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giovedì 2 aprile 2015

un fornaio e sua moglie.



Into The Woods
id., 2014, USA, 125 minuti
Regia: Rob Marshall
Sceneggiatura non originale: James Lapine
Basata sul musical di James Lapine & Stephen Sondheim
Cast: Anna Kendrick, Daniel Huttlestone, James Corden,
Emily Blunt, Christine Baranski, Tammy Blanchard, Lucy Punch,
Tracy Ullman, Lilla Crawford, Meryl Streep, Johnny Depp,
Mackenzie Mauzy, Annette Crosbie, Billy Magnussen, Chris Pine
Voto: 7.1/ 10
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Un fornaio e sua moglie scoprono di essere vittime di una maledizione inflitta sulla loro casa e sulla loro dinastia perché il padre di lui, vicino di giardino di una strega dalle piante sempre in fiore, le rubò anni fa fagioli magici – per cui lei si vendicò ponendo fine alla fertilità dei maschi di quel ceppo. La strega adesso si ripresenta e chiede alla coppia (che si spiega come non sforni pargoli nonostante i numerosi tentativi) di recuperare una scarpetta d'oro, dei capelli biondi, una mantella rosso sangue e una vacca bianca. Gli ingredienti sono tutti nel bosco del titolo: nel bosco sono anche i personaggi delle fiabe dei Grimm che li posseggono: la bimba senza nome col cappuccio, Jack che venderà la mucca in cambio di quei fagioli, Cenerentola amica degli uccellini dai vestiti sporchi e Raperonzolo costretta alla cima di una torre in cui la strega di cui prima l'ha rinchiusa; vergognandosi del suo aspetto, convinta che la giovane si vergogni di lei, dà ai popolani tre notti per recuperare gli oggetti che spezzeranno l'incantesimo e la riporteranno alla piacenza estetica ormai persa. Nel bosco, poi, si incontreranno i desideri reconditi di tutti: andare al festival del principe Chris Pine che cerca moglie, ricevere latte dalla mucca, salutare la nonna ma prima ancora spazzolarsi i pani e le paste dal cestino imbottito, toccare dal vivo uno dei reali, magari baciarlo anche. È di desideri che parla questo film e che parlano le fiabe da cui prende ispirazione; presentato a Broadway alla fine degli anni '80, il musical si basava proprio sul riportare lo spessore dei personaggi delle storie dei Grimm che, «come quelli di Shakespeare, anche se vengono spostati di contesto hanno la stessa potenza». E Rob Marshall, esordio coi botto di Chicago, quel denaro incassato speso tutto per Memorie Di Una Geisha, lo scivolone di Nine e il passaggio al blockbuster Pirati Dei Caraibi – non poteva scegliere momento migliore per riportare le favole in sala, quando un'altra Cenerentola, un altro Pinocchio, un altro Peter Pan stanno uscendo e la televisione pullula di operazioni di mash-up come questa. Dalla sua ha un libretto (riportato sullo schermo dall'autore originale James Lapine) che si avvicina più alla tipologia di Les Misérables che non a Chicago, con brani interi cantati invece che recitati, voci che si sommano, scenari sovrapposti; ha dalla sua anche Johnny Depp, che gli concede un cameo, dopo l'esperienza precedente insieme, e Meryl Streep, che da Mamma Mia! stava cercando un altro musical da interpretare – amante del genere – e che Marshall venera e adora («il bello del mio mestiere è che posso realizzare certi sogni, tipo quello di recitare con Meryl»). Ne esce vincitrice, non solo per l'ennesima nomination all'Oscar ma anche per il bel lavoro fatto sulla postura post-trucco; e ne esce vincitrice, a sorpresa, anche Emily Blunt, l'unica forse che non ha già esperienze canterine in sala: la sua donna del popolo è decisa, fisica, pragmatica, carnale, ma anche viziosa, adultera. Anna Kendrick invece è una Cenerentola mora che passa da un Pitch Perfect all'altro e si confida con la mamma salice che rimanda a un'altra storia – ma le fiabe sono tutte rigorosamente fedeli all'originale, finanche al taglio di dita e talloni per far calzare la scarpetta alle sorellastre. Non a caso il vissero tutti felici e contenti arriva a metà, come succede per esempio ne La Bella Addormentata, prima che facciano incursione i giganti. La telecamera si muove, tra orchesse e distese d'alberi, con la maestria di chi conosce bene il genere; peccato che non spinga più in là vizi e virtù dei suoi attori come è stato, invece, per Renée Zellweger e Catherine Zeta-Jones.

giovedì 7 febbraio 2013

e sarà ieri.



Looper
id., 2012, USA, 119 minuti
Regia: Rian Johnson
Sceneggiatura originale: Rian Johnson
Cast: Joseph Gordon-Levitt, Bruce Willis, Emily Blunt,
Paul Dano, Noah Segan, Piper Perabo, Jeff Daniels
Voto: 9/ 10
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Si chiamano “loop” quelle persone che dagli anni '70 del 2000 vengono mandate indietro nei lustri attraverso il viaggio temporale – che è, però, pratica illegale ma utilizzata dalle grandi aziende, come ci spiega Joseph Gordon-Levitt fuori campo all'inizio del film – perché persone considerate “scomode al sistema” e possono allora più facilmente essere fatte fuori perché, in un dato punto a una data ora, compaiono dal nulla, e il “looper” le spara (ma non più lontano di quindici metri). Quello del looper è quindi un mestiere, mestiere taci(u)to che fa guadagnare bene: in lingotti d'oro, che Joe il nostro protagonista nasconde in una botola sotto al tappeto del salotto, per far l'originale. È un Gordon-Levitt che ci appare strano già dall'inizio: il labbro superiore ricurvo, il naso schiacciato con la gobba. Capiremo più avanti il perché di questo trucco; intanto ci imbattiamo in un suo amico, anche lui riconoscibile a fatica, il Paul Dano che da Little Miss Sunshine e Ruby Sparks è passato alla sci-fi facendosi crescere i capelli. Questo, fa l'errore più grande: non sparare al suo loop quando compare e farselo sfuggire. In questo modo, i piani alti si mettono subito in caccia del carnefice e della vittima e, solitamente, ne torturano uno o entrambi o, in certi casi, uno per tutt'e due, perché capita spesso che dal futuro torni ciò che il looper sarà (e questa frase, se non avete visto il film, non la capite). E qui entra in gioco Bruce Willis che, essendo Bruce Willis, sappiamo prima ancora di vedere il film: avrà una scena d'azione surreale in cui nemmeno si sporcherà di sangue e alla fine morirà. Una delle due cose non succederà e non vi dirò quale, o meglio, succederà in un modo ontologicamente diverso. Perché di ontologia, quasi, qua si parla: Looper è un film che di fantasy ha solo l'ambientazione futura e post-futura e qualche mezzo di locomozione e un paio di case e schermi del pc, e per il resto si basa su ciò che l'uomo usa da tutta una vita: l'affetto di coppia, il denaro per campare, l'amore filiale e la lotta alla sopravvivenza. Che in questo caso è lotta al Jeff Daniels candidato al Golden Globe tanto tempo fa per un film meraviglioso che si chiama Il Calamaro E La Balena, ma anche lotta ad un bambino che fra trent'anni potrebbe imparare ad utilizzare i propri poteri di telecinesi e mettere tutti sotto giogo.
Dimenticate la macchina da presa come macchina spettacolare di Inception e l'idea che quella sceneggiatura, quella storia potesse essere «difficilissima da capire». Con molti meno soldi, molti meno effetti superflui e un approfondimento più umano e più intelligente, si crea qui una doppia trama in cui la stessa persona combatte per due cose diverse e l'esito di una finisce con l'influenzare l'altra – o fisicamente, o attraverso i ricordi. E mentre vediamo Emily Blunt bionda che accudisce un bambino mezzo pazzo e crediamo che andrà a finire nel modo più melenso possibile e scontato, e mancano venti minuti ai titoli di coda, ci tocca restare impalati alla poltrona senza batter ciglio per scoprire che no, anche il colpo di scena c'è.
Un film che sfiora l'impeccabile, che i due attori protagonisti, entrambi in sala con altre pellicole (Gordon-Levitt è in Lincoln e Willis in Die Hard), interpretano in maniera scolastica insieme agli interpreti di supporto ma che soprattutto il regista semi-sconosciuto Rian Johnson sa come gestire sul grande schermo con tre o quattro inquadrature magistrali (sono spesso i movimenti della macchina sul proprio asse) e molti effetti di suono, nonostante sia reduce dalla regia di Breaking Bad per la televisione e abbia solo altri due film in carriera (uno sempre con Gordon-Levitt). Ma a volte, una buona trama, ben pensata, senza errori di costruzione e con un paio di altri fattori tecnici, rende molto di più di tanti kolossal; poi però quelli escono in centinaia di copie e questo film finisce in sale grandi quanto l'interno di certi aerei.

giovedì 24 maggio 2012

il pescatore di banalità.





Il Pescatore Di Sogni
Salmon Fishing In The Yemen, 2011, UK, 107 minuti
Regia: Lasse Hallström
Sceneggiatura non originale: Simon Beaufoy
Basata sul romanzo Pesca Al Salmone Nello Yemen di Paul Torday
(edito in Italia da Elliot)
Cast: Ewan McGregor, Emily Blunt, Kristin Scott Thomas, Amr Waked
Voto: 6/ 10
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Era già capitato con Crazy. Stupid. Love. che i giornali (stranieri) urlassero al capolavoro e che poi noi, in sala, urlassimo di disperazione. Ricapita adesso, con questo Il Pescatore Di Sogni - che non capisco perché non sia rimasto Pesca Al Salmone Nello Yemen come in lingua originale e come il libro da cui è tratto (acquistabile qui) dato che effettivamente di quello parla il film; “la miglior commedia inglese dell'anno” scrive Access Hollywood. “Intelligente, originale, incantevole. Da vedere” scrive Box Office Magazine. “Dallo sceneggiatore premio Oscar per The Millionaire” (che si chiama Simon Beaufoy, sceneggiatore pure del ben più importante Full Monty) e dal regista plurinominato all'Oscar di Chocolat (che si chiama Lasse Hallström e la fama l'ha raggiunta in realtà per La Mia Vita A Quattro Zampe). Quest'ultimo, che a onor del merito è stato regista anche de Le Regole Della Casa Del Sidro e Buon Compleanno Mr. Grape, dopo il terribile Hachiko e il terrificante Dear John torna a mettere su schermo un libro - pare che non sappia fare altro - e se lo sceglie sentimentale e sorridente e, a detta dei giornali (stranieri) altamente satirico.
La satira in effetti c'è: Ewan McGregor (attualmente giurato a Cannes) è uno sfigato nerd ittico, marito poco considerato dalla moglie in trasferta a Ginevra, che lavora per il denaro e non proprio per la gloria al Ministero della Pesca e dell'Agricoltura inglese per conto di un capo borioso e «nazista»; viene contattato dall'impronunciabile Miss Chetwode-Talbot (Emily Blunt, stessa faccia de Il Diavolo Veste Prada), funzionaria commerciale che stravede per un cliente in particolare, lo sceicco Muhammed, che a sua volta viene contattata dal capo dell'ufficio stampa del Primo Ministro inglese (che non vediamo mai) sempre a caccia di buone notizie dal Medio Oriente che ha deciso - sapendo dei due milioni di pescatori che potrebbe portare al voto - di appoggiare il folle piano del citato sceicco di “impiantare” la pesca al salmone nello Yemen, dove clima e aridità non permettono di esistere manco alle speranze. Questo, il personaggio di Kristin Scott Thomas, è sicuramente il più originale e riuscito: carro armato mediatico, donna potente dal pugno di ferro a lavoro quanto a casa («non fare quei versi davanti a me: sono tua madre, non la tua puttanella»), ci dona le parti migliori del film - spesso alla ricerca di una storia con cui giustificare bizzarre foto scattate a politici illustri - che subito si abbattono nel momento in cui pensa, e noi sentiamo il suo pensiero, fatto di cretinate e banalità. Ci sono molte banalità: dal primo momento in cui vediamo il dottor Jones e la Chetwode-Talbot (in cui si scambiano mail con imbarazzanti scritte in sovraimpressione) sappiamo che qualcosa succederà, di qualsiasi tipo, anche se lei ha un fidanzato (in guerra) e lui una moglie (in carriera). Quando lui sbatte la testa contro il vetro, abbassiamo gli occhi per la compassione. Quando lei si abrutisce a casa senza andare a lavoro, arricciamo il naso per il surrealismo. Surrealismo che però accompagna gran parte del film, a partire dalla costruzione di questa diga e al trasporto di diecimila salmoni, anche qui satira su uno sceicco capriccioso che si mette in testa un'idea e disponendo di molto denaro decide di attuarla - con tutta una serie di personaggi corrotti che lo assecondano. Ma non è mai satira funzionante, perché i riferimenti alla realtà e all'attualità sono troppo pochi (non sappiamo verso quale guerra vada il moroso della Blunt) e sono stati potati rispetto al libro di partenza, per mettere in risalto un paio di rapporti umani. E quando lo sceicco spara le sue perle di saggezza da sceicco che fa metafore, abbassiamo gli occhi e arricciamo il naso insieme.
In tutto questo, Hallström pare affascinato, più che dal deserto irrigato, dai complementi di design all'interno degli uffici: ora una poltrona che dondola, ora un tavolo a zig-zag, non riesce a non farci vedere come sono “strani”.
Un film come tanti.