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mercoledì 6 maggio 2015
Otello senz'acca.
Un solo Oscar: nel 1942 per la sceneggiatura di Quarto Potere – ma fu il primo caso di attore, regista, sceneggiatore e produttore dello stesso film candidato in tutte le categorie: e aveva venticinque anni! Dopodiché, ignorato dall'Academy fino alla morte (1985) ma una decina di anni prima di essa un premio speciale: «per la superlativa arte e la versatilità nella creazione di film»; non era presente alla cerimonia e il discorso di accettazione fu registrato. Eppure, scansato solo qualche stagione fa da La Donna Che Visse Due Volte di Hitchcock, Quarto Potere è stato considerato a lungo il miglior film della storia del cinema: e Orson Welles uno dei migliori registi. Ironico: quella pellicola d'esordio cominciava con l'avviso su un cartello, no trespassing, e l'autore (spesso e regista e sceneggiatore e interprete) dal secondo film in poi, da L'orgoglio Degli Amberson in poi, ha sempre avuto difficoltà enormi a trovare finanziamenti per i suoi progetti – al punto da dover aprire mutui, o domandare denaro agli strozzini. Ma di film ne ha fatti: L'infernale Quinlan si apre con il più commentato, imitato, celebrato pianosequenza della Storia: da poco ripulito dei titoli di testa posticci. L'ossessione (magnifica) che aleggiava su ogni cosa era però per Shakespeare: ne ha interpretato quasi tutti i ruoli, prediligendo sicuramente Falstaff, e lasciandosi contaminare dal dialoghista inglese pure per i ruoli non suoi, Kane, Arkadin… L'ossessione era anche per il miliardario Howard Hughes, figura davanti alla quale si erge il protagonista di Quarto Potere e dietro al quale Welles ha girato un celeberrimo documentario, F For Fake, Verità E Menzogne in italiano: quelle menzogne che hanno caratterizzato una carriera intera, che adesso lo vedrebbe compiere cent'anni (6 maggio 1915), che sono cominciate con l'avviso radiofonico dello sbarco degli alieni («sarei dovuto finire in prigione e invece sono finito a Hollywood») e sono proseguite, tra le tante cose, nelle scuse al telefono per non presentarsi sul set de Il Terzo Uomo: Carol Reed aveva già cominciato le riprese e Wells si faceva la vacanza a Parigi, costringendo la troupe a utilizzare controfigure per le rinomate silhouette e per le riprese dei dettagli. Insieme a Shakespeare considerava “migliore” in assoluto solo Mozart – nel cinema solo D.W. Griffith, «il padre fondatore». Ebbe la femme fatale che dopo il '46, anno di Gilda, desiderava ogni uomo, Rita Hayworth: le tagliò i capelli (biondi!) e le regalò il ruolo da protagonista nel criptico La Signora Di Shanghai – e una figlia, Rebecca; una prima moglie, Virginia Nicholson, e una relazione successiva con Dolores del Río, co-protagonista in Terrore Sul Mar Nero, per poi approdare fra le braccia della sceneggiatrice Paola Mori. Adesso lo si rimpiange, e si cerca di rimediare agli errori di montaggio per mano altrui: «hanno tagliato venti secondi [de L'orgoglio Degli Amberson, ndr] spaccando il pianosequenza della scena del ballo che durava tutto un rullo»; «nella mia versione [di Rapporto Confidenziale, ndr] Arkadin è visto come un ubriacone russo quasi piagnucoloso»; lo rimpiange l'America che apparte Quinlan non l'ha praticamente mai accettato, dopo gli esordi, facendolo emigrare in europa. Tre volte a Cannes: Palma d'Oro (all'epoca Gran Premio del Festival) per Otello nel 1952, miglior attore per Frenesia Del Delitto di Richard Fleischer (1959), con Falstaff Premio del 20esimo Anniversario e Gran Premio Tecnico; tre volte a Venezia, ma in gara solo con Il Processo, e poi premiato alla Carriera nel 1970; una a Berlino, con Storia Immortale (1968); due stelle sulla Walk Of Fame, entrambe targate 8 febbraio 1960, la prima per il cinema e la seconda per la radio. Sesto classificato nella lista delle più grandi star del cinema di tutti i tempi secondo l'American Film Institute, primo regista in maestria secondo il British Film Institute nel sondaggio del 2002 – eppure oggi, a cent'anni dalla sua nascita, Google non gli dedica un doodle. Lo vogliamo ricordare nel cameo inaspettato di Ecco Il Film Dei Muppet (1979), da poco riproposto in DVD col titolo Tutti A Hollywood Coi Muppet: gridava alla segretaria: «porta a Kermit il contratto per diventare stella del cinema».
martedì 22 aprile 2014
mercoledì 16 aprile 2014
venerdì 18 maggio 2012
Cannes65 - giorno 2.
Accoglienza da lacrime agli occhi per De Rouille Et D'os, letteralmente “ruggine e ossa”, il film con cui Jacques Audiard aspira alla Palma d'Oro dopo averla sfiorata due anni fa per Il Profeta (Premio della Giuria), drammone su un'allevatrice di orche che rimane mutilata e un ragazzo-padre che tira pugni clandestinamente, interpretato da Marion Cotillard e Matthias Schoenaerts (nella foto, da sinistra, col regista e il bambino che interpreta il figlio). La critica non è impazzita (come invece era successo per il film precedente) ma hanno tutti pianto per l'intensità della Cotillard in sedia a rotelle (e per i pettorali di lui, no?).
Oggi invece è il giorno dei nostrani: mentre Michele Placido cerca distributori per il suo nuovo poliziesco (recitato in francese ma con attori italiani, già ultimato), in concorso è stato mostrato Reality di Matteo Garrone, unico italiano in concorso, con l'ex detenuto Aniello Arena di cui non si fa altro che parlare (perché è bravissimo, il carcere fa evidentemente bene all'arte) che dopo una svariata serie di provini per il Grande Fratello inizia a credere che la sua vita sia sotto gli occhi della Mediaset e allora vende la pescheria di famiglia, smette il traffico illegale di elettrodomestici della moglie e fa il bravo per tutta Napoli. Alcuni urlano al prestigio altri alla presunzione: Garrone mostra quanto faccia male la televisione senza l'umiltà di Gomorra (altro Premio della Giuria a Cannes). Le musiche, udite udite, sono di Alexandre Desplat.
Altro pezzo di italianità è la presenza di Valentina Cervi nel film Au Galop di Louis-Do de Lencquesaing, per la Settimana della Critica.
Il secondo film in concorso di oggi è Paradise: Love di Ulrich Seidl, prima parte di una trilogia (chiamata Paradise) in cui si mischiano attori professionisti a gente della strada, inquadrature simmetriche e caos nei dialoghi. Un film come tanti.
Colori e musica per il tappeto rosso al passaggio del cast di Madagascar 3, ormai fissa presenza animata di tutti i festival, prima della serietà dei due film dell'Un Certain Regard. Il primo, Lawrence Anyways, è diretto dal ventiduenne mio coetaneo Xavier Dolan, canadese, già regista de Les Amours Imaginaires e attore, storia, questa, di un trentenne che il giorno del suo trentesimo compleanno decide di diventare donna - e si scontra con la scuola in cui insegna.
L'unica ovazione, finora, è stata per il film che ha aperto la Quinzaine des Réalisateurs, The We And The I, ritorno dietro la macchina da presa e sugli schermi di Michel Gondry, visionario e matto come pochi, che tra riprese amatoriali e salti temporali firma un film assolutamente privo di trama ma che si fa vedere in tutto il suo dinamismo, sul più noto ghetto di New York: il Bronx.
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