giovedì 26 febbraio 2015

sono contento di sentire che state tutti bene.



Un Piccione Seduto Su Un Ramo
Riflette Sull'esistenza
En duva satt på en gren och funderade på tillvaron,
2014, Svezia/ Germania/ Norvegia/ Francia, 101 minuti
Regia: Roy Andersson
Sceneggiatura originale: Roy Andersson
Cast: Holger Andersson, Nils Westblom, Viktor Gyllenberg,
Lotti Tõrnros, Jonas Gerholm, Ola Stensson, Oscar Salomonsson
Voto: 8.7/ 10
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Una classe di tango, in cui la giunonica insegnante è perdutamente innamorata del danseur principal. I clienti di un bar, che all'occorrenza si mettono a cantare e pagano i bicchierini in baci. Quelli di un altro bar, che vendono i battaglioni reali fare irruzione nel locale con spade e cavalli perché il re è assetato. Un barbiere. Un venditore di formaggi. Una madre amorevole. Una coppia di rappresentanti di articoli per mascherate e feste (i denti da vampiro coi canini lunghissimi, il palloncino riproduci-risata, la protesi facciale da zio Fester), visibilmente depressi, rallentati nei movimenti e nei modi, che gira per negozi e taverne a racimolare il denaro di cui credita. Queste sono alcune delle 39 inquadrature di cui questo film è composto, non-pianisequenza, immagini ferme su interni (per lo più) freddi, congelati, con interpreti fissi sul loro posto, con addosso qualche anonimo giacchino beige, una gonna grigia, un pantalone marrò, davanti a pareti asettiche completamente spoglie, tinte unite, pavimenti a tinta unita, sono 39 quadri del nord, e non a caso il regista viene dalla Svezia. Gli si paragona l'umorismo scandinavo trattenuto di Aki Kaurismaki, ma se è da questo quadro che attinge per il titolo (il quadro si chiama Cacciatori Nella Neve, e i piccioni seduti su un ramo sono in secondo piano, a riflettere sull'inutilità del massacro umano, che poi ritroviamo con le due scenette di Carlo XII), è sicuramente dal teatro del nonsense che parte per dipingere gli affanni, le abitudini, le assurdità e i momenti di nulla del nostro quotidiano – c'è Beckett, e c'è l'attesa costante che succeda qualcosa, che non succede mai. Roy Andersson esordì col furore della nouvelle vague del Nord Europa nel '70 e fu subito premiato a Berlino; dopo un insuccesso non ha più messo mano alla macchina da presa per venticinque anni. È servito Canzoni Del Secondo Piano, presentato a Cannes, a farlo tornare operativo, ed è servita la trilogia sull'essere un essere umano di cui Un Piccione è la parte conclusiva (non a caso si apre con tre incontri con la morte e si conclude con un homo sapiens) (71esimo Leone d'Oro non privato di qualche controversia); ma ha in più dei suoi film precedenti, questo, l'uso del digitale – a volte evidente – che permette l'inserimento di materiali ancora più allucina(n)ti per appesantire ancora di più il gioco dello scherzo. Si tratta di una scimmietta legata a un apparecchio elettrico, mentre dietro il medico dice al telefono, per la dodicesima volta, le stesse parole che al telefono dicono tutti; si tratta di uno strano marchingegno cilindrico a trombe in cui, schiavi neri più fuoco sotto, attivano il movimento che dona gioia a un gruppo di anziani arricchiti. Lontane tra di loro, ma accomunate spesso dalla ricorrenza di personaggi che dopo il primo passano al secondo piano, le scene congelate scatenano il riso del disagio, facendo poi riflettere sulla necessità che abbiamo di divertirci e di portare il divertimento in case altrui. I tempi diluiti e la ripetitività non bastano ai venditori ambulanti per essere essi stessi contenti in primis. Si devono scontrare con le tristezze di certi giorni, col demone del denaro, con la bizzarra condizione casalinga e soprattutto con l'improvviso e inaspettato arrivo del mercoledì.

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