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martedì 21 gennaio 2014

i nativi americani.



I Segreti Di Osage County
August: Osage County, 2013, USA, 121 minuti
Regia: John Wells
Sceneggiatura non originale: Tracy Letts
Basata sullo spettacolo omonimo di Tracy Letts
Cast: Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper,
Margo Martindale, Sam Shepard, Dermot Mulroney, Abigail Breslin,
Julianne Nicholson, Juliette Lewis, Benedict Cumberbatch
Voto: 7.5/ 10
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Candidato a due Premi Oscar:
attrice protagonista (Meryl Streep)
attrice non protagonista (Julia Roberts)
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“La vita è molto lunga” – T.S. Eliot.
Con una considerazione sul diritto d'autore si apre un film che vede un uomo, un poeta abbastanza famoso in passato, esordire sbeffeggiando un collega che non ha detto niente di nuovo ma a quello che ha detto adesso vede affiancato il proprio nome, e capovolge il senso della frase; la vita è molto lunga, ma non lo sarà per lui, nel momento in cui assume la domestica indiana/ nativa americana che si deve prendere cura della casa e, all'occorrenza, della moglie malata di cancro alla bocca, una Meryl Streep che compare già la prima volta ammattita dalle pillole da cui dipende, coi pochi capelli scampati alla chemio, con la bocca che a tratti brucia e la costringe alla balbuzie, alle dita sulla lingua, con una sigaretta sempre accesa per sentire un altro sapore. Dal momento in cui entrerà nello studiolo del marito che sta assumendo la domestica indiana/ nativa americana, sarà la stella del film, la colonna della storia. I compatimenti e gli abbracci saranno tutti per lei, quando il marito non si vedrà più in casa né in giro, probabilmente scappato, magari in gita in barca senza avvisare. In tre momenti diversi di un caldissimo agosto (che ingiustamente è stato tolto dal titolo) vedrà le tre figlie pioverle in casa: Ivy, tenera e dolce e mite e insicura donnina vicina ai cinquanta con una segreta relazione insieme al cugino mezzo tocco (l'ormai onnipresente Benedict Cumberbatch; ma senza accento inglese); Karen, una splendida Juliette Lewis trucida e convinta di aver trovato l'uomo giusto in un divorziato già tre volte, oca e malvestita; Barbara, la Julia Roberts vera protagonista della storia, la figlia forte, il pugno di ferro, colei che a tavola stabilisce che la dipendenza dalle pillole deve finire e lancerà i flaconi in faccia all'incapace medico, che aggredirà la madre alla cena di lutto facendola finire schiacciata per terra (vedi locandina originale) senza però rompere l'incanto familiare perché è così che in famiglia si fa: si litiga fino ai cazzotti ma poi l'equilibrio ritorna e i rancori si mascherano. E di questo il film vuole parlare, partendo dal libretto e dallo spettacolo di Tracy Letts, pluripremiato a teatro, in cui vedeva ricostruita una casa intera a due piani per distribuire i personaggi nello spazio, il Tracy Letts autore di un altro spettacolo e un'altra sceneggiatura magistrali, Killer Joe, capace di incastrare crisi familiari a carriere corrotte di poliziotti, sempre con un'adolescente disturbata da qualcosa, dalla realtà troppo poco fiabesca probabilmente: lì era Juno Temple, che viveva in una sorta di baracca con madre assente e traditrice e padre desideroso dei soldi dell'assicurazione; qui è Abigail Breslin, ex bambina prodigio (per Little Miss Sunshine) e ormai volto qualunque, quattordicenne devota all'erba e accattivata dagli adulti che le sputano il fumo in bocca. Guarda Il Fantasma Dell'opera del 1925 per evadere da una famiglia in cui ogni elemento costituisce un problema per sé e per gli altri senza apparente soluzione. Tutto pare vada a scatafascio: dalle relazioni sentimentali (a cominciare da quella col tenero Ewan McGregor) ai legami di sangue, fino all'appartenenza territoriale; si evade, si scappa, si vola a New York o a Miami, eppure tutti sono chiusi in questa casa in cui, a coppie o in gruppi, si tirano addosso le proprie disgrazie. Gli esterni hanno meno forza, fuori dalla casa ci sono solo anonime insegne o campi o strade tra i quali gli attori si fanno piccoli piccoli. E, alla fine, non si trova rimedio.
Il film, pare incompleto. Comincia all'improvviso, salta grandi episodi senza avvisarci, finisce senza dircelo. Come la vita – ed è giusto così. Ci regala una performance straordinaria, una delle tante, della Streep, che sboccata e perfida sente la responsabilità di tanti errori e sa di stare pagando. La prova da regista di John Wells, però, non va completamente in porto. Lui, sceneggiatore e regista storico di E.R., adesso autore di Shameless e nel 2010 al cinema con The Company Men sempre con Chris Cooper, sa come dissolvere la telecamera tra i drammi umani ma non riesce poi a ricomporla quando è il momento. Anche se l'amaro in bocca ce lo lascia di più la storia.

venerdì 8 novembre 2013

videogioco di guerra.



Ender's Game
id., 2013, USA, 114 minuti
Regia: Gavin Hood
Sceneggiatura non originale: Gavin Hood
Basata sul romanzo di Orson Scott Card
Cast: Asa Butterfield, Harrison Ford, Viola Davis, Hailee Steinfeld,
Ben Kingsley, Abigail Breslin, Aramis Knight, Suraj Partha
Voto: 6.9/ 10
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A poco più di trentacinque anni dalle Guerre Stellari, Harrison Ford rimette piede su un'astronave per andare a sconfiggere un pianeta nero-morte che minaccia di farci fuori tutti. Siamo, ancora, in un futuro più o meno prossimo, in cui l'addestramento militare si fa senza gravità e le brande sono disposte in stanze munite di nome/ animale in cui sono ammesse anche le ragazze. È, questo, un futuro in cui l'uomo si accorge che il bambino cresce a videogiochi e simulazione, con tablet durante la pausa pranzo e giochi quasi di-ruolo coi propri compagni. Il bullismo scaturisce dalla strategia sbagliata e la violenza fisica convive con quelle psicologica e ludica. A partire da ciò, si può accettare che un pischello di quindici anni circa venga messo al comando di una piattaforma galattica intera di cui è forse il più giovane, per dirigere una guerra che o li vedrà quasi tutti vincitori o completamente tutti morti. Follia pura, ma il film – che è un film come tanti, un Hunger Game in orbita e non nel bosco, un romanzo della formazione di un carnefice buono – è in realtà un videogioco che teorizza la guerra, che strizza l'occhietto alla trattazione pacifica, ma l'Adulto gioca d'impulso perché assetato di vittoria e non permette che l'ingenuo Bambino patteggi col nemico che non parla la sua lingua. Il videogioco, che non a caso è anche nel titolo, entra nella pellicola anche come realtà aumentata, e ci mostra un'Abigail Breslin animata, cresciuta e con un accenno di seno: e pensare che l'avevamo quasi lasciata a trafugare un trofeo dopo aver perso la corona di Little Miss Sunshine. Troppo poco spazio le viene dato, candidata all'Oscar a nove anni – e troppo poco a Viola Davis, candidata all'Oscar per nove minuti, che qui rappresenta la psicologa o antropologa in grado di decifrare i comportamenti di questi ragazzi, del protagonista in particolare. I turbamenti del giovane Ender scaturiscono da una crescita fatta di frustrazione per essere il terzo figlio (ne traiamo come conseguenza che a ogni famiglia spettano massimo due pargoli) e di cattiveria non troppo repressa a causa di un fratello sempre nervoso. Ender è però personaggio particolare, indecifrabile, «sempre alla ricerca di affetto» e «in conflitto con l'autorità». Risponde male ma è educato, parla alle masse ma mangia da solo. A scrivergli le battute (e le patetiche scene di vittoria antigravitazionale e di confessione in zattera con la sorella) è il regista Gavin Hood – Oscar al film straniero Tsotsi nel 2005, direttore di un cast stellare nel 2007 (il film era Rendition) e campione d'incassi nel 2009 con il film su Wolverine degli X-Men – mentre a interpretarlo è Hugo Cabret Asa Butterfield che né ha sviluppato in altezza né ha preso peso. Oltre che a Star Wars (di cui si percepisce la trama, il grottesco di certi personaggi, il giovane capace al comando e la Morte Nera da sconfiggere), il film deve molto a certe trovate scenografiche di 2001: capisaldi del cinema nello spazio, impossibili da non ricordare davanti a certi lunghi corridoi o al vassoio del pranzo fatto a scomparti. Ma c'è qualcosa, del film, che non quadra. Oltre ai tatuaggi maori sulla faccia di Ben Kingsley. Ed è la confezione del film in sé, che non ci dà assolutamente niente di nuovo rispetto a quello che siamo abituati a vedere, non ci sorprende né ci commuove né ci emoziona – e pare, ancora una volta, che sia stato fatto come pretesto per mettere su schermo giganteschi effetti speciali che hanno fatto incassare, al momento, 32 milioni di dollari in America (il film però è costato 110).