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venerdì 10 luglio 2015

notti intere ad aspettarti.



Babadook
The Babadook, 2014, Australia/ Canada, 93 minuti
Regia: Jennifer Kent
Sceneggiatura originale: Jennifer Kent
Cast: Essie Davis, Noah Wiseman, Barbara West,
Hayley McElhinney, Daniel Henshall, Benjamin Winspear,
Chloe Hurn, Jacquy Phillips, Bridget Walters
Voto: 7/ 10
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Amelia ha un figlio, nato il giorno in cui il marito morì, incidente d'auto portandola in ospedale per partorire. Samuel adesso ha sei anni e non ha mai festeggiato, comprensibilmente, un compleanno. Vivono insieme, da soli, in una grande casa dai toni freddi di tutti i film horror con la fotografia fredda. Sono cianotici, lei parla poco, fa l'infermiera in un centro per anziani, specializzata nel far giocare al bingo, dieci parole al giorno ai colleghi. Lui non è socialmente accettabile né accettato: parla continuamente, troppo, è agitato, perfino violento quando si parla del genitore. A casa si esercita a metà con i giochi di prestigio e l'autodifesa: costruisce piccole armi, lancia petardi per fare fumo. La madre lo rimprovera, lui le risponde angosciato che deve proteggerla, e che lei deve proteggere lui. Poi arriva il momento di andare a letto e bisogna fare il giro delle stanze: aprire tutti gli armadi, guardare sotto a tutti i letti, per assicurarsi che non ci siano eventuali mostri pronti ad attaccare nella notte. Poi si legge una fiaba che dovrebbe condurre al sonno, e invece i due restano svegli. Una sera compare un libro, The Babadook appunto, un pop-up in bianco e nero che racconta la storia di un mostro desideroso di ammazzare gli abitanti della casa. Amelia è incredula, il bambino terrorizzato: quelle immagini, ma anche i suoni che ne derivano, lo perseguitano e non lo fanno dormire, non gli fanno parlare di altro in classe, coi compagni, alle feste di compleanno, con la zia unica parente presente. Presto viene cacciato dalla scuola e poi messo nell'angolo dalle altre mamme. Il demone del Babadook si sposta da lui a sua madre, che con bagagli di sonno arretrato e la perdita del lavoro ha sempre più scatti d'ira, sempre più momenti di poca lucidità, che vanno dal bagno completamente vestita alla violenza sul cane di famiglia. Passano le notti davanti al televisore: e qui la regista, che è una donna, e che si chiama Jennifer Kent, si lascia trasportare dalla sua cinefilia riempiendo lo schermo delle più disparate immagini, dalle televendite a Jakie Chan passando per il cartone animato di un lupo che si traveste da pecora. Se per tutto il tempo crediamo che il mostro che vive nell'ombra, che sentiamo rantolare ogni tanto, sia un parto della mente dato dallo stato delle cose, alla fine il film scivola nell'inaspettato surrealismo, senza però mostrarci quasi mai una goccia di sangue né un essere mostruoso. Presentato in concorso al Festival di Torino Scorso, Babadook è un film horror senza violenza che si basa esclusivamente sul concetto di paura. Non a caso molte sequenze, a partire dalla prima, mostrano Amelia a metà fra il sonno e la veglia, sottolineando che la notte, e il dormire, sono i momenti in cui siamo maggiormente deboli, e quindi spaventati. Si aggiunge la claustrofobia della messa in scena, che quasi per tutto il film è girato in casa, a basso costo, con un montaggio frenetico che mostra una serie di dettagli, di mani, scarpe, pioli della scala fotografati armonicamente col resto. Miglior film australiano agli AACTA Awards parimerito con The Water Diviner di Russel Crowe, miglior regia e sceneggiatura e altri 41 premi internazionali per il primo film da regista dell'attrice di Murder Call. La musica, che esplode nei titoli di coda, è di Jed Kurzel.

venerdì 8 maggio 2015

il film svedese.




Forza Maggiore

Force Majeure, 2014, Svezia/ Francia/ Norvegia, 118 minuti
Regia: Ruben Östlund
Sceneggiatura originale: Ruben Östlund
Cast: Johannes Kuhnke, Lisa Loven Kongsli, Clara Wettergren,
Vincent Wettergren, Kristofer Hivju, Fanni Metelius, Brady Corbet
Voto: 8.8/ 10
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La famiglia Mulino Bianco è in vacanza sulle Alpi Francesi dedicando le giornate intere allo sci e le sere agli intrattenimenti alberghieri, in questo albergo di lusso che intravediamo fra corridoio e stanze tutte di legno, addobbi monocromatici a tinta unita come anche le tute da sci, i pigiami, i vestiti. Questo accorgimento fotografico (palese nelle scritte della locandina) si affianca a quello ambientale: le Alpi, i monti in generale, le nevi e le nevicate, vengono inquadrati come fenomeni mistici quali in effetti sono, con il piglio della curiosità per le carrucole, le impalcature, gli strumenti del mestiere quando sono guardati da un profano. Ad esse si aggiunge la musica: un'irruenta musica classica che fa da sfondo alle tensioni incipienti o agli eventi atmosferici, messa lì al punto giusto quando dobbiamo essere confusi. Questo è il contorno del film dal doppio titolo, Turist e Forza Maggiore, entrambi azzeccatissimi ma sicuramente di più il secondo. La forza maggiore è quella naturale, cataclismatica, delle valanghe di neve incontrollate a cui non si può far altro che assistere. La famiglia Mulino Bianco targata Ikea vi ci assiste una mattina a pranzo sulla terrazza del ristorante dell'albergo insieme a una folla prima incuriosita, poi videoreporter dell'accaduto attraverso smartphone e telecamerine (torneremo dopo sul dettaglio), poi terrorizzata nel constatare che la nube di vapore si fa sempre più grande e sempre più vicina (vedere nuovamente locandina). Tomas, il padre di famiglia, afferra guanti e iPhone e scappa dal locale, lasciando la moglie e i due bambini under 15 a urlare in mezzo a questa nebulosa bianca e in mezzo a queste urla generali. La telecamera è ferma: ci dimostra come il fenomeno sia di passaggio, tanto la valanga quanto la paura, perché poi tutto torna come prima, e i commensali si risiedono alle proprie sedie e ritornano a mangiare. Ma non è tornata come prima la situazione familiare: Ebba Mulino Bianco la sera a cena aprirà l'argomento raccontando a un'amica (e alla presenza di tutti) le vicende dell'accaduto, sottolineando la posizione codarda e vigliacca del marito, che ha preso guanti e iPhone ed è scappato lasciando i figli. Lui cercherà di giustificarsi. Ma la sera dopo, ancora a cena, con altri ospiti, Ebba tornerà sulla questione, dimostrando con video il comportamento, al quale Tomas non può più controbattere; il germe della diatriba si sposterà da una coppia all'altra, riflettendo su come ci si comporta d'impulso quando si ha paura, quando si esprime davvero la propria natura. Tomas adesso dovrà riappropriarsi del ruolo di maschio e patriarca della famiglia, i bambini dovranno mettere a tacere i pianti e le ansie del divorzio imminente, Ebba preferirà sciare da sola per trovare risposte alle proprie domande. La crisi si consumerà ancora meglio nel corridoio dell'albergo, dove il grottesco toccherà vette altissime: i pianti, le urla, le risposte fuori luogo – questo film brilla per una comicità inaspettata e infilata in ogni anfratto, magistralmente bilanciata dall'aspetto serio e psicologico dei suoi attori, calibrata con immagini ferme, mature, musiche giuste, interpretazioni asciutte, una trama evanescente e dialoghi realistici, specchio dell'incomunicabilità umana e dell'impossibilità di apparire prima di essere, delle relazioni in bilico su poche parole, del fare prima del dire. Si ride tantissimo, spesso ci si sbellica senza sapere il perché, eppure si esce dalla sala (complice anche un'indecifrabile scena finale) spaesati, messi in disparte mentre la storia si sviluppava, privi degli strumenti per cogliere appieno ogni immagine, ogni scena. Il film sembra costantemente volerci dire altro, ma magari non ha questo intento: certamente si celano riferimenti che immediatamente non cogliamo: Ruben Östlund, fan sfegatato della viralità di YouTube, è partito proprio dal filmato di una valanga per ricostruire il suo climax cinematografico – ma anche la conclusione deriva da un video virale. Da qui la costante presenza, l'ossessione della telefonia, e l'iPhone come primo reperto da salvare in caso di necessità: tutta è una finzione, tutto un video, tutto è costruito e montato – a cominciare dalla foto di famiglia dell'incipit, e dalla felicità che dovrebbe racchiudere. Passato da Cannes, da Toronto, da Torino, è arrivato agli Oscar 2015 dove ha visto una speranza nella shortlist di gennaio, e poi: nessuna assurda candidatura.

sabato 11 aprile 2015

innovazione.



N-Capace
id., 2014, Italia, 80 minuti
Regia: Eleonora Danco
Sceneggiatura originale: Eleonora Danco
Voto: 7/ 10
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«Sai che siamo condannati a diventare come i nostri genitori?» domanda Eleonora Danco a uno dei “suoi” ragazzi di Terracina – ma gli chiede anche di non rispondere, perché tanto a dirci quel «sì» ci pensa il film intero. Attingendo un po' alla propria esperienza di performer e teatrante (attrice e autrice), un po' al Surrealismo (ma io direi più alla Metafisica, De Chirico in primis), molto ai Comizi D'amore pasoliniani, la Danco torna nei luoghi in cui è cresciuta a ricordare un mercato di Pontaccio che non c'è più – e che tenta di abbattere con un piccone – e quelle attese insostenibili fra il pasto e l'ora in cui ci si poteva tuffare in mare per fare il bagno. «Mamma, mamma, quanto manca alle undici?, quando arrivano le undici?», ma la madre non c'è: c'è un padre, che al solo ricordo della moglie si commuove – un padre che è la figura più restia alle risposte, che pretende il silenzio su certe questioni, che si rifiuta a differenza di tutti gli altri di interpretare un ruolo diverso, dire cose che non pensa, che non prova. Perché il film (documentario?) di questo è fatto: domande e risposte e qualche inframezzo compositivamente surreale. Agli ultra-settantenni e agli under-diciotto sono posti quesiti sulla vita e la morte, l'aldilà, i Santi e Dio, sul primo bacio, il primo rapporto sessuale completo, il lavoro che si fa, quello che si vorrebbe fare, l'istruzione, la lettura di un libro, l'emozione davanti a un quadro – e davanti alle loro risposte il pubblico in sala si sganascia come ci si può sganasciare solo della genuinità di certe spontaneità caricate del dialetto romano, mentre la regista, onnipresente anche quando non inquadrata, resta impassibile, non giudica – come una sua signora, seduta nel campo, che non si permette di giudicare se stessa né gli altri davanti alla porta del paradiso e dell'inferno. E così si scopre che nonostante i mezzi secoli abbondanti tra un ragazzo che ha lasciato la scuola e fa il pizzettaro o una ragazza che ha studiato «da parrucchiera» (ma le facevano fare anche Italiano, Storia eccetera) e una vecchina che a sei anni la mettevano a raccogliere le olive come mestiere, «ma per noi era un gioco», non c'è tanta differenza; tra una vedova il cui marito alto due metri la costringeva al sesso di pomeriggio altrimenti mazzate e qualche truzzello del paese che ti riempie di regali ma poi ti tratta di merda, non c'è nessuna differenza. E nel raccontare le proprie esperienze, i propri pareri, tutti gli “attori” sono a proprio agio davanti a una telecamera di cui sentiamo la presenza, nonostante costretti spesso a urlare frasi apparentemente ingiustificate, a vestire i panni di astronauti fra le verdure, antichi romani nella piazzetta, a sedersi su un letto per strada e guardare per terra, con le buste della spesa. Fra loro, la regista vaga, carica del peso del tempo, fulcro cardine del film («arrivo a ottant'anni poi spero di tagliare i fili»), caricata del senso di fallimento, di smarrimento, di perdita della propria conoscenza; si chiama Anima In Pena e si scontra ripetutamente con un padre che chiuderebbe anche in un ospizio, che per anni tutte le domeniche ha rassettato le tombe dei parenti come se fossero i mestieri da fare in casa. «La capacità del film è quella di seguirmi fino in fondo, non farmi corrompere: provo orrore a parlare di attualità perché ti frega sempre, si sbriciola in un attimo; l'intensità del contemporaneo è diversa dall'attualità, è uno sbilanciamento umano» dice al 32esimo Torino Film Festival del novembre scorso, dove era in concorso e ha ricevuto una menzione speciale; «noi tutti siamo due elementi: capaci e incapaci, da qui il titolo». L'altra capacità di questo film è riuscire a creare un microcosmo universale nonostante non esca dal proprio recinto geografico, la provincia romana, nonostante indaghi solo un campione di persone accomunate, come possono essere gli adolescenti che hanno rinunciato, tutti, all'istruzione, preferendo le fiction in TV, gli spuntini di mezzanotte e il lavoro da manuale sotto il muratore: ma è un microcosmo in cui si torna, da adulti, cambiati, e ci si accorge che non è cambiato niente.

lunedì 6 aprile 2015

PCT trekking club.



Wild
id., 2014, USA, 115 minuti
Regia: Jean-Marc Vallée
Sceneggiatura non originale: Nick Hornby
Basata sul memoir Wild: Una Storia Selvaggia
Di Avventura E Rinascita di Cheryl Strayed
Cast: Reese Witherspoon, Laura Dern, Thomas Sadoski,
Keene McRae, Michiel Huisman, W. Earl Brown,
Gaby Hoffmann, Kevin Rankin, Brian Van Holt
Voto: 6.2/ 10
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Prima parte: la Strayed. Ventisei anni, una madre morta di tumore, un matrimonio fallito, un aborto, un padre alcolizzato che non vede da anni, sesso con chiunque, eroina – passato vero (ma finto cognome) di Cheryl Strayed ante 1995: privata di qualsiasi preparazione sportiva, si lascia abbindolare dalla leggenda del ritrovare se stessi e parte per il Pacific Crest Trail, il sentiero delle creste del Pacifico lungo 2000 km dal deserto del Mojave fino al confine con lo Stato di Washington – lasciandoci dentro sei unghie a causa della strettezza degli scarponi. Sognava di scrivere (e nel film la cosa è accennata durante l'incontro con un giornalista che la scambia per una barbona) e lo farà arrivata a destinazione: un romanzo (Torch) e una rubrica di posta su un sito letterario (Dear Sugar), ma il memoir Wild arriva solo nel 2012, quando ormai è una serena moglie e madre.
Seconda parte: la Witherspoon. Miracolosamente quanto immeritatamente premio Oscar, a trentotto anni l'ex fidanzatina d'America Reese Witherspoon si dice «disillusa dalle offerte di lavoro», ripetitive, e si prende la rivincita dell'essere bionda per esprimere, «anzi estendere» se stessa: fonda una propria casa di produzione. Le passano sottomano due libri: il primo è Gone Girl, che produce e chiede di interpretare – ma Fincher le preferisce qualcuna di «glaciale e inaccessibile» con cui poi ha concorso all'Oscar; «in un altro momento mi sarei disperata. Ma avevo tra le mani Wild»: affida così la sceneggiatura allo scrittore british pop Nick Hornby (che aveva già adattato il memoir di An Education) e la regia al canadese Jean-Marc Vallée fresco del successo planetario di Dallas Buyers Club, già passato dagli Oscar con Incendies (da noi: La Donna Che Canta). «Ho dovuto insegnarle a farsi di eroina» dice la Strayed della Witherspoon, «pensavo che tutti gli attori conoscessero la tecnica»; perché l'autrice del soggetto è stata sempre presente durante la lavorazione della pellicola, e questo è stato un bene e un male.
Terza parte: il film. Un male perché per attenersi pedissequamente alla storia vera che sta dietro, ci si è dimenticati del fare cinema, per una volta, in eccesso. La storia comincia con Reese/ Cheryl che perde una scarpa in un dirupo, poi tenta di mettersi in spalla uno zaino che viene definito dagli uomini “il mostro”. Alla prima immagine comica che vediamo si susseguono tutta una serie di sventure (il gas non compatibile con il fornello, le unghie massacrate, la poltiglia fredda a tutte le ore) che vengono mostrate come il giusto rimedio per espiare le proprie colpe. Con parallelismi di suono, di sapore, di sensazione, Cheryl rivive il suo passato doloroso e dolorante, la malattia della madre, il freddo rapporto col fratello, i tradimenti del fidanzato – ma tutto didascalicamente, fino a quando la fatica del viaggio, il caldo, la mancanza d'acqua, la stanchezza per il cammino, anche dopo 500 km paiono una passeggiata – qualche sbuffo, un urletto – ma arriva sempre qualcuno in soccorso, un pacco pieno di roba in una delle tappe, e la redenzione è affrontata con spirito aulico, ad ogni sosta una citazione, moltissimi libri lungo il cammino di cui si bruciano le pagine già lette (unica trovata interessante). Alla storia troppo, eccessivamente personale si aggiunge un'interpretazione chiusa, algida, con cui è impossibile empatizzare per un personaggio indecifrabile a tratti, che risponde agli uomini in modo inaspettato e ha passato momenti della vita da rasentare lo zoo di Berlino, ora dispersi. La costruzione è pari pari quella di Dallas Buyers Club: finanche l'utilizzo del sonoro, fastidioso, accavallato tra una scena e l'altra, i fischi, gli stridii, e questo montaggio epifanico di scene microscopiche, ricordi evanescenti, con l'America di sottofondo in tutti i suoi stadi. Compare Laura Dern: pochissime scene, spesso di spalle, e tutti i difetti del film si confondono dietro allo stupore della sua candidatura all'Academy.

giovedì 19 marzo 2015

la goccia.




Chi È Senza Colpa

The Drop, 2014, USA, 106 minuti
Regia: Michaël R. Roskam
Sceneggiatura non originale: Dennis Lehane
Basata sul racconto Animal Rescue di Dennis Lehane
Cast: Tom Hardy, Noomi Rapace, James Gandolfini,
Matthias Schoenaerts, John Ortiz, Elizabeth Rodriguez
Voto: 7.2/ 10
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Per una volta meritatamente, e a sorpresa, nel 2012 Bullhead fu candidato all'Oscar come Miglior Film Straniero in rappresentanza del Belgio per poi uscire silenziosamente nei cinema italiani e dare fama soprattutto al suo attore protagonista, Matthias Schoenaerts, che poi avrebbe condiviso disgrazie e sentimenti con Marion Cotillard in Un Sapore Di Ruggine E Ossa, che pure uscì silenziosamente nei cinema italiani, dopo la fama del suo regista ottenuta con Il Profeta. Anche qui siamo a un'opera post-successo, e a un'opera non in lingua natìa dato il successo: Michaël R. Roskam regista si sposta in quel di Hollywood e si accaparra gli attori in voga (Noomi Rapace in primis, trasformista tutta in ascesa, camaleontica piercing-tattooed nei Millenium di Fincher e ripulita nel futurista Lei di Jonze – qui con accento fake che va tanto di moda in questo periodo) e per la sceneggiatura scritta e recitata in inglese abbandona il suo quaderno e si affida allo scrittore Dennis Lehane, giallista, noto autore di thriller americano dai cui romanzi sono stati tratti Mystic RiverGone Baby Gone e Shutter Island, che trasporta dialoghi e scene dal suo racconto originale (nella raccolta Boston Noir sul quartiere in cui è cresciuto) che in realtà non si discosta praticamente di nulla dal Bullhead di cui prima. Lì avevamo un protagonista solo e pseudo-problematico che trafficava ormoni illegali per mucche che in realtà si iniettava lui, e perdeva teneramente la testa, in un modo non consono, per una donnetta appena conosciuta. Qui abbiamo Tom Hardy, senza amici né famiglia ma non come in Locke, che gestisce il – e lavora al – bar dell'unico parente e confidente, il cugino James Gandolfini, irrimediabilmente Soprano e irrimediabilmente compianto, nella sua ultimissima interpretazione – bar luogo d'accumulo di denaro sporco dove malfattori e strozzini e soprattutto la mafia cecena passano e depositano e riscuotono mazzette nascoste nella cassa, e riforniscono talvolta il sostentamento perché la locanda stia in piedi. Hardy e Gandolfini non sono (apparentemente) invischiati nei traffici, il primo soprattutto, dall'animo candido e dall'aspetto buonista. Ad esempio, tornando a casa un giorno, sente i lamenti di un cane picchiato e buttato in un cassonetto e se lo porta a casa, cucciolo da curare e crescere – ma la spazzatura è della Rapace di cui sopra, che rivendica almeno un lavoro da dog-sitter per poi farci scoprire che il cane non è suo ma era lì perché il suo ex moroso ce l'ha buttato. Lui è Schoenaerts, che parla un inglese trascinato e pretende l'amore indietro. Lei è bravissima a fare l'immigrata ma come tutte quelle che ne hanno viste tante e prese ancora di più, ci mette molto prima di lasciarsi intenerire da un uomo, o abbandonarsi a confidenze e sentimentalismi. Il cane diventa l'unica sorgente di vita per Hardy, il cui ribaltamento di personaggio ci spiazza – ma è un ribaltamento troppo buttato lì, non è per niente approfondito. Perché il finale arriva presto: dopo un'accurata analisi dei luoghi, dei personaggi e dei loro collegamenti, la situazione muta in fretta e ci abbandona, stringendo il cerchio delle pedine in campo e strisciando il lietofine. Sono infiniti gli echi dell'opera precedente e sterminato il piacevole ricordo con cui assistevamo a quell'altro colpo di scena, a quelle altre interpretazioni di sconosciuti, a quegli interni contadini e campagnoli nel Belgio invece che al solito quartiere americano. Hollywood-rovina-tutti ha appiattito l'originalità di quel regista e l'ha messo dietro a un progetto che non si discosta di nulla da ciò che abbiamo sempre visto e sempre vedremo, riciclando qualche minuscola trovata. Ma è felicemente passato dal Festival di Torino in anteprima, a dicembre.

mercoledì 18 marzo 2015

terze persone.



La Scomparsa Di Eleanor Rigby
The Disappearance Of Eleanor Rigby, 2013-14, USA, 100/ 89/ 123 minuti
Regia: Ned Benson
Sceneggiatura originale: Ned Benson
Cast: Jessica Chastain, James McAvoy, Viola Davis,
Isabelle Huppert, William Hurt, Nina Arianda,
Bill Hader, Ciarán Hinds, Jess Weixler
Voto: 5.3/ 10
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Film uno e trino, progetto apparentemente non innovativo ma interessante: stessa storia – di una coppia che deve superare un lutto – raccontata nello stesso modo ma seguendo separatamente i due protagonisti; la scomparsa del titolo non è quella di Gone Girl ma si avvicina: Eleanor Rigby (e oltre all'inesattezza di scomparsa c'è anche l'inapprofondita citazione dai Beatles) abbandona il marito, tenta addirittura di suicidarsi buttandosi da un ponte, viene salvata da un gruppo di pescatori e torna a casa dei genitori, torna al college, si mette a fare cose che riempiano la vita svuotata – e all'inizio non lo sappiamo perché è vuota, di cosa sia stata svuotata, ma lentamente (i riferimenti a un nipote perso, la risposta «sì» alla domanda «hai figli?») ci fanno capire che, molto piccolo, il loro bambino è morto, e lei non riesce a mettere piede in quella casa, mentre lui ha repentinamente sgomberato di ogni riferimento al pargolo le stanze. La scomparsa è dunque un allontanamento volontario e certificato, non una sparizione con la polizia in mezzo che perlustra. Ed è di Eleanor Rigby, la scomparsa, nel titolo, perché il suo punto di vista, il suo film, è certamente il più accreditato: madre che perde un figlio e il terreno su cui camminare e si sforza di rinnovarsi partendo dagli affetti. Anche nel capitolo Loro, inevitabilmente, è lei che ruba la scena. Perché, uno e trino, il film era due film: Lei che inquadrava tutto il tempo solo Jessica Chastain e Lui, che insegue James McAvoy nel tentativo di rintracciare la moglie, chiederle spiegazioni, riportarla a casa, rimettere in piedi un ristorante fallito senza chiedere aiuto al padre ristoratore. Una coda iniziata alle 7:30 del mattino fuori dalle sale del Torino Film Festival (lo spettacolo era alle 9:00) per vedere prima una e poi l'altra pellicola, gente che si lamentava perché non era riuscita ad entrare da Lui, e adesso aveva visto solo Lei, e «da noi in Italia arriverà montato insieme, un solo film». Da noi in Italia invece arriva direttamente in DVD, perché impossibile alla distribuzione cinematografica, e arriva in multiple versioni: i film separati o insieme, in dischi divisi o accorpati. Perché se ai vari festival era stato presentato l'esperimento del distico, per certi mercati (e per Cannes) il regista Ned Benson, al suo pretenzioso debutto, è stato costretto, qualche mese dopo i primi due, a creare un episodio Loro che potesse salvare i cinema con poche sale. E fin qui, ogni cosa è lodevole, a partire dalla scelta del cast in cui figura addirittura Isabelle Huppert, molto sottotono, madre francese e musicista di Lei, e Viola Davis, ormai onnipresente, insegnante (sempre di Lei, per far capire quanto Lui venga ignorato) dall'indecifrabile personalità, tipica professoressa che prima raccomanda poi si affeziona a un'alluna agée silenziosa che siede sempre per terra. E se l'esperimento, dicevo, può apparire poco innovativo ma comunque nuovo e interessante, al suo interno piove dentro da ogni anfratto: oltre al totale disinteresse per il marito ed ex padre Conor, la figura cardine di Jessica Chastain è egoista, egocentrica, a volte arrogante e non va male: ma inspiegabile per certe iniziative, per certi ritorni dal compagno e poi di nuovo le fughe, certe cattive risposte al padre, certi mutismi in pubblico. Quello del superamento del lutto infantile è un tema difficilissimo che forse solo Rabbit Hole, recentemente, ha saputo affrontare in modo sensibile; quello della coppia che si sfalda nonostante i tentativi, invece, è già argomento più abusato ma inarrivato ai picchi di Blue Valentine. Per questo alla fine – quando finalmente anche solo un brano di musica ruffiana tenta di farci impietosire, emozionare – con una conclusione poi non tanto aperta – ci separiamo dalla coppia e dalla storia senza esserne stati coinvolti, ma consci del nostro essere al di qua dello schermo: dove certe battute, certe risposte, certi dialoghi non avrebbero terreno, non sarebbero realistici: e la sceneggiatura, problema alla radice della non-trilogia, è un freno all'iniziativa, all'osare del film, per non superare i confini dell'indie verso quelli del blockbuster.

venerdì 30 gennaio 2015

pane, amore e fantasia.



Gemma Bovery
id., 2014, Francia, 99 minuti
Regia: Anne Fontaine
Sceneggiatura non originale: Pascal Bonizer & Anne Fontaine
Basata sulla graphic noverl Gemma Bovery di Posy Simmonds
Cast: Fabrice Luchini, Gemma Arterton, Jason Flemyng,
Isabelle Candelier, Niels Schneider, Mel Raido, Elsa Zylberstein,
Pip Torrens, Kacey Mottet Klein, Edith Scob
Voto: 7.5/ 10
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Lei si chiama Gemma Bovery, e nessuno mai le ha fatto notare la straordinaria somiglianza col personaggio di Flaubert – annoiata dalla vita e forse anche dal marito restauratore si trasferisce nella campagna normanda cercando di adattarsi ai paesaggi coi topolini e l'acqua che piove in casa. Lui si chiama Martin Joubert, nato in Normandia e trasferito a Parigi e tornato in Normandia a fare il pane nell'azienda paterna dopo un lavoro d'insegnante che si è sedimentato sotto la pelle; è molto più annoiato di lei, dalla vita, al punto che qualsiasi spunto dalla realtà può trasformarsi nell'incipit di una storia di cui si autoproclama regista: un tradimento, un matrimonio in rovina, un altro tradimento. Sotto al nome, vede infatti i caratteri di Bovary Emma tutti dentro alla sua nuova vicina: che instaura una relazione adultera con un bel giovane locale, che ne ritrova un altro che pensava perduto ormai da tempo, mentre i debiti quasi la schiacciano... Martin, sposato e con un figlio che pensa solo ai videogiochi ma si rivelerà più arguto del previsto, interviene preoccupato dall'arsenico per topi, che nel celeberrimo romanzo fa altri morti. E per farla meglio... Ironia della sorte, Gemma Arterton interpreta un'altra protagonista di fumetto dopo essere stata Tamara Drewe nell'omonimo, grottesco, nonsense film di Stephen Frears – che è forse il più grottesco e nonsense film d'autore degli ultimi cinquant'anni – e la mano della disegnatrice è sempre la stessa, quella di Posy Simmonds, che dopo essersi cimentata con la cricca degli scrittori questa volta passa dall'altro polo e racconta dei lettori, quelli accaniti, quelli irrazionali. Fabrice Luchini è la vittima di questa malattia, sempre bravissimo, sempre da solo in grado di soddisfare il costo del biglietto. Per la riga finale delle recensioni, se vi è piaciuto guardate anche, si consiglia Molière In Bicicletta, con lo stesso protagonista maschile alle prese con un'altra ossessione letteraria, ma questa volta teatrale – ironia della sorte quel film e questo erano stati presentati felicemente in anteprima a Torino. Le commedie francesi (quella e questa) hanno una dote altissima: farsi contaminare dalla cultura, scorrere leggere lasciando il germe della Letteratura che le ha contaminate, che era Il Misantropo in quel caso ed è Madame Bovary in questo, in cui si cerca sempre il parallelismo con la narrazione flaubertiana, le somiglianze psicologiche, i risvolti drammatici. A questo si aggiunge una pudicizia e una messa in scena gentili, con scene di sesso, poche, sempre dai vestiti addosso, dalle vestaglie démodé che rendono la Arterton ancora più di quanto non sia; inquadrata nei punti giusti, nei momenti giusti, privata di volgarità dalla telecamera e di civetteria dal suo corpo, nell'unica scena drammatica che le concerne si dimostra anche molto capace, adatta al ruolo. Un'altro valore che i francesi hanno è il non impaurirsi davanti al plurilinguismo: un terzo della pellicola è infatti in inglese, senza sottotitoli – un po' perché non è necessario che si capisca, un po' perché si suppone ci si riesca. Dietro alla macchina da presa c'è Anne Fontaine: quella-di Two Mothers, disastro femminista sullo scambio di coppia tra due amiche storiche e i loro figli, con vent'anni di differenza generazionali. L'assurdità di quella trasposizione, che veniva da un libro di un Premio Nobel, che risultava in-credibile a causa anche dall'isolamento marittimo degli allegri fidanzati, rischia qui la stessa problematica geografica (vediamo solo un panificio, due case, una cattedrale), ma viene abilmente scansata dallo sceneggiatore de La Bella Scontrosa Pascal Bonizer, che gioca con la voce narrante, un diario ritrovato e qualche occhio alla camera per parlare direttamente col pubblico, senza infastidirlo. Un film luminoso, letteralmente.

venerdì 5 dicembre 2014

l'architecture.



La Sapienza
id., 2014, Francia/ Italia, 105 minuti
Regia: Eugène Green
Sceneggiatura originale: Eugène Green
Cast: Fabrizio Rongione, Christelle Prot, Ludovico Succio,
Arianna Nastro, Hervé Compagne
Voto: 7.4/ 10
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Studente di Storia dell'Arte negli anni '70, Eugène Green si avvicinò alla figura di Francesco Borromini col desiderio di fare, un giorno, un film biografico sul quasi-più famoso architetto barocco di Roma. Passavano gli anni e Green si avvicinava al palcoscenico, chiamava la sua compagnia Théâtre de la Sapience e cominciava ad avvicinarsi al mestiere di cineasta: sarà del 2001 il primo Toutes Les Nuits, primo di una nutrita filmografia che è stata celebrata nelle Onde del Torino Film Festival del 2001. La maturazione l'ha portato a distaccarsi completamente dal cinema storico e in costume, perché in esso «l'attore recita psicologicamente, si muove pensando a come muoversi e quindi non con naturalezza», mentre il suo approccio registico è «privo di intelletto: perché l'intelletto blocca il flusso di energia dall'interno». Per cui Borromini c'è, ma è un fantasma (attenzione all'uso del termine) del passato che si fa spazio e luce tra gli architetti del presente. Eppure la pecca maggiore di questa pellicola dal titolo splendido, dove Sapienza non è soltanto la chiesa ma anche la massima arte, anche la cultura che vi è dietro la metafora costante di ogni scena, è proprio l'interpretazione dei suoi attori, dei suoi due attori giovani soprattutto, perché agli adulti non si può dir niente: Christelle Prot è perfetta, sarà perché il ruolo le è stato scritto addosso; Fabrizio Rongione invece, volto cardine del cinema naturalista dei fratelli Dardenne, è qui un tronco monoespressivo e serio, algido, che non sa dove mettere le mani, impenetrabile ma anche un po' trascinato. Sono un marito e una moglie che non si toccano, non si sfiorano, non si guardano nemmeno. Un lutto del passato li ha fatti allontanare, irrigidire, e adesso conducono le proprie vite come se fosse un favore stare insieme, in silenzio a cena, a casa, nelle notti insonni. Dopo un premio ricevuto per le architetture progettate e un discorso magnifico, lui decide di partire e rimettere mano a un vecchio progetto, un libro su Borromini. Lei lo accompagnerà, per i luoghi della nascita e poi della massima esposizione del rivale di Bernini, contro il quale rappresenta la progettazione mistica piuttosto che quella razionale, un lato che nella carriera e nell'approccio del protagonista manca totalmente. Un incontro fortuito, lo svenimento di una ragazza per strada, li porterà a formare due coppie involontarie, le donne e gli uomini, due a Roma e due a Strese, due a parlare di arte e due di psiche, scavando nei fantasmi del passato per ritrovarsi migliorati, anche se il personaggio di Ludovico Succio, effettivo diplomando dell'anno scorso verso gli studi veneti, appare come strumento per raggiungere la grazia. «Il cinema è la migliore espressione d'arte per raccontare l'Architettura», sostiene il regista; ne scaturiscono visite guidate (dalla telecamera) attraverso le facciate dei più bei siti romani e torinesi, visite chirurgiche, che analizzano ogni volta, ogni soffitto, ogni ellisse della cupola. L'accompagnamento è la voce fuori campo che ci racconta un pezzo di Storia: per questo, forse, il film è una di quelle pellicole che si fa vedere una volta sola, didattica ma non didascalica. La sceneggiatura, che risale al 2007, conta anche una ciliegina culturale nella figura che il regista interpreta alla fine, fantasma venuto da lontano a placare gli animi presenti: la sua lingua non è il francese ma l'aramaico, e teme per sé e le sue genti che questo si estingua, cosa che effettivamente sta succedendo. Il film è colto, ricco come un'opera barocca deve essere: ricca di intelletto e di pancia, dove tutto è lì per essere visto ma si vede meglio se si hanno gli strumenti per decifrarlo. L'apparente bizzarria dei dialoghi, campi e controcampi frontali e vicinissimi, e le simmetrie continue e costanti che non permettono la comparsa dello zucchero sui tavoli del caffè, contraddicono l'intento del regista: ma il modo di recitare «dei barbari, dove barbara è quella società tra il Messico e il Canada» ci ha abituati a uno stile finto, costruito. Non sembra naturale neppure questo, in effetti, ma in fondo siamo in un film barocco alla Borromini, quando un film barocco alla Bernini sarebbe sicuramente La Grande Bellezza.

venerdì 28 novembre 2014

32TFF: il reame



Stella Cadente
id., 2014, Spagna, 105 minuti
Regia: Lluis Miñarro
Sceneggiatura originale: Sergi Belbel & Lluis Miñarro
Cast: Àlex Brendemühl, Lola Dueñas, Lorenzo Balducci, Bárbara Lennie, Francesc Garrido, Àlex Batllori, Gonzalo Cunill, Francesc Orella
Voto: 4/ 10
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1870, novembre: con il doppio dei voti ottenuti dalla Democrazia, Amedeo d'Aosta fratello di ciò che sarà Umberto I e iniziatore della dinastia dei Savoia diventa Re di Spagna (ma si trova a Torino). 1871, gennaio: Amedeo arriva in Spagna pieno di ideali progressisti e innovativi e subito gli consigliano di ritirarsi – il suo predecessore è stato assassinato, nell'aria si espande il rumore delle bombe. La Spagna non è pronta a questo stacco generazionale, a quest'apertura di mente: lavora ancora su intrighi e corruzione dentro al castello. Rifiutandosi di abdicare, allora, Amedeo passerà la maggior parte dei suoi giorni rinchiuso nelle stanze, ad aspettare fremente l'arrivo della moglie María Victoria, ad intravedere le nudità della cuiñera Lola Dueñas tanto cara al maestro Almodóvar, a farsi servire e riverire dal suo fedele assistente e dal giovanissimo cameriere di corte – e qui iniziano le bizzarrie: quest'ultimo, si diverte a sottrarre al sovrano indumenti e accessori che usa o lecca o indossa per travestismi danteschi; quell'altro, nel raccogliere la frutta e prepararla per il pasto (rigorosamente privo di carne), buca meloni e c'infila dentro il già turgido pisello per masturbarsi – e poi servire in tavola. Finiranno ovviamente in una tresca omosessuale che si conclude con l'origine du monde ribaltata al maschile in un primo piano anatomico di Lorenzo Balducci di cui si parlava molto prima che questo film arrivasse al festival. Di passaggio in Tre Metri Sopra Il Cielo e Il Cuore Altrove e poi nell'anche gay-friendly Ma L'amore... Sì!, Balducci non è mai riuscito, nonostante l'eredità familiare, a sfondare nel nostro Paese, ed espatria per trovare effettivo chiacchiericcio sul Web che si diverte a votargli il pene. Come attore c'è ben poco da giudicare: il suo personaggio, come quasi tutti, sfiora il mutismo. Le scene, forse a voler rappresentare il peso dei giorni sempre uguali e tutti di fila, in questa clausura a quattro tra le stoffe e i banchetti, sono costruiti come quadri pre-barocchi, dove le frutte trovano colori brillanti, innaturali, le composizioni sui tavoli spiccano in simmetrie e accostamenti. A sottolineare ciò sono le riprese fisse, di pochi secondi, su pochi dettagli, e la telecamera sempre ferma a inquadrare i dialoghi a due, o i silenzi di coppia. Spezzerà l'incanto l'arrivo di Bárbara Lennie, una regina poco credibile che presto tornerà da dov'è venuta ricacciando il marito nello sconforto politico tra solitudine e alienazione. Àlex Brendemühl, il re, ogni tanto si perde in dialoghi o meglio monologhi che sfiorano la Filosofia e la Storia, la Politica e l'Estetica – ma non ci crede nessuno, dato che la scena successiva sarà di due natiche al bagno e la precedente una macchia di sperma sui pantaloni. Lluis Miñarro, costruendo una lingua a metà tra il castigliano e il catalano antichi, non si prende sul serio né cerca di fare un film dal serio contorno storico, dalla credibile costruzione realistica. L'attenzione a scene costumi trucchi si concede delle immagini claustrofobiche che passano in secondo piano rispetto all'assurdità del resto; se l'obiettivo era sconvolgere o infastidire, però, non c'è riuscito: il film manca di eccesso: in un senso o nell'altro. Non è davvero ironico né è grottesco fino in fondo. Resta in quel limbo pericolosissimo che lo rende artisticamente insufficiente, la solita storia contro cui si scagliano tutti. Non serviranno gli istrionici titoli di coda a far cambiare idea. Qualcuno uscendo dalla sala ha anche esagerato: «se la giornata non era un granché, questo me l'ha rovinata».

32TFF: il fisico.



La Teoria Del Tutto
The Theory Of Everything, 2014, UK, 123 minuti
Regia: James Marsh
Sceneggiatura non originale: Anthony McCarten
Basata sul romanzo di Jane Hawking
Cast: Eddie Redmayne, Felicity Jones, Harry Lloyd, Emily Watson,
Michael Marcus, Alice Orr-Ewing, David Thewilis
Voto: 7/ 10
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Stephen si alza al mattino quando gli altri hanno già seguito la prima lezione, mette su Wagner, beve il caffè che non rovescia sugli appunti sparsi in fogli sulla scrivania, esegue gli esercizi di Fisica dietro al libretto degli orari dei treni in mancanza di altri supporti, il giorno prima di consegnarli, senza aver letto le tracce per i sei giorni precedenti. Divide la stanza con Harry Lloyd che è al Festival di Torino anche in Big Significant Things, insipidamente in concorso, e con lui ride e bivacca e beve birra e corre in bici verso le feste di Cambridge durante le quali non ha tempo né modo di pensare al tema della sua tesi, né al suo dottorato. Pensa però a Jane, che incontra all'improvviso, vede tra la folla, come solo nei film succede o che solo i film ci sanno raccontare in questo modo. Jane, religiosissima studentessa di Lettere, Francese e Spagnolo, Poesia medievale, e Stephen, che riuscirà a corteggiarla con l'eleganza degli anni '60 e la tenacia delle persone argute, prenderanno dopo il matrimonio il di lui cognome: Hawking. Ma il matrimonio arriverà solo dopo la malattia che tutti conosciamo: un atrofizzarsi dei muscoli degenerativo, una incipiente capacità di camminare, muovere le mani, poi anche parlare – solo un organo funzionerà benissimo, perché «automatico», e darà loro tre figli nonostante l'aspettativa di due anni diagnosticata dai medici. Ma essere giovani negli anni '70 e avere tre figli e non essere una famiglia normale nonostante la fama in tutto il mondo «per i buchi neri e non per i concerti rock» non sarà facile, soprattutto per Jane, una Felicity Jones finalmente protagonista assoluta di una grossa produzione che la lancia alla mercé del pubblico e dei colleghi, dopo l'immenso ruolo da protagonista passato inosservato in Like Crazy. Ed è questa la maggiore lode al film: che mette in scena le doti interpretative altissime di due giovanissimi attori british, a cominciare da Eddie Redmayne sempre non-protagonista nei recenti Les Misérables e My Week With Marilyn e nel primo Savage Grace, immenso, devoto al ruolo fin nelle più piccole espressioni, nella postura, nelle patate lanciate fuori dal piatto, nell'articolazione degli arti: per lui il lavoro è stato lento e profondo, come racconta ricevendo il premio Maserati (accettandolo dicendo: «siete un Paese famoso per le sculture e si vede in queste splendide statuette»): dopo studi sul vero Stephen Hawking è arrivato a incontrarlo impedendogli di parlare per quarantacinque minuti, parlando soltanto di Stephen Hawking a Stephen Hawking, che ha visto il film sulla sua vita ai tempi del college e del primo matrimonio, concedendo l'utilizzo della sua voce elettronica, «così iconica», che è protetta da copyright. Il film, sembrerebbe, la trasposizione romanzata di una dolorosa fiaba d'amore – dove l'amore, come nelle fiabe tradizionali, finisce e diventa altro. Eppure di romanzato c'è poco, essendo la storia vera della longeva coppia. Ma la romanzazzione è sottolineata da tutti quegli ingredienti cinematografici d'intrattenimento a cui l'industria USA ci ha abituato (però questo è un film UK, e lo sappiamo dal solito cameo di Emily Watson, che dice «la cosa più inglese che si possa dire», e cioè risolvere i propri problemi andando al coro della chiesa): mai la musica fu così presente in un film, diciamo, sulle Scienze Matematiche, dai tempi di The Proof. Di Jóhann Jóhannsson, autore della colonna sonora di Prisoners, l'accompagnamento musicale sfiora la potenza del John Williams disneyano e si concede lunghe iperboli narrative fatte, per esempio, di filmini familiari, scene oniriche e sfuocate, titoli di coda un po' fuori luogo che però ci riempiono di quella sensazione cinematografica ruffiana con cui si esce dalla sala annuendo. James Marsh è però il regista di Man On Wire, e sappiamo che è capace di ben altro: si affida ai due interpreti in odore di Oscar che fanno dimenticare tutto il resto e si dimentica lui per primo come si confeziona un film originale.

32TFF: lo sposo.



Big Significant Things
id., 2014, USA, 85 minuti
Regia: Bryan Reisberg
Sceneggiatura originale: Bryan Reisberg
Cast: Harry Lloyd, Krista Kosonen, Sylvia Grace Crim,
James Ricker II, Travis Koop, Elisabeth Gray, Bess Baria
Voto: 6/ 10
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Dispersi negli stati americani si nascondono ai turisti ma soprattutto agli abitanti delle zone alcuni tra gli oggetti più grandi del mondo: il più grande cesto in legno di cedro, la sedia a dondolo, la padella, la stella al neon... Sono, questi luoghi, il pretesto per Craig di intraprendere un viaggio in totale solitudine tra le autostrade della Virginia e del Mississipi per trovare se stesso attraverso gli incontri fortuiti e i programmi in radio: trentenne con le paure dei trentenni, sta per affrontare un trasloco a San Francisco con la ragazza che sposerà con forse troppa poca convinzione e che gli telefona costantemente per fargli sapere gli avanzamenti immobiliari, ai quali il padre mette pressione; Craig non le ha detto di essere da solo, né le ha detto le mete (o tappe) del suo viaggio. Ingannandola ad ogni chiamata, le fa credere di essere in un business trip con altri colleghi senza patente, e quindi costantemente alla guida. S'imbatterà in ridenti villeggianti, albergatori despotici, incuriositi ragazzi, gruppi di adolescenti che lo inviteranno a feste adolescenti e bar. S'imbatterà in un'altra ragazza, con la quale nascerà quella tensione che va bene fino al momento in cui non sfocia in altro, smettendo il platonicismo. Sarà lei, forse, e un programma in radio continuamente trasmesso e molto ascoltato, a fargli capire se è arrivato o meno il momento di tornare, e rinunciare a vedere il fratello che lo maltratta al telefono. Film di formazione come tanti, Big Significant Things ha la sua buona trovata nel titolo e negli oggetti a cui si riferisce, queste gigantografie della vita quotidiana totalmente fine a se stesse. Sono big ma forse non significant i problemi di Craig, che ingigantisce tutto ingiustificatamente, che per paura di mentire finisce col mentire troppo, che s'impappina, s'inceppa, s'imbarazza, confezionando un trentenne-macchietta che risponde alle esatte caratteristiche che ci aspettiamo: è il ragazzino del liceo incapace di instaurare rapporti con gli sconosciuti, è colui al quale si risponde male o non si risponde affatto, e così in effetti proseguono gli incontri nei vari stati, fingendo di bere birra in attesa di amici inesistenti per non apparire sfigati agli occhi dei più giovani. Craig e il suo interprete Harry Lloyd del Trono Di Spade ma anche del blockbuster scientifico La Teoria Del Tutto, si inseriscono nella via di mezzo tra gli high school movies e le pellicole degli adulti, interpretando la crescita morale con quella materiale delle sedie. Spesso gli viene detto «sei giovane per sposarti» e lui e noi lo sappiamo, e da qui scaturiscono le incertezze, le insicurezze, il desiderio di trasgredire alle feste e dormire in macchina che dovrebbe appartenere a una generazione ancora successiva e non a lui. Ma il personaggio non evolve, e niente di nuovo neanche sul road-movie che ci regala: un viaggio tra le Americhe con belle scritte in impressione ma in fondo nessun aspetto trascendente, nessun vero scontro con se stessi, ma solo con il prossimo, indifferente al dialogo, ed è solo l'improvviso finale che salva la trama ormai andata dove doveva andare: messe le carte in tavola lo spettatore non ha che da attendere la fine senza muoversi, paziente; un finale che forse in realtà non lascia aperte molte conclusioni.

32TFF: le bici.



Violet
id., 2013, Belgio/ Olanda, 85 minuti
Regia: Bas Devos
Sceneggiatura originale: Bas Devos
Cast: Cesar De Sutter, Koen De Sutter, Mira Helmer,
Brent Minne, Fania Sorel, Jeroen Van Der Ven
Voto: 7.6/ 10
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Siamo in un centro commerciale, ma la telecamera indietreggia e siamo negli uffici di un centro commerciale in cui vediamo quello che succede nei corridoi e tra i negozi (del centro commerciale) dalle telecamere disposte all'interno. Le immagini si susseguono mostrando tutti i desolati angoli mentre un uomo, una guardia, controlla che tutto vada bene. Ci sono dei ragazzi ad aprire il film, quattro: due coppie e una bici – e iniziano a litigare, e il tempismo fa alzare la guardia poco prima che uno probabilmente accoltelli l'altro, finito steso a perdere sangue in una pozza, mentre l'amico osserva e gli altri due scappano e la desolazione non ha testimoni là dentro. Siamo nel più completo silenzio e siamo in 4:3, per un primo pianosequenza potentissimo, ai limiti della videoarte (soprattutto per l'incipit). Scopriremo che videoarte è tutto il film, ricordandoci del primo e buon caro Steve McQueen che lentamente, da Hunger a 12 Anni Schiavo ha perso la sua volontà di fare tecnica a prescindere dalla narrazione. Qui quell'intento è esaltato all'ennesima potenza: potrebbe non esserci trama – che in effetti non c'è, o che è semplicemente l'elaborazione di questo lutto – perché quello che conta sono le immagini, anzi la costruzione delle immagini, anzi la loro regia. Per accettare la morte si rinuncia completamente al suono e quasi anche al dialogo a discapito di un silenzioso scorrere dei giorni alienante e alienato, un giro con gli amici del defunto, un pianto nella vasca da bagno, un ritrovato rapporto fisico con il padre. A noi spettatori è però impossibile empatizzare col personaggio, coi personaggi, che sono delle lastre di ferro impossibili da penetrare, degli inespressivi, asettici corpi che si relazionano senza peso, senza trasporto. L'asetticismo dei luoghi e di chi ci abita è l'asetticismo di tutto il film che rimanda a quelle atmosfere un po' autoctone e irreali, congelate, di Elephant ma ancora meglio di Paranoid Park: il BMX (Bicycle Motocross) è il collante tra questi adolescenti che non hanno niente da dire né la maturità adatta per dirlo, riguardo questo decesso precoce, e allora condividono la passione e le vie del quartiere in silenzio, mentre il tecnicismo della telecamera gli corre dietro. Ma qualcosa è cambiato e, anche se per pura suggestione o auto-convinzione, Jesse il protagonista (il giovanissimo e androgino Cesar De Sutter della locandina, che non interpreta la Violet del titolo) sa di essere guardato con occhio diverso, in quanto unico testimone della morte di Jonas; sa di dovere alle famiglie e agli amici delle spiegazioni, dei racconti, e vive il peso di questa partecipazione involontaria con notti insonni e tentate fughe, con la testa bassa e la solitudine. La scena finale è potente quanto la prima, ma più destabilizzante. I titoli di coda completano questo quadro di novità, dimostrando che è molto più leggibile un blocco di testo già presente sullo schermo che un'epigrafe infinita che scorre a fondo nero. Ma Bas Devos, al suo esordio al lungometraggio, sa che la sua operazione è di difficile masticazione, e infila un concerto rock, quasi metale, durante il quale le opinioni di gusto sono discordanti: perché alcuni spettatori cercano il suono altri il rumore.