lungo andare apre parecchi spiragli. Per una volta, poi, la locandina italiana batte quella originale in bellezza.
Il mese prossimo invece, ma il trailer italiano è già visibile nei cinema e su YouTube, uscirà il primo film non italiano reduce da Venezia 69, Coppa Volpi (regalata) all'interpretazione di Hadas Yaron: La Sposa Promessa - titolo inglese: “Fill The Void” - che racconta di una famiglia israeliana alle prese con una morte precoce che lascia vedovo un uomo e orfano un bambino appena nato, vuoto da colmare, appunto, con un repentino altro matrimonio, per il quale si deve scegliere la fortunata.
I film sono, rispettivamente, le proposte austriaca, rumena e israeliana per i prossimi Academy Awards.
Ecco i link alle recensioni complete:

Amour
di Michael Haneke (Austria)
voto: 9.7/ 10

Oltre Le Colline
di Cristian Mungiu (Romania)
voto: 8/ 10

La Sposa Promessa
di Rama Burshtein (Israele)
voto: 6.6/ 10

giovedì 25 ottobre 2012

il film dei Paesi Bassi.



Kauwboy
id., 2012, Paesi Bassi, 75 minuti
Regia: Boudewijn Koole
Sceneggiatura originale: Jolein Laarman & Boudewijn Koole
Cast: Rick Lens, Loek Peters, Susan Radder
Voto: 7.7/ 10
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Clicca qui per vedere il film.
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Jojo [pronuncia: yò•yo] è un ragazzino di pochi anni che non vediamo mai andare a scuola ma vediamo in cucina a preparare la colazione, in lavanderia a caricare la lavatrice, davanti al frigo a prendere la birra al padre. Quando il genitore alla mattina saluta ed esce da casa, Jojo si mette a correre e raggiunge la vetta di un ponte sulla strada dal quale grida «sono arrivato prima io!» o cose del genere, di giorno in giorno. Una mattina, mentre dal ponte torna a casa con ancora addosso i guanti da forno, si imbatte in un albero sul quale una taccola ha fatto nido, dimenticandosi di portar su il piccolo, quasi appena nato, incapace di volare. Jojo vede l'uccellino nero, se lo infagotta nella maglietta risvoltata, s'arrampica per i rami ma puff, il taccolino cade, e pensiamo tutti che sia morto, infante com'è, invece è vivo, e Jojo se lo porta a casa.
Mentre lo racconterà al nuovo animale domestico, ascolteremo anche noi perché vive da solo col padre, perché la madre è in America e spesso telefona ma non torna mai, perché si occupa così tanto della dimora - senza, in realtà, saperlo fare - e perché dice di esser contento anche se il padre è tremendamente padrone. Tutte queste cose le racconterà poi a una compagna della squadra di pallanuoto che spunterà il giorno in cui la rabbia repressa di Jojo si manifesterà in un morso al polpaccio.
Vincitore solo a Berlino del premio all'esordio Generation Kplus e del Gran Premio Kinderhilfswerk, vincitore del Premio del Pubblico Giovane dei prossimi European Film Awards e del Miglior Film Internazionale al Festival di Buenos Aires, Kauwboy (termine che non vuol dir letteralmente nulla) è la storia di una taccola e del bambino che le insegnò a volare perché privato di qualsiasi altro affetto nel mondo. La difficile situazione col padre, mascherata di rosa davanti agli occhi di lui e nei suoi racconti, trova solo tenerezza e nessuna vendetta nella cura con cui Jojo insegna al volatile a prendersi paura dei cani e delle automobili (dolcissimo momento di cinema, il migliore del film). Ci ricordiamo, vagamente, di Tomboy e dei bambini di The Tree Of Life, attori magistralmente scelti e inquadrati mentre scorrazzano per i prati e vivono la loro infanzia; qui c'era lo stesso rischio: un bambino non all'altezza avrebbe rovinato tutto. E invece questo Rick Lens (giunto alla Berlinale col suo orsacchiotto) ci convince e si convince lui stesso, sobbarcandosi tutto il dramma. Accanto, gli vengono messi il solito grasso e pelato burbero genitore (il celebre-in-patria Loek Peters) e un'amica silenziosa ma complice che compare a metà e rimane fino alla fine - una piccola e olandese Kristen Stewart che si chiama in realtà Susan Radder. (In un ruolo minore, con una scena appena, c'è anche Ricky Koole, la protagonista del film che i Paesi Bassi mandarono l'anno scorso, Sonny Boy, ve lo ricordate?). Anche queste (il rapporto padre/figlio, l'amica silenziosa, l'animale domestico, la competizione agonistica, l'accettazione dei compagni) sono immagini e scelte banalotte e già trite, come anche i rallentatori delle corse e delle nuotate e dei salti sul tappeto elastico. Boudewijn Koole, regista esordiente, ne viene fuori (e viene fuori dalla trama per documentare solo le sensazioni) con una telecamera a spalla e una fotografia verdognola che dànno al film l'idea che niente mai, prima, abbia avuto quel colore, in nessuna stagione.
Dato il successo internazionale, i Paesi Bassi prendono e mandano in America, per gli Oscar 2013. E gli americani che fanno?, cambiano il titolo in Little Bird.

i film stranieri/ 3.



Terza e ultima parte.
Si comincia con la Russia che l'anno scorso non mandò in America il Faust di Sokurov preferendogli il sequel di Burnt By The Sun (fischiato in sala e ignorato da tutto il mondo) solo perché la prima metà aveva vinto la statuetta, e la Russia quest'anno manda lo sconosciuto White Tiger dello sconosciuto Karen Shakhnazarov che in realtà era in concorso a Cannes nel '91 con L'assassinio Dello Zar (protagonista: Alex di Arancia Meccanica). Del film, sappiamo solo che è d'azione.
La Corea sel Sud gioca forte e manda il Leone d'Oro del ben più noto e osannato Kim Ki-duk. Il regista, già inviato nel 2003 con Primavera, Estate, Autunno, Inverno... E Ancora Primavera, non ha mai sfiorato la statuetta, e il suo stato, poveretto, dal 1962 ad oggi non ha mai ricevuto nominations. Sarà la volta buona, o avranno la meglio i suoi rivali Palma d'Oro e Orso d'Oro?
E siccome quest'anno erano usciti pochi film che narravano le gesta di Biancaneve in tutte le salse - musical, action, ribaltata, visionaria, per grandi, per piccini - la Spagna ha sfornato un filmetto dallo spagnolo titolo Blancanieves che, sempre in tema di originalità, è muto e in bianco e nero; storia della fiaba dei Grimm riportata all'Andalusia degli anni '20, è un tributo ai film europei di quel periodo, ma forse non si sono accorti che c'ha già pensato The Artist. Con protagoniste Maribel Verdú (Il Labirinto Del Fauno e il più recente Tetro di Coppola) e Ángela Molina (La Sconosciuta, Baaria, Gli Abbracci Spezzati), è già stato presentato a Toronto e in altri festival riscuotendo abbastanza successo; la Spagna, poveretta anche lei, ha vinto solo quattro Oscar al film straniero in quasi sessant'anni, su un putiferio di candidature (gli ultimi Volver e También La Lluvia furono solo inseriti nella lista di gennaio).
La Svezia, che ne ha vinti solo tre, due dei quali con Bergman (ma Il Settimo Sigillo e Persona non vennero nemmeno candidati) schiera un regista che ormai di svedese ha molto poco anche se si chiama Lasse Hallström. Candidato già da solo a tre statuette (sceneggiatura e regia de La Mia Vita A Quattro Zampe e regia de Le Regole Della Casa Del Sidro) ha ormai consumato gli anni d'oro in cui sfondava al botteghino e al Kodak Theatre (Buon Compleanno Mr. Grape, Chocolat). Gli ultimi Hachiko, Dear John e Il Pescatore Di Sogni sono stati bocciati dalla critica anche se discretamente venduti nei cinema. Questo nuovo Hypnotisören è un crime/thriller recitato in svedese e girato prima del ritorno ai libri di Nicholas Sparks.
La Svizzera, dopo l'italiano Giochi D'estate dell'anno scorso, manda un film recitato in francese di cui abbiamo già parlato e che ha già vinto l'Orso alla regia a Berlino l'anno scorso ma che agli americani non dovrebbe piacere, dato il forte timbro europeo tipico dei Dardenne (che non si candidano mai). Sister, di Ursula Meier, titolo originale “Il Bambino Dall'alto”, è la storia di un fratello e una sorella che per campare ai piedi dei monti innevati di turisti tutto l'anno rubano ai ricchi per rivendere ai passanti e potersi allora comprare il necessario. Ma rimando alla recensione.

Russia: Belyy Tigr (White Tiger) di Karen Shakhnazarov
Serbia: Kad Svane Dan (When Day Breaks) di Gorana Paskaljevica
Singapore: Already Famous di Michelle Chong
Repubblica Slovacca: Az Do Mesta As (Made In Ash) di Iveta Grófová
Slovenia: Izlet (A Trip) di Nejc Gazvoda
Sudafrica: Umfaan (Little One) di Darell Roodt
Corea del Sud: Pietà di Kim Ki-duk
Spagna: Blancanieves di Pablo Berger
Svezia: Hypnotisören (The Hypnotist) di Lasse Hallström
Svizzera: L'enfant D'en Haut (Sister) di Ursula Meier
Taiwan: Touch Of The Light di Chang Rong-ji
Tailandia: Fon Tok Kuen Fah (Headshot) di Pen-Ek Ratanaruang
Turchia: Ates'in Düstügü Yer (Where The Fire Burns) di Ismail Günes
Ucraina: Firecrosser di Mykhailo Illienko
Uruguay: La Demora (The Delay) di Rodrigo Plá
Venezuela: Piedra, Papel O Tijera (Rock, Paper, Scissor) di Hernán Jabes
Vietnam: Mùi Co Cháy (The Scent Of Burnt Grass) di Nguyen H˜uru Muòi

domenica 14 ottobre 2012

i film stranieri/ 2.



Seconda parte dell'estenuante lista dei film candidati alla candidatura per i nove film invernali tra i quali poi cinque si candideranno effettivamente agli 85esimi Academy Awards volgarmente chiamati Oscar, e uno solo (di solito è uno) poi se ne tornerà da dov'è venuto con la statuetta.
In questa seconda parte salta all'occhio, in mezzo a tanti titoli sconosciuti, la Caméra d'Or di Cannes, Después De Lucía, “Dopo Lucia”, storia della sopravvivenza di un padre e una figlia dopo la morte della moglie e madre, Lucía appunto, che sfocia nella violenza fisica come illustra il meraviglioso manifesto originale.
E ultimo dell'elenco, ma sicuramente uno tra quelli con maggiori potenzialità, è il “nuovo film di Cristian Mungiu”, autore di 4 Mesi 3 Settimane 2 Giorni, che a suo modo era un capolavoro di regia, sceneggiatura e assenza totale di musica, Palma d'Oro a Cannes quello e premi per la sceneggiatura (non originale) e le attrici questo. Si chiama, in italiano, Oltre Le Colline e uscirà questo mese con l'attesa di tutti i cinefili arguti: due amiche, cresciute insieme in orfanotrofio e poi separate dall'età e dagli eventi, si ritrovano ormai adulte nel monastero in cui una delle due vive e prega Dio, e l'atteggiamento dell'altra porterà scompiglio tra i credenti e nella chiesa, fino a una vera e propria crocifissione prima della metaforica e geniale scena finale. Un film che, a prima vista, non incanta, ma che poi, col passare del tempo, mette radici e si fa apprezzare. E non lasciatevi ingannare dal trailer italiano che lo rigira a mo' di horror. È un puro film religiosamente umano senza quella musica né quell'ansia in sottofondo.
Degli altri film, Sangue Do Meu Sangue esce da Toronto (Premio FIPRESCI e riconoscimenti vari alle attrici), Mort À Vendre e Las Malas Intenciones da Berlino (il primo Premio Panorama e il secondo ha una baby protagonista straordinaria) e il film per famiglie Kauwboy ha vinto, sempre a Berlino, il Premio all'Opera Prima e agli European Film Awards il Premio del Pubblico Giovane.

Giappone: Kazoku No Kuni (Our Homeland) di Yong-hi Yang
Kazakistan: Zhau Zhurek Myn Bala (Myn Bala: Warriors Of The Steppe) di Akan Satayev
Kenya: Nairobi Half Life di David Tosh Gitonga
Kirghizistan: Pustoi Dom (The Empty Home) di Nurbek Egen
Lettonia: Golfa Straume Zem Ledus Kalna (Gulf Stream Under The Iceberg) di Yevgeny Pashkevich
Lituania: Ramin di Audrius Stonys
Macedonia: Tretu Poluvreme (The Third Half) di Darko Maitrevski
Malesia: Bunohan di Dain Iskandar Said
Messico: Después Dé Lucía (After Lucia) di Michel Franco
Marocco: Mort À Vendre (Death For Sale) di Faouzi Bensaïdi
Norvegia: Kon-Tiki di Joachim Rønning & Espen Sandberg
Olanda: Kauwboy di Boudewijn Koole
Palestina: Lamma Shoftak (When I Saw You) di Annemarie Jacir
Perù: Las Malas Intenciones (The Bad Intentions) di Rosario García-Montero
Filippine: Bwakaw di Jun Robles Lana
Polonia: 80 Milionów (80 Millions) di Waldemar Krzystek
Portogallo: Sangue Do Meu Sangue (Blood Of My Blood) di João Canijo
Romania: Dupa Dealuri (Oltre Le Colline) di Cristian Mungiu

giovedì 4 ottobre 2012

i film stranieri/ 1.



Cesare Deve Morire entra ufficialmente nelle liste di tutto il mondo (tipo questa) e diventa il cinquantacinquesimo film scelto per rappresentare l'Italia agli Oscar 2013 (escludendo i dieci anni, dal '47 al '56 in cui furono consegnati annualmente premi onorari, e che vincemmo con Siuscià, Ladri Di Biciclette e Le Mura Di Malapaga). Si tratta della seconda corsa alla statuetta per Paolo e Vittorio Taviani, che nel 1982 vennero scelti con La Notte Di San Lorenzo (Premio Speciale della Giuria a Cannes) ma non furono candidati. Speriamo che, quest'anno, l'Orso d'Oro vinto a Berlino gli porti bene, sulla scia della vittoria dell'anno scorso del capolavoro Una Separazione - e raramente è “il capolavoro” che vince l'Oscar. A proposito di Iran, vittorioso un anno fa, quest'anno lo Stato ha deciso di non partecipare alla gara: il ministro della cultura Mohammad ha optato per il boicottaggio (e la partecipazione a un festival locale) accusando l'Academy di non essere intervenuta nella diffusione del trailer di Innocence Of Muslims, film americano girato in terra americana (a Hollywood) che sarebbe «blasfemo verso il profeta dell'Islam», e sarebbe stato diretto da tale Alan Roberts, ex regista pornografico.
Un anno senza Iran, ma un anno ancora con la Francia. Dopo la tranquillità con cui mandarono La Guerra È Dichiarata l'anno scorso, totalmente a caso, agli 84esimi Academy Awards, tranquilli che tanto c'era The Artist a fare piazza pulita in tutte le categorie, quest'anno ci riprovano (e mi chiedo perché non ci abbiano provato con Piccole Bugie Tra Amici) mandando dalla ruffiana strada del film straniero Quasi Amici (titolo originale: Intouchables) (titolo americano: The Intouchables), film-evento-campione di incassi-record mondiali-vette raggiunte-parole spese, a cui abbiamo regalato pure un David di Donatello, il film «più visto di sempre in Francia dopo Amélie», il film «francese più visto in Italia dal 1997», il film «non in lingua inglese che ha incassato di più nel mondo subito dopo La Città Incantata». Parentesi: alla fiaba del ricco e del povero piaciuta tanto ai francofoli e non, la critica estera e non dà un voto medio di 5.7 su 10 (io avevo arrotondato quasi a sei e mezzo, quanta bontà) mentre il pubblico esagera con 8.3. Dove sta il problema? Il distributore americano Harvey Weinstein ha dichiarato: «mi piacerebbe se Quasi Amici si candidasse anche all'Oscar per il miglior film». Anche solo l'idea mi fa rabbrividire ma a 'sto mondo tutto po' esse.
Troviamo, in questa prima parte dell'infinita lista di film stranieri che sono stati mandati a lottare per la candidatura di gennaio di nove pellicole e successivamente quella di febbraio, la Palma d'Oro Amour, forse il più bel film dell'anno, che meriterebbe la statuetta a entrambi gli attori, la regia, la sceneggiatura.  Ma una giustizia non esiste.
Troviamo, poi, le migliori attrici del veneziano Fill The Void appena recensito, del berlinese Rebelle e di À Perdre La Raison (Un Certain Regard a Cannes), e i pluri-premiati film, il tedesco Barbara e il cileno No con Gabriel García Bernal.

Afghanistan: Syngue Sabour (The Patience Stone) di Atiq Rahimi
Albania: Pharmakon di Joni Shanaj
Algeria: Zabana! di Saïd Ould Khelifa
Argentina: Infancia Clandestina (Clandestine Childhood) di Benjamín Ávila
Armenia: If Onlfy Everyone di Nataliya Belyauskene
Australia: Lore di Cate Shortland
Austria: Amour (Love) di Michel Haneke
Azerbaijan: Buta di Ilgar Najaf
Bangladesh: Ghetuputra Komola (Pleasure Boy Kamola) di Humayun Ahmed
Belgio: À Perdre La Raison (Our Children) di Joachime Lafosse
Bosnia Erzegovina: Djeca (Children Of Sarajevo) di Aida Begic
Brasile: O Palhaço (The Clown) di Selton Mello
Bulgaria: Kecove (Sneakers) di Ivan Vladimirov & Valeri Yordanov
Cambogia: Lost Loves di Chhay Bora
Canada: Rebelle (War Witch) di Kim Nguyen
Cile: No di Pablo Larraín
Cina: Caught In The Web di Chen Kaige
Colombia: El Cartel De Los Sapos di Carlos Moreno
Croazia: Ljudozer Vegetarijanac (Cannibal Vegetarian) di Branca Schmidta
Repubblica Ceca: Vé Stínu (In The Shadow Of The Horse) di David Ondricek
Danimarca: En Kongelig Affære (A Royal Affair) di Nikolaj Arcel
Repubblica Dominicana: Jaque Mate (Check-Mate) di José María Cabral
Estonia: Seenlkäik (Mushrooming) di Toomas Hussar
Finlandia: Puhdistus (Purge) di Antti Jokinen
Francia: Intouchables (Quasi Amici) di Olivier Nakache & Eric Toledano
Georgia: Keep Smiling di Rusudan Chkonia
Germania: Barbara di Christian Petzold
Grecia: Adikos Kosmos (Unfair World) di Filippos Tsitos
Groenlandia: Inuk di Mike Magidson
Hong Kong: Duo Mingjin (Life Without Principle) di Jonnie To
Ungheria: Csak A Szél (Just The Wind) di Benedek Fliegauf
Islanda: Djúpiõ (The Deep) di Balstar Kormákur
India: Barfi! di Anurag Basu
Indonesia: Sang Penari (The Dancer) di Ifa Isfansyah
Israele: Lemale Et Ha'Chalal (Fill The Void) di Rama Burshtein
Italia: Cesare Deve Morire (Cæsar Must Die) di Paolo & Vittorio Taviani

lunedì 24 settembre 2012

i film italiani.



E festeggiamo il primo anno di vita di questo blog tornando a parlare di ciò per cui è nato: l'annuale Oscar al film straniero. Sebbene una prima lista di pellicole scelte dai Paesi diversi dagli Stati Uniti e dall'Italia sia già stata resa nota, ci soffermiamo sulla probabilità nostrana di tornare a calcare il tappeto rosso dopo sei anni di assenza. Era stata, infatti, solo La Bestia Nel Cuore, nel 2006, a riuscire a finire (chissà poi come) nella cinquina dei candidati di febbraio, passando anche la scrematura di gennaio, cosa che poi è successo a Tornatore con scarsi risultati. L'ultimo Oscar al film straniero che abbiamo vinto, poi, l'abbiamo ritirato nel 1999 - con una ormai epica passeggiata sulle spalliere delle poltroncine di Roberto Benigni - per La Vita È Bella, secondo dei film italiani più visti in Italia sovrastato da poco da Cado Dalle Nubi - e qui taccio.
Parlando di incassi, nell'elenco che la commissione dell'Anica ha resto noto e tra cui mercoledì 26 sceglierà il film che manderemo in America, il più visto è, sentite un po', quello di Verdone, già abbondantemente premiato ai Nastri d'Argento. Seguono Özpetek e Vicari, bocciati dalla stampa estera (a Berlino Diaz vinse un Premio del Pubblico ma fu criticatissimo dai giornalisti inglesi e tedeschi).
Stando al risultato al botteghino (operazione che ha fatto la Francia schierando il tremendo Quasi Amici), dovremmo quindi mandare oltreoceano per la prima volta una commedia pura e propria, che affronta sì un tema scottante e attuale come quello della crisi, ma che potrebbe fare la stessa fine de La Prima Cosa Bella (mandato due anni fa) dato che a noi piace parlare in toscano o in romanaccio per farci tre risate.
La mia speranza, è inutile pure dirlo, è stravolgere tutti e tutto con un film finalmente originale, diverso, non narrativo, sperimentale: il docu-fiction Cesare Deve Morire potrebbe sciogliere il cuore dell'Academy anche solo per l'età dei due registi. E magari ci scappa anche la nomination alla fotografia (come fu per Malèna, che ottenne due nominations tecniche tra cui la musica di Morricone ma non quella per il film in lingua straniera).
Troppo freschi sono i veneziani È Stato Il Figlio, Gli Equilibristi (che compare a sorpresa insieme a Là-Bas) e Bella Addormentata. Quest'ultimo, poi, risulta essere troppo italiano perché «è cruciale sapere qualcosa del caso Englaro» scrive il Variety. E troppo fischiato per un premio forse non meritato è stato Reality di Matteo Garrone, che arriva «troppo tardi a parlare del mito televisivo».
I dieci film selezionati per scegliere la pellicola da far concorrere alla nomination per l'Oscar al miglior film straniero, quindi, sono:

Bella Addormentata di Marco Bellocchio
Cesare Deve Morire di Paolo & Vittorio Taviani
Il Cuore Grande Delle Ragazze di Pupi Avati
Gli Equilibristi di Ivano De Matteo
Diaz. Don't Clean Up This Blood di Daniele Vicari
È Stato Il Figlio di Daniele Ciprì
Là-Bas. Educazione Criminale di Guido Lombardi
Magnifica Presenza di Ferzan Özpetek
Posti In Piedi In Paradiso di Carlo Verdone
Reality di Matteo Garrone