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lunedì 11 agosto 2014
el Jefe.
Chef - La Ricetta Perfetta
Chef, 2014, USA, 114 minuti
Regia: Jon Favreau
Sceneggiatura originale: Jon Favreau
Cast: Jon Favreau, John Leguizamo, Emjay Anthony,
Sofía Vergara, Bobby Cannavale, Scarlett Johansson,
Dustin Hoffman, Robert Downey Jr., Oliver Platt
Voto: 7.4/ 10
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Avevo l'età del co-protagonista di questo film quando uscì al cinema Chocolat – che io non avevo potere decisionale di andare a vedere – e ricordo i commenti della gente nei giorni successivi alla visione, prima che Canale 5 ne facesse cavallo di fiducia: «siamo usciti dal cinema e siamo andati in pasticceria», «avevo una voglia di cioccolata calda, alla fine...». Ecco, il ricordo riaffiora dopo quattordici anni perché, uscendo dalla sala, si sente l'esigenza impellente di un camioncino di paninari, un baracchino per strada, un gazebo, una roulotte adibita a fornello mobile; si necessita di un panino unto, ripassato nell'olio, ricoperto di burro, pieno di salse da traboccare, di carne affumicata, di assenza di mollica, sottaceti e senape e zeppole fritte, carta da olio, cartoccio da patate. Tutto questo perché il film, parabola cristologica del patron prodigo, parla del declino e della risalita a galla di un cuoco, uno chef appunto, che dopo aver conosciuto le stelle delle Guide Michelin, le recensioni del gourmet, le capatine dei food-blogger, il plauso dell'aristocrazia dal palato fino, dà di matto per un «tortino al cioccolato» (non capisco perché non l'abbiano chiamato: soufflé) e si ritrova, senza soldi e senza aspettative per il futuro, con un figlio da incontrare ogni due settimane e una schiera di amici che ottengono promozioni gastronomiche. Le cause derivano dalla poca libertà che gli viene data: alla gente piace questo menù, la gente si aspetta di trovare questo menù, per cui tu stasera preparerai questo menù – praticamente sempre lo stesso, nonostante le sperimentazioni a casa, nonostante l'estro notturno e le salse ottenute; l'errore di Carl Casper (aka Jon Favreau, regista e sceneggiatore e interprete di questa pellicola dopo aver abbandonato la macchina da presa al secondo Iron Man) è non opporsi al datore di lavoro, obbedire al suo volere, perché proprietario del ristorante e ultima voce della riunione con lo staff. È (velocemente) interpretato da Dustin Hoffman in un incipit di volti ultra-noti che si susseguono girando angoli e aprendo porte: prima cameriera ed esperta di vini nonché barista è Scarlett Johansson, nonché “amichetta” del protagonista; cuoco e amico di fiducia Bobby Cannavale (il Chili di Blue Jasmine, il Gyp Rosetti di Boardwalk Empire), insieme al super-amico di super-fiducia John Leguizamo che sembra Mark Ruffalo ma non lo è e abbandona baracca e lavoro stellato per seguire Carl a Miami con un furgoncino da sandwich. A preoccuparsi di lui, da casa, l'ex moglie Sofía Vergara e a provvedere alla sua rinascita lavorativa Robert Downey Jr., ex marito di lei, che si ritaglia i cinque minuti più divertenti del film (che, tutto sommato, fa molto sorridere) grazie forse al legame che ha stretto i due per la saga Marvel. A condire questo ritrovato rapporto padre-figlio eredità di Nemo, vicolo cieco nel quale il genitore crede di non essere all'altezza e nemmeno ci prova, ci sono tutta una serie di citazioni al mondo contemporaneo, allo stacco generazionale, alla moda in voga, che però risente dell'occhio troppo adulto di chi parla (e chi prima ha scritto); non solo il grand thème della cucina, delle ricette, dell'abilità ai fornelli e della fantasia post-Parodi e post-brunch, ma anche quel rifiuto patinato per un ritorno alle origini, non necessariamente mediato da Slow Food ma comunque apprezzato: «in nessun altro posto è come qui» e «non lo assaggerai mai di nuovo per la prima volta». L'umiltà con cui si riparte da zero (un po' surreale e sicuramente non così squattrinata) è gonfiata dal social-media-management messo in mano a un bambino di dieci anni, già munito di iPhone, che parla di Twitter, Vine, viral, feed, Facebook, selfie, Whatsapp come se nominasse Barbie o Pinocchio, all'orecchio disperso del genitore che giusto in tempo capisce la forza della geolocalizzazione. Un on-the-road latino tra vecchio e nuovo, tradizione e cyber-realtà, più vicino alla modernità di Fuori Menù che alla fiaba di Per Incanto O Per Delizia.
venerdì 2 maggio 2014
american gigolò.
Gigolò Per Caso
Fading Gigolo,
Regia: John Turturro
Sceneggiatura originale: John Turturro
Cast: Woody Allen, John Turturro, Vanessa Paradis,
Sharon Stone, Sofía Vergara, Liev Schreiber
Voto: 6.6/ 10
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Sentendo frasi del tipo «il nuovo film di Woody Allen» capiamo quanto, suo malgrado, il regista di Manhattan abbia un peso enormemente influente sulle locandine in programmazione; il film non è di Woody Allen, è con Woody Allen, operazione che di rado accade – anche perché Blue Jasmine si inserisce ormai nei film dell'anno scorso quindi ci si aspetta l'annuale ritorno in sala. Il film è di e con John Turturro – e chi è?, si chiedono gli italiani. Eppure un film in Italia l'ha fatto, Passione, e prima ancora ha diretto Kate Winslet, Susan Sarandon e James Gandolfini in Romance & Cigarettes; arriva alla sua quinta regia e ribalta il solito stile, si fa commediografo americano, segue un binario già segnato da un genere di cassetta, e chiama a rapporto chi lo diresse in Hannah E Le Sue Sorelle, a interpretare sempre se stesso, sempre lo stesso ruolo che fa dire, alla gente che entra in sala, «il film di Woody Allen» in cui ci si aspetta di veder sbraitare Woody Allen. Sorprende che la sceneggiatura non abbia collaborazioni: Allen si attiene a ciò che Turturro gli dà, fino alla costruzione di un siparietto finale in cui il cliché ebraico sfocia in una sorta di giudizioso tribunale degli equivoci.
Fioravante (Turturro) è un italo-americano che di mestiere compone fiori e foglie ma è tanto abile con le mani da far tutto ciò che i lavori extra possono richiedergli: idraulico, elettricista, per provocante suggerimento dell'amico storico Murray (Allen), che chiude la sua storica libreria e necessita guadagni immediati, s'improvvisa gigolò. Prima Sharon Stone, poi la magnifica Sofía Vergara, scopriranno il talento del ballo e del massaggio e del threesome in un uomo che tanto bellino non appare ma tra i lunghi silenzi e le penetranti occhiate sa far venire i brividi; paradossale: Allen pagherebbe per andare a letto con quelle donne e quelle donne pagano Turturro. L'obiettivo è un ménage-à-trois che si potrà consumare solo quando l'intimità sarà massima fra i tre partecipanti. La Stone è la tipica moglie ricca annoiata che cerca il brivido dei giorni, la Vergara ha un seno che straborda e lo sa. S'inserisce, di striscio, in tutto questo, la francesina Vanessa Paradis, membro del ghetto ebraico newyorkese, vedova recente con parrucca costretta in capo: così diversa dalle donne che Fioravante soddisfa, così evanescente, eterea, silenzi e sguardi e carezze proibite faranno perdere la testa a lei e a lui, che dovrà abbandonare la strada presa.
È, questo, un film sulla gente insofferente, sulle persone insoddisfatte: nessuno è contento di quello che ha, di quello che è, ognuno vorrebbe di più, o vorrebbe qualcosa da qualche altra parte, e l'epilogo ci insegna che quasi mai lo ottiene. Ma la trovata forse più interessante di questa commedietta romantica dalla bella fotografia è forse il finale: aperto, improvviso. Questi due personaggi ci sono dati in uno spaccato della loro vita che inizia e si conclude e forse viene approssimata la chiave del proseguimento. Fatto che sta che il Fioravante-centrismo e il macchiettismo di Allen e la bottega degli orrori finali tolgono molto a quello che poteva essere un bel film corale fatto di nessun cliché e qualche azzardo.
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