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venerdì 12 giugno 2015

David di Donatello - vincitori.



Settimo David di Donatello per Margherita Buy, protagonista indiscussa di Mia Madre di Nanni Moretti («dei 70 giorni di riprese, non è venuta sul set solo una volta, per una scena che poi ho tagliato» ha dichiarato il regista), che si accontenta di questo premio e di quello all'immensa Giulia Lazzarini, non protagonista, facendosi rubare la mormorata Migliore Regia da Francesco Munzi che, capofila con 16 candidature per il suo Anime Nere, non viene penalizzato dall'incasso (sei milioni e mezzo) di Martone e fa incetta: 9 statuette, film, regia, sceneggiatura, produzione (dov'era candidato Le Meraviglie, sigh), fotografia, montaggio, sonoro, colonna sonora, canzone originale addirittura (niente da fare per Sei Mai Stata Sulla Luna? di Francesco De Gregori, vincitore già col nome, e Wrong Skin di Marialuna Cipolla, under25 senza etichetta discografica vincitrice del concorso “Una Canzone per il Ragazzo Invisibile” – film che incassa i previsti Effetti Digitali della Visualogie). Tutto il resto va a Il Giovane Favoloso: Elio Germano ispirato miglior attore, terza vittoria, è il più importante premio davanti alla scenografia, ai costumi, al trucco e alle acconciature. I pochi premi rimanenti, sono per Edoardo Falcone regista esordiente di Se Dio Vuole, prevedibile dato il successo di pubblico e la candidatura per Giallini, che batte la Bispuri di Vergine Giurata e il Ciak d'Oro Bello&Invisibile N-Capace. Noi E La Giulia è il film scelto dai giovani e si porta a casa il David per l'attore non protagonista – che non è, come si poteva pensare, Claudio Amendola il comunistello che chiude i camorristi in cantina ma Carlo Buccirosso, il camorrista chiuso in cantina. Ovviamente il miglior film straniero è Birdman perché guai a non rispettare la decisione degli Oscar e il film europeo è La Teoria Del Tutto – ma il premio lo ritirano i distributori italiani. Miglior cortometraggio: Thriller, del pugliese Giuseppe Marco Albano, doppia storia di un padre con un figlio adolescente e della comunità di operai dell'ILVA di Taranto in difficoltà – sopra alle note di Michael Jackson. La cerimonia, in diretta su Rai Movie, è stata mandata in differita su Rai 1 alle undici circa perché «quello dei David non è uno show da prima serata», presentato ancora una volta da Tullio Solenghi, dopo il disastro delle scorse edizioni (Lillo & Greg fecero meno di due milioni di spettatori e Paolo Ruffini s'impelagò in una gaffe dopo l'altra arrivando a decretare Sophia Loren «bella topa»). Di seguito e dopo l'interruzione, tutti i candidati e i vincitori.

miglior film
Anime Nere di Francesco Munzi
Hungry Hearts di Saverio Costanzo
Il Giovane Favoloso di Mario Martone
Mia Madre di Nanni Moretti
Torneranno I Prati di Ermanno Olmi

migliore regista
Francesco Munzi per Anime Nere
Saverio Costanzo per Hungry Hearts
Mario Martone per Il Giovane Favoloso
Nanni Moretti per Mia Madre
Ermanno Olmi per Torneranno I Prati

sabato 30 maggio 2015

Nastri d'Argento 2015 - candidati.



Annunciate le candidature ai 69esimi Nastri d'Argento, premi del cinema e dei cineasti italiani assegnati ogni anno dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici. Come ormai succede da qualche tempo, niente cinquina per il Miglior Film: il titolo è già annunciato ed è Il Giovane Favoloso di Mario Martone, biopic sulla vita di Leopardi passato in concorso allo scorso Festival di Venezia e inspiegabilmente campione di incassi in sala: più di sei milioni di euro al botteghino battendo quasi tutte le commedie nostrane della stagione. Per l'intento artistico e il risultato economico dunque il SNGCI lo premia escludendolo dalla competizione, e lascia spazio ai suoi contender del festival italiano aggiungendoci quelli del festival francese: sono Anime Nere e Youth, infatti, a fare da capofila alle candidature per i tecnici e gli artisti nostrani (7 a testa); ai Nastri non possono essere candidati nomi stranieri per cui anche de Il Racconto Dei Racconti e Hungry Hearts bisogna andare a pescare solo la troupe italiana (6 nominations ciascuno). Non ha questo problema Nanni Moretti con Mia Madre, furbamente uscito in anticipo rispetto agli altri e quindi anche in gara per i David di Donatello – e con una vincitrice già annunciata, Giulia Lazzarini, premio speciale insieme a Ninetto Davoli ritrovato in Pasolini di Abel Ferrara e Adriana Asti. 6 nominations anche per Il Nome Del Figlio di Francesca Archibugi, commedia dell'anno insieme a Fino Qui Tutto Bene e Latin Lover (5 nomine). Vengono riesumati, per i premi alle interpretazioni, I Nostri Ragazzi, Perez., Senza Nessuna Pietà, addirittura Un Ragazzo D'oro e La Prima Volta Di Mia Figlia – anche miglior soggetto. Niente da fare, di nuovo, per Kim Rossi Stuart, attore non protagonista dell'anno in Maraviglioso Boccaccio (2 candidature: costumi, colonna sonora – non tocchiamo l'argomento musica, con cinque canzoni originali imbarazzanti); spunta però, finalmente, Short Skin tra i migliori esordi (pure lui candidato al soggetto), contro Senza Nessuna Pietà che ruba il posto che Banana occupa ai David. Se la vedranno, sicuramente, Vergine Giurata e Se Dio Vuole. Elio Germano, indiscutibilmente il miglior attore dell'anno, era già stato segnalato dal Sindacato in chiusura della Mostra di Venezia con il Premio Pasinetti; ci saranno lui e il suo regista, già Nastro dell'Anno con Noi Credevamo nel 2011, alla serata di premiazione fra Roma e Taormina, che andrà in onda in differita il 3 luglio in seconda serata su Rai 1. Di seguito e dopo l'interruzione, i candidati in tutte le categorie.

nastro dell'anno
Il Giovane Favoloso di Mario Martone

regista del miglior film
Saverio Costanzo per Hungry Hearts
Matteo Garrone per Il Racconto Dei Racconti
Nanni Moretti per Mia Madre
Francesco Munzi per Anime Nere
Paolo Sorrentino per Youth - La Giovinezza

venerdì 17 aprile 2015

a domani.



Mia Madre
id., 2015, Italia/ Francia/ Germania, 106 minuti
Regia: Nanni Moretti
Soggetto: Nanni Moretti, Gaia Manzini, Valia Santella e Chiara Valerio
Sceneggiatura originale: Nanni Moretti, Valia Santella e Francesco Piccolo
Cast: Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini,
Nanni Moretti, Beatrice Mancini, Stefano Abbati, Enrico Ianniello,
Anna Bellato, Tony Laudadio, Lorenzo Gioielli, Pietro Ragusa,
Tatiana Lepore, Monica Samassa, Vanessa Scalera, Davide Iacopini
Voto: 8.6/ 10
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Considerando La Stanza Del Figlio (dramma luttuoso che anticipa la freddezza con cui è trattato anche qui il tema) come uno spartiacque nella filmografia di Nanni Moretti abbiamo da quella parte il fervore politico, lo sperimentalismo, la non-narrazione, e da questa i film in cui rinuncia alla parte del protagonista ritagliandosi ruoli limitrofi ma mantenendo sempre quell'autobiografismo insito e necessario, Il Caimano e Habemus Papam: due opere che prendevano (di mira?) due altisonanti istituzioni, due personaggi più che pubblici, che finivano nella catastrofe, nell'apocalisse; a quattro anni di distanza dal secondo di quei due, l'apocalisse è nell'incipit e il personaggio che si prende (di mira?) non è pubblico ma intimo, famigliare. La madre del regista morì nel 2010, mentre lui lavorava al film che sarebbe uscito l'anno successivo passando, ancora una volta, da Cannes. Col gioco perverso del mantenere i nomi reali ai propri personaggi, di nuovo sceglie Margherita Buy e le infila i panni di se stesso: regista che sta girando un film sul precariato, sul lavoro dell'operaio, sui padroni stranieri acquista-fabbriche; i manovali assalgono la polizia e le transenne in quell'incipit-apocalisse di cui prima, occupano lo stabile, e si usa la controfigura di John Turturro nelle scene in cui non c'è da parlare, che si riveleranno una boccata d'aria per quello che verrà dopo. Boccata d'aria effimera: perché Margherita si lamenta di tutto, dell'incompetenza della troupe, della continua finzione della messa in scena, del pressapochismo del cinema italiano, dell'ubbidienza generale al regista, «che è uno stronzo a cui voi dite sempre sì». Intanto, a casa, ha un compagno che però lascia, continuando a vedere sul set, e al telefono una figlia che non ne vuole sapere di recuperare il 3 in Latino, e in ospedale una madre ricoverata per un male che non riesce a cogliere, che subisce interventi che lei non si riesce a spiegare: una elegante, favolosa, splendida Giulia Lazzarini, ex insegnante di Lettere e dignitosa fino all'ultimo momento, dalle cui labbra escono le parole di tutte le donne, sole, in ospedale: ma che con l'invecchiare diventano più intelligenti, perché hanno tempo per pensare, e non sceme come si crede. Margherita si sforza di essere presente nella fatica materna ma quando compra in rosticceria la cena vede che il fratello l'ha già preparata a mano, quando arriva in ospedale vede che lui è già seduto vicino al letto… Costretta alle riprese, maturerà un senso di colpa che poi sfocia in incubi, flashback, immagini più immaginate che accadute; si porterà il dolore dovunque, senza mai esprimerlo. «I figli prima aspettano che i genitori muoiano, poi si ricordano di loro e scrivono film, fanno libri» dice mia nonna – e in questo caso è così senza remore, l'espiazione di una colpa ingoiata per anni, il tentativo, almeno nella finzione, di mettersi dall'altra parte, di essere “il figlio presente”, perché Moretti/ Giovanni si ritaglia la parte di quello che si licenzierebbe pur di non abbandonare la madre. Un atto d'amore e di scusa, verso la famiglia prima e verso il cinema poi: croce e delizia, colpa dell'assenza e distrazione dal lutto. Perché l'intimità della sceneggiatura (firmata ancora una volta anche da Francesco Piccolo) si dipana pure nello strato del mestiere, di regista ma anche di attore, e pure in questo caso la posizione di Moretti è esterna: guarda dal di fuori e giudica attraverso le parole altrui. Le domande che Margherita regista pone, per esempio al direttore della fotografia nel primo assalto alla fabbrica («ma tu stai coi poliziotti o con gli operai?») o le indicazioni che dà senza che vengano colte («non voglio vedere solo l'operaia, ma anche l'attrice; tu devi stare accanto al personaggio») sono quelle di Nanni, che si ritrova a parlare una lingua sconosciuta a tutti i presenti. Per questo Mia Madre risulta “storia semplice” solo nell'apparenza. Basti pensare a quanto ancora non sappiamo nel finale: privati di quell'avvento apocalittico già citato, non vediamo l'esito del film, le conseguenze del lutto famigliare, ne siamo privati solo apparentemente perché tutto è nascosto dietro l'inizio di un pianto che si è trattenuto per 106 minuti che partiva dalla situazione domestica ma proseguiva impotente anche dentro l'impianto cinematografico, politico, sociale. Un 8½ dei nostri tempi.