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giovedì 20 dicembre 2012
whisky sour.
La Parte Degli Angeli
The Angels' Share, 2012, UK, 101 minuti
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura originale: Paul Laverty
Cast: Paul Branningan, John Henshaw, Gary Maitland,
Jasmin Riggins, William Ruane, Siobhan Reilly
Voto: 6.9/ 10
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Una ladruncola ineducata, uno scemo del villaggio, un violento contro il prossimo, un violento contro l'autorità; tutti questi criminalotti del paese annuiscono, uno dopo l'altro, in fila, alla loro condanna, mentre il giudice batte col martello e la giuria se ne sta in silenzio e la gente accorsa dalle case tra le seggiole si lamenta della troppa bontà della punizione. Di tutti questi, soprattutto uno salta all'occhio: Bobby, tale Paul Branningan, tappetto con le orecchie a sventola e la faccia da scaricatore di porto, qualche cicatrice, la mandibola indurita, un manipolo di scagnozzi alle calcagna pronti a menarlo perché la giustizia non l'ha fatto abbastanza. Per lui è l'esordio al cinema, e di tutto il film è sicuramente la trovata più azzeccata di Loach – e per il physique-du-rôle ha anche vinto un BAFTA scozzese. Dall'altro corridoio del tribunale, per questo Bobby, c'è Leonie, la morosa devota con pancione sotto al seno, il cui padre è fortemente contrario a questa relazione perché lei è un fiore e lui un delinquente. Insomma, tutta 'sta gente punita è costretta a ore di servizio sociale in tutta pezzo unico arancione come la geniale serie (sempre inglese) Misfits ci ha insegnato: a capo del gruppo verrà messo John Henshaw, che era già ne Il Mio Amico Eric, buonissimo capogruppo sempre generoso verso il bisognoso, sempre pacato, sempre disponibile e disposto. Tutto, in effetti, sa di bontà: Bobby stesso è un teppista ma noi non vediamo nessuna cosa tremenda che fa (ci viene solo raccontata un'aggressione gratuita), anzi è sulla soglia del pentimento nel vedere il figlio che viene al mondo; i suoi colleghi di sventura sono degli ebeti imbecilli che a malapena conoscono la Gioconda e, se rubano, rubano qualche foglietto e due campioncini. Tutto è buonista e tutti questi protagonisti non odorano neanche lontanamente di galera. Il povero Bobby, tra l'altro, è perseguitato da questi bulli che non se ne lasciano scappare una per menarlo, e povera stella lui che ci può fare?, mica è colpa sua.
Harry allora decide di caricare la squadra su un pullmino e portarli in gita in una distilleria. Qui, una cicerona un po' frivola li inizierà ai piaceri del whisky e qui scopriranno che “la parte degli angeli” del titolo è quella percentuale di alcool che evapora e viene quindi persa prima e dopo l'invecchiamento del prodotto. Dopo una scena, i nostri saranno già abilissimi somelier, esperti nel riconoscere brezze marine e aromi fruttati di ogni liquore, parteciperanno a degustazioni, assisteranno a prime mondiali. Bobby finirà anche in una sorta di furto alcolico ai danni di uno scozzese vero...
Dopo l'epopea straziante de Il Vento Che Accarezza L'erba, Ken Loach torna a Cannes con un altro, ennesimo film in concorso che pare girato da mia sorella come progetto finale di un corso di regia e pare indirizzato a quei vecchietti che al mercoledì pomeriggio entrano al cinema col ridotto delle 15:30 per passare il tempo, insieme a due amiche. La sua mano praticamente non c'è, non c'è proprio il regista: la storiella leggera leggera procede in tutto questo zucchero e glucosio senza nemmeno accorgersene e senza che i personaggi vengano delineati nella loro delinquenza e senza delle matte svolte narrative. È molto scolastica anche la sceneggiatura, che come per Sweet 16 e Il Vento è stata scritta da Paul Laverty, che voglio dire non è proprio uno banalotto, dato che è l'autore di Anche La Pioggia.
La giuria di Nanni Moretti, però, decide di dargli il suo Premio, forse per accontentare questa quattordicesima presenza in terra francese; nessun altro riconoscimento inglese, nessun BAFTA: l'ultima candidatura è addirittura del 2002. Il solito problema dei registi che fanno troppi film nell'ultima fase della loro vita, troppo in fretta.
giovedì 6 dicembre 2012
prima che l'acqua.
Beasts Of The Southern Wild
id., 2012, USA, 93 minuti
Regia: Behn ZeitlingSceneggiatura non originale: Lucy Alibar & Behn Zeitling
Basata sullo script teatrale Juicy And Delicious di Lucy Alibar
Cast: Quvenzhané Wallis, Dwight Henry, Levy Easterly,
Lowell Andes, Pamela Harper, Gina Montana, Joseph Brown
Voto: 8.4/ 10
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Che musica, ragazzi!
Che incredibile colonna sonora!
Che magistrale scena d'apertura, che titolo pieno a tutto schermo mentre la locandina qui a fianco trova motivo di esistere.
Il film vincitore dell'Un Certain Regard, della Camera d'Or e del Premio della Giuria Ecumenica (menzione speciale) a Cannes 2012 e del Gran Premio della Giuria insieme alla migliore fotografia al Sundance scorso, che adesso sta facendo il giro del globo e dei festival (tre nominations ai Satellite, quattro agli Independent Spirit, due Gotham vinti) merita tutte queste cose anche solo per il suo inizio: tiene incollati allo schermo, curiosi, dubbiosi, gioiosi di vedere questo sudiciume in festa. La storia è la seguente: Hushpuppy (nome proprio di persona, femminile, singolare) è un tomboy, una bambina maschiaccio, cresciuta a granchi succhiati e barche arenate insieme al solo padre perché la madre - immaginiamo - è morta, e questo genitore l'ha tirata su come se fosse un uomo non solo perché con una femminuccia non sarebbe mai riuscito a relazionarsi ma anche perché prevede la catastrofe e pretende la sopravvivenza: nel villaggio di Bathtub si respira la minaccia di questo temporale imminente, questo ghiacciaio presto sciolto che alzerà il livello dell'acqua già troppo alta che allora sommergerà le case, le barchette, le persone. Tutti scappano, ma Hushpuppy e suo padre e tre quattro altri conservatori no: loro sono fermamente decisi a morire, se necessario, là dove sono vissuti. Però qualcosa succede, e dal villaggio saranno costretti a spostarsi; e il film allora perde tutta la sua potenza, come se gran parte della sua forza stesse esattamente in quel cerchio geografico dell'America dimenticata dagli americani. Perché il film è americano, recitato in americano, nell'impastato e cantilenoso americano del ghetto, ma potrebbe tranquillamente essere scambiato per l'Africa del Sud: le catapecchie di legno tenute su alla meglio, i tetti di lamiera, i coccodrilli vagabondi sparati e fritti alla sera, il colore della terra, il marrone dell'acqua... Tutta questa povertà, questo arrancare alla vita, è reso, oltre che in modo dignitosissimo - perché a queste persone non manca niente, anzi festeggiano più di quanto facciano gli americani in un anno intero - anche in modo precario per colpa di una telecamera a spalla sempre traballante, sempre decadente da un lato.
Hushpuppy, una Quvenzanhé Wallis incredibilmente strabiliante soprattutto nella straziante scena finale, esordiente che troveremo nel prossimo film di Steve “Shame” McQueen (che per gli attori prodigio ha l'occhio fine), è seguita minuto per minuto nella sua fiaba alla sopravvivenza. Invoca lo spirito della madre ricordando frasi bellissime, la chiama alla luna, poi immagina queste “bestie dell'estremo selvaggio Sud” che arrivano e sfasciano ogni cosa, poi sa come domarle. L'aspetto fantasy della storia viene coperto da tutto il resto della credibilità, forse con eccesso, perché una volta colto questo facile/ difficile rapporto padre-figlia è inutile continuare a mostrare liti e riappacificamenti.
Tant'è, Behn Zeitling, giovane americano bianchissimo, regista e sceneggiatore e compositore delle musiche di questo film ma anche montatore e tecnico, esordiente al lungometraggio e autore di tre corti precedenti, ci regala un'opera prima notevole seppure non da voto così alto. Il Labirinto Del Fauno - a cui sembra strizzare in parte un occhio - o Le Creature Selvagge, sono ben lontani: ma lo sono anche a livello geografico, e potrebbero avvicinarsi. Con tutti questi premi e tutte queste nominations in corso, chi non ci dice che troverà posto tra i cinque registi candidati all'Oscar?
giovedì 22 novembre 2012
la caccia.
Il Sospetto
Jagten, 2012, Danimarca, 115 minuti
Regia: Thomas Vinterberg
Sceneggiatura originale: Thomas Vinterberg & Tobias Lindholm
Cast: Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Annika Wedderkopp,
Lasse Fogelstrøm, Susse Wold, Alexandra Rapaport
Voto: 8.1/ 10
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«I bambini non mentono mai», dicono spesso nel mezzo del film. I bambini, poi si dice, non mentono mai ma ogni tanto sì, e noi arrotondiamo per eccesso e ai bambini crediamo sempre; e questa volta, che una bambina mente, viene creduta; e questo film, è la storia di una bugia.
Secondo assioma fondamentale dietro alla pellicola è: l'abuso sessuale su un bambino è la peggior mossa che un uomo adulto possa fare; e di conseguenza deve essere punita. Scontata, prima di tutto, a livello sociale (persino in Desperate Housewives c'hanno messo un pedofilo - termine che qui non viene usato mai - contro la casa del quale veniva lanciato, giustamente, di tutto).
Dopo il non-tanto-diverso Festen che dal '98 ad oggi l'ha etichettato, Thomas Vinterberg mette insieme questi due temi e li mischia nel più tremendo dei modi: un uomo adulto, divorziato e con un figlio adolescente che vede due giorni sì e dodici no (e che lui per primo vorrebbe stare di più col padre) lavora in un asilo senza fare il maestro, un asilo sperduto tra i boschi pieni di cervi della Danimarca. Lucas, quest'uomo adulto, riesce a incastrare perfettamente il mestiere di non-maestro con la vita di persona matura che può bere birra fino al collasso (ma non lo fa) e può uscire con una donna per farci sesso (e lo fa). Ha un migliore amico, compagno di “giri in motorino e mele rubate” con cui sforna torte da non toccare e mangia lasagne alla domenica. Questo suo migliore amico ha una figlia, Clara, che va nell'asilo dove lui lavora, che non pesta le strisce delle mattonelle e non riesce a non ascoltare i genitori che litigano. Questa Clara, che come tutte le bambine perde la testa per un uomo adulto, è colei che racconterà la bugia: riciclando le parole del fratello e dei suoi amici che guardavano foto porno sull'iPad, per vendicarsi di un regalo non accettato dirà alla direttrice dell'istituto che «Lucas ha il pisello» e «il suo pisello mira dritto al cielo», è «un'asta».
La direttrice ne esce scossa nel primo momento, sconvolta nel secondo, megalomane per il resto della pellicola. Chiama a rapporto le altre maestre, poi i genitori dei bambini, poi la polizia. Lucas che è un animo pacato e non riesce neanche ad avere la meglio con l'ex moglie reagisce pacatamente, si fa insultare, pestare, arrestare, e sbotta nel momento peggiore di dicembre. È questo che ci fa arrabbiare, più di tutto: non tanto la diceria paesana o i comportamenti dei vicini quanto la sua apparente asetticità alla cosa. Persino il figlio, giunto da lontano, non riuscirà a controllare l'ira e sputerà la saliva più meritata della storia del cinema in faccia alla bambina.
Vi svelo il finale quindi non leggete se non volete saperlo: finisce bene. Ed è questo suo finir bene che fa perdere molti, troppi punti al film. Questo tacere su un anno che passa per far tornare tutto alla normalità, una normalità in realtà amara, col perdono in bocca di chi deve perdonare per forza, questa patetica amicizia in cui basta guardarsi in faccia per capire se è vero.
Poi però arriva la scena finale, la caccia del titolo, e l'attenzione si rialza, e il caso si riapre.
Prova magistrale da attore per Mads Mikkelsen, meritatissima Palma d'Oro come migliore attore allo scorso Cannes e ormai già star internazionale (era anche in uno degli ultimi James Bond col nostro Giancarlo Giannini) che si fa consacrare con un film nella sua terra, che parla della sua terra, dei paesotti della sua terra, dei cervi morti, dei fucili ereditati. La caccia finale per la quale è pronto il figlio Marcus è anche La Caccia del titolo inglese e il movimento centrale del film: una ricerca della verità, se esiste, o di un colpevole, se c'è. Ma non basta. Il film avrebbe potuto essere di più: più crudele, più straziante, più sviluppato, più iracondo. Spesso il cinema ha toccato questo argomento riuscendoci molto male o discretamente (The Woodsman) perché non è certo un tema facile. Ma avete mai visto Little Children?
sabato 3 novembre 2012
Louis-Delluc - candidati.
Il premio cinematografico più prestigioso di Francia (più addirittura dei César) si chiama Prix Louis Delluc (in onore del cineasta capostipite dell'arte francese) e sarà consegnato il prossimo 14 dicembre a Parigi. A scegliere il miglior film del Paese, una giuria presieduta da Gilles Jacob.
L'anno scorso è stato premiato il bel Miracolo A Le Havre del folle Aki Kaurismäki che poi non ottenne neanche la nomination all'Oscar e, per l'opera prima, l'anonimo Donoma. Quest'anno questa seconda categoria non c'è. E tra gli otto film candidati per la prima, ovviamente non compare Quasi Amici (che tanto si mormora arriverà ai più grossi premi americani).
Compaiono, invece, film usciti da tutti i festival. Innanzitutto, l'Amour di Haneke che odora di vittoria, insieme a Un Sapore Di Ruggine E Ossa e il visionario Holy Motors (che esce la prossima settimana negli USA e da noi probabilmente mai dato il visionario plot) che gli facevano compagnia a Cannes; i veneziani Après Mai (titolo internazionale poco azzeccato Something In The Air) e La Désintégration (il cui regista ha esordito, guarda un po', con un film che si chiamava L'amour); il berlinese Gli Addii Alla Regina già uscito in terra americana e ancora non previsto da noi, che racconta l'ennesima storia di Maria Antonietta (interpretata da Diane Kruger); 38 Témoins (letteralmente: “38 Testimoni”; titolo inglese: One Night) che ha aperto il Festival di Rotterdam.
Belvaux e la Lvovsky hanno già vinto questo premio, nel 2003, insieme parimerito, lei con Les Sentiments e lui con la trilogia Un Couple Épatant / Cavale / Après La Vie. Carax invece ha ottenuto il riconoscimento nel 1986 con Rosso Sangue (Mauvais Sang). Audiard, più recentemente, con l'osannato Il Profeta (2009). Per Haneke, che quasi mai gira film interamente in francese (lo scorso era tedesco e il precedente americano), sarebbe la prima volta.
Rimando alle recensioni, ove i titoli sono in blu, per scoprire chi ha la vittoria in pugno. Ricapitolando, i candidati al 59° Prix Louis Delluc sono:
38 Témoins di Lucas Belvaux
Amour di Michael Haneke
Après Mai di Olivier Assayas
Camille Redouble (Camille Rewinds) di Noémie Lvovsky
Un Sapore Di Ruggine E Ossa (De Rouille Et D'os) di Jacques Audiard
Holy Motors di Leo Carax
La Désintégration di Philippe Faucon
Les Adieux À La Reine di (Farewell, My Queen) di Benoît Jacquot
giovedì 25 ottobre 2012
noi due al chiuso.
Io E Te
id., 2012, Italia, 100 minuti
Regia: Bernardo Bertolucci
Sceneggiatura non originale: Niccolò Ammaniti, Bernardo Bertolucci,
Umberto Contarello, Francesca Marciano
Basata sul romanzo Io E Te di Niccolò Ammaniti (Einaudi)
Cast: Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco,
Pippo Delbono, Veronica Lazar
Voto: 7.2/ 10
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«Mentre leggevo Io E Te mi tornava in mente un mio film, La Luna, per la tossicodipendenza, per l'incesto; sono andato da Niccolò e gli ho chiesto se avesse preso spunto dalla pellicola e in effetti mi ha risposto di sì». E Bernardo Bertolucci, che parla ad Alessandro Piperno durante l'intervista per La Lettura del Corriere, siccome si vuole rinnovare e reinventare, dopo quasi dieci anni di assenza dalle sale, fa un film basato su un libro ispirato largamente ad un suo film. E da una porcata di film (La Luna, storia d'amore e odio tra una madre e un figlio adolescente eroinomane) non poteva che nascere una porcata di libro (Io E Te, di Niccolò Ammaniti, dieci euro per sessanta pagine appena scritte in corpo dodici: una truffa) dal quale vien fuori un prodotto stranamente apprezzabile, «perché si vede la mano del maestro» diranno alcuni, invece no, perché di maestria a Bertolucci ne è rimasta ben poca (non che ne abbia mai avuta a vagonate). Io E Te, dal libro, taglia il finale patetico e surreale e tutte le altre cose surreali in modo da apparire, o almeno sforzarsi di apparire, un pelo più realista. Certo, è la storia di un quattordicenne, Lorenzo, che non ha amici né ha interesse ad averne e mentre tutti partono per la settimana bianca lui, che ha assicurato alla madre che ci andrà, se ne scende in cantina di nascosto e ci resta per sette giorni chiamando i genitori ogni tanto e raccontando loro com'è la neve. Trama che di realistico ha molto poco. Soprattutto se poi ci aggiungiamo che la cantina conta due divani, un po' di armadi, un letto, un corridoio, un bagno con la doccia, un frigo-bar, prese per ciabatte elettriche, lampade, lumi. In tutto questo spazio, certo, Lorenzo non poteva starci da solo: uno dei primi giorni di “settimana bianca” la sorellastra Olivia compare in tutta la sua irruenza e si mette a cercare uno scatolone con la sua roba, facendo intendere che un tempo la famiglia era più unita e che se si è staccata è anche colpa sua e della sua mano lunga. Non avendo altri posti dove stare e avendo scoperto che Lorenzo, in cantina, non era sceso per una capatina, resterà anche lei a rincollare un rapporto mai stato intero. Serendipità: uno cerca di far contenta la madre che lo vorrebbe più socievole, l'altra cerca di dormire su qualcosa di morbido, entrambi troveranno una spalla su cui contare, non si capisce poi bene in quale futuro e in che modo.
La claustrofobia, che al libro non apparteneva e al film sarebbe dovuta appartenere, viene spezzata continuamente con l'inquadratura, dal di fuori, della grata della finestrella che collega lo scantinato alla strada, come nei peggio film americani che inquadrano continuamente la metropoli dall'alto per staccare dalla notte al giorno. La claustrofobia, poi, non c'è perché 'sto posto è una reggia: i due trovano vestiti, tappeti zebrati, bauli, pellicce, roba che dà un tocco incredibilmente kitch alle scene - e che ci piace.
Jacopo Olmo Antinori, una costellazione di brufoli e punti neri da unire per ottenere un disegno, ha la faccia azzeccatissima e la voce perfetta, ed è un peccato che di lui si sappia così poco, e quello che si sa sia così scontato. Tea Falco, cadenza siciliana e protuberanza in faccia che dalla locandina non si vede grazie a Photoshop, recita meno potentemente ma poveretta non è tutta colpa sua: la sceneggiatura mette in bocca a entrambi cose che ora sono vere ora poco meno, ed è in un paio di «seh, vabbè» detti da Lorenzo che si sente quando c'è dell'improvvisazione. Per scrivere i dialoghi, Bertolucci ha chiamato a sé il prima citato Niccolò Ammaniti (del quale viene reso in film tutto ciò che scrive, anche gli autografi sui libri: L'ultimo Capodanno, Branchie, Io Non Ho Paura, Come Dio Comanda) insieme a due veterani del cinema italiano, Umberto Contarello e Francesca Marciano. Chiama, poi, un piccolo cast che si muove in pochi spazi - perché, segregato com'è alla sedia a rotelle, non si può permettere di girare molti esterni, addirittura pensava lui per primo di dover abbandonare il cinema. La sua condizione di handicap si intravede soprattutto in una cosa: far andare la telecamera sempre in alto, inquadrare il cielo, un luogo che ormai non gli appartiene più.
Poi Olivia si alza, prende Lorenzo, canta “Ragazzo Solo, Ragazza Sola” mentre ballano (ciao, The Dreamers), ed è questo il cinema di Bertolucci che ci manca.
Gioco a premi: di quale film è stato co-protagonista il venditore di animali e come si chiama?
sabato 13 ottobre 2012
testo originale a fronte.
On The Road
id., 2012, USA, 124 minuti
Regia: Walter Salles
Sceneggiatura non originale: José Rivera
Basata sul romanzo Sulla Strada di Jack Kerouac (Mondadori)
Cast: Garrett Hedlund, Sam Riley, Kristen Stewart,
Amy Adams, Tom Sturridge, Danny Morgan, Kirsten Dunst,
Viggo Mortensen, Elisabeth Moss
Voto: 7.5/ 10
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Premessa/ 1: questa recensione si baserà solo e solamente sul film, considerando il film come opera a sé stante, senza compararla al libro né sottolineare somiglianze e differenze o errori di sceneggiatura.
Premessa/ 2: altra cosa che non ci domanderemo, in questa recensione, è il perché, la necessità di fare un film basandosi sul romanzo di Jack Kerouac adesso, a distanza di così tanti anni, ora che il sesso omosessuale non fa (sicuro?) più scalpore, come il sesso promiscuo o il sesso adolescenziale, come il consumo di droghe in gruppo o la prostituzione o il lavoro per campare, tutte cose che all'epoca avevano fatto saltare gli occhi, anche se i sentimenti di perdizione di allora - e intendo le domande «chi sono?», «cosa voglio?», «cosa voglio fare?» - l'essere spaesati tipico dell'età giovane, sono capisaldi di ogni generazione e di ogni gruppo in crescita.
E passiamo allora alla recensione: squadra vincente non si cambia, il regista Walter Salles, celebrato come se fosse una star, regista de I Diari Della Motocicletta tanto piaciuto a tutto il mondo ma soprattutto regista di Central Do Brasil che nel 1998 portò agli Oscar Fernanda Montenegro, sbatte il suo nome in locandina perché raramente si concede al mercato USA (l'ultimo film americano era Dark Water del 2005) e lo affianca, per far fremere tutti, a quello di José Rivera, che agli Oscar pure s'era candidato, per la sceneggiatura de I Diari Della Motocicletta, e che poi s'è piegato al pubblico scrivendo Letters To Juliet. Ne deriva un film che, guarda un po', come la vita degli autori cerca di avvicinarsi e avvicinarsi all'America ma l'esplosione di beltà è in Messico, quando i protagonisti, infine, decidono di toccare anche quella terra e allora ci sono i paesaggi, ci sono i colori, c'è il sole, la pioggia cessa, ci sono le persone socievoli, mancano i poliziotti stronzi sempre pronti a multare per eccessi vari.
I protagonisti, sono i semi-sconosciuti Sam Riley che è anche voce fuori campo (debolezza della storia) e Garret Hedlund. In realtà il primo è stato Ian Curtis in Control e il secondo Sam Flynn in Tron: Legacy e nel corto Tron: The Next Day. In realtà, Riley nella parte di Sal Paradise è il più protagonista di tutti, scrittore col blocco del foglio bianco ma poi non così tanto, che ha un amico, Carlo Marx, così simile ad Allen Ginsberg, che gli presenta tale Dean Moriarty, bello, bellissimo, biondo, sempre nudo, dongiovanni, matto, spericolato, colui che ottiene sempre quel che vuole e non fa niente se si sposa e procrea e finisce i soldi: lui si diverte. E così nasce il feeling, dicono gli americani, tra questo Dean e il nostro Sal e allora ecco che girano per locali, ascoltano il jazz, ascoltano il blues, ascoltano il mambo, ballano come se non ci fosse né un domani né un oggi e poi Dean insieme a Carlo parte, e Sal è triste come se perdesse un fratello, e allora piglia e parte pure lui, li raggiunge. Ne consegue un girovagare per l'America tutta in una sola macchina con passeggeri cangianti tra Kristen Stewart sedicenne maritata spesso zitta e spessissimo nuda - tanto che parli o si svesta c'ha sempre la stessa faccia; Kirsten Dunst altra moglie dell'Apollo, poveretta, su tre scene che ha, piange in due; Amy Adams pazza da legare con scopa per cacciare le lucertole dagli alberi e marito, Viggo Mortensen, dall'intentiva poco ortodossa, mentre ospitano in casa Elisabeth Moss sempre caruccia reduce fresca da Mad Men; Steve Buscemi (reduce da Boardwalk Empire) voglioso accompagnatore di giovanotti; Terrence Howard suonatore e amante incallito.
Un'accozzaglia insomma di storielle e personaggi più o meno noti per delineare un lustro di amicizia e scorribande che però non attecchisce, non emoziona: le cose da dire sarebbero troppe e le scene a disposizione troppo poche. Tutti gli attori secondari hanno cinque minuti in tutto e poi via, in macchina, per proseguire il viaggio. Esagerata la fratellanza tra i due ex estranei Sal e Dean, che però si giustifica vedendo l'andazzo del tempo. Tom Sturridge (e cioè Carlo Marx) è sicuramente il personaggio più “beat” oltre ad essere sempre bravo, come avevamo notato in Symbiosis.
Conclusione: se non avete letto il libro perché non interessati, né avete apprezzato I Diari Della Motocicletta (come anche Priscilla o Thelma & Louise o Into The Wild), né avete cercato Howl il film o il poema di Allen Ginsberg, beh, restate in casa a guardare Boing.
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martedì 2 ottobre 2012
big house.
Reality
id., 2012, Italia, 115 minuti
Regia: Matteo Garrone
Soggetto: Massimo Gaudioso & Matteo Garrone
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Maurizio Braucci,
Massimo Gaudioso, Matteo Garrone
Cast: Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone,
Nello Iorio, Nunzia Schiano, Rosaria D'Urso, Claudia Gerini
Voto: 8.8/ 10
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Un emozionato Matteo Garrone sale sul palco della cerimonia di chiusura per Cannes 2012 e ringrazia educatamente la giuria per il Gran Premio ricevuto, e se ne va. La giuria, poco dopo, nella conferenza stampa finale, viene sommersa dalle critiche. Tra tutte, spicca: «Reality, unico film italiano in gara, ha vinto il secondo premio più importante perché il presidente di commissione è Nanni Moretti». Nanni Moretti risponde: «Reality non è piaciuto solo a me; abbiamo visto l'eco delle commedie all'italiana ormai defunte».
Reality non può piacere ai francesi, né agli stranieri in generale, non lo capiscono. Non capiscono le piazze del mercato coi pescivendoli che pesano le cozze e arrotondano il prezzo e poi vanno a prendere il caffè nel bar di fianco dove conoscono tutti; non capiscono le truffe ben pensate nel comprare elettrodomestici per posta con lo sconto e rivenderli poi a prezzo intero in negozio; non capiscono perché le Maria diventano Mary; non fanno caso al carrello della spesa, al centro commerciale, che nonostante sia trascinato da una famiglia molto larga e per niente ricca è strabordante di ogni cosa, sommerso, perché le famiglie da noi funziona che meno hanno e più spendono. Non capiscono il napoletano, e non capiscono come può essere che a Napoli ci sia la malavita di Gomorra e allo stesso tempo della gente che pensa ad altro, alla fama e alla gloria e al successo piovuto dal cielo, che non viene intaccato da questo tipo di problemi. Non capiscono come un regista possa esser riuscito a cambiare registro così in fretta.
Il problema di Reality è che non può essere capito neanche da due fette di italiani: quelli che sono esattamente ciò di cui il film parla, famiglie larghe e allargate che non arrivano a fine mese ma spendono e spandono e organizzano matrimoni in ville rococò con ingressi cavallereschi, fontane in piscina, partecipazioni di starlette, centinaia di ospiti vestiti a lustrini e paillettes; e poi non può essere capito da chi sta ai poli opposti, i critici cinematografici diventati tali per pochi studi e molti stipendi, gli arrivisti, gli arrivati, quelli che nelle ville rococò ci sono cresciuti e/o in età adulta se le sono comprate.
Reality, che si chiama così perché parla allo stesso tempo di un reality ma anche della realtà pura e propria, può essere capito solo dagli italiani che stanno esattamente in mezzo a queste due realtà; quegli studenti che dal paese sono andati alla metropoli, hanno abbandonato le porte aperte nei vicoli bianchi dal profumo di pomodoro e hanno conosciuto i coetanei proiettati nell'Europa, nella carriera, nell'autorealizzazione, guardando in una e nell'altra città sfilate di adolescenti con camicia nei pantaloni, bicipiti stretti nelle maniche, cintura con fibbia più grossa della tasca e maniche della Polo arrotolate intorno al collo, tutti stretti in locali troppo cari dove magari si finiva allo stesso tavolo prenotato (+ spumante) di un paparazzo o un paparazzato.
E nel suo essere crudelmente reale (finale - ahimè - escluso), Reality è poi un atto d'amore al nostro cinema italiano che un tempo anche i francesi e gli stranieri tutti capivano: queste incursioni televisive asfissianti e la vita del dietro-le-quinte del triste e satirico Ginger E Fred di Fellini, l'ambizione ribaltata nei figli verso il padre di un successo meritato a tutti i costi di Bellissima di Visconti, la Napoli tutta croste e crepe delle case bianche così in contrasto coi colori nei vestiti e i coloriti dialoghi di mezza filmografia della Loren e di De Sica, e ancora Fellini, nella scena della Via Crucis, citato per la caotica processione de Le Notti Di Cabiria. E poi che fotografia! Che colonna sonora inquietantemente fiabesca (del candidato all'Oscar Alexandre Desplat)! Che immensa interpretazione del protagonista maschile (ed ex carcerato) Aniello Arena e di tutti i suoi co-protagonisti, scelte azzeccatissime, anacronisticamente mai visti e più bravi di molte facce note, come a voler sottolineare ciò che il film sottointende.
mercoledì 20 giugno 2012
Cannes65: Beyond The Hills.
Oltre Le Colline
Dupa Dealuri, 2012, Romania, 150 minuti
Regia: Cristian Mungiu
Sceneggiatura non originale: Cristian Mungiu
Liberamente ispirata al libro Deadly Confession di Tatiana Niculescu Bran
Cast: Cosmina Stratan, Cristina Flutur, Valeriu Andriuta, Dana Tapalaga,
Catalina Harabagiu, Gina Tandura, Vica Agache, Nora Covali, Ionut Ghinea
Voto: 8/ 10
Cannes65: Palma all'interpretazione femminile (Cosmina Stratan e Cristina Flutur); premio alla migliore sceneggiatura (Cristian Mungiu).
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Quello che tutte le recensioni dicono, al nome di Cristian Mungiu, è “già Palma d'Oro nel 2007 con 4 Mesi 3 Settimane 2 Giorni” (il suo film d'esordio, lui ha 42 anni); ma quello che le recensioni non dicono, eccetto qualcuna e qualcosa, è che questo film è diretta conseguenza di quell'altro, i due sono parenti stretti: dall'analisi che fa della Romania moderna (che in realtà, poi, appare arretratissima e misera) alla forte presenza dell'etica e della morale. Quel film parlava dell'aborto clandestino, e non si capiva bene da che parte stesse (secondo me contro, data l'inquadratura del feto morto); questo film parla d'amore e religione. Sono parenti già dall'esordio: una donna, in stazione, aspetta cerca e trova un'altra donna, e sarà questa coppia femminile, dopo Otilla e Gabriela, a sobbarcarsi gran parte delle scene del film. Si chiamano questa volta Alina e Voichita e sono amiche d'infanzia cresciute insieme in orfanotrofio (anche se la madre di una è viva), luogo in cui si davano forza e amore, e il legame è continuato anche dopo la separazione, dopo lo scorrere degli anni: Alina è stata adottata da un'altra famiglia, per poi scappare a lavorare in Germania, mentre Voichita ha ricevuto la chiamata e s'è fatta monaca, e adesso divide tavola e cibo e giornate con altre monache in una sorta di convento fatiscente con chiesa annessa e tanto di prete-padre ortodosso. Alina raggiunge l'amica al di là delle colline per prenderla e partire verso un lavoro qualsiasi su una nave, sempre in Germania, ma entrando in contatto con la vita religiosa e con i dubbi di Voichita - che se dovesse partire non potrebbe più tornare - si rende conto del microcosmo che il mondo religioso fa a parte. Le chiede frizioni, notti nello stesso letto, e la trova cambiata, costretta a moltissimi divieti e obblighi, a riflessioni prima delle azioni. Entrambe devono sottostare ai 464 dogmi della religione ortodossa così diversa da quella occidentale (dove «gli uomini sposano uomini e le donne sposano donne e c'è la droga») ma a quanto pare per la straniera è molto più difficile che per l'abituata, e allora impazzisce: «c'è il demonio dentro di lei» dicono le altre, e pregano e pregano e pregano accecate dalle parole del loro padre, e la poveretta, alla fine, si ritroverà in croce come il Cristo.
In conferenza stampa a Cannes Mungiu ha raccontato molto di questo film: dalla codifica del peccato per la Chiesa Ortodossa agli scritti che danno ispirazione alla storia realmente accaduta (raccolti da Tatiana Niculescu Bran in Deadly Confession, non pubblicato in Italia), dalla critpica e criptata scena finale alla morale che aleggia su tutto il film. Ha ricevuto, poi, il premio per la miglior sceneggiatura, fatta di dialoghi serratissimi molto più presenti che in 4 Mesi, macchiati da elementi di vita quotidiana geniali, gesti originali (la dottoressa che mette a caricare il cellulare in ospedale), discorsi a tavola che occupano l'intero pasto e ci informano delle organizzazioni lavorative in chiesa. Per tutto questo, si usa lo stesso metodo del film precedente, ma meno fermo: la telecamera inquadra sempre qualcuno o qualcosa anche se a parlare sono in due, però non lascia mai troppo fuori e non è mai statica, è telecamera a spalla, e sono tutti pianisequenze, tutti privati di musica e di suoni che non sono dentro alla storia.
Molto rigore e un'incredibile fotografia che mette tutto a fuoco e tutto incastra in scena, bellissimi gli interni, curati e consumati dal tempo, impeccabile la direzione. Ma la storia? Due ore e mezzo in cui, dopo la spiegazione iniziale della situazione, la trama si accascia e rotola su se stessa mostrando continui attacchi di follia di Alina e continui spasmi delle suore che devono mettere tutto in ordine prima che inizi la messa. Alzo il voto per l'obiettivo un po' anticlericale della pellicola e perché sono influenzato dalle recensioni altrui, ma anche il premio alle due attrici, m'è sembrato un po' un regalino.
Cannes65: Paradise Love.
Paradise: Love
Paradies: Liebe, 2012, Austria, 130 minuti
Regia: Ulrich Seidl
Sceneggiatura originale: Ulrich Seidl & Veronika Franz
Cast: Margarete Tiesel, Peter Kazungu, Inge Maux, Dunja Sowinetz
Voto: 7.8/ 10
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Prima parte di una trilogia che al momento non esiste ma che promette di parlare di ciò che per l'occidentale medio è il “paradiso”, e cioè la vacanza esotica su spiagge africane (continuerà con un ritiro spirituale cattolico e con un campeggio per ragazzi sovrappeso), Paradise: Love segna il ritorno di Ulrich Seidl sul grande schermo e sulla croisette a Cannes dopo Import/Export del 2007. E ritorna, Seidl, come l'avevamo lasciato: con una sorta di disprezzo profondo per i suoi conterranei austriaci e con la crudezza quasi volgare che l'ha contraddistinto (leggi: Canicola) mentre sullo schermo passano immagini impeccabili, bellissime, simmetriche e colorate e ben riempite.
Questa è la storia di Teresa, addetta al funzionamento delle macchine da scontro, con una figlia a casa che mette le scarpe sporche sul letto, cinquantenne abbondante, grande di seno e di girovita, con più carne che capelli biondi. È, nel suo modo di camminare dondoloso e nella sua risata nervosa, la tipica donna sola e insoddisfatta, né sicura né insicura, che ascolta i racconti delle sue amiche coetanee sui viaggi in Kenya e sulla quantità di maschioni a disposizione e si lascia convincere e stregare, e così parte, lasciando a casa figlia e lavoro e godendosi il sole cocente dell'Africa sul mare e le chiacchiere in sedia a sdraio sull'uomo ideale. Appena fa due passi viene circondata e bloccata da giovani neri che cercano di venderle collane, sculture, gite, bracciali, e insistono, e insistono, e lei dice «no grazie» in tedesco, in inglese, fino a quando uno su tutti ha la meglio e la ammalia. Lei si lascia ammaliare, ci finisce a letto, lui le chiede soldi per la sorella, per la figlia della sorella, per il padre malato in ospedale. Capisce l'inghippo e lo molla. Ne trova un altro, pare migliore del precedente, inizia a chiederle soldi per il fratello che ha fatto un incidente. Capisce l'inghippo e se ne sta sola in camera d'albergo a passare il giorno del suo compleanno, ma le amiche hanno una sorpresa: la scena più latentemente volgare e fastidiosa mai vista al cinema, che completa magnificamente questo quadro sul turismo sessuale.
Da vittima, sempre di celeste vestita, Teresa finirà per essere carnefice mentre intorno avrà solo stoffa rosa. Il sogno d'amore si è consumato nel portafogli, insieme alle banconote, e tutto ciò che vuole, adesso, è l'appagamento sessuale.
Impossibile non paragonare questo film a Verso Il Sud di Laurent Cantet che pure aveva una protagonista splendida (Charlotte Rampling) che andava in gita di piacere verso il Sud, appunto, ma quello era ambientato negli anni '70 e non era tremendamente crudo come questo. Seidl lascia spesso la camera ferma al centro di una stanza e ci mostra cosa succede, in scene lunghissime ma mai statiche, in stanze piene di geometrie e prive di musica, e poi segue Teresa, mentre cammina di spalle come Gus Van Sant, mentre si cala dagli scogli: si chiama Margarete Tiesel e sfiora la perfezione; coraggiosissima nell'accettare questo ruolo, spontanea, reale, credibilissima quando si ubriaca, quando si impappina parlando due lingue, quando viene punta da un riccio. Prova di recitazione notevole ben sorretta da quelle attorno, soprattutto dei ragazzi neri che la accompagnano in stanza d'albergo e parlano un inglese masticato.
Cannes 2012 ci dona un altro film intriso di sesso esplicito e perenni nudità. E poi dicono che i festival sono per i vecchi noiosi.
lunedì 18 giugno 2012
Cannes65: Post Tenebras Lux.
Post Tenebras Lux
id., 2012, Messico, 120 minuti
Regia: Carlos Reygadas
Sceneggiatura originale: Carlos Reygadas
Cast: Adolfo Jiménez Castro, Nathalia Acevedo, Willebaldo Torres
Voto: 6.3/ 10
Cannes65: Premio alla miglior regia (Carlos Reygadas)
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Durante tutto il film, in sala, le persone alla mia destra e alla mia sinistra parevano colpite dalla tarantola. Si muovevano sulle poltroncine sofferenti come in sala d'attesa dal dottore. Cambiavano bracciolo per i gomiti, sbuffavano. Quelli che avevo davanti si guardavano sorridendo. Io controllavo spesso il telefono, e pensavo a cosa avrei potuto cucinare il giorno dopo. Alla fine della proiezione la gente in sala (non troppa) rideva. Alcuni facevano «buu» pure se non c'era il regista presente. Post Tenebras Lux, che ha diviso la critica (ma a questo punto ha tenuto ben saldo il pubblico), premiato a Cannes 2012 per la miglior regia, ha fatto cagare a molti. La signora di fianco a me, andandosene, ha detto: «ci casco sempre; non mi devo fidare più dei messicani».
In realtà, il film, ha degli aspetti superbi. Parte in modo che è pura tecnica, in quattro terzi, in aspect ratio 1:37.1 e cioè con una sorta di cerchio ottico al centro che sfuoca i bordi e ripete parte dell'immagine, aspetto che viene esasperato nelle scene all'aperto, nei boschi, che occupano quasi completamente il film. La scena iniziale, dicevo, è bellissima: fotografia magistrale, una bambina, che poi scopriremo chiamarsi Rut (e che sappiamo essere la figlia vera del regista, insieme all'altro infante protagonista), corre e scarrozza per un campo in cui ha visibilmente piovuto gridando «vacche» e «cani» perché queste sono le uniche presenze intorno a lei. I quadrupedi si spostano, la telecamera pure, lei saltella e ride, il cielo si fa grigio, arriva la tempesta. Dieci minuti abbondanti così, di niente, di pura tecnica. Lo schermo si fa nero insieme al cielo e, una parola ogni cinquanta secondi, compare il titolo. Seconda scena, e iniziano i dolori: il diavolo - una sagoma di satiro rosso fluo dall'interno, che emana luce - entra in una stanza con valigetta in mano e lentissimamente procede verso una camera da letto mentre un bambino lo guarda. Dalla terza scena potrebbe iniziare il film, la cui trama dovrebbe essere questa: Nathalia e Juan sono una coppia con due figli che, vediamo, può permettersi una domestica in casa e una sontuosa cena di Natale coi parenti; senza problemi dal punto di vista economico e con un sacco di cani, decidono di andare a vivere in campagna e stare più a contatto con la natura. E basta. La trama è questa. Che poi, non è certo che sia questa, perché la storia ci viene raccontata in ordine casuale: vediamo Rut e Eleazar piccolissimi, poi grandi, poi di nuovo piccoli, poi adulti al mare; vediamo che a Juan succede qualcosa e poi un manipolo di vecchi ne parla giocando a carte, altrove; vediamo una foresta con alberi che cadono, immagini maestose conservate per la fine, e ancora gente che va a cavallo, o su un asino. Compare, poi, pure, l'ossessione del regista: il sesso. Che si fa regolare volgarità nella voglia di Juan di voler scopare la moglie da dietro e poi disgustosa pornografia in una tremenda, lunghissima, scena nella sauna d'amore prolifero.
Una storia, quindi, esiste, ed è la storia di un tormento interno mai appagato. Una tecnica pure, ed è quella di affiancare le immagini per sensazione e non per senso. Un regista consapevole, anche: Carlos Reygadas - che suscita queste polemiche ogni volta, e l'aveva già fatto a Cannes con Battaglia Nel Cielo - in conferenza stampa ha ammesso «so di chiedere uno sforzo eccessivo allo spettatore». Eppure l'hanno premiato, perché in quest'aria post-The Tree Of Life si sente molto l'eredità della pellicola di Malick che pure lavorava nello stesso senso, ma a sfondo religioso (e con della musica, che qua non c'è).
Lo sforzo dello spettatore, caro Carlos, deriva soprattutto dalla lunghezza: taglia la metà delle scene infinite e vedrai che non ci divincoleremo in sala come api. Un suggerimento per cosa rimuovere: il tizio che si stacca la testa con le mani e poi s'accascia e, per esempio, il ritorno del diavolo in casa.
La scena finale ci convince che qualcosa si nasconde, dietro questa porta, qualcosa di bellissimo, diretta benissimo, ma noi non abbiamo la chiave.
Cannes65: Moonrise Kingdom.
Moonrise Kingdom
id., 2012, USA, 94 minuti
Regia: Wes Anderson
Sceneggiatura originale: Wes Anderson & Roman Coppola
Cast: Jared Gilman, Kara Hayward, Edward Norton, Bruce Willis,
Bill Murray, Frances McDormand, Jason Schwartzman, Tilda Swinton
Voto: 8.2/ 10
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La grande attesa che tanto ha mangiato da dentro i cinefili indie viene ricompensata già dalla prima, incredibile scena: orchestra che suona all'impazzata, telecamera che si muove per carrellate continue, che nel corridoio si sposta verso destra, verso sinistra, verso l'alto, gira in tondo; ci mostra una casa, dall'interno, e i suoi abitanti: una ragazzina perennemente al binocolo e i suoi tre fratelli perennemente senza far niente, i genitori che leggono il giornale e camminano scalzi per le stanze e l'arredo anni '70 di un'America confinata nel bosco. Fuori piove, piove da giorni da quello che capiamo, e i titoli di testa scorrono kitch e colorati dicendoci uno per uno gli attori e il personaggio che interpretano. Poi ci spostiamo in un campeggio scout: Edward Norton e la sua organizzatissima truppa danno il via ad un altra mattina come tante, collaudano la latrina, preparano la colazione, il giornale sul tavolo, la casa sull'albero (un pelo alta). Ma seduti per il primo pasto si accorgono che ne manca uno, un Sam sfigato e poco popolare (infatti impiegano un po' per capire che l'assente è lui). Questo Sam, scappato da un buco della tenda, è nei prati che raggiunge la beneamata Suzy conosciuta un anno prima durante una colossale recita scolastica con cui, attraverso lettere perpetue, ha organizzato la fuga d'amore e la vita in spiaggia. Hanno portato tutto il necessario: libri, mangianastri, e poi Sam è uno scout, non ha bisogno di niente per campare (infatti costruisce carrucole, accende fuochi...).
Il loro sogno coniugale però viene intralciato da tutto un manipolo di adulti: Frances McDormand e Bill Murray, i genitori di lei, preoccupati per la scomparsa della ragazza; lui genitori non ce ne ha ma ha alle calcagna il poliziotto Bruce Willis; il povero capo-scout Edward Norton s'è perso un componete (prima di perderli tutti) e rischia il ritiro della medaglia, Tilda Swinton, che genialmente si chiama Servizi Sociali, rincorre l'orfano per sbatterlo in orfanotrofio. I ragazzini, per forza di cose, verranno pescati, e poi scapperanno di nuovo.
Nella seconda parte il film cala ed esplode: dopo un rigore simmetrico e di forma, il più severo finora che Wes Anderson s'è dato, con le impeccabili scene e i colori e la fotografia e i costumi nel contorno, la storia si accascia e rotola verso una conclusione che ha il sapore della catastrofe: una tempesta, un fulmine, un'inondazione, un'esplosione. Personaggi e oggetti continuano a muoversi come in un grande villaggio Lego sempre dritti, sempre di fronte o di profilo, ma l'aspetto naïf entra in contrasto con tutta una serie di usi del digitale di cui si poteva fare a meno. La storia, poi, che ha fatto ridere gran parte del pubblico in sala, ci viene raccontata da una sorta di buffo elfo (Bob Balaban) che pure lui fa sorridere spesso ma pure lui non è proprio necessario.
Uno dei migliori film di Anderson dai Tenenbaum per trama e tecnica, che ne esce un pelo imperfetto ma lodevolissimo per lo sforzo e la resa impeccabile del periodo storico (gli ambienti, naturali e non, curatissimi fino al dettaglio, si fondono tra di loro e con la trama in modo superbo) e del romanzo fiabesco di formazione. Dolcissima la scena finale, bravissimi i due attori protagonisti, esordienti entrambi, Jared Gilman e Kara Hayward, assurda l'assenza di premio alla regia, e quando vedrete il film e il film sarà finito non uscite dalla sala: una sorta di Bolero aspetta di essere raccontato.
domenica 17 giugno 2012
Cannes65: Woody Allen, A Documentary.
Woody Allen: A Documentary
id., 2012, USA, 113 minuti
Regia: Robert B. Weide
Sceneggiatura: Robert B. Weide
Cast: Woody Allen, Letty Aronson, Marshall Brickman, Dick Cavet,
Larry David, Josh Brolin, Penélope Cruz, John Cusack, Naomi Watts,
Scarlett Johansson, Diane Keaton, Julie Kavner, Sean Penn
Voto: 6.2/ 10
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Il film parte e l'atmosfera è quella: la musica francesizzante, il carattere delle scritte solito (quello con cui, qui a lato, è scritto “Woody Allen”), le immagini di Manhattan. Siamo dentro a un film del più celebre comico d'America e forse del mondo, del più prolifero, del più longevo.
Il film parte e lui comincia a parlare, ci racconta degli esordi, della scuola (che andava male) e delle battute che spediva a qualche giornale, dei primi spettacoli a teatro e del loro insuccesso, poi del loro successo, della sceneggiatura per il primo film - che fu una catastrofe, del controllo totale che aveva sul secondo, anche da regista. Prosegue, lui insieme ai suoi storici compagni d'avventura, Larry David e Dick Cavett e poi sua sorella Letty Aronson, passando in rassegna tutti i primi film, le risate generali, le copertine a lui dedicate, le candidature agli Oscar, i premi vinti, il passaggio al dramma con Interiors e la maturità sentimentale di Manhattan e Annie Hall, e poi gli insuccessi, gli altri successi, la necessità di sfornare un film all'anno. Ecco, questo è forse il pregio più grande di questo documentario: fa dire ai cineasti e al regista stesso in questione ciò che noi tutti ci diciamo tra di noi: insieme a dei grandi bei film, Woody Allen ha fatto un sacco di scemenze, qualche scivolone, la gente gli dice «perché non ti prendi un anno e il prossimo film lo fai uscire tra due?» e lui risponde «se faccio tantissimi film, prima o poi ne verrà uno buono». Un documentario, questo, che passa in rassegna ciò che è successo, che la mia generazione non sa (tipo lo scandalo per la relazione con la figlia adottiva) e ci aggiunge poche altre cose: la macchina da scrivere che è la stessa da quarant'anni, la sala di montaggio.
Si ride, spesso, molto, ma non perché il documentario faccia ridere, solo perché fanno ridere le immagini di repertorio, le scene dei film, gli spezzoni in televisione. Il documentario si sforza davvero poco. Due sole immagini prese dal set, poche interviste agli attori che dicono ciò che ci si può aspettare da un attore che parla del regista che lo dirige (fa eccezione il perfezionista Josh Brolin), tanti complimenti e qualche ammissione di colpa per gli errori del passato. Ma gli errori più grandi, Woody Allen, li ha fatti adesso (viene mostrato e nominato Incontrerai L'uomo Dei Tuoi Sogni senza sottolinearne la schifezza), e invece si guarda al presente solo per il grande successo di Midnight In Paris e per il cambio di registro del bellissimo Match Point.
Presentato al primo giorno di Festival di Cannes 2012, che senza Allen non riesce proprio a stare, l'insipido documentario è diretto da Robert B. Weide, che con Larry David ci ha lavorato per Curb Your Enthusiasm ed è stato regista di quella serie e di Parks And Recreation.
Decisamente molto più interessante la travagliata vita di Roman Polanski, pure quella passata per Cannes e adesso al cinema.
Cannes65: The We And The I.
The We And The I
id., 2012, USA, 90 minuti circa
Regia: Michel Gondry
Sceneggiatura originale: Michel Gondry, Jeffrey Grimshaw, Paul Proch
Cast: Michael Brodie, Teresa Lynn, Raymond Delgado,
Jonathan Ortiz, Jonathan Scott Worrell, Alex Barrios,
Laidychen Carrasco, Meghan Murphy, Chenkon Carrasco
Voto: 9/ 10
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Ultimo giorno di scuola per un istituto del Bronx fatto di minoranze razziali ben integrate tra di loro; nelle classi hanno consegnato l'annuario, l'aria dell'estate si respira col naso, la campanella suona, l'autobus per i forestieri passa e i soliti pendolari ci corrono sopra. La grande autista donna li saluta perché li conosce tutti, e li conosce bene. Maschi e femmine prendono posto. Come quando andavamo in gita pure noi alle medie e al liceo, i “fighi” del gruppo si fiondano dietro, sugli ultimi quattro posti allineati sotto al vetro, pronti a catalizzare potere e attenzioni. Infastidiscono i pochi adulti presenti, i molti studentelli ingenui, mischiano una parlata volgare e dialettica a video ed SMS che circolano sul cellulare. Un filmato in particolare, che tutti si passano ridendo, lo vedremo fino alla nausea, un ragazzo che scivola sul burro e cade per lungo rompendosi l'osso sacro. Una Laidy stressata dai genitori si gratta le braccia stilando la lista degli invitati al suo “sweet 16”, un cantautore dietro di lei inforca la chitarra e le dedica una serenata, una coppia gay vedrà la gioia e la tristezza in poco più di un'ora, un reggiseno ad acqua salterà da un sedile e l'altro. E basta. Il film è tutto qua, tutto qua dentro, completamente privo di trama e tutto nell'autobus. E non si fa claustrofobico come Sleuth o il più recente Carnage, opere visibilmente reduci dal teatro, perché quest'autobus (ora inquadrato dall'esterno, ora non inquadrato) interagisce col mondo che c'è fuori, con le strade della periferia povera americana, con un incidente in un incrocio e un ingorgo, con i giorni passati e le storie che si raccontano e gli insegnanti che si nominano, tutti visti in flashback ripresi da un cellulare.
Dopo opere visivamente allucinanti e allucinate (già l'aveva fatto con Eternal Sunshine Of The Spotless Mind ma l'apice l'ha toccato ne L'arte Del Sogno) Michel Gondry ammazza il suo tipico cinema perché affascinato dal Point, una comunità nel Bronx in cui ha cominciato a bazzicare e da cui ha attinto grande ispirazione per la sceneggiatura - insieme a una lettera che una delle madri gli ha indirizzato in cui si scusava di non poter mettere a disposizione casa sua per le riprese, che ci verrà letta alla fine. Riesce, in maniera totalmente incomprensibile, a sfornare un The Breakfast Club del 2012, dei giorni nostri, con feste alcoliche, segreti lesbo, Blackberry e slang scritti. Noi siamo su quell'autobus con loro, al centro, e vediamo contemporaneamente le cose che ci succedono intorno, che si accavallano, il tutto diviso in tre parti, che cominciano col “Bullismo” e terminano con “L'io”, l'introspezione di quando si è pochi, ormai quasi al capolinea, e ci si apre con i compagni a cui non si ha rivolto la parola per l'anno intero.
In realtà, la mano di Gondry, anche se ben nascosta, si vede: a cominciare dai tremendi e pacchiani titoli di coda, e poi puntellata in tutti i flashback e i viaggi mentali che i ragazzini parlando fanno: insegnanti di disegno bruciati da fiamme di carta, finestrini dell'autobus che mostrano cosa succede in un altro isolato. Le interpretazioni degli sconosciuti giovani attori sono impeccabili (su tutte, quella di uno dei due gay), a starci a contatto ci si rende conto della crudeltà dell'adolescenza, della cattiveria delle loro bocche, cattiveria ingenua che si dimentica dopo qualche ora, perché è un microcosmo strano quello dei giovani, che ci fanno ridere e ci fanno piangere e non si accorgono che questo autobus, per portarli a casa, sta impiegando troppo: è quasi notte.
sabato 16 giugno 2012
Cannes65: De Rouille Et D'os
Un Sapore Di Ruggine E Ossa
De Rouille Et D'os, 2012, Francia, 120 minuti
Regia: Jacques AudiardSceneggiatura non originale: Jacques Audiard & Thomas Bidegain
Basata sul romanzo Ruggine E Ossa di Craig Davison (Einaudi)
Cast: Matthias Schoenaerts, Marion Cotillard, Yannick Choirat,
Jean-Michel Correia, Mourad Frarema, Bouli Lanners
Voto: 7.5/ 10
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Prima di questo film ci sono due capolavori di cui parlare: Il Profeta, dello stesso regista, Jacques Audiard, che nel 2009 venne candidato all'Oscar senza vincerlo (c'era, contro di lui, il pazzesco Nastro Bianco che neanche vinse), romanzo di formazione di un ragazzetto che arriva in carcere appena diciottenne e impara in quattro e quattr'otto a comandare tutti gli altri; e poi Bullhead, film belga di Michael R. Roskam che pure all'Oscar s'è candidato (quest'anno) e pure non ha vinto, con un'incredibile trama di vacche e ormoni e un'incredibile interpretazione di muscoli e silenzi di Matthias Schoenaerts - che di questo film è sommo interprete, molto più di Marion Cotillard che però compare prima di lui sulla locandina e nei titoli di coda.
Qui, lui si chiama Ali e il nome è una garanzia: campa con lavoretti sporadici tra i buttafuori e le security ma il vero guadagno gli arriverà, poi, dalle lotte clandestine a mani nude contro gli sconosciuti. Lei si chiama Stéphanie, si veste «come una puttana» quando va in discoteca (da sola) e ritorna a casa dal suo uomo col sangue che cola dal naso. Durante il giorno, muove le braccia e la testa in piscina per far saltare e volteggiare le orche, attrazione dell'acquaparco. Una sera lui spegne una rissa in cui lei è coinvolta, si fa prestare del ghiaccio, le lascia il numero. Non si sentiranno per molto tempo: lui, insieme a suo figlio, si trasferirà da sua sorella, dopo aver rubato il cibo dai cassonetti dei treni; lei si sveglierà in ospedale privata di metà gambe dopo un incidente con uno dei pesci. Inizierà questa storia non d'amore ma di complicità, di presenza, di messaggi. Dopo un inizio da drammone tremendo visto e rivisto, il film prende una bella piega comica a sfondo sessuale (è venuto giù il cinema dalle risate) perché quella della coppia diventerà scopamicizia inizialmente disinteressata, nel più alto dei realismi, fatta di messaggi che chiedono l'operatività dell'altro per un amplesso in cambio. Ma le donne, si sa come sono fatte, e lei inizia ad esserne coinvolta. Poi, quando crediamo che il film sia finito, semplicemente si sposta di set, e non finisce.
Buona prova di interpretazione per entrambi (sulla Cotillard non possiamo dire niente, eravamo convinti che ritirasse la Palma come miglior attrice) ma meno buona per la regia: sin dall'inizio vediamo queste brevi scene rallentate e incomprensibili, montate insieme per renderci qualcosa che non ci viene reso, qualche sensazione che non percepiamo, e la musica non aiuta per niente: qualche nota strappalacrime e poi Katy Perry, Lykke Li, presenze che ci sorprendono quando leggiamo, alla fine, Alexander Desplat. Dopo le trame incalzanti di Sulle Mie Labbra e Tutti I Battiti Del Mio Cuore, Audiard si concede l'introspezione di due personaggi a cui l'acqua ha tolto qualcosa, senza riuscirci - lei commenta la sua vita precedente ma non è credibile. Ad onor del vero, la scena dell'incidente è magistrale, pazzesca. Ma per il resto è tutto un inseguire le ombre e i dettagli degli attori, le lacrime, le mani.
Ma la pecca più grande è un'altra; non so se fosse già nel romanzo su cui si basa, Ruggine E Ossa, al secolo “un gusto di ruggine e di ossa” di Craig Davidson (qui il dettaglio), ma la metamorfosi di Marion in cattiva ragazza pappona delle mazzate illegali no, proprio no.
mercoledì 13 giugno 2012
Cannes65: Amour.
Amour
id., Francia/ Austria, 2012, 125 minuti
Regia: Michael Haneke
Sceneggiatura originale: Michael Haneke
Cast: Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert
Voto: 9.7/ 10
Cannes65: Palma d'Oro al miglior film
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Dopo una serie di titoli di testa parenti di quelli di Woody Allen, ma completamente muti, una squadra di non si capisce bene cosa (polizia?, pompieri?) irrompe in una casa sigillata da nastro adesivo marrone e tra una stanza vuota e l'altra, piena del solo tanfo di decomposizione, trova una vecchina morta, adagiata su un letto e circondata di fiori freschi. Un attimo dopo, quella vecchina, immersa in una platea elegante di gente benvestita che assiste ad un concerto per solo piano, farà notare al marito quanto la spaventerebbe se qualcuno entrasse in casa sua mentre lei dorme, mentre loro sono a letto. Loro, si chiamano Anne e Georges, hanno più o meno settant'anni, sono sposati da tutta una vita, hanno una figlia, interpretata da Isabelle Huppert, che è sposata con un inglese, il pianista di prima, Alexander Tharaud, che interpreta se stesso e musica mezzo film.
La vita dell'anziana coppia scorre così, in una grande casa di legno e libri, di cui vediamo poche stanze, per abitudini e qualche tenero complimento, fino alla mattina della colazione turbolenta: Anne serve l'uovo alla coque al marito seduto a tavola e poi si disperde guardando il vuoto, ferma, immobile, muta. Lui le chiede «cos'hai?, cosa non va?» e lei non risponde. Lui apre l'acqua, le bagna una pezza e gliela tampona sulla fronte, e lei non si scompone. Le parla, le urla contro, ma niente. Va a mettersi la giacca per scendere a chiamare aiuto e sente, dall'altra stanza, che il rubinetto è stato chiuso. Torna in cucina e la moglie è là, normalissima, che lo rimprovera: «perché hai lasciato l'acqua che scorreva?».
È l'inizio della fine: dopo un primo ictus, la povera Anne entrerà nel tunnel della malattia che la renderà impotente, immobile, dipendente, incosciente, bisognosa di continue cure e attenzioni. In questo difficilissimo periodo, il marito le sarà vicino sempre, continuamente, indistintamente, senza mai cedere allo sconforto né al pianto, senza mai rassegnarsi, combattendo con la figlia che la vorrebbe far chiudere in un centro specializzato perché «io in casa le posso dare le stesse cose che le darebbero lì». La fa esercitare nella camminata, quando ormai è bloccata sulla sedia a rotelle, e le fa cantare “Sur Le Pont D'Avignon” quando la paralisi le blocca mezza bocca. L'“amour” del titolo è la devozione totale di lui per lei.
Con perfida maestria, Michael Haneke ci fa vedere svariati momenti di vita di questa attempata ma solidissima coppia attraverso scene e inquadrature lunghissime, estenuanti, che come il film intero ci aumentano il fastidio; noi siamo là, spettatori costretti alla claustrofobia (ma non come per Funny Games), e ci chiediamo quanto debba durare ancora, quanto ancora dobbiamo soffrire, noi, con lei? La demenza prosegue, aumenta, ma la donna e il marito non perdono mai la propria dignità: lui non permette mai che lei perda la dignità, anche quando sputa l'acqua, anche mentre si sbrodola con l'omogeneizzato. Al rigore tecnico dei silenzi, della fotografia, della regia e delle scene, dei quadri e delle stanze inquadrate, della musica che compare solo quattro volte, si aggiungono due interpretazioni che non rivedremo mai più nella vita: quella di Emmanuelle Riva, già in Hiroshima Mon Amour, incredibile quando la malattia ormai è all'ultimo stadio, credibilissima, vera, immensa; e soprattutto quella di Jean-Louis Trintignant, che diciassette anni fa si è ritirato dalle scene ma che per questo film, già capolavoro su carta, ha fatto uno strappo alla regola, fidandosi di Haneke che gli affida praticamente tutte le scene.
Una meritata e applauditissima Palma d'Oro per un film che è bellissimo già così com'è, a quasi due ore dall'inizio e che poi, nella scena pre-finale, si fa capolavoro.
lunedì 28 maggio 2012
Cannes65 - vincitori.
Un applauso che sarebbe durato un quarto d'ora (intero) se il regista non fosse intervenuto parlando al microfono ha accolto la vittoria di Michael Haneke, per la seconda volta Palma d'Oro (dopo il precedente Il Nastro Bianco), momento che l'autore ha voluto condividere con gli attori protagonisti del film (nella foto, a sinistra Emmanuelle Riva e a destra Jean-Louis Trintignant), citati da Nanni Moretti presidente di giuria all'annuncio della Palma per la loro splendida interpretazione che ha ancora di più valorizzato la pellicola.
Tutto secondo i piani, con una sorpresa nostrana: Matteo Garrone vince il Gran Premio e ringrazia nel più corto dei discorsi, forse perché inaspettato, forse perché abituato (anche per lui la seconda volta: la prima fu per Gomorra). Secondo me, ad ogni modo, c'è lo zampino dell'italiano in giuria, perché Reality non è stato largamente apprezzato.
Doppio premio per un altra ex Palma, Cristian Mungiu: miglior sceneggiatura e migliori attrici (Cristina Flutur e Cosmina Stratan) per Beyond The Hills, mentre il miglior attore (accolto pure lui con un altro lunghissimo applauso) è il bravissimo Mads Mikkelsen per l'intenso Jagten di Thomas Vinterberg.
Ma pure Ken Loach (Palma d'Oro per Il Vento Che Accarezza L'erba), se ne poteva andare senza niente?, e allora gli hanno dato il Premio della Giuria, mentre il regalo della sera è stata la migliore regia a Carlos Reygadas per Post Tenebras Lux.
La Palma d'Oro per il miglior corto è andata al muto Sessiz-Be Deng di L. Rezan Yesilbas mentre la Camera d'Or (premio per l'opera prima ad un film presentato in una delle competizioni) è stata data a Benh Zeitlin per il suo americano Beasts Of The Southern Wild, presentato nell'Un Certain Regard.
Per l'Un Certain Regard, invece, il miglior film è stato Déspues De Lucia di Michel Franco, il Premio della Giuria (presieduta da Tim Roth) al bizzarro Le Grand Soir e due premi per la migliore attrice, alla Suzanne Clément di Lawrence Anyways e alla Emille Dequenne di À Perdre La Raison.
Di seguito, tutta la lista di tutti i vincitori nelle varie categorie; per vedere i video di buona parte della premiazione cliccate qui.
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Concorso
Palma d'Oro:
Amour di Michael Haneke
Gran Premio:
Reality di Matteo Garrone
Premio per la Migliore Regia:
Carlos Reygadas per Post Tenebras Lux
Premio della Giuria:
The Angels' Share di Ken Loach
Premio per il Migliore Attore:
Mads Mikkelsen per Jagten (The Hunt) di Thomas Vinterberg
Premio per la Migliore Attrice:
Cristina Flutur e Cosmina Stratan per Beyond The Hills di Cristian Mungiu
Premio per la Migliore Sceneggiatura:
Cristian Mungiu per Beyond The Hills
Palma d'Oro al Miglior Corto:
Sessiz-Be Deng di L. Rezan Yesilbas
Camera d'Or:
Beasts Of The Southern Wild di Benh Zeitlin
presentato nell'Un Certain Regard
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Un Certain Regard
Miglior Film:
Después De Lucia di Michel Franco
Premio Speciale della Giuria:
Le Grand Soir di Benoît Delépine & Gustave Kervern
Miglior Attrice:
Suzanne Clément per Lawrence Anyways di Xavier Dolan
Miglior Attrice:
Emille Dequenne per À Perdre La Raison di Joachim Lafosse
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Premi della Cinefondazione
Primo Posto:
Doroga Na (The Road To) di Taisia Igumentseva
Secondo Posto:
Abigail di Matthew James Reilly
Terzo Posto:
Los Anfitriones (The Hosts) di Miguel Angel Moulet
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sabato 26 maggio 2012
Cannes65 - Roman Polanski.
Quando c'è Cannes non si può parlare di altro che di Cannes. E se il primo giorno è stato presentato il documentario (insieme a quello su Woody Allen) Roman Polanski: A Film Memoir, ecco adesso spuntare un corto promozionale che il regista polacco ha girato per i prodotti Prada, sempre mostrato al Festival in questi giorni e visibile su YouTube cliccando qui.
Nel primo caso si tratta di una vera e propria pellicola sulla vita e la carriera del povero regista, accusato di aver violentato una ragazza in America, colpa ancora non del tutto chiarita, e per questo impossibilitato a toccare il suolo americano e quello di tutti gli altri stati, segregato ormai in Polonia dalla quale non può uscire, dove ha girato gli ultimi L'uomo Nell'ombra e Carnage (non ha potuto ritirare l'Oscar alla regia per Il Pianista per questo motivo). Distribuito in Italia dalla Lucky Red e al cinema in contemporanea alle sale francesi, il film è oggi in sole sei sale di tutto il bel Paese.
Nel secondo caso, invece, siamo di fronte ad un corto che non vuole essere uno spot ma ogni tanto ci casca, interpretato (magistralmente) da Helena Bonham Carter (che ormai è dappertutto, anche nell'ultimo video di Rufus Wainwright) e Ben Kingsley, all'occorrenza ambiguo davanti al cappotto per signora che la sua paziente appende dietro alla porta. Si chiama A Therapy perché è ambientato nello studio di uno psichiatra, luogo chiuso e maniacalmente ricostruito, esattamente allo stesso modo di Carnage (Kate Winslet rivelò che Polanski, prima di girare, passava ore a cercare la giusta inclinazione di un fiore nel vaso).
Per conoscere le sale che proiettano Roman Polanski: A Film Memoir basta cliccare qui.
venerdì 25 maggio 2012
Cannes65 - Cosmopolis.
Cosmopolis
id., 2012, Canada, 105 minuti
Regia: David Cronenberg
Sceneggiatura non originale: David Cronenberg
Basata sul romanzo Cosmopolis di Don DeLillo (Einaudi)
Cast: Robert Pattinson, Juliette Binoche, Sarah Gadon, Paul Giamatti,
Mathieu Amalric, Samantha Morton, Jay Baruchel, Kevin Durand
Voto: 7.3/ 10
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Era dai tempi di Eyes Wide Shut che su una locandina non comparivano, così, così grandi, il nome dell'attore e del regista. Era scritto, là sopra, Cruise-Kidman-Kubrick ed era, quella, una vera collaborazione degna di caratteri cubitali (la coppia di attori era blindata sul set per infiniti giorni e ha collaborato alle scene). Qui succede che David Cronenberg, dopo nemmeno sei mesi dalla presenza a Venezia68 con il mediocre A Dangerous Method, condivide lo spazio sulla locandina con, pensate un po', Robert Pattinson, ormai impossibile da non associare al vampiretto della saga che grazie a Dio giunge al termine, e all'inizio questa cosa c'è sembrata impossibile, azzardata, una scelta non-da-Cronenberg. Ma poi succede che vediamo il film, ne capiamo il senso, e capiamo il senso di questa scelta: Robert “mascella” Pattinson è il Leonardo DiCaprio post-Titanic degli anni Duemila, il divo amato dalle ragazzette, idolatrato, pagato, coinvolto in progetti salvifici (tipo il pessimo Bel Ami) capace di vivere il dramma di questo personaggio, questo protagonista: Eric Packer, giovane miliardario economista conoscitore, esperto e ossessionato dai movimenti in banca e in borsa tanto da averne il dettaglio sui braccioli del sedile, si sveglia una mattina e lo vediamo su un marciapiedi accanto alla sua guardia del corpo, o autista, e sentiamo che gli dice che ha deciso di «aggiustarsi il taglio». L'autista gli risponde che non è il caso, che il presidente degli Stati Uniti è in città e la popolazione si sta muovendo in proteste, che ci sono attentati in previsione, troppa poca sicurezza, sarebbe meglio che un barbiere qualsiasi, o quello dell'angolo, venisse a lavorare in ufficio da lui. Ma no, Eric dice che il barbiere è un rito e lui, anche a passo d'uomo, ci deve andare. Si infila nella sua bianca limousine e da lì praticamente non si schioda: passano a trovarlo (senza mai capire come entrano e come escono) un suo amico esperto borsista, una prostituta (il premio Oscar Juliette Binoche in una veste insolita), una sua dipendente, il medico, un cantante amico di un altro cantante morto. E poi, sua moglie, con la quale per tre volte si ritrova a mangiare, che non mangia, la figlia di una famiglia di miliardari che ha deciso di non dargliela, di non fare sesso, che però sente l'odore di orgasmo che emana lui. Il giorno passa, i finestrini si anneriscono, fuori la gente è matta, trasporta topi giganti («ho letto in una poesia che il topo diventava la nuova moneta»), e quando finalmente arriva dal barbiere lui cosa fa?, lascia il taglio a metà, andando dall'uomo che vorrebbe ucciderlo.
Il meno noto libro di Don DeLillo (Premio Pulitzer per Underworld e massima penna americana del ventennio scorso) pubblicato in Italia da Einaudi (nel dettaglio qui) viene portato al cinema a tratti fedelmente e a tratti no, con tutti i dialoghi del genere e con la claustrofobia degli interni (eccetto qualche episodio, siamo sempre al chiuso). Il problema gigante del film è che annoia da morire. E la noia estenuante arriva perché, nonostante i continui botta e risposta affidati sempre a due personaggi in campo, la gente parla tutta allo stesso modo, tutta in modo tecnico, specifico, imprenditoriale, apocalittico, filosofico, irreale; ognuno pone domande senza ricevere risposta, o risponde con cose che non sono state chieste. E la prima cosa che insegnano, agli sceneggiatori, è che i personaggi non parlino tutti allo stesso modo, le prostitute come i banchieri.
Cannes65 - giorni 7 e 8.
Aquí Y Allá vince il Gran Premio nella Settimana della Critica in questo 65esimo Festival di Cannes, premio destinato all'opera prima o seconda di un regista in gara; il film, scritto e diretto dall'emergente Antonio Mendez Esparza - già noto ai festival per il suo corto di debutto Una Y Otra Vez - racconta del ritorno di un uomo (Pedro De los Santos) nel villaggio in cui è nato dopo gli anni trascorsi a lavorare negli Stati Uniti, storia (dice il regista) «di speranza, ricordi e ciò che ci lasciamo alle spalle». Gli altri film della sezione ad aver vinto premi minori sono Sofia's Last Ambulance di Ilian Metev, Les Voisins De Dieu (“i vicini di Dio”) di Meni Yaesh e Los Salvajes (“i selvaggi”) di Alejandro Fadel. La pellicola che vinse l'anno scorso l'ambito premio era Take Shelter di Jeff Nichols (domani in gara) di cui parleremo a breve, che è stato molto apprezzato dalla critica americana e guadagnò un sacco di altri riconoscimenti.
Intanto non si è parlato di altro, ieri, che della tecnica usata da Nicole Kidman per guarire le punture di medusa sulla pelle di Zac Efron. Presentato prima alla stampa, The Paperboy, seconda opera del Lee Daniels che due anni fa a Cannes prese la Camera d'Or con Precious, racconta l'accozzagliata storia di due fratelli giornalisti (Matthew McConaughey e Zac Efron) che assecondano una dark-lady femme-fatale decadente (la Kidman) nel suo tentativo di tirar fuori dalla prigione un detenuto innocente (crede lei) (John Cusack) e allora si ritrovano ad assistere a fellatio a distanza nel parlatoio del carcere, viaggi in auto rosa, telefonate osé, McConaughey si scopre gay a tre quarti del film e si fa penetrare violentemente in un albergo, il tutto mentre dietro un'America degli anni '60 non viene descritta.
Bocciatissimo dalla stampa - che l'ha definito il vero film scandalo della kermesse, trash e volgare e demenziale - ma apprezzato sul red carpet per l'ingente quantità di star, il film esce adesso mentre è già in preparazione la terza opera di Daniels, anche questa ambientata al passato, anche questa con la Kidman, McConaughey e Cusack. (Nella foto: il cast con il regista al centro e, a destra, David Oyelowo e la cantante Macy Gray che interpreta la governante e racconta fuori campo la storia).
Bocciato anche l'altro film in concorso di ieri, Post Tenebras Lux del celebre e borioso Carlos Reygadas (Battaglia Nel Cielo) che racconta il rapporto di una coppia e della coppia con la campagna mentre si aggira un belzebù rosso e si prosegue verso scene più splatter che horror.
Rimane superfavorito Amour di Haneke, che sarebbe la sua seconda Palma d'Oro dopo altri due premi FIPRESCI, due premi Ecumenici, un Gran Premio e una miglior regia, a meno che Cronenberg non incanti tutti con il suo Cosmopolis o Sergei Loznitsa con In The Fog (entrambi oggi in concorso).
La Kidman intanto rimane in città perché presenta oggi, fuori concorso, Hemingway & Gellhorn di Philip Kaufman, storia dell'amore tra il celebre scrittore e la giornalista di guerra, prodotto della HBO per la televisione americana, con Clive Owen nei panni dell'autore.
E mentre si continua a parlare bene e meno bene di On The Road (perché Kristen Stewart ha sei scene di sesso e perché non si resta fedelissimi al libro), la critica è divisa su Holy Motors, esperimento cinematografico che celebra (o abbatte?) il mestiere dell'attore (e forse del regista).
Domani, l'ultimo giorno.
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martedì 22 maggio 2012
Cannes65 - giorni 5 e 6.
Alain Resnais entra in sala stampa e i giornalisti si alzano tutti in piedi e battono le mani - cosa che succede veramente di rado. Sarà perché il regista francese c'ha quasi 90 anni (all'inizio di giugno spegnerà le candeline), sarà perché ancora una volta si conferma, nonostante l'età, il più sperimentale e visionario regista del Festival. Dopo il bizzarro (per tecnica e struttura) Les Erbes Folles (letteralmente: “le erbacce”; in italiano: Gli Amori Folli), Premio Eccezionale della Giuria due anni fa, torna a Cannes con Vous N'avez Encore Rien Vu (“non avete ancora visto niente”), film che sta a metà tra il cinema e il teatro, storia di un gruppo di attori che si ritrovano dopo la morte di un loro amico e collega, che aveva riscritto e interpretato l'Euridice e che loro metteranno in scena in suo ricordo. Anche questa volta si procede non per ordine cronologico ma per senso estetico, per associazione di immagini e colori; anche questa volta c'è nel cast (grassissimo, da Michel Piccoli a Mathieu Amalric) la musa Sabine Azéma (di rosso vestita, al centro della foto). Sorpreso e felice dell'applauso, Resnais - bianco cianotico e minuscolo - ha detto al microfono che questo non è mica il suo ultimo film, non è mica un testamento; lui gira film per esigenze artistiche, estetiche, perché gli piace, e questo è nato da un'esigenza.
Sempre ieri è stato presentato un altro film in concorso, il secondo dei due con Isabelle Huppert (dopo Amour di Haneke che rimane il maggior favorito alla Palma), coreano, In Another Country, di Hong San-soo, bocciato dalla critica e definito film (e regista) “da festival”: una ragazza scrive tre sceneggiature per tre cortometraggi e fa vivere tre volte la Huppert dandole come nome sempre Anne e affibiandole uomini coreani che incarnano i prototipi della Corea moderna.
Sempre dall'Est viene l'altro film in concorso di ieri, Like Someone In Love, di Abbas Kiarostami, pure questo bocciato, storia di una ragazza che scappa dal suo moroso geloso e si concede ad un anziano traduttore, colto insegnante, e ad un taxi su cui passerà gran parte delle scene.
Mentre oggi si torna ai grandi nomi: sempre in concorso c'è Ken Loach, Palma per Il Vento Che Accarezza L'erba, con The Angel's Share, commedia triste sulla sua redenzione; e l'atteso Killing Them Softly, che porterà sul tappeto rosso Brad Pitt e Casey Affleck (di nuovo insieme dopo L'assassinio Di Jesse James, sempre di Andrew Dominik) e poi Javier Bardem, Sam Rockwell e Mark Ruffalo. Fuori concorso, finalmente, viene presentato Io E Te, ritorno dietro la macchina da presa dopo il The Dreamers di quasi dieci anni fa di Bernardo Bertolucci, ultima presenza italiana a Cannes dopo Garrone e Argento.
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