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sabato 5 aprile 2014
the reader.
Storia Di Una Ladra Di Libri
The Book Thief, 2013, USA/ Germania, 131 minuti
Regia: Brian Percival
Sceneggiatura non originale: Michael Petroni
Basata sul romanzo omonimo di Markus Zusak (Frassinelli)
Cast: Sophie Nélisse, Geoffrey Rush, Emily Watson,
Nico Liersch, Ben Schnetzer, Oliver Stokowski, Roger Allarm
Voto: 6.8/ 10
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Prendete un libro che ha venduto otto milioni di copie in tutto il mondo – non è una sorpresa così grande, che presto diventi film; mettetelo in mano a un regista, Brian Percival, autore di quella telenovela che è Downton Abbey, bella di costumi e di interpretazioni, e abbassate le aspettative, perché quando gli ingredienti promettono troppo ci pensano le case produttrici a intervenire. In questo caso è della Fox 2000 la colpa, che memore del successo di nomination all'Oscar per War Horse si inginocchia al pacchetto-Disney e mette i fiocchi a una storia di guerra zuccherina traslando anche una delle attrici di punta, Emily Watson, che qualunque cosa faccia resta sempre la-pazza-de-Le Onde Del Destino. Lì si parlava del legame (di sangue?) tra un cavallo e il suo padroncino, costretti uno a partire per la guerra e l'altro ad essere trascinato a farla; si scambiavano fronti e s'incrociavano spesso, il tutto mentre USA e URSS si sarebbero dovute massacrare. Qui non va tanto diversamente: si restringe il campo, siamo solo in una cittadina, tedesca anche se gli attori parlano inglese (e che inglese: perfetta contaminazione germanica, meraviglioso accento), dove tutti si conoscono e impareranno a conoscere Liesel Meminger giunta da un treno in cui il fratellino è morto e la madre, ebrea, scappata. Sarà adottata dai coniugi Hubermann, e già da subito il genitore preferito è Geoffrey Rush, che le prepara in cantina un dizionario grande quanto le pareti. Al rogo dei libri proibiti dal nazismo, l'impulso spingerà la ragazzina a raccogliere dalle macerie un volumetto e farselo leggere dal papà di nascosto al sottoscala; lei, però, non è una “ladra di libri”: ne prende in prestito un paio, ne consulta molti, ricorda perfettamente i vocaboli che non ha mai sentito e li trascrive sui muri. La passione per le storie la porterà a conoscere la biblioteca di un bel palazzo, una donna che ha perso il figlio, un ebreo tenuto nascosto in casa che ama ascoltare. Ci ricorda un po' The Reader, senza il pathos irraggiungibile di quel magistrale film, dove l'analfabetismo non era punto di partenza della Letteratura ma ostacolo (in)sormontabile per raggiungerLa. Quella era una protagonista ladra di libri – nel senso che se li faceva leggere senza metterci dello sforzo; quella era una donna assetata di trame, desiderosa di evadere dalla propria condizione. Anche lì c'era la guerra, e allontanava le persone e le metteva a processo, se serviva. Qui invece è tutto un tornare e ritornare: dell'ebreo magicamente scampato, della libraia che parcheggia al punto giusto.
Lo zucchero della storia è logico: altrimenti non avrebbe venduto otto milioni di copie. L'autore Markus Zusak però, impegnato com'è nei suoi progetti da nemmeno quarantenne tra i suoi libri che legge e rilegge per anni, non si capisce come l'abbia presa: distaccatosi dalla stesura dei dialoghi (dell'horror-addicted Michael Petroni, autore anche de Le Cronache Di Narnia 3), aveva detto: «il mio romanzo sfiora le seicento pagine ed è piuttosto dark; so che per portarlo al cinema devo mettere da parte il mio ego: se il romanzo è “mio”, il film è decisamente “loro”» – e temeva di non veder rispettata la voce narrante della Morte, disgustata dal comportamento degli uomini durante il nazismo. Sotto questo punto di vista ha in realtà avuto la meglio: la voce fuori campo c'è. Ha ragione sul resto: leggere di una fiaba nella Guerra è un conto, vederla sullo schermo con dispendio di abiti, interni, panoramiche che dovrebbero rendere il tutto più credibile, è un altro.
lunedì 3 marzo 2014
Oscar 2014 - vincitori.
Quella che vedete accanto, con quasi tre milioni di retweet, è l'immagine più condivisa di Twitter, record battuto ieri sera da Ellen DeGeneres in onore del record battuto da Meryl Streep giunta alla diciottesima nominations come attrice; Ellen, presentatrice di nuovo dei 68esimi Academy Awards come nel 2007, ha di nuovo preferito passare la maggior parte del tempo in platea e non sul palco – un palco decisamente meno pomposo di altre cerimonie, più asciutto, minimamente riempito. Dalla platea ha ordinato pizza, conversato con persone, mentre sullo stage si susseguivano P!nk nel tributo a Il Mago Di Oz, Glenn Close nella celebrazione dei defunti dell'anno (James Gandolfini il primo a comparire, Philip Seymour Hoffman l'ultimo), le quattro canzoni candidate di cui la vincitrice, Let It Go, velocizzata perché già fuori scaletta. E poi le star, senza il George Clooney di Gravity ma con una Sandra Bullock che ad ogni premio le si riempiva il cuore: sette statuette per il capolavoro visivo e di tensione di Alfonso Cuarón: regia, montaggio, fotografia, montaggio sonoro, mixaggio sonoro, colonna sonora ed effetti visivi. Tutto abbastanza prevedibile, dagli attori Matthew McConaughey che ha fatto lo show ritirando il premio a Jared Leto che ha elogiato la madre single, da Cate Blanchett elegantissima a Lupita Nyong'o fino all'ultimo incerta contro Jennifer Lawrence, per una cerimonia senza particolari picchi ma con qualche battuta simpatica. A meno che non si tratti dell'Italia, esultante per questo tredicesimo miglior film straniero dopo sedici anni da La Vita È Bella. «A Fellini, Maradona, Scorsese e i Talkin Heads» è stato dedicato un premio felicemente ritirato insieme a Toni Servillo, dato da Viola Davis: un quadretto splendido. Meno meraviglioso il documentario: 20 Feet From Stardom batte i sanguinocentrici The Act Of Killing e The Square. Non ha avuto rivali Frozen con le sue due nominations né 12 Anni Schiavo già miglior film su carta. Restano a bocca asciutta Captain Phillips, Nebraska e Philomena e soprattutto American Hustle, mentre Spike Jonze ritira il trofeo per la minore delle sue quattro sceneggiature e Il Grande Gatsby alla fine la scampa con due premi artistici.
Di seguito, dopo l'interruzione, tutti i candidati e i vincitori.
film
American Hustle - L'apparenza Inganna prodotto da Charles Roven, Richard Suckle, Megan Ellison, e Jonathan Gordon
Captain Phillips - Attacco In Mare Aperto prodotto da Scott Rudin, Dana Brunetti e Michael De Luca
Dallas Buyers Club prodotto da Robbie Brenner & Rachel Winter
Gravity prodotto da Alfonso Cuarón & David Heyman
Her prodotto da Megan Ellison, Spike Jonze e Vincent Landay
Nebraska prodotto da Albert Berger & Ron Yerxa
Philomena prodotto da Gabrielle Tana, Steve Coogan e Tracey Seaward
12 Years a Slave prodotto da Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Steve McQueen e Anthony Katagas
The Wolf of Wall Street – produttori da determinare
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domenica 2 marzo 2014
the Lego movie/ the Oscars.
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mercoledì 19 febbraio 2014
i peperoni erano piccoli.
The Square - Inside The Revolution
Al Midan, 2013, Egitto/ USA, 108 minuti
Regia: Jehane Noujaim
Cast: Khalid Abdalla, Dina Abdullah, Dina Amer,
Ahmed Hassan, Ramy Essam, Ragia Omran
Voto: 7.6/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
documentario
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Premiata dal pubblico al Sundance 2013 e miglior regista di un documentario ai DGA di quest'anno, a cui era già stata candidata nel 2005 per Control Room, inchiesta su ciò che la televisione islamica cela e quella americana rivela, Jehane Noujaim tenta l'impossibile e scende in strada a gennaio 2011 con i suoi cameraman per documentare le fasi della rivolta che abbatterà, in tre anni, tre regimi. Lei non sapeva che ci sarebbe rimasta, e tornata, per tre anni: ricevendo il premio al Sundance ha saputo che nuove manifestazioni erano scoppiate nella sua terra natia e si è precipitata per riprendere le vicende 2013. Quello che uscirà in pochissime sale questo giovedì, grazie ad Unipol e La Feltrinelli, non è il documentario passato dal festival; è più lungo, e raggiunge le elezioni dell'anno scorso. Lo fa servendosi di un gruppo di personaggi che segue minuziosamente e che incarnano il fervore e la filosofia della protesta: Ahmed Hassan, giovane infervorato leader dei rivoltosi buoni, colui che forse più di tutti riassume l'approccio al cambiamento; l'attore de Il Cacciatore Di Aquiloni Khalid Abdalla, nato in Inghilterra e tornato in Egitto per la causa, con la funzione di mediatore tra il popolo urlante e le televisioni, soprattutto – anzi, esclusivamente – estere; e poi un adepto della fazione opposta, la Fratellanza Mussulmana, e ancora l'avvocatessa dei Diritti Umani. In tutto ciò, dal gennaio di tre anni fa, piazza Tahrir nel centro del Cairo è diventata il simbolo dell'opposizione alla politica, e da qui il titolo del film. Scesi in strada per ribellarsi ai trent'anni di perenne stato d'allarme della dittatura fascista di Mubarak, costretto poi a dimettersi, questi ed altri personaggi sono tornati a protestare per le ingiuste e corrotte elezioni del 2012 vinte da Morsi, che si è riconosciuto poteri illimitati con i quali giustifica le risposte violente. «Abbiamo fatto cadere il primo regime, abbiamo fatto cadere il secondo, aspettiamo di far cadere l'altro» dice Ahmed, «ormai il nostro posto è qui». In piazza, ma sempre in pace. Nessuno di loro ha una pietra, nessuno un'arma. Gli unici attacchi sono verbali, privi di insulti: rimproveri ai Fratelli Mussulmani di aver stretto la mano ai militari che hanno investito i ragazzi al sit-in coi carri armati. E le poche volte che l'esercito compare sullo schermo, in interviste o colloqui privati, sentiamo dire cose tipo «il proiettile che ha colpito i morti non è dell'esercito, non ci assomiglia per niente», oppure «un giorno mi ringrazierai per aver salvato questo Paese». La Noujaim non fa il gioco di Joshua Oppenheimer, di focalizzarsi sui “cattivi” e far parlare solo loro, per indignare lo spettatore che prende posizione; certo, qui una posizione viene palesemente presa – da lei e da noi, ma il raggio d'ascolto è più ampio, le figure parlanti sono di più e appartenenti a più fazioni. Dopo tre anni dall'inizio delle rivolte, dei primi sit-in fatti di cibo condiviso, di canti e balli, di slogan ripetuti in coro, il sangue ha macchiato troppe strade per tornare a quel clima, ma l'Egitto ha conquistato una cosa che prima non aveva: l'unità. Per cui qualsiasi tipo di ideologia si unisce alle altre per l'obiettivo comune, e il documentario ha il potere (immenso) di far unire anche noi, desiderosi di salire su un aereo e raggiungere questi ragazzi, queste giovani donne, queste storie che abbiamo appena cominciato a conoscere e sentire la causa come se fosse nostra, soprattutto perché un film del genere, questo film, loro, in patria, non potranno vederlo mai.
martedì 18 febbraio 2014
il film belga.
Alabama Monroe: Una Storia D'amore
The Broken Circle Breakdown, 2013, Belgio, 111 minuti
Regia: Felix Van Groeningen
Sceneggiatura non originale: Carl Joos, Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch
Basata sullo spettacolo The Broken Circle Breakdown
Featuring The Cover-Ups Of Alabama di Johan Heldenbergh & Mieke Dobbels
Cast: Veerle Baetens, Johan Heldenbergh,
Voto: 7.5/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
film straniero
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Ispirato alla “performance teatrale” dall'omonimo titolo (originale) The Broken Circle Breakdown di Johan Heldenbergh, già nel precedente film di Van Groeningen, la pellicola candidata all'Oscar in rappresentanza del Belgio narra le vicende di Didier (Heldenbergh) ed Elise (Veerle Baetens), coppia bluegrass con bambina di sette anni malata di cancro, che vediamo già dall'inizio in ospedale a combattere contro i rigurgiti della chemio e la perdita dei capelli. Si alternano immagini dei genitori, sereni e spensierati, che supponiamo appartenere al passato; è giusto, ma non solo. La particolarità del film è proprio il montaggio, come fu per il già citato precedente The Misfortunates: a queste succedono scene di Elise in ambulanza, che corre priva di coscienza seguita dalla macchina del marito in completo bianco (quando lo indosserà?). Lui, barbuto suonatore di benjo; lei, tatuatrice stracolma di tatuaggi che ora copre il nome di un ex fidanzato ora ne scrive uno entrante sulla pelle. Si conoscono nel di lei studio, e lui attacca a parlare della buona musica, del suo gruppo, dei suoi testi – dopo la prima a Berlino, la colonna sonora del film, curata anche da Bjork Eriksson, si è imposta in cima alla classifica dei dischi più venduti in patria. Poi, mentre la nostra Grande Bellezza agli European Film Awards faceva incetta di statuette, miglior film incluso, la star nazional-popolare Veerle Baetens batte a sorpresa la sublime Barbara Sukova di Hannah Arendt, perché almeno un premio uno doveva riceverlo. Ed è questo, più de Il Sospetto, il film che dobbiamo temere la notte del 2 marzo. Mentre il nostrano Sorrentino dirige la decadenza di un Paese capeggiata da Toni Servillo, un Guido Anselmi di oggi che non riesce a scrivere come quello non riusciva a dirigere, nella Roma della dolce vita, Felix Van Groeningen fa il furbo e gioca doppiamente con l'animo umano: impietosendoci davanti alla figlia Maybelle che riceve una collana da dare alla sua progenie – che immaginiamo non avrà mai; e poi raccontandoci la follia del lutto, la perdita di terreno sotto ai piedi, di motivi per vivere, lo sfacelo dei sentimenti – e la seconda parte segue questa frammentazione anche nell'ordine delle cose che ci dice, che impazzisce. Si aggiunge la polemica politica, l'impossibilità dello studio delle staminali, l'attacco a microfono aperto al Vaticano, un pelo fuori luogo ed esagerato (quanto gli piace l'America? In TV non si parla d'altro) ma utile alla conclusione del film, la più bella conclusione di quest'anno forse, toccante, straziante, originale (ma non troppo). Altra furberia: darci alti e bassi per mantenerci in tensione, continuamente, chiederci come andrà a finire, dopo 45 minuti non abbiamo più idea di cosa possa succedere. E tutto si concentra attorno a lei, una madre improvvisa(ta), una donna a cui non avremmo mai messo in braccio una bambina e che si trasforma quando le arriva. L'uomo, e tutti gli uomini, sono figure di contorno: gli altri membri del gruppo non li distinguiamo nemmeno, con tutta quella barba a testa. Facilità compensata dagli espedienti tecnici – non si scende mai nel musical, non che ci sia qualcosa di male, ma nemmeno alla fine, quando miracolosamente il titolo italiano trova un senso molto più interessante e toccante dell'originale.
venerdì 7 febbraio 2014
river deep, mountain high.
20 Feet From Stardom
id., 2013, USA, 91 minuti
Regia: Morgan Neville
Cast: Darlene Love, Merry Clayton, Lisa Fischer,
Judith Hill, Claudia Lennear, Bette Midler, Janice Pendarvis,
Sting, Mick Jagger, Bruce Springsteen, Stevie Wonder, Sheryl Crow
Voto: 7.1/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
documentario
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I “venti piedi dalla celebrità” del titolo sono quelli che separano la fila di coriste dall'artista sul palcoscenico, cantante o musicista celebre che si prende le glorie e le ovazioni mentre loro, mezze all'ombra, ci mettono la voce. Questi “venti piedi” spesso si cerca di accorciarli, diminuirli, e questo documentario racconta i successi e gli insuccessi delle vocalist, spesso nere, che hanno assecondato (e che avrebbero potuto fare) la storia della musica dagli anni '50 ad oggi. In principio erano ragazzine bianche, che accompagnavano sulla stessa linea il cantante di turno, con pochi movimenti e tanta compostezza. Poi irruppero le donne di colore: sfrenate, acute, la cui presenza sul palco era già show. Spesso le nere registravano brani che poi venivano sincronizzati sulle labbra di qualche bianca, per spettacoli televisivi; l'opera di una sola veniva pubblicizzata come lavoro di gruppo. Si sente l'eco di un film non lodevole ma che pure aveva, tra lustrini e dive, raccontato la difficoltà della black music ai tempi. In Dreamgirls si sottolineava come il successo sia cosa vana, evanescente: come la scalata delle chart porta a una troppo pesante presenza dell'etichetta discografica, dei produttori, di manager che decidono all'occorrenza di mandare qualcuno a casa; parlava anche delle cover realizzate a partire da brani di piccola diffusione, spacciandoli per originali, senza pagarne i crediti. Adesso, tutta questa cattiveria in questo film non c'è, ma si percepisce il sapore di sfiancamento contro cui questi personaggi si devono scontrare ogni giorno. «Credevo che se ci avessi messo tutto l'impegno del mondo, se avessi usato il mio dono lavorandoci, studiando, svegliandomi all'alba per cantare con sentimento, ce l'avrei fatta». Invece per ogni Tina Turner o Patti LaBelle che ci riesce, dieci di loro finiscono a fare le pulizie nei bagni dei bianchi, a cercare lavori “veri” per campare, «la gente crede che non debba stendere un contratto per una corista, che non debbano essere pagate». E sono pochi gli artisti che invece hanno il coraggio di dire: «puntale addosso il faretto». L'hanno fatto Sting, Stevie Wonder, Mick Jagger, tutti presenti qui dentro a dare testimonianza delle straordinarie capacità delle voci che li hanno accompagnati. Attraverso importanti passaggi storici, si disegna velocemente il percorso di questo difficile mestiere: dalla rivoluzione d'intenti apportata da Sweet Home Alabama fino alla morte di Michael Jackson che ha annaffiato il bocciolo di celebrità di Judith Hill – finita da poco alle spalle di Kylie Minogue. Lei è una delle tre principali figure attorno cui ruota la pellicola: le fanno compagnia Lisa Fischer e Darlene Love. La prima, corista storica di Sting, è riuscita da solista a vincere anche un Grammy, che adesso spolvera nella libreria in plastica di casa. Ma si passa anche attraverso l'incredibile voce di Táta Vega, la carriera di Claudia Lennear – tutti nomi che non ci dicono niente ma che hanno reso le canzoni dei Rolling Stones e di David Bowie quello che sono. Il problema del documentario è che consuma il suo intento nella prima mezz'ora, nel raccontarcelo: dopodiché diventa una carrellata di curiosità su queste donne (o si altro: le musiche de Il Re Leone, la canzone Thriller e addirittura i versi degli animali di Avatar contengono le voci di questi attori), una serie di aneddoti sulle loro vite e non più sul mestiere in generale. I dischi di una, le performance di un'altra, i premi, le collaborazioni. Ma il montaggio di Morgan Neville (bianco appassionato di musica, già regista di Johnny Cash's America) è furbo: alterna momenti di gospel a contributi d'autore (Paul Epworth, Sheryl Crow), canzoni eseguite dal vivo a battute e frecciatine di queste donne. Siamo partecipi della loro condizione grazie alla musica. «Siamo tutte figlie di sacerdoti» dicono, «abbiamo la musica nel sangue dall'infanzia». E noi ne gioiamo.
mercoledì 5 febbraio 2014
la tua ragione il tuo perché.
Lei
Her, 2013, USA, 126 minuti
Regia: Spike Jonze
Sceneggiatura originale: Spike Jonze
Cast: Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams,
Rooney Mara, Olivia Wilde, Chris Pratt, Kristen Wiig
Voto: 8/ 10
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Candidato a cinque Premi Oscar:
film, sceneggiatura originale (Spike Jonze)
scenografia (K.K. Barrett & Gene Serdena)
musica (Will Butler & Owen Pallett), canzone (Karen O & Spike Jonze)
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Il futuro secondo Spike Jonze è abbastanza prevedibile: l'uomo e la macchina vivono quasi in simbiosi, il tempo non è più denaro ma oro, la collaborazione virtuale ha superato i limiti di Wikipedia ed è estrema, al punto che c'è qualcun altro, qualcuno più capace, che paghiamo per scrivere lettere toccanti a nome nostro (ed è questo il mestiere di Joaquin Phoenix ed è questa la trovata più interessante del film); il sesso si fa al telefono, senza vedersi, attraverso una piattaforma di annunci hot; le mani possono essere impegnate a fare altro perché i computer hanno il riconoscimento vocale. Succede poi che i software vengono muniti di voce e capacità relazionare, e col nome di OS vengono messi in commercio – richiamo/ frecciatina che ricorda lo scontro PC vs. Mac che era già alla base visiva di WALL•E. Joaquin aka Theodore installa la versione a voce femminile, le chiede come si chiami e lei in meno di un secondo ricerca nel web elenchi di nomi esistenti, ne sceglie uno e risponde «Samantha». Funzionerà anche da spenta: leggerà la posta, invierà mail, controllerà le previsioni del tempo, formulerà basi musicali – in modo che Theodore possa elaborare la fine del suo matrimonio con Rooney Mara (dimenticate la ragazza Che Giocava Con Il Fuoco) e firmarne finalmente le carte per il divorzio. Ma i ricordi sono troppi e sono strazianti e, nel futuro come oggi, separarsi non è facile. Succede poi che la relazione con Samantha-il-software aumenta e noi siamo spettatori della perfetta evoluzione di un rapporto, che rispecchia tutte le realtà, e semplicemente non conta uno dei due corpi; siamo continuamente di fronte a Phoenix, che ormai totalmente a suo agio con la macchina da presa si emoziona, s'ammattisce, si incanta davanti allo smartphone come faremmo noi se ascoltassimo un messaggio vocale. Lui però ascolta una voce, quella di Scarlett Johansson, che vive il dramma di non essere reale, che si sorprende nel provare emozioni; sarà restio nell'ufficializzare il fidanzamento davanti ad altri e quando lo farà non riscontrerà nessuna sorpresa. Non è una critica a ciò che diventeremo: è una constatazione di quello che siamo – ci conosciamo on-line, chattiamo, ci videochiamiamo, e nella fascia più adolescente che sta vivendo il momento, crediamo di innamorarci effettivamente di persone che non abbiamo mai visto. Il futuro di Spike Jonze è imminente, non a livello tecnologico (dove la barra del caricamento imita il DNA umano) ma comportamentale, e prevede la stessa nascita crescita e morte dei sentimenti tra umani e non umani. Il tutto circondato dai meravigliosi fondali di K.K. Barrett (scenografie, già con Jonze nei film precedenti) e Gene Serdena (set), che hanno inventato una condizione post-moderna ritornando all'elemento del colore puro, aiutate dall'immensa fotografia di Hoyte Van Hoytema (The Fighter, La Talpa). Nonostante ciò, è il film più debole della scarna carriera cinematografica dell'autore, cominciata in pompa magna con Essere John Malkovich e andata piano piano calando: si sente l'assenza dei collaboratori alla sceneggiatura, da una parte per la mancanza di aspetti surreali preponderanti (esemplare la differenza col film scritto e diretto da Charlie Kaufman) dall'altra per una serie di lacune narrative – ma sarà colpa anche della quasi totale presenza di un solo attore che si carica non solo la pellicola ma anche i dialoghi (uno dei quali, il più piccante, è con Kristen Wiig). Le lacune cinematografiche vengono però colmate dall'intento, dall'essere riuscito a costruire un film ambientato nel futuro che non parla di marchingegni e navicelle e macchine ma di sentimenti: un non-sci-fi. Perché, in fondo, le navicelle non arriveranno mai.
il film danese.
Candidato al Golden Globe, in corsa per il BAFTA di domenica 16 e poi per l'Oscar del 2 marzo, vincitore della Palma al miglior attore Mads Mikkelsen e del Premio della Giuria Ecumenica a Cannes 2012, Il Sospetto è uno dei due film contro cui la nostra Grande Bellezza ha probabilità di perdere. Ed ha probabilità di perdere in parte perché l'Academy ama sempre dare l'Oscar al film straniero a sorpresa (si ricordi l'anno del Nastro Bianco e de Il Profeta) (e si guardi la cinquina di quest'anno), in parte perché l'effettiva concorrenza (La Vita Di Adèle, Il Passato, La Bicicletta Verde) non compare in gara, come non compare un unico film arraffa-tutto, tutti i premi stranieri, come fu per Amour l'anno scorso e Una Separazione quello prima. E la probabilità di farcela per Il Sospetto si misura sulla filmografia del suo regista Thomas Vinterberg, autore di un cult ormai consolidato, Festen, che fu snobbato dall'AMPAS ma ha fatto la storia, e di un altro film apprezzato, Submarino, che passò in concorso a Berlino. A ciò si aggiunge la cerimonia appena conclusa dei 67esimi Bodil Awards, i premi del cinema nordico (qui i vincitori, ma non sono in inglese) dove lo scontro era tutto tra il film di Vinterberg e quello di Lars von Trier, che ha produzione danese ma è recitato in inglese, Nymphomaniac, presuntamente diviso in due parti, probabilmente in Italia dopo la primavera. Al pimo sono andati i trofei per il miglior film, l'attrice non protagonista (Susse Wold), l'attore e la fotografia; al secondo è stata premiata l'interpretazione della protagonista Charlotte Gainsbourg (era contro Stacy Martin dallo stesso film), dopo che aveva ottenuto nominations anche per von Trier, Jamie Bell (non protagonista), Uma Thurman (non protagonista) e Stellan Skarsgård (protagonista). In questa edizione poliglotta c'era anche Kristin Scott Thomas per Solo Dio Perdona, e i film stranieri erano divisi in americani e non-in-inglese: Beasts Of The Southern Wild batte Frances Ha, Before Midnight, Django e addirittura Gravity; La Vita Di Adèle vince contro il nostro Sorrentino, il francese Ruggine E Ossa, la trilogia di Ulrich Seidl Paradise (Austria) e l'altro concorrente a cui dobbiamo stare attenti, Alabama Monroe.
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ritirare il premio.

Nebraska
id., 2013, USA, 115 minuti
Regia: Alexander Payne
Sceneggiatura originale: Bob Nelson
Cast: Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk,
Stacy Keach, Mary Louise Wilson, Rance Howard
Voto: 8.7/ 10
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Candidato a sei Premi Oscar:
film, regia (Alexander Payne), sceneggiatura originale (Bob Nelson)
attore (Bruce Dern), attrice non protagonista (June Squibb)
fotografia (Phedon Papamichael)
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Il primo film diretto ma non sceneggiato da Alexander Payne, e il secondo a non essere basato su un romanzo di partenza come l'ultimo Paradiso Amaro, è una perla in bianco e nero che ritorna sul road-way di Sideways ma alza (di molto) l'età media. È lo scontro generazionale, è l'invecchiare che fa tornare bambini: Woody Grant si alza ogni mattina dal letto e, con la gamba mezza zoppa, cammina dal Montana verso lo Stato del Nebraska, convinto di dover ritirare un premio da un milione di dollari; ogni mattina ora un agente di polizia ora uno dei due figli incrocia e recupera l'anziano, e lo riporta a casa, dove la moglie gli urla dietro e aspira all'ospizio. Inutile fargli notare che la lettera d'avviso del milione vinto è in realtà una pubblicità: Woody è convinto, e laggiù vuole andare. Sarà il figlio meno realizzato, appena lasciato dalla fidanzata e stanco del lavoro di commesso di elettronica, a portarcelo. Più per evadere che per recuperare il denaro. «Mi ha fatto piacere che abbiamo passato un po' di tempo insieme» dirà al genitore, e siamo commossi nell'aspettare che questa frase uscirà dalla nostra bocca, verso un nostro vecchio, ormai troppo vecchio perché sia in grado di recuperare un affetto che forse avremmo dovuto lavorare di più, rendere più fisico. Padre e figlio non si abbracciano mai, non si guardano truffaldigni, non sono complici: gli unici contatti fisici sono quelli della deriva, quando Woody perde la dentiera, o cade e si rompe la testa, o ha i mancamenti in strada. L'età e gli imprevisti faranno sostare i due lungo il tragitto alla scoperta di un'infanzia ormai andata, una famiglia dispersa col tempo, una serie di amici non così onesti – tutti chiacchieranti il milione vinto, così privi di altri interessi, vuoti di altre iniziative, gente di paese che aspetta con ansia una novità. I luoghi sono dipinti bene, desolati e desolanti, e così le persone, tutte conoscenti e fintamente amiche. Ma dove il personaggio di Will Forte (figlio) è banale, uno Zeno inetto che non solo non fuma ma non fa nient'altro quando il fratello splende in televisione, Bruce Dern (padre) è realistico, in un'interpretazione immensa (Palma a Cannes 2013), talmente vero che ci si dimentica della recitazione: si addormenta con la bocca aperta, fa vedere le gengive nude, si fa umiliare nei locali – tutti aspetti umani di una persona e non di un personaggio. Sua moglie June Squibb è l'opposto: sveglia, vispa, dignitosa, sempre a lamentarsi del consorte ma guai a chi parla male di suo marito. È lei che ci concede le più divertenti immagini del film (il furto del compressore su tutte). Pare che Alexander Payne si lasci trascinare, si metta in viaggio sulla sceneggiatura molto buona di Bob Nelson, al suo esordio con la macchina da scrivere, in un bianco e nero che riporta ad altri tempi – e un film al passato effettivamente sembra; invece è la realtà quotidiana dei piccoli centri, delle periferie, dell'America con poche insegne lungo la strada; un'America rimasta indietro, che non conosce Hollywood né ne è interessata, come per una volta il suo regista.
Una delle migliori produzioni dell'anno, sicuramente, con qualche pecca – ma un'originalità e un coraggio (fare un film pieno di vecchi, con un protagonista così silenzioso, con una trama così scarna) notevoli.
venerdì 31 gennaio 2014
la punizione del faraone.
12 Anni Schiavo
12 Years A Slave, 2013, USA/ UK, 134 minuti
Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura non originale: John Ridley
Basata sul romanzo omonimo di Solomon Northup
Cast: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Sarah Paulson,
Paul Dano, Benedict Cumberbatch, Paul Giamatti, Brad Pitt,
Lupita Nyong'o, Alfre Woodard, Kelsey Scott, Quvenzhané Wallis
Voto: 8.8/ 10
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Candidato a nove Premi Oscar:
film, regia (Steve McQueen), sceneggiatura non originale (Joh Ridley)
attore (Chiwetel Ejiofor), attore non protagonista (Michael Fassbender)
attrice non protagonista (Lupita Nyong'o), montaggio (Joe Walker)
costumi (Patricia Norris), scenografia (Adam Stockhausen & Alice Baker)
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Il «genio» Steve McQueen (le virgolette sono di Michael Fassbender su Vanity Fair), video-artista al suo terzo lungometraggio, raccoglie il crescendo di successi accumulati in precedenza e approda al cinema con un'opera che, stando solo alla trama, spezza con le precedenti; è una storia in costume, storia vera di Solomon Northup rapito da due bianchi finti impresari circensi e venduto come schiavo, privato della sua identità e separato con la forza e l'inganno dalla famiglia, dai figli, per essere deportato altrove a coltivare il cotone e lavorare la terra mantenendo la media delle 200 libbre raccolte ogni giorno sennò cento frustate. Ed è una storia linearmente raccontata, affrontabile da ogni tipo di pubblico: non siamo più davanti ai pianosequenza estremi di Hunger, al suo silenzio perenne rotto dal magistrale dialogo del mezzo; non abbiamo più il mistero da svelare scavando nella psicologia dei due protagonisti di Shame: qui tutto ci viene raccontato sin dall'inizio, come a voler privare il film della sua trama, del suo sviluppo, anche perché a McQueen raccontare una storia in ordine cronologico non piace. Eppure gli strascichi di Shame si sentono, soprattutto nella colonna sonora che un sacco le assomiglia (Glenn Gould escluso) ma di Hans Zimmer, ingiustamente non candidato all'Oscar; e ancora di più si sente Hunger: nell'esplicitazione della violenza, nella nudità dei corpi maltrattati, nelle frustate, nelle ferite sulla schiena, sui lividi, sulle magrezze. Ancora una volta il regista irlandese confeziona un'accusa verso la società: non è più la condizione dei prigionieri politici né quella del disturbo sessuale di un presunto violentato, ma un'accusa più grande, immensa, di cui tutto il mondo parla: è l'olocausto del Nuovo Continente, la tratta dei negri che ormai il cinema ci racconta in tutte le salse – e gli attuali adolescenti cresceranno come noi siamo cresciuti leggendo Anna Frank. Ma 12 Anni Schiavo si eleva sugli altri, sui grotteschismi ironici di Django, sull'asciuttezza narrativa di Lincoln, sulla compassione pietosa di The Butler, e si fa pellicola per chi si ritiene troppo intelligente per tutti i precedenti: perché McQueen estetizza, racconta una catastrofe ingiusta, un'altra vittimizzazione dovuta a circostanze esterne, alle cose del mondo, e lo fa senza mai perdere la propria concezione di Arte. Più il film avanza, più la storia si sporca di sangue, migliori sono le scene, concludendosi in un pianosequenza in cui la straordinaria Lupita Nyong'o si ritrova, nuda e legata, a sorbirsi colpi di frusta che le vediamo squarciare le carni. Però la fama del regista, e soprattutto del suo sodalizio con Michael Fassbender, qui relegato in una parte minore ma terribile e terribilmente interpretata, lo spinge sul grande pubblico, per cui lima i propri pirotecnicismi e puntella la pellicola con immagini di paesaggi e di orizzonti ricordando I Giorni Del Cielo e semina tra il cotone attori da cartellone, dal cattivo-a-tutti-i-costi Paul Dano al commerciante Paul Giamatti, dal buono Benedict Cumberbatch al buonissimo Brad Pitt (anche produttore). Se Spielberg si stendeva sulla sua impeccabile sceneggiatura, e soprattutto sui suoi attori, McQueen fa l'esatto opposto, prendendosi il carico della creazione di pathos – eppure gli attori lo superano lo stesso: Chiwetel Ejiofor è straordinario, e lui se ne accorge e lo riprende, fermo, per una scena intera. Meravigliosa. Cerca il meraviglioso in tutto – ma in tutto il becero, il cattivo, l'estremo: non ci mostra infatti la conclusione della storia (pubblicata nel 1853), e ce la riassume con troppe didascalie di fondo.
Era stato eletto film dell'anno prima che uscisse, ha avuto la sfortuna di uscire insieme a troppi film dell'anno. La critica si divide: attenzione però che le aspettative alte ammazzano.
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giovedì 30 gennaio 2014
canzone originale - revoca di nomination.
Prima volta nella storia che l'Academy ritira una candidatura fresca di due settimane: Alone Yet Not Alone dal film omonimo è stata squalificata dalla corsa come miglior canzone originale «per incorrettezze elettorali». Nell'incontro del Governors Board di martedì sera i membri dell'AMPAS hanno votato per l'eliminazione dalla cinquina del brano; l'autore della musica Bruce Broughton, ex governatore della branca musicale e attuale membro del comitato esecutivo, a quanto pare, ha goduto della propria posizione per ottenere la nomination (e farla ottenere al paroliere Dennis Spiegel) divulgando la traccia tra i giurati. Lui così si è difeso sull'Entertainment Weekly: «i giurati musicali sono soliti raccogliere tutte le canzoni in un unico CD e ho pensato che questa sarebbe stata trascurata e allora, sì, ho scritto a qualcuno per dire: ehi, puoi dare un'occhiata? È stato questo il limite della mia campagna, ho ricevuto via mail canzoni di altri film che erano state messe su CD per cui non mi è sembrato di fare niente di male»; ma ormai la decisione di soppressione è stata presa e le canzoni candidate si riducono a quattro (l'Academy non ha accennato a una nuova candidatura).
La revoca di una nomination è capitata solo altre cinque volte nei quasi novant'anni di cerimonie; dalla colonna sonora di Nino Rota per Il Padrino, che utilizzava accordi già inseriti nel commento musicale a Fortunella, e che comunque vinse lo stesso premio due anni dopo per Il Padrino Parte II, al film straniero Un Posto Nel Mondo del 1992, inviato dall'Uruguay ma di produzione quasi completamente argentina, per cui eliminato dalla votazione finale.
La gara tra Let It Go e Ordinary Love si fa più ristretta.
martedì 28 gennaio 2014
AZT.
Dallas Buyers Club
id., 2013, USA, 117 minuti
Regia: Jean-Marc Vallée
Sceneggiatura originale: Craig Borten & Melisa Wallack
Cast: Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner,
Denis O'Hare, Steve Zahn, Michael O'Neill, Dallas Roberts
Voto: 7.4/ 10
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Candidato a sei Premi Oscar:
film, sceneggiatura originale (Craig Borten & Melisa Wallack)
attore (Matthew McConaughey), attore non protagonista (Jared Leto)
montaggio (Jean-Marc Vallée & Martin Pensa)
trucco e acconciature (Aruditha Lee & Robin Mathews)
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Scommettitore truffaldigno al rodeo, consumatore di sesso occasionale tra gli spalti, il saldatore Ron Woodroof ci viene presentato subito nel modo becero in cui è: orgette nella roulotte in cui vive, battute sui froci durante il lavoro coi compagni maschioni, coca e whisky come se piovessero. Poi un cavo del pannello gli fa scintille in faccia e lui finisce in ospedale: tutto ok in viso ma c'è un male nelle analisi del sangue. I medici lo informano del virus dell'HIV che ha contratto e lui, come ogni manuale di psicologia vuole, comincia col rifiuto della malattia, una malattia che è roba da froci o da tossici per endovena, mentre lui scopa solo le fighe e sniffa dal naso. Abbandona l'ospedale dando degli incompetenti ai camici e questa scena la rivedremo ancora dozzine di volte, perché quando avrà accettato la condizione terminale Ron finirà spesso sulla barella sotto osservazione. Capiamo quindi la magrezza estrema, una magrezza che ha ridotto Matthew McConaughey (complice il trucco) a un girovita inaffrontabile che, però, gli resterà uguale per tutto il corso del film. Gli avevano previsto trenta giorni di vita, non di più – e invece campa più di sette anni. Non certo grazie ai medicinali che gli vengono prescritti, inefficaci e non completamente testati; siamo negli anni dell'AIDS sterminatore e solo in Messico si trovano cure che certo non ammazzano il virus ma almeno eliminano i sintomi. Ron, di cui criticheremmo certamente lo stile di vita (che continua ad essere tutto donne coca alcool e soldi), parte e torna dal confine con carichi di pillole che prima si mette a vendere di contrabbando, parallelamente ai gruppi d'ascolto degli infetti, poi commercia in un vero studio con vere segretarie. Una di queste è Jared Leto, altra anoressia disgustosa per entrare nei panni di una donna priva di seno e di vagina, e che – deduciamo – non arriveranno mai, dato che sarebbe inutile intervenire chirurgicamente per un corpo in decomposizione. Parentesi sulla sua interpretazione: evitando la macchietta in cui sarebbe facilmente caduto, Leto mantiene i connotati maschili del maschio che fa la donna senza eccedere. Inevitabile il paragone con Gael García Bernal de La Mala Educación perché anche quello restava mascolino (essendo poi etero), ma celava un femminilismo che il buon Pedro aveva imposto. Leto invece non si sforza di camminare neanche dritto, tanto si sta disfacendo e tanto non crede a se stesso. Dice solo una volta «tesoro» e sentendolo ci accorgiamo che forse lo dovrebbe dire di più. Vomita sangue e implora la sopravvivenza e allora capiamo perché piace tanto all'Academy.
McConaughey invece, ormai dichiaratamente bravo, diventa quindi il portatore della sanità che la sanità non porta, addirittura regalando a chi gli aveva dato del finocchio le medicine per i parenti. Un percorso tipico da grande gigante egoista a gentile: ci schieriamo dalla sua parte, nonostante abbia deriso il prossimo se debole, perché adesso gli va incontro, nonostante i modi burberi e il rifiuto dell'istituzione ospedaliera. I medici sono tutti cattivi, tranne Jennifer Garner, che vive il dilemma – e tutto questo è molto ruffiano, i ruoli sono troppo squadrati e Jean-Marc Vallée non avrebbe dovuto prendere parte né posizione. Gli viene bene la stessa ambiguità sessuale che era tra i fratelli di C.R.A.Z.Y., suo film del quasi-esordio già piccolo cult, ma canadese e recitato in francese: un protagonista malato di AIDS eterosessuale, che addirittura disprezza i gay, è un buon punto di partenza; e infatti, è storia vera. Tutto il resto, eccetto i tentativi di immergerci nella malattia attraverso il sonoro e un montaggio svelto, è sviluppo di una storia da manuale.
venerdì 24 gennaio 2014
fucking fucker.
The Wolf Of Wall Street
id., 2013, USA, 180 minuti
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura non originale: Terence Winter
Basata sul romanzo omonimo di Jordan Belfort
Cast: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie,
Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Rob Reiner,
John Bernthal, Jon Favreau, Jean Dujardin
Voto: 8.9/ 10
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Candidato a cinque Premi Oscar:
film, regia (Martin Scorsese), sceneggiatura adattata (Terence Winter)
attore (Leonardo DiCaprio), attore non protagonista (Jonah Hill)
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Portati a casa gli Oscar di consolazione per The Departed, uno dei forse tre registi ancora viventi che hanno segnato la storia del cinema americano, Martin Scorsese, ha iniziato un percorso di rinnovamento staccandosi dal genere che gli era sempre stato congeniale e che gli avremmo sempre attribuito e ci sorprese tutti, un paio d'anni fa, quando portò al cinema un'omaggio all'arte cinematografica e alla finzione filmica più per i bambini che per i maschi adulti. Con Hugo Cabret aveva dimostrato una maestria ormai raggiunta, una capacità di muovere la telecamera, pensare la scena, utilizzare il mezzo e coinvolgere (e confondere) lo spettatore degna di inchini – e del nome che porta; un film che se fosse stato girato da qualcun altro sarebbe finito dritto dritto su Italia 1 al sabato sera, e invece lo si studia ai corsi di Cinema (soprattutto per la sequenza iniziale). E quando pensavamo che ormai l'arte era dimostrata e l'abilità era stata messa sul piatto, ecco che torna in sala con una commedia, una commedia nera, di un nero che oscilla tra il grottesco e il demenziale senza mai toccare nessuno dei due generi, che è nera perché è profondamente tragica ma fa sorridere senza assolutamente dare giudizi o prendere posizioni o fare del moralismo. Cambia ancora rotta, ma non attore protagonista, e il sodalizio tra lui e Leonardo DiCaprio brilla di luce propria in un film che già splende di rigore tecnico. Scorsese ormai sa tutto: spazia dallo spot televisivo al ralenty, dal montaggio allucinato e frettoloso alle sequenze comiche diluite, dal cartone animato visto in TV al filmino girato con telecamera; conosce ogni strumento, sa come contaminare la propria opera, sa in che modo inquadrare la folla, un manipolo di broker in ufficio, una serie di uomini nudi durante un'orgia gay, una serie di donne nude in un'ammucchiata aeroportuale. Dall'altra parte della macchina c'è il suo attore, che si sobbarca tre ore intere di film tutte sulle spalle dipingendo un personaggio privo di sbavature, che scandisce la sua esistenza tra sesso droga e dollari coi quali compra il sesso e la droga che gli servono per scandire la sua esistenza di qualcosa. Lo vediamo, ventenne, con la stessa faccia che DiCaprio ha da vent'anni, mentre si fa istruire da Matthew McConaughey in un quasi-cameo iniziale che quasi dimentichiamo, seduti al tavolo di un ristorante mentre il novello ordina acqua liscia e dimostra la gioia di essere entrato a Wall Street e il magnate sniffa in pubblico e chiede al cameriere di portare tanta vodka quanta ne serve a farlo svenire. Dopo vent'anni il romanzo di formazione sarà chiuso in cerchio, con Jordan Belfort (Leonardo) ormai talmente ricco «da non sapere come spendere i soldi» che striscia dalle scale per raggiungere l'auto che, in piena paralisi cerebrale, non saprà come guidare (sequenza memorabile: soprattutto per il seguito). Jonah Hill è il suo unico amico, ma scopriremo presto che anche l'amicizia davanti ai soldi subisce dei tentennamenti e che i soldi, come si dice, non comprano la felicità ma tante altre cose che ci avvicinano ad essa: case, yacht, feste, vacanze, una moglie stra-viziata che non accetta i vizi coniugali (una Margot Robbie mozzafiato) e soprattutto tanta coca per avere l'energia di affrontare tutto questo, di vivere sempre tutto appieno, di non crollare mai sotto alle cose ma guardarle dall'alto. Una considerazione quasi verista del materialismo, un Mazzarò che non si preoccupa assolutamente di ciò che possiede e di quello che potrebbe perdere perché non ne porta neanche il conto, ma che non ha altri argomenti di conversazione se non i suoi possedimenti e in generale il denaro, che parla ai dipendenti ricordandoli poveri, che solo per un attimo nella vita dimentica di essere ricco e non ci dice cosa prova. Vediamo tutto attraverso i suoi occhi, e ciò che vediamo, per quanto spaventosamente desiderabile e pericoloso, è impeccabile.
sabato 18 gennaio 2014
le pere.
Saving Mr. Banks
id., 2013, USA/ UK/ Australia, 125 minuti
Regia: John Lee Hancock
Sceneggiatura originale: Kelly Marcel, Sue Smith
Cast: Emma Thompson, Annie Rose Buckley, Colin Farrell,
Tom Hanks, Paul Giamatti, Jason Schwartzman, Ruth Wilson,
Bradley Whitford, B.J. Novak, Rachel Griffiths
Voto: 7.8/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
colonna sonora originale (Thomas Newman)
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P.L. Travers, ormai sessantenne, conduce la sua vita tutta the (col latte, che si versa prima) e macchina da scrivere nella sua grande casa a schiera tipicamente inglese dove l'ingegno partorisce a intermittenza gli episodi che formano i vari libri di Mary Poppins (In Cucina, In Giardino, Dai Vicini...); causa di ciò è lo straordinario successo del primo di questi non-romanzi durante gli anni '40, quando l'arrivo della bambinaia con l'ombrello parlante fu la lettura di ogni infante e il sorriso di tutti i genitori. Walt Disney, vivissimo e vegeto e con già una libreria a muro tempestata di Oscar, aveva promesso alle figlie che un giorno avrebbe reso il loro libro preferito un film di successo – e per vent'anni si è battuto con la scrittrice affinché lei gli concedesse i diritti per girare. La Travers però, rigidissima e conservatrice, diffidente dell'animazione, del musical e dei grandi pupazzi che iniziavano a infestare il primo parco di divertimenti della compagnia, rifiutò senza indugio per anni, fino all'invito a trascorrere due settimane a Los Angeles per visionare il copione già pronto e, magari, decidersi alla firma. Ovviamente la permanenza sarà fatta di paragoni con l'amata Inghilterra, di strade prive di gente a passeggio, di sole troppo forte, di peluche ingombranti e spaventosi nel letto: tutto è poco desiderato, tutto è sbagliato, gli sceneggiatori sono poco più che incompetenti, Walt Disney è scortese nel chiamarla «Pamela» – ed Emma Thompson dà una prova di attrice come forse non le era mai successo. Il film è tutto su di lei, sulla rigidità imposta e sulla tradizione che ha voluto spingersi nel sangue per nascondere una solitudine e tante debolezze che l'accompagnano da quand'era giovane. La pellicola affianca le immagini del 1961 a L.A. all'infanzia della Travers quando ancora usava il nome di battesimo, in Australia, in una fattoria che faticava ad andare avanti tra il controllo degli averi di mamma Ruth Wilson (la cugina di Anna Karenina) e lo sperpero del denaro in alcool e pere di papà Travers, interpretato da un Colin Farrel esaltato e ripulito, legatissimo alla bambina di un affetto più che ricambiato. Le storie che scorrono parallele servono a mostrarci come in realtà Mary Poppins sia infestato dei ricordi dell'infanzia, dei riferimenti alla vita da bambina dell'autrice e il titolo, effettivamente azzeccatissimo, fa riflettere su quanto anche la pellicola Disney ruotasse più attorno alla figura del padre di famiglia, il signor Banks, che ad altro. Perché il film poi si fa, e noi oggi lo sappiamo bene: 5 Oscar e qualche canzone passata alla storia. Questo è il problema delle pellicole che ci raccontano vicende che sappiamo già come hanno fine, ma il film si fa vedere senza problemi, chiedendosi spesso come abbia reagito poi l'autrice nel vedere tanta musica, tanti balletti, tanti elementi animati a cui era contrarissima. E il film, dicevo, si fa vedere, perché è marchiato Disney (altrimenti non potrebbe permettersi di cominciare sussurrando Chim Chim Cher-ee né potrebbe farci vedere qualche estratto dalla sala cinematografica) e la Disney, si sa, accontenta grandi e piccini. Con le scene che ricreano i campi di primo Novecento tanto curate quanto lo erano in War Horse e i temi scomodi ridotti al minimo quanto lo erano in War Horse – che parlava di una guerra in cui praticamente nessuno muore – Saving Mr. Banks si fa piccolo kolossal pieno di costumi e scenari ben fatti. Ma a John Lee Hancock è andata peggio che a Spielberg, che con quel film ottenne 6 candidature all'Oscar; il regista texano di The Blind Side, che ha illuso il mondo che la Bullock sappia recitare e ha stregato gli appassionati di cronache sportive, è qui praticamente invisibile, come lo era lì, adagiandosi su una scioltezza filmica quasi banale. Magistrale il lavoro con la protagonista femminile, che certo non ha bisogno di farsi dirigere; meno potente quello con Tom Hanks, che ricrea un Walt Disney molto più paffuto e decisamente meno ambiguo e charming dell'originale. Ma cadiamo nell'illusione.
giovedì 16 gennaio 2014
Oscar 2014 - nominations.
Ce la dovremo vedere contro l'accusa di stupro de Il Sospetto, la malattia terminale a suon di musica di Alabama Monroe, il genocidio cambogiano ne L'immagine Mancante e l'amore e gli altri isolamenti di Omar; ma siamo candidati con La Grande Bellezza agli 86esimi Academy Awards, i cui Oscar saranno consegnati domenica 2 marzo al Kodak Theatre di Los Angeles. La gara sarà in realtà tra i filmoni: Gravity in testa con 11 nominations, inclusa quella regalata a Sandra Bullock; subito dopo 12 Anni Schiavo, il film dell'anno, con 10 candidature e senza il nome di Hans Zimmer tra i migliori compositori; sempre con 10 nominations gareggia American Hustle, che non è nella lista del trucco e delle acconciature (a discapito di Jackass) ma fa fare doppietta a David O. Russell per la squadra degli attori tutti candidati come fu l'anno scorso per Il Lato Positivo. Oltre ai tre registi di questi film, tra cui dovrebbe avere la meglio Alfonso Cuarón, troviamo Martin Scorsese che di striscio ce la fa e Alexander Payne che toglie il posto a Greengrass – ma il suo Captain Phillips se la cava più che bene (6 candidature, incluso l'attore non protagonista Barkhad Abdi). Al contrario fanno le pellicole nel limbo già dall'inizio A Proposito Di Davis (2 nominations: fotografia e mixaggio sonoro) e Saving Mr. Banks (colonna sonora), che non vede né i costumi né le scene né soprattutto l'attrice, a cui è preferita (ancora!) Meryl Streep, e nemmeno l'attore non protagonista Tom Hanks, che non è candidato neanche per Captain Phillips cedendo il posto a Leonardo DiCaprio. Perché pare che sia l'anno in cui l'Academy spinga i film indietro: The Wolf Of Wall Street ottiene 5 candidature a sorpresa (la sceneggiatura ma, soprattutto, Jonah Hill come attore non protagonista) e il film indipendente dell'anno viene incoronato Dallas Buyers Club, 6 nominations (film, sceneggiatura, attore, attore non protagonista, montaggio, trucco) che sbattono fuori la probabile sorpresa Fruitvale Station e fanno spazio a un'altra pellicola meravigliosamente presente, Nebraska (6 nomine). Viene riesumato Il Grande Gatsby per poche cose (costumi, scene – ma non la canzone di Lana Del Rey) e The Grandmaster è preferito per i suoi aspetti tecnico-atristici che al film straniero; le candidature di reparto, tipo la fotografia, sono fedeli al sindacato (spunta Prisoners), ma non vale per gli effetti speciali: la più grande mancanza è Pacific Rim, deludente ma impeccabile. Oltre che tra i cortometraggi, l'Europa è celebrata anche con i corti; un segnale, ancora, che vede l'Academy preferire un certo cinema (il tenero e futuristico Her ha 5 nominations inattese) piuttosto che la celebrazione patriottica (niente Oprah per The Butler).
Qui il sito ufficiale dell'Academy e di seguito, dopo l'interruzione, tutti i candidati all'Oscar.
film
American Hustle - L'apparenza Inganna prodotto da Charles Roven, Richard Suckle, Megan Ellison, e Jonathan Gordon
Captain Phillips - Attacco In Mare Aperto prodotto da Scott Rudin, Dana Brunetti e Michael De Luca
Dallas Buyers Club prodotto da Robbie Brenner & Rachel Winter
Gravity prodotto da Alfonso Cuarón & David Heyman
Her prodotto da Megan Ellison, Spike Jonze e Vincent Landay
Her prodotto da Megan Ellison, Spike Jonze e Vincent Landay
Nebraska prodotto da Albert Berger & Ron Yerxa
Philomena prodotto da Gabrielle Tana, Steve Coogan e Tracey Seaward
12 Years a Slave prodotto da Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Steve McQueen e Anthony Katagas
The Wolf of Wall Street – produttori da determinare
Philomena prodotto da Gabrielle Tana, Steve Coogan e Tracey Seaward
12 Years a Slave prodotto da Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Steve McQueen e Anthony Katagas
The Wolf of Wall Street – produttori da determinare
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domenica 29 dicembre 2013
il film cambogiano.
L'immagine Mancante
L'image Manquante, 2013, Cambogia/ Francia, 92 minuti
Regia: Rithy Panh
Sceneggiatura: Christophe Bataille & Rithy Panh
Narratore: Randal Douc
Voto: 6.9/ 10
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17 aprile 1975, Phnom Penh: i Khmer Rossi, le truppe di Pol Pot, marciano sulla città cambogiana per diffondere e instaurare il socialismo reale, che dai politici viene decantato come liberazione del popolo e per le strade risulta atto di forza violenta, prigionia, lavoro forzato e deportazione degli abitanti. Rithy Panh quel giorno ha nove anni, la sua carriera di documentarista è ancora lontana, e insieme alla sua famiglia sarà trascinato nelle lagune a lavorare la terra, nelle risaie, tra le baracche con letti in legno a subire qualsiasi tipo di sopruso. Perderà tutti, i molti fratelli, la madre e il padre, insegnante, che si lascerà morire non accettando la perdita della dignità. Come loro, morirà là dentro, in tre anni, quasi un terzo dell'intera popolazione cambogiana.
Del genocidio cambogiano non si parla(va) come non si parla(va) di quello indonesiano che Joshua Oppenheimer ci ha raccontato ne L'atto Di Uccidere. Il problema de L'image Manquante è proprio l'essere uscito nello stesso anno di quell'osannato piccolo capolavoro, che fa parlare i cattivi in prima persona spostando l'attenzione non sui morti ma sui carnefici. Ma Oppenheimer non c'era, né ha vissuto direttamente quei fatti; Panh invece ha subito in prima persona la tragedia del lavoro forzato, della distruzione della sua città e della famiglia, e il tono del narratore è fortemente personale, straziante e straziato. “L'immagine mancante” è proprio quella dell'evento: che non è documentato e non utilizza quasi (mai) immagini di repertorio (come faceva anche la pellicola inglese). È, anche, l'immagine di un popolo che non c'è più, che nel '79 dovrà rinascere dalle proprie ceneri. Dice il regista: «ci sono così tante immagini nel mondo che crediamo di aver visto tutto. Pensato tutto. Da anni, cerco un'immagine mancante. Una fotografia scattata tra il 1975 e il 1979 dai Khmer Rossi, quando governavano la Cambogia. Da sola, ovviamente, una foto non prova i crimini di massa, ma porta a pensare, a meditare. A costruire la Storia. L'ho cercata invano negli archivi, nei giornali, nelle campagne del mio paese. Ora lo so: questa immagine manca; e non la cercavo – non sarebbe oscena e senza senso? Allora la creo io. Quello che oggi vi offro non è un'immagine, o la ricerca di una sola immagine, ma l'immagine di una ricerca, quella che consente il cinema. Alcune immagini dovrebbero sempre mancare, sempre essere rimpiazzate da altre: in questo movimento c'è la vita, la lotta, il dolore e la bellezza, la tristezza dei volti perduti, la comprensione di ciò che è stato, a volte la nobiltà, e anche il coraggio: ma l'oblio, mai».
L'immagine che Panh ricrea è fatta della stessa terra che l'ha inghiottito, terra rossa da cui si ricava il materiale argilloso con cui vengono costruite le bamboline (come vediamo nella prima sequenza) antropomorfe e dipinte, che saranno le vere protagoniste del film, attori di una serie (infinita) di presepi viventi, ricostruzioni kitch fedeli ed essenziali, tappe della via crucis – scrive Marzia Gandolfi – della passione di questo popolo. Una volta finito l'incanto, però, sebbene la quantità illimitata di bamboline ricostruite, e la quantità di scenari statici, la pellicola, soprattutto per la sua sceneggiatura, si accascia e inizia a rotolare su se stessa, ripetendo ciò che è già stato ripetuto, raccontandoci ciò che abbiamo già visto. Rithy Panh aveva raccontato questa stessa storia in un lungometraggio di finzione del 1994, Rice People, su una famiglia costretta all'oppressione, ma passa oggi al documentario per rafforzare la sua denuncia. Sia il film del '94 che questo sono stati inviati all'Academy in rappresentanza della Cambogia. Nessun Oscar per questo Paese che solo due volte ci ha provato – questa è la terza; e questa volta è entrato nella shortlist semifinale, con un film che si presenta vincitore dell'Un Certain Regard di Cannes ed è stato preferito, a sorpresa, a pellicole come La Bicicletta Verde, che rappresentava un'altra rivoluzione. Forse ancora più grande.
sabato 21 dicembre 2013
Oscar 2014 - colonna sonora.
Compare tre volte Hans Zimmer (L'uomo D'acciaio, Rush, ma soprattutto 12 Anni Schiavo, con cui ha la quasi-certezza di ricevere la decima nomination – ha vinto un Oscar per Il Re Leone), una sola volta il pluri-premiato (5 Oscar) ma soprattutto pluri-candidato (ha raggiunto le cinquanta volte) John Williams, autore della musica di Storia Di Una Ladra Di Libri e due volte Thomas Newman (Saving Mr. Banks, Effetti Collaterali), candidato già undici volte e mai vincitore. Stiamo parlando della shortlist (short mica tanto: sono più di cento) rilasciata dall'Academy per la candidatura (ufficiale il 16 gennaio) all'Oscar per la migliore colonna sonora originale, l'insieme delle musiche e dei brani ri-cantati e/o ri-arrangiati e/o scritti appositamente per la pellicola. Questi film passano il turno: qualche documentario (incluso il quasi-candidato al film straniero L'image Manquante), molti film d'animazione (tra cui il francese Ernest & Celestine e il giapponese Si Alza Il Vento, in lizza anche per la nomination al lungometraggio animato) e ben due film su Mandela: Mandela: Long Walk To Freedom, già candidato a troppi Golden Globes e Winnie Mandela, film originario del 2011 con Terrence Howard e Jennifer Hudson. Ma l'occhio cade sulla cerchia dei film super-favoriti che, oltre a 12 Anni Schiavo, potrebbero fare incetta di candidature grazie anche a questa categoria: Captain Phillips, Her, Philomena, Lo Hobbit, gli indipendenti Short Term 12, Fruitvale Station e The Spectacular Now ma soprattutto Gravity, con le musiche magistrali di Steven Price.
Di seguito, le 114 colonne sonore rimaste in gara per la nomination.
venerdì 20 dicembre 2013
Oscar 2014 - film straniero.
La scaramanzia non mi fa urlare dal balcone, ma la probabilità che l'Oscar al miglior film straniero 2014 sia nostro è sempre più grande; privati de La Vita Di Adèle, uscito troppo tardi in patria per essere la scelta della Francia, avevamo da combattere gli elogiatissimi Il Passato del già vincitore Asghar Farhadi ora in corsa per il Golden Globe e il primo film di una regista donna dall'Arabia Saudita, La Bicicletta Verde. Ora che l'Academy ha annunciato la shortlist dei nove titoli che passano il turno e possono aspirare alla nomination (che sarà annunciata il 16 gennaio intorno alle 14:30 ora italiana) ci sorprendiamo che questi due filmoni non ci siano e tratteniamo la gioia perché il belga The Broken Circle Breakdown (in italiano: Alabama Monroe: Una Storia D'amore), storia di amore e musica di una coppia con bambina malata di cancro, ci darà filo da torcere. Per il Belgio, nel caso vincesse, sarebbe il primo Oscar dopo soli sei film candidati dal 1967 ad oggi. Vero è che Bullhead di due anni fa e À Perdre La Raison dell'anno scorso erano incantevoli, ma dopo la nomination (erronea) de La Bestia Nel Cuore, il nostro cinema non ha ottenuto vittorie né candidature per tredici anni sebbene siamo noi a contare il maggior numero di statuette di questa categoria vinte (incluso il primo in assoluto). Compare in gara anche Il Sospetto di Vinterberg, di cui abbiamo già parlato, mentre parleremo a breve di The Grandmaster di Wong Kar-wai e del documentario cambogiano sulla strage degli innocenti L'immagine Mancante, passato in anteprima nazionale a Torino 31.
Di seguito, i nove film stranieri in gara per la nomination all'Oscar.
Alabama Monroe: Una Storia D'amore [The Broken Circle Breakdown] di Felix van Groeningen (Belgio)
An Episode In The Life Of An Iron Picker di Danis Tanovic (Bosnia-Erzegovina)
The Missing Picture [L'Image Manquante] di Rithy Panh (Cambogia)
Il Sospetto di Thomas Vinterberg (Danimarca)
Two Lives di Georg Maas (Germania)
The Grandmaster di Wong Kar-wai (Hong Kong)
The Notebook di Janos Szasz (Ungheria)
La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino (Italia)
Omar di Hany Abu-Assad (Palestina)
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mercoledì 18 dicembre 2013
Oscar 2014 - canzone originale.
Ed ecco comparire la shortlist del premio meno prevedibile dei prossimi Oscar: la canzone originale. Dopo le sorprese degli ultimi anni (le più eclatanti: Before My Time cantata da Scarlett Johansson per il documentario Chasing Ice con esclusione di Madonna fresca di Golden Globe; Loin De Paname dal francese Paris 36 – all'anagrafe Fauborg 36; il taglio di tre candidati per la coppia Rio/ I Muppets che si contese l'Oscar andato poi a Man Or Muppet invece che alla perfetta Life's A Happy Song) sappiamo che la cerimonia degli Academy Awards è comunque un evento televisivo che punta all'audience per cui si fa cantare solo Adele tra tutti i candidati e la si premia pure, voce del popolo; così non ci sorprende la presenza di interpreti quali Beyoncé (Epic), Taylor Swift (One Chance), Pharrell Williams (Cattivissimo Me), i Coldplay (Hunger Games) unici che “passano il turno” per la pingue soundtrack de La Ragazza Di Fuoco. Il Grande Gatsby può contare cinque brani ma il premio del pubblico andrebbe solo a Young And Beautiful di Lana Del Rey, candidata certa che se la dovrà vedere con Let It Go da Frozen – al momento vincitrice più acclamata – e So You Know What It's Like da Short Term 12 che tra questo brano e la protagonista Brie Larson piano piano sta scalando la montagna dell'unico film indipendente che di solito arriva in gara. Il mio premio?, andrebbe a I See Fire, perfetta conclusione de Lo Hobbit, scritta dall'eterno Howard Shore e cantata da Ed Sheeran; ma ricordiamoci del trapasso di Mandela: e del film che per caso e per fortuna arriva nelle sale adesso; qui gli U2 cantano Ordinary Love e sono già candidati al Globe.
Di seguito, tutti i film in lizza per entrare in nomination il 16 gennaio agli Oscar 2014 per la migliore canzone originale.
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