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mercoledì 7 gennaio 2015

il calcolatore universale.



The Imitation Game
id., 2014, UK/ USA, 114 minuti
Regia: Morten Tyldum
Sceneggiatura non originale: Graham Moore
Basata sul romanzo Alan Turing. Storia Di Un Enigma
di Andrew Hodges (Bollati Boringhieri)
Cast: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode,
Rory Kinnear, Allen Leech, Matthew Beard, Charles Dance,
Mark Strong, James Northcote, Tom Goodman-Hill, Steven Waddington
Voto: 5.7/ 10
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Agli albori della Seconda Guerra, il ventisettenne Alan Turing (che con alle spalle pubblicazioni e meriti non si considera un prodigio portando ad esempio i precursori più noti) viene chiamato da una segreta task force nell'esercito inglese a decrittare il codice intercettato con cui i tedeschi di Hitler si mandano informazioni riguardo agli attacchi imminenti, gli spostamenti delle armate, i progetti bellici. La macchina che fornisce i dati nell'indecodificabile codice si chiama Enigma guarda un po', e ogni giorno l'algoritmo del suo segreto cambia. I più esperti matematici, logicisti, statisti d'Inghilterra ci lavorano notte e giorno senza raggiungere mai traguardo, mentre la guerra fa incetta di civili e l'alleata Russia pretende informazioni. Con l'ordine di Churchill, Turing viene messo a capo di un team da lui selezionato attraverso un cruciverba da risolvere in sei minuti – quando il tempo necessario rasenta gli otto. Keira Knightley consegna il foglio compilato in poco più di cinque, e diviene effettivamente parte della cricca di cervelloni tutti maschi all'interno della quale inizierà la sua futura battaglia femminista, per i diritti paritari, nonostante sia indecoroso agli occhi dei genitori. Dall'altra parte Alan/ Benedict Cumberbatch, un pelo autistico e sprezzante del prossimo ma non in tutte le scene, si farà presto martire delle leggi omofobe dell'epoca, suicidato quarantenne sotto castrazione chimica, accusato ingiustamente e premeditatamente mentre la sua macchina dava le basi al moderno computer. Questa parte della storia, però, viene omessa: segregata nelle didascalie finali che, si sa, insieme alla voce fuori campo (che pure compare), rappresenta la debolezza di ogni sceneggiatore. Il duo – di attori e personaggi – affiatatissimo e in sintonia mentale, si fa paladino delle diversità e delle emarginazioni, del riscatto sociale e della meritocrazia, e a poco serve sottolineare quanto Turing sia stato genio incompreso, quanto l'Inghilterra sia colpevole d'omicidio (al punto che nel 2009 la regina Elisabetta si è pubblicamente scusata per quello che l'esercito britannico fece a un vero eroe di guerra, senza il quale il Conflitto avrebbe causato molti più morti). Se ne esce comunque tutti felici e contenti, senza risentimento verso l'omofobia né verso l'UK, appunto perché il copione decide di fermarsi a un pezzettino microscopico dell'accusa per atti osceni istigata da un furto senza ladro. Il celebratissimo lavoro dell'ex sconosciuto Graham Moore, tra l'altro, non riesce a reggere i due, a stralci tre livelli narrativi su cui dipana la storia dall'infanzia agli ultimi anni di vita del giovane favoloso, fatta di poca originalità su tutti i fronti: dalle banalotte gag per far sorridere (leggi: arrampicata alla finestra) all'analisi pressappochista di certi personaggi, leggi: Joan Clarke, di cui possiamo però accettare la romanzazione visto che l'unica testimonianza che si ha della donna è un'intervista scritta rilasciata quando aveva settant'anni. Se la bravura della Knightley è quindi più gonfiata del dovuto causa mancanza di concorrenza quest'anno, possiamo lamentarci meno di Sherlock-in-tweed, ancora una volta dispotico illuminato, già eletto attore del 2015, da tutti amato – comunità GLBT inclusa. Impossibile non paragonarlo all'altro nerd in sala, Stephen “Eddie Redmayne” Hawking, sempre super british ma con una malattia degenerativa che alimenta la difficoltà del lavoro dell'attore, soprattutto perché Cumberbatch interpretò il fisico nel TV movie Hawking. Entrambi i film (questo e La Teoria Del Tutto) sono di un ruffiano esasperante tra musiche coinvolgenti e ritmi narrativi da primi piani cogitanti. In questo caso però c'è dietro Harvey Weinstein, furbamente tornato in Inghilterra per replicare l'inspiegabile pioggia di premi de Il Discorso Del Re: «a conti fatti [...] sono proprio elementi come forma anonima ma costosa, attori “bravissimi” ma manierati e scenografie “bellissime” a racchiudere l'ideologia da Oscar [...]. Senza contare la ricostruzione storica cartolinesca» (Giona A. Nazzaro, Film TV). Piacerà a chi: uscendo dalla sala vorrà comprarne il libro per lasciarlo a pagina cinque.

domenica 28 dicembre 2014

la ritirata.



Lo Hobbit:
La Battaglia Delle Cinque Armate
The Hobbit: The Battle Of The Five Armies, 2014, USA, 144 minuti
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura non originale: Fran Walsh, Philippa Boyens,
Peter Jackson e Guillermo del Toro
Basata sul romanzo Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien (Adelphi)
Cast: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Ken Scott,
Graham McTavish, William Kircher, James Nesbitt,
Stephen Hunter, Dean O'Gorman, Aidan Turner, John Callen,
Peter Hambleton, Jed Brophy, Mark Hadlow, Adam Brown,
Orlando Bloom, Evangeline Lily, Lee Pace, Cate Blanchett,
Stephen Fry, Benedict Cumberbatch
Voto: 5.8/ 10
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Come se non fosse passato un anno nel mezzo, il film riprende da dove la storia s'era interrotta: «io sono fuoco» aveva detto Smaug, «io sono morte», e fuoco e morte semina per l'isola di Pontelagolungo mentre il popolo cerca di mettersi in salvo attraverso barchette e pontili; solo Bard ha il coraggio di mettere al riparo i figli e fronteggiare il drago, scoprendo il punto debole della sua pelle e la giusta freccia che potrebbe portare tutti in salvo. Siamo a cosa, minuto nove?, e il drago non c'è più: un'ora di attesa la scorsa volta per assistere all'ingegno digitale umano e a una performance vocale di Benedict Cumberbatch da manuale e adesso si consuma tutto nel primo quarto d'ora in modo che il castello – dove la lucertola riposava – e il tesoro che contiene possano essere in mano ai nani che l'hanno raggiunto e che ne rivendicano la proprietà. Ma l'oro genera mostri nel sonno della ragione e Thorin sta perdendo il raziocinio davanti all'esteso possedimento: Bilbo Beggins, lo hobbit del titolo che se il film non si chiamasse Lo Hobbit probabilmente non ci accorgeremmo nemmeno che è nel film, e se non fosse per la locandina, argutamente coglie lo sfacelo imminente e ruba l'Arkengemma affinché le stirpi altre (elfi, umani) possano pacificamente giungere a un accordo sul da farsi. Sarà guerra, da cui il sottotitolo per questo capitolo finale, e le cinque armate si sfideranno sotto al castello maledetto, sotto a un volo di aquile e corvi e soprattutto per quasi due ore. Basta trama, basta personaggi, solo martelli e alci, lance e frecce, orchi e spaccaterra per assistere, morto dopo morto, alla minuziosa fatica che stabilisce chi avrà diritto a varcare la soglia del portone. La rimpatriata iniziale, ricordata nelle ultime scene senza qualche componente, è ormai completamente dispersa e mezza stecchita e ha fatto scattare la scintilla in una donna elfo inventata rispetto al romanzo di partenza e criticatissima perché impossibilitata all'innamoramento. Se la tensione tra i due era solo sfiorata, durante la scampagnata, questa volta è non solo resa palese ma anche rimarcata, sottolineata, con un dialogo finale da far accapponare la pelle per l'orrore, mentre Evangeline Lily chiede a Lee Pace come mai un lutto d'amore faccia così male, pateticismo che nemmeno dentro a Colpa Delle Stelle. Il pressappochismo sentimentale del tutto gratuito è inframezzato dalle scenette-videogioco della prima volta, quando la divisione in tre capitoli del libercolo di partenza non era così sofferta, non era stata così diluita e spalmata: vedevamo lunghe sequenze pseudo-comiche riprese soprattutto dall'alto a mo' di schermo del computer davanti a World Of Warcraft. Anche l'ironia, la comicità qui fa cilecca alla grande: le due battute di spirito di Bilbo, due di numero, si inseriscono in travestitismi e frecciatine che rasentano la povertà di sceneggiatura, che sguazza e si adagia troppo sulle scene belliche anch'esse inaccettabili per Fisica e Fortuna: orchi di quattro metri che cadono a terra colpiti da una pietruzza lanciata da un nano, personaggi che s'abbracciano e conversano al centro di un campo di guerra dove una distesa di cattivi cade al primo colpo di spada: nessuno dei nostri eroi è mai beccato né cade fracassandosi il cranio anzi allo sgretolarsi di un ponte riesce a non finire nel vuoto saltando da una pietra in rovina all'altra, perché si arrivi a una conclusione affrettata e dal sapore inglese di Alice Nel Paese Delle Meraviglie più che del Signore Degli Anelli che pure spesso cita. L'ultima battuta del libro, scalata qua alla penultima scena, insegna che i grandi cambiamenti possono scaturire anche dalle più piccole creature, come gli hobbit, o come gli anelli. La saga fantasy che ha stravolto i canoni del cinema, e il regista poverello che s'è caricato il peso di questo successo, sono stati fatti oggetto di blockbuster e hanno pensato troppo in grande, aumentando i film a tre e diluendoli fino allo stremo dell'interesse umano per due ore e mezzo di durata ciascuno, e sognando in grande invece che in piccolo come bene invece predicano, hanno concluso la non-trilogia come peggio non si poteva fare.

martedì 2 dicembre 2014

la marcia dei pinguini.



I Pinguini Di Madagascar
Penguins Of Madagascar, 2014, USA, 92 minuti
Regia: Eric Darnell & Simon J. Smith
Sceneggiatura originale: John Aboud, Michael Colton e Brandon Sawyer
Soggetto: Alan J. Schoolcraft e Brent Simons
Basata sui personaggi di Eric Darnell & Tom McGrath
Voci originali: Tom McGrath, Chris Miller, Christopher Knights, Conrad Vernon,
John Malkovich, Benedict Cumberbatch, Peter Stormare, Andy Richter
Voci italiane: Luigi Ferrario, Gerolamo Alchieri, Franco Mannella,
Alberto Angrisano, Marco Mete, Paolo Buglioni, Oreste Baldini
Voto: 8.4/ 10
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Come è successo per Scrat de L'era Glaciale e per i planes di Cars – e mi viene in mente anche il vecchio tentativo fallito di Bartok da Anastasia – capita spesso che personaggi secondari siano più comici, amati, interessanti dei principali al punto da meritare uno spin-off, e nell'era dei prequel e dei sequel animati anche Madagascar ha chiesto il suo, già con la serie animata compare di Kung Fu Panda e Dragontrainer, adesso con un lungometraggio che fagocita (cinematograficamente parlando) tutti e tre i film “base” precedenti. I quattro pinguini-agenti speciali-pasticcioni, ci vengono presentati all'alba delle origini, nell'habitat caro ai documentaristi, quel polo incontaminato e bianco dove si marcia senza meta e si ha paura del mondo esterno. Skipper, Kowalski e Rico sono cuccioli disobbedienti, e apparentemente senza famiglia, che si staccano dal gregge per seguire un uovo, che scoprono presto di essere portati per l'avventura e si ritrovano a formare un piccolo nucleo familiare (e soprattutto, tutto maschile) per allevare ed educare Soldato, l'uovo dischiuso lontano dai ghiacciai. Parte da qui la storia che conosciamo per stralci da un certo punto in poi, e gli stralci vengono ben inseriti nella narrazione totale che copre un grande arco di tempo e di luoghi, dalle prime comparsate negli zoo all'attuale vita circense; il cattivo di turno è un David/ Dave dal nome cangiante e dall'aspetto doppio, molti tentacoli e una sete di vendetta un po' inspiegabile ed esagitata. L'obiettivo sarebbe tramutare i pinguini in mostri in modo da catalizzare tutto l'affetto degli esseri umani, e i bersagli primi sono proprio i quattro di Madagascar (che a Madagascar, effettivamente, non ci sono mai arrivati). Al bianco e nero dei pinguini si somma la scala di grigi del Vento del Nord: contro il polpo si mette anche una banda super-organizzata di animali algidi munita di navicelle, computer, armi, attrezzature tecnologiche all'avanguardia, che si scusa per gli «ologrammi rozzi» partendo dal presupposto che un buon piano sia la partenza necessaria al raggiungimento dello scopo. I pinguini invece lavorano d'istinto, perennemente col 95% di probabilità di fallire, e come ci insegnerà Soldato sempre mettendoci il sentimento, correndo il rischio. Il film è su di lui, e sulla sua accettazione nel gruppo: piccolo, inesperto e ultimo arrivato, rappresenta l'apparenza che inganna sempre e che deve faticare il doppio per farsi ascoltare. Ma il film è anche sul fare invece che dire, sul braccio sopra alla mente, su chi ha pochi mezzi ma li sa usare bene. I soliti buonismi da film d'animazione sono qui magicamente mascherati: innanzitutto, da una trama bizzarra e frizzantissima, costruita per non avere un minuto in cui ci si ferma a pensare; e poi, dietro una regia sopraffina che utilizza tecniche nuove ai film d'animazione – pianisequenza aerei, titoli di testa inseriti nello spazio, sfondi roteanti e un umorismo perenne e disastroso, un umorismo spesso fatto per gli adulti e non per i bambini («in Francia?, con quel sistema fiscale?»). Punta di diamante è la Dublino di Shanghai, ma sono infiniti e disparati i momenti in cui si ride. I quattro pinguini, molto più che nella serie animata, sono animali da palcoscenico, anzi da schermo, capacissimi di tenere l'attenzione costante e nascondere il calo narrativo degli ultimi minuti. Ad Eric Darnell già regista di tutti i mediocri Madagascar si affianca il novello Simon J. Smith (esecutore in Shrek, regista di Bee Movie), e la coppia funziona, mentre Tom McGrath viene spostato solo dietro al microfono per dare la voce a Skipper. Il suo sarà un testa-a-testa con l'onnipresente Benedict Cumberbatch che presta l'accento super british a Classified, l'Agente Supersegreto che nei tratti ricorda Alex. Un citazionismo continuo verso se stessi: un film d'animazione splendido.

venerdì 29 agosto 2014

emmys/ 2.



Quinto Emmy consecutivo per Modern Family che diventa la prima serie vincitrice del massimo trofeo comedy per tutte le sue stagioni; terzo, sempre consecutivo, per Julia Louis-Dreyfus migliore attrice in Veep, che dalla nascita della serie firmata HBO non ha mai avuto rivali (ma aveva già vinto nel 2006); secondo per Ty Burrell, della serie di cui prima, giunto alla quinta nomination; ben due Emmy nello stesso anno per Allison Janney: attrice non protagonista comedy per la piccola Mom e guest star drama per Masters Of Sex, e sul palco grida vittoria del suo quinto trofeo; anche per Jim Parsons è il terzo, ma non consecutivo, per The Big Bang Theory che non vince altro; anche se solo del trionfo di Breaking Bad si è parlato: miglior attore (Bryan Cranston, quarta volta), attrice non protagonista Anna Gunn e attore non protagonista Aaron Paul (insieme nella foto), entrambi già premiati, e per la seconda volta miglior serie drammatica e premio anche alla sceneggiatrice Moira Walley-Beckett (vince anche una regista donna, per Modern Family: è l'anno delle signore della TV e qualcuno lo nota). Insomma una serata di personaggi e vittorie trite e ritrite, nessuno saliva sul palco per la prima volta, nessuno era sorpreso di trionfare – l'unico accidente è stato il bacio a stampo un po' prolungato a cui Cranston ha obbligato la Louis-Dreyfus mentre lei andava a ritirare la statuetta. La coppia vincente Benedict Cumberbatch - Martin Freeman non c'è e al loro Sherlock (e a Fargo) viene preferito The Normal Heart di Ryan Murphy, sovrano della categoria miniserie, film-tv con American Horror Story (premi alle attrici) e il lungo film scritto da Larry Kramer, presente sul palco nella commozione generale. Ma la serata è ruotata tutta attorno a Matthew McConaughey e alla probabile vittoria per True Detective che l'avrebbe incoronato miglior attore per cinema e tv nello stesso anno, dopo l'Oscar di febbraio. Non è avvenuto, perché niente di nuovo succede mai: di seguito e dopo il salto tutti i vincitori della seconda serata.

serie drama: Breaking Bad (Amc)
regia per una serie drama: Who Goes There (True Detective, Hbo), diretto da Cary Joji Fukunaga
sceneggiatura per una serie drama: Ozymandias (Breaking Bad, Amc), scritto da Moira Walley-Beckett
attore protagonista in una serie drama: Bryan Cranston per Breaking Bad (Amc)
attrice protagonista in una serie drama: Julianna Margulies per The Good Wife (Cbs)
attore non protagonista in una serie drama: Aaron Paul per Breaking Bad (Amc)
attrice non protagonista in una serie drama: Anna Gunn per Breaking Bad (Amc)

venerdì 31 gennaio 2014

la punizione del faraone.



12 Anni Schiavo
12 Years A Slave, 2013, USA/ UK, 134 minuti
Regia: Steve McQueen
Sceneggiatura non originale: John Ridley
Basata sul romanzo omonimo di Solomon Northup
Cast: Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Sarah Paulson,
Paul Dano, Benedict Cumberbatch, Paul Giamatti, Brad Pitt,
Lupita Nyong'o, Alfre Woodard, Kelsey Scott, Quvenzhané Wallis
Voto: 8.8/ 10
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Candidato a nove Premi Oscar:
film, regia (Steve McQueen), sceneggiatura non originale (Joh  Ridley)
attore (Chiwetel Ejiofor), attore non protagonista (Michael Fassbender)
attrice non protagonista (Lupita Nyong'o), montaggio (Joe Walker)
costumi (Patricia Norris), scenografia (Adam Stockhausen & Alice Baker)
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Il «genio» Steve McQueen (le virgolette sono di Michael Fassbender su Vanity Fair), video-artista al suo terzo lungometraggio, raccoglie il crescendo di successi accumulati in precedenza e approda al cinema con un'opera che, stando solo alla trama, spezza con le precedenti; è una storia in costume, storia vera di Solomon Northup rapito da due bianchi finti impresari circensi e venduto come schiavo, privato della sua identità e separato con la forza e l'inganno dalla famiglia, dai figli, per essere deportato altrove a coltivare il cotone e lavorare la terra mantenendo la media delle 200 libbre raccolte ogni giorno sennò cento frustate. Ed è una storia linearmente raccontata, affrontabile da ogni tipo di pubblico: non siamo più davanti ai pianosequenza estremi di Hunger, al suo silenzio perenne rotto dal magistrale dialogo del mezzo; non abbiamo più il mistero da svelare scavando nella psicologia dei due protagonisti di Shame: qui tutto ci viene raccontato sin dall'inizio, come a voler privare il film della sua trama, del suo sviluppo, anche perché a McQueen raccontare una storia in ordine cronologico non piace. Eppure gli strascichi di Shame si sentono, soprattutto nella colonna sonora che un sacco le assomiglia (Glenn Gould escluso) ma di Hans Zimmer, ingiustamente non candidato all'Oscar; e ancora di più si sente Hunger: nell'esplicitazione della violenza, nella nudità dei corpi maltrattati, nelle frustate, nelle ferite sulla schiena, sui lividi, sulle magrezze. Ancora una volta il regista irlandese confeziona un'accusa verso la società: non è più la condizione dei prigionieri politici né quella del disturbo sessuale di un presunto violentato, ma un'accusa più grande, immensa, di cui tutto il mondo parla: è l'olocausto del Nuovo Continente, la tratta dei negri che ormai il cinema ci racconta in tutte le salse – e gli attuali adolescenti cresceranno come noi siamo cresciuti leggendo Anna Frank. Ma 12 Anni Schiavo si eleva sugli altri, sui grotteschismi ironici di Django, sull'asciuttezza narrativa di Lincoln, sulla compassione pietosa di The Butler, e si fa pellicola per chi si ritiene troppo intelligente per tutti i precedenti: perché McQueen estetizza, racconta una catastrofe ingiusta, un'altra vittimizzazione dovuta a circostanze esterne, alle cose del mondo, e lo fa senza mai perdere la propria concezione di Arte. Più il film avanza, più la storia si sporca di sangue, migliori sono le scene, concludendosi in un pianosequenza in cui la straordinaria Lupita Nyong'o si ritrova, nuda e legata, a sorbirsi colpi di frusta che le vediamo squarciare le carni. Però la fama del regista, e soprattutto del suo sodalizio con Michael Fassbender, qui relegato in una parte minore ma terribile e terribilmente interpretata, lo spinge sul grande pubblico, per cui lima i propri pirotecnicismi e puntella la pellicola con immagini di paesaggi e di orizzonti ricordando I Giorni Del Cielo e semina tra il cotone attori da cartellone, dal cattivo-a-tutti-i-costi Paul Dano al commerciante Paul Giamatti, dal buono Benedict Cumberbatch al buonissimo Brad Pitt (anche produttore). Se Spielberg si stendeva sulla sua impeccabile sceneggiatura, e soprattutto sui suoi attori, McQueen fa l'esatto opposto, prendendosi il carico della creazione di pathos – eppure gli attori lo superano lo stesso: Chiwetel Ejiofor è straordinario, e lui se ne accorge e lo riprende, fermo, per una scena intera. Meravigliosa. Cerca il meraviglioso in tutto – ma in tutto il becero, il cattivo, l'estremo: non ci mostra infatti la conclusione della storia (pubblicata nel 1853), e ce la riassume con troppe didascalie di fondo.
Era stato eletto film dell'anno prima che uscisse, ha avuto la sfortuna di uscire insieme a troppi film dell'anno. La critica si divide: attenzione però che le aspettative alte ammazzano.

martedì 21 gennaio 2014

i nativi americani.



I Segreti Di Osage County
August: Osage County, 2013, USA, 121 minuti
Regia: John Wells
Sceneggiatura non originale: Tracy Letts
Basata sullo spettacolo omonimo di Tracy Letts
Cast: Meryl Streep, Julia Roberts, Ewan McGregor, Chris Cooper,
Margo Martindale, Sam Shepard, Dermot Mulroney, Abigail Breslin,
Julianne Nicholson, Juliette Lewis, Benedict Cumberbatch
Voto: 7.5/ 10
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Candidato a due Premi Oscar:
attrice protagonista (Meryl Streep)
attrice non protagonista (Julia Roberts)
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“La vita è molto lunga” – T.S. Eliot.
Con una considerazione sul diritto d'autore si apre un film che vede un uomo, un poeta abbastanza famoso in passato, esordire sbeffeggiando un collega che non ha detto niente di nuovo ma a quello che ha detto adesso vede affiancato il proprio nome, e capovolge il senso della frase; la vita è molto lunga, ma non lo sarà per lui, nel momento in cui assume la domestica indiana/ nativa americana che si deve prendere cura della casa e, all'occorrenza, della moglie malata di cancro alla bocca, una Meryl Streep che compare già la prima volta ammattita dalle pillole da cui dipende, coi pochi capelli scampati alla chemio, con la bocca che a tratti brucia e la costringe alla balbuzie, alle dita sulla lingua, con una sigaretta sempre accesa per sentire un altro sapore. Dal momento in cui entrerà nello studiolo del marito che sta assumendo la domestica indiana/ nativa americana, sarà la stella del film, la colonna della storia. I compatimenti e gli abbracci saranno tutti per lei, quando il marito non si vedrà più in casa né in giro, probabilmente scappato, magari in gita in barca senza avvisare. In tre momenti diversi di un caldissimo agosto (che ingiustamente è stato tolto dal titolo) vedrà le tre figlie pioverle in casa: Ivy, tenera e dolce e mite e insicura donnina vicina ai cinquanta con una segreta relazione insieme al cugino mezzo tocco (l'ormai onnipresente Benedict Cumberbatch; ma senza accento inglese); Karen, una splendida Juliette Lewis trucida e convinta di aver trovato l'uomo giusto in un divorziato già tre volte, oca e malvestita; Barbara, la Julia Roberts vera protagonista della storia, la figlia forte, il pugno di ferro, colei che a tavola stabilisce che la dipendenza dalle pillole deve finire e lancerà i flaconi in faccia all'incapace medico, che aggredirà la madre alla cena di lutto facendola finire schiacciata per terra (vedi locandina originale) senza però rompere l'incanto familiare perché è così che in famiglia si fa: si litiga fino ai cazzotti ma poi l'equilibrio ritorna e i rancori si mascherano. E di questo il film vuole parlare, partendo dal libretto e dallo spettacolo di Tracy Letts, pluripremiato a teatro, in cui vedeva ricostruita una casa intera a due piani per distribuire i personaggi nello spazio, il Tracy Letts autore di un altro spettacolo e un'altra sceneggiatura magistrali, Killer Joe, capace di incastrare crisi familiari a carriere corrotte di poliziotti, sempre con un'adolescente disturbata da qualcosa, dalla realtà troppo poco fiabesca probabilmente: lì era Juno Temple, che viveva in una sorta di baracca con madre assente e traditrice e padre desideroso dei soldi dell'assicurazione; qui è Abigail Breslin, ex bambina prodigio (per Little Miss Sunshine) e ormai volto qualunque, quattordicenne devota all'erba e accattivata dagli adulti che le sputano il fumo in bocca. Guarda Il Fantasma Dell'opera del 1925 per evadere da una famiglia in cui ogni elemento costituisce un problema per sé e per gli altri senza apparente soluzione. Tutto pare vada a scatafascio: dalle relazioni sentimentali (a cominciare da quella col tenero Ewan McGregor) ai legami di sangue, fino all'appartenenza territoriale; si evade, si scappa, si vola a New York o a Miami, eppure tutti sono chiusi in questa casa in cui, a coppie o in gruppi, si tirano addosso le proprie disgrazie. Gli esterni hanno meno forza, fuori dalla casa ci sono solo anonime insegne o campi o strade tra i quali gli attori si fanno piccoli piccoli. E, alla fine, non si trova rimedio.
Il film, pare incompleto. Comincia all'improvviso, salta grandi episodi senza avvisarci, finisce senza dircelo. Come la vita – ed è giusto così. Ci regala una performance straordinaria, una delle tante, della Streep, che sboccata e perfida sente la responsabilità di tanti errori e sa di stare pagando. La prova da regista di John Wells, però, non va completamente in porto. Lui, sceneggiatore e regista storico di E.R., adesso autore di Shameless e nel 2010 al cinema con The Company Men sempre con Chris Cooper, sa come dissolvere la telecamera tra i drammi umani ma non riesce poi a ricomporla quando è il momento. Anche se l'amaro in bocca ce lo lascia di più la storia.