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mercoledì 20 maggio 2015
#CANNES68: l'apatia.
Youth
– La Giovinezza
Youth, 2015, Italia/ Svizzera/ UK/ Francia, 118 minuti
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura originale: Paolo Sorrentino
Cast: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano,
Jane Fonda, Poppy Corby-Tuech, Veronika Dash, Paloma Faith,
Ed Stoppard, Neve Gachev, Madalina Diana Ghenea
Voto: 8.8/ 10
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Critiche e contestazioni – ma intanto dopo essere stato ignorato a Cannes aveva vinto l'Oscar: la colpa dovrebbe andare, stando a sentire, a quest'uso isterico del dolly e dei carrelli, agli incipit manieristi, manierati, alle sequenze senza sosta (de La Grande Bellezza ma soprattutto de L'amico Di Famiglia) – ignorato a Cannes eternamente, perché passato di là con tutti i film – solamente Il Divo ebbe un Premio della Giuria. Ma nonostante il pubblico spaccato in due l'attesa era molta, quasi eccessiva: e il trailer aveva giocato in furbizia a chi voleva trovare La Grande Bellezza 2.0, in versione international perché il cast già annunciato era tutto straniero. E invece. Nonostante si apra con un'inquadratura fissa, ma che gira su se stessa, su una cantante (You Got The Love) durante un party serale, La Grande Bellezza è lontana anni luce: ai finti giovani di quel film si sostituiscono dei finti vecchi, rinchiusi quasi claustrofobicamente a vedere sempre le stesse facce, gli stessi intrattenimenti ogni giorno, un albergo di lusso fra le Alpi Svizzere. Sono Fred e Mick, amici da un'eternità, ex direttore d'orchestra il primo, compositore, col vizio di accartocciare a tempo un involucro di caramella e con la decisione ferrea di non dirigere più, neanche di fronte alla regina d'Inghilterra, una moglie persa, una figlia (Rachel Weisz) forse mai avuta veramente (perché «nessuno si sente pronto a fare il padre») e una carriera schiacciata dalle Canzoni Semplici, motivetti dalla complessità inesistente di fronte alle opere precedentemente firmate; Mick invece è un regista cinematografico, sceneggiatore, legato al suo mestiere quanto ai suoi ricordi, che svaniscono galoppando: si circonda di ragazzi con cui scrivere la prossima pellicola, probabilmente l'ultima, il testamento spirituale dopo tante attrici fatte sbocciare, una cinquantina, ma una preferita tra tutte: Brenda – piedi piantati per terra e i soldi immediati della televisione preferiti a quelli evanescenti del grande schermo. Tra i due si inserirà con naturalezza Paul Dano, attore diviso tra la profondità del proprio mestiere e la leggerezza che il pubblico chiede – e che poi ricorda; giovane fuori ma vecchio dentro, schiacciato, lui, dai pregiudizi, per esempio davanti alla Miss Universo Madalina Ghenea bella-quindi-stupida. E poi c'è una coppia che in pubblico non parla ma nei boschi fa sesso urlato, un non-Maradona lievitato fisicamente che fa peripezie con una pallina da tennis, un santone che tutti vorrebbero veder levitare, uno scalatore di montagne dal dubbio spirito di iniziativa e Paloma Faith, che ci si poteva risparmiare. Costretti alla convivenza, Fred e Mick amano raccontare di dirsi solo le cose belle quando le cose, tutte, in realtà, stanno sfuggendo loro di mano: e per non ferirsi, spesso, proprio sulle cose belle tacciono, o si mentono. Il primo, accusato di apatia, e quindi nullafacente tutto il giorno, ha perso le speranze nelle emozioni; il secondo, invece, ne ha bisogno per andare avanti. Michael Caine e Harvey Keitel reggono il palleggio di una serrata sceneggiatura di dialoghi (e qualche monologo) brillanti dal punto di vista intellettuale che si sostituiscono alle peripezie della macchina da presa; Paolo Sorrentino si riscopre sceneggiatore e sorprende tutti con un film che non ci si aspettava e non ci si aspettava fatto così. A chi gli domanda come mai una riflessione sull'anzianità, risponde che è il tempo, «l'unica cosa che ci interessa davvero: quanto ne rimane, quanto ne è passato; il futuro è una grande occasione di libertà e la libertà è un sentimento naturale dell'esser giovane – è un film molto ottimista e forse è stato fatto per esorcizzare certe paure». Sarebbe facile infatti trovare parallelismi e somiglianze con la proto-casa di riposo in cui Marcello Mastroianni (regista pure lui) giocava a non fare il proprio mestiere, nel pieno della sua carriera poi!, in 8½, già scimmiottato quasi nello stesso senso da Pappi Corsicato; o con l'albergo in cui Toni Servillo viveva e scopriva le conseguenze dell'amore per una semplice cameriera, dove pure una coppia di vecchietti giocava alla crisi di coppia piegata dalla povertà; ma questo è un film più elevato perché non solo racconta l'eternità dell'arte e della sua eterna giovinezza ma anche, dannatamente, del tempo in generale, della sua non accettazione e del dover scendere a compromessi se non si vuole perire: e infatti uno lo fa, e l'altro no. Girato nell'albergo dove Thomas Mann ha scritto La Montagna Incantata (ma il regista non lo sapeva), il film si divide tra gli interni artificiali dalle trame incomprensibili agli universali paesaggi dei quadri di Segantini; a intermittenza le immagini si sovrappongono, sempre isteriche, e Caine passeggia con accompagnatori diversi, capofila di un gruppo di attori in stato di grazia – finanche Jane Fonda, a cui basta un cameo per essere ricordata in eterno. Lui, mancava a Cannes da quarantanove anni, «cinquant'anni fa venni con un film che si chiamava Alfie; Alfie vinse un premio e io no: per questo non sono mai più tornato» ha detto in conferenza stampa, sottolineando che se qui un premio dovesse arrivare, sarebbe all'intero cast; «le dà fastidio interpretare il ruolo di un vecchio?» gli chiedono, «no» dice ancora, «perché altrimenti dovrei fare quello di un morto». Ma tutti applaudono al lavoro del regista: considerato un Fellini senza troppa leggerezza (Francesco Gallo, ANSA), che inspiegabilmente riesce a incuriosire pubblico e critica senza mettere nessuno d'accordo, se non musicalmente (questa volta è di David Lang), Sorrentino genera ancora qualche dissenso fra i «bravo» alla proiezione francese (ma la pellicola è stata acquistata in più di 70 Paesi). Motivo dei fischi, parrebbe essere, il finale a puntate – a singhiozzi: segnale che la maniera, al pubblico, proprio non piace; poi compare scritto a Francesco Rosi: e tutti tacciono.
martedì 7 gennaio 2014
Sidney Poitier.
The Butler
Un Maggiordomo Alla Casa Bianca
Lee Daniels' The Butler, 2013, USA, 132 minuti
Regia: Lee Daniels
Sceneggiatura non originale: Danny Strong
Da un articolo di Wil Haygood
Cast: Forest Whitaker, Oprah Winfrey, John Cusack, Jane Fonda,
David Oyelowo, Cuba Gooding Jr., Terrence Howard, Lenny Kravitz,
Vanessa Redgrave, Robin Williams, Mariah Carey
Voto: 6.7/ 10
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Lo sterminio degli ebrei sta alla cinematografia tedesca (e Polacca) come la condizione dei neri negli anni '70 sta al cinema americano; se poco fa già lo zuccheroso The Help aveva aperto la strada a un tema sempre toccato ma mai reso così “pop”, ci ha poi pensato Tarantino a renderlo “cult” (dopo il film sui nazisti). Ma sia lui che Tate Taylor sono registi bianchi, e un bianco non riuscirà mai a raccontare una cosa che non gli appartiene al sangue. Così, Steve McQueen prende un violinista libero e lo trascina nei campi di cotone per dodici anni a subire le fruste di Michael Fassbender in un film che da noi uscirà a febbraio, mentre Lee Daniels dai campi di cotone comincia, e fa il percorso inverso: con un poco credibile Alex Pettyfer (dis)messi i vestiti da Magic Mike, cattivo stupratore di Mariah Carey e assassino senza morale, il nostro protagonista riuscirà grazie a Vanessa Redgrave (brava ma troppo misericordiosa) a entrare in quella casa e poi in quella del presidente degli Stati Uniti formandosi come negro da sala prima e fine maggiordomo poi. Riuscirà a metter su famiglia, due maschi e una moglie alcolizzata, ma lo stipendio sarà sempre inferiore a quello dei bianchi. Uno dei pargoli, poi, si ribella in adolescenza e protesta per le pari opportunità. Verrà arrestato sedici volte in due anni diventando la mezza vergogna di casa, completando il quadro perdendo l'educazione e mancando al funerale di un parente. Se la boria rivoluzionaria è ben descritta nelle poche scene azzeccate che le vengono concesse, assolutamente distaccate dalla realtà sono le scene familiari che restano. Oprah Winfrey, vero astro di questo film, che per la seconda volta non interpreta se stessa in una pellicola, è moglie innamorata a singhiozzi, che fa scenate di gelosia per le scarpe della first lady in camera, si fa trovare stesa ubriaca di gin in cucina, balla davanti alla TV in salotto; il suo personaggio pare non essere completo, ma ben si affianca (fisicamente) a un sempre bravo Forest Whitaker che fa il più bianco dei neri, devoto a un bianco e accondiscendente alle leggi, cresciuto senza pane ma con educazione e rispetto e arreso agli eventi. Crede che la rivoluzione sia l'Oscar a Sidney Poitier mentre i figli se le fanno dare di santa ragione. E le immagini di repertorio che passano al telegiornale sono anche più addolcite di quel che furono. Daniels, che l'Oscar l'ha sfiorato per Precious mancando il record del primo regista di colore a riceverlo, pare voglia proseguire nel binario della comedy attivista di The Help e sottrae tutto l'infastidibile: assolutamente niente sangue dopo lo sparo della prima sequenza, troppo poco alla morte di Kennedy (e quella coppia presidenziale è la meno riuscita della storia del cinema; l'unica che sfiora la credibilità è forse Jane Fonda come Nancy Reagan). L'obiettivo del vasto pubblico lo rimette sulla riga del patetico e commovente dopo il trucido The Paperboy con cui ci aveva fatto porre non pochi quesiti e il crudo Precious di cui prima. In quest'ultimo, erano tutti neri, ma di una periferia tremendamente dimenticata dal Signore e non solo dai bianchi (c'erano già la Carey e Lenny Kravitz); nell'altro invece c'era Macy Gray cameriera e voce fuori campo che raccontava di quell'America che le leggi se le fa da sola in cui il problema del colore c'è ma non impedisce la vita.
Raccontando poi la storia semi-vera di questo maggiordomo buono buonissimo e per trent'anni al servizio del first man, che non ha fatto altro che chiedere un aumento per sé e i suoi e niente di più, fino all'avvento di Obama e al grido di gioia delle minoranze, la ruffianata è completa, con musica strappalacrime e ultima scena per colpire al cuore. Lo spettatore attento, però, non abbocca: perché sembra che si stia raccontando una storia di cui nessuno ha colpa, né noi né i bianchi americani, troppo andata nel tempo, fintamente dimenticata, a cui s'è posto rimedio, quando tutti gli altri film del genere sanno di dover lasciare l'amaro in bocca perché la guerra non è mai finita. E la colpa forse è di: chi ha scritto la sceneggiatura, Danny Strong, un bianco politicamente colto che ha firmato il televisivo Game Change.
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