venerdì 4 aprile 2014

hey Joe.



Nymphomaniac
id., 2013, Danimarca/ Francia/ UK, 118 + 123 minuti
Regia: Lars von Trier
Sceneggiatura originale: Lars von Trier
Cast: Charlotte Gainsburg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin,
Shia LaBeouf, Christian Slater, Sophie Kennedy Clark,
Jamie Bell, Uma Thurman, Willem Dafoe, Mia Goth
Voto: 6/ 10
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Che sia per un trauma infantile non ben identificato o per la solitudine dell'anima e l'incapacità di relazionarsi in modo (più) sano col prossimo, la dipendenza sessuale – ed eventualmente la competizione che ne consegue – è stata molto affrontata dal cinema degli ultimi anni. Shame forse raggiungeva vette maggiori, nel suo non svelare mai niente per intero e nel mostrarci una pudicizia inesistente tra un fratello e una sorella con problemi affettivi tra loro e verso gli altri. Lo Sconosciuto Del Lago si spostava su versanti omosessuali e sul genere thriller – che pure questo film infine tocca. Entrambi, e il secondo più del primo, erano abbastanza espliciti visivamente. Nymphomaniac però è diventato, grazie al suo furbetto regista, un caso mediatico prima ancora di avere l'uscita in sala. Gli italiani aspettavano trepidanti l'annuncio di una distribuzione nazionale per il film scandalo del millennio, le cui scene praticamente pornografiche erano state girate dalle controfigure di un cast stellare tutto nudo in locandina. Il furbetto di cui prima lancia on-line una foto di Charlotte Gainsbourg tra due omaccioni neri. Poi esce una clip di lei, da giovane, che gareggia con l'amichetta al maggior numero di uomini adescati in treno. Poi il film esce, diviso in due parti: operazione massima di furbetto marketing: «il pubblico non è più abituato a film di quattro ore» dice Lars von Trier; per cui il pubblico andrà a vedere mezzo film questa settimana e l'altra metà a fine mese, senza che nessuno dei due trovi un senso da solo. E senza scene di sesso esplicito se non per due inquadrature, senza la presenza costante di questo cast stellare promesso (nel primo film non compaiono Jamie Bell Willelm Dafoe; Uma Thurman nel suo ruolo inverosimile ma comunque ben interpretato è solo all'inizio), e soprattutto senza una protagonista ninfomane: perché Joe (la Gainsbourg, che ricalca minuziosamente il testo della canzone dei Beatles), come la definiranno quando cercherà di curarsi, è una sex-addicted, una bambina prima e un'adolescente poi che è priva dell'educazione religiosa necessaria a provare il senso di colpa; figlia di medici e abituata all'anatomia umana dei manuali, ha un approccio molto meno sfacciato e provocante della sua amica B, ha orgasmi silenziosi e quasi ingenui, ha semplicemente la curiosità di provare tutto: il sesso di gruppo, il lesbismo, la frusta – e in quest'ultimo caso la goduria arriverà dallo stimolo del clitoride e non dalla condizione. Come le transessuali che ripetono continuamente di essere donne, Joe ripete di essere ninfomane, una persona cattiva, lo ripete a sé e all'uomo che la troverà per terra (Stellan Skasgård), stesa e tumefatta, in una quinta teatrale adibita a quartiere simil-povero di una città anglofona. Seligman (Skasgård) la porterà a casa, un'altra quinta teatrale spoglia, rivestita dagli oggetti che condurranno Joe alla narrazione divisa per capitoli della sua vita. Ecco, pare che von Trier sia arrivato al capolinea non solo della trilogia della depressione ma della sua filmografia intera: gli scenari alla Dogville, gli scompartimenti narrativi degli ultimi film, l'overture vuota in scena di Dancer In The Dark, il sesso violento di Antichrist e soprattutto, di Antichrist, la ripresa di una morte molto precoce. Tutti i temi cari al regista de Le Cinque Variazioni convergono in un'opera che non deve essere presa per la sua trama (anch'essa cara: Lars ha sempre sognato di aprire una casa di produzione di film porno di qualità, in quanto genere «maggiormente visto e peggio fatto») ma per il modo in cui è montata – e non a caso cito le Variazioni: il bianco e nero negli episodi tragici, il montaggio alternato e per concetti, le carrellate visive, le scritte sovraimpresse, l'uso di foto, della musica – ogni genere è buono nella conversazione tra Joe e Seligman che è retorica da manuale di Filosofia. Lei è impulso, corpo, vita (anche se la Stacy Martin che la interpreta da giovane è bella quanto moscia), voglia; lui è teoria, conoscenza, cultura, frigidezza. Non è mai stato con una donna e la credibilità è pari a zero, ancor meno di quando cita Fibonacci, riconosce le Sante, conosce il numero delle frustate a Cristo – ma è  necessario per elevare le due persone a due Idee parlanti. Peccato che alla fine tutto si contraddica, come il film, che con uno scivolone di genere ci fa dimenticare – ormai abituati alla volgarità di dialogo – che siamo davanti a uno pseudo-porno.

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