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mercoledì 16 aprile 2014
sabato 26 ottobre 2013
Federico e Giulietta.
A vent'anni quasi esatti dalla sua scomparsa (sette mesi dopo l'Oscar alla Carriera), proseguono le celebrazioni e gli inchini di fronte alla figura-macigno di Federico Fellini che il nostro cinema attuale ci continua a dimostrare essenziale fonte d'ispirazione. Nell'anno de La Grande Bellezza, album di citazioni neanche troppo velate, e soprattutto di Che Strano Chiamarsi Federico dell'amico Scola, non poteva sfuggire l'edicola con la solita collana monografica, che Panorama dal 17 ottobre ci propone: da La Dolce Vita in poi, con una piccola parentesi per I Vitelloni, ogni settimana a € 12,90 il pubblico italiano potrà acquistare i film centrali del Maestro, come al solito, e non riscoprire i capolavori del post-esordio (La Strada, Le Notti Di Cabiria, entrambi Oscar al Film Straniero) e il caposaldo 8 1/2 recuperabile solo dopo il restauro di Mediaset (qui info e piano dell'opera).
Non scappa neanche la televisione, che certo non può mettersi a proporre i film matti indigeribili dal pubblico, e che quindi smorza i toni raccontando il più discusso matrimonio italiano: su La7D (canale 29) alle 20:30 andrà in onda, questa sera, Giulietta E Federico, documentario di mezz'ora diretto da Mario Orfini nel 2010. A partire dal ristorante del primo incontro, fino all'ultima cena insieme, il film ripercorre le vite e le carriere dei due più grandi personaggi del cinema italiano del secondo dopoguerra avvalendosi dei contributi di Mario Sesti (regista de L'ultima Sequenza, altro piccolo documentario sul reale finale di 8 1/2 andato perduto) e Giuliano Gèleng, scenografo degli ultimi film felliniani. Nel ruolo di Giulietta, a raccontare la storia, Maria Cristina Blu.
Seguono Ginger E Fred (ore 21:10), di cui abbiamo già parlato (bene) e Il Casanova (ore 23:30), Oscar ai Costumi di Danilo Donati (anche scenografo, come amavano essere i costumisti di Fellini), ruolo da protagonista per Donald Sutherland, oggi 78enne padre dell'altrettanto celebre Kiefer, protagonista scelto dopo i provini a Gassman e Sordi di cui il film di Scola ci fa sapere nell'unica sequenza realmente documentaristica. Il film rappresenta l'apoteosi dell'ingegno scenografico felliniano: il mare di sacchi di plastica, il testone che si alza dall'acqua, l'uccellino degli amplessi e gli amplessi danzati in una fintissima Venezia visibilmente ricostruita in studio. Due BAFTA e un David alle musiche di Nino Rota per un film che, come Ginger E Fred e il Satyricon è disponibile in dvd per Dall'Angelo Pictures.
L'effettivo ventesimo anniversario della morte di Fellini si celebrerà il 31 ottobre, anche notte di Halloween; il regista romagnolo non poteva scegliere modo e momento più personali per lasciarci: gran parte del mondo si travestiva, e lui mangiava.
venerdì 25 ottobre 2013
d'estate muoio un po'.
Monsters University
Regia: Dan Scanlon
Voto: 7.2/ 10
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La mala abitudine a cui ci ha indotto la Pixar (che ha ereditato dalla Disney) di aspettare con ansia e trepidazione la sempre estiva nuova uscita e cominciare ad elogiarne già dal trailer – dai poster – dai bozzetti le nuove frontiere della tecnologia (sono quintuplicati in questo film i peli di Sullivan rispetto al precedente), e la situazione di stallo della creatività americana, che dopo WALL•E e Up non poteva certo far meglio, ci fanno uscire dalla sala dicendo, sempre: «beh dai pensavo peggio». Perché: si tratta di un prequel, innanzitutto, e i sequel e i prequel e i remake si sa che non vengono mai col buco. Si tratta, poi, del film successivo a Brave, premio Oscar e tanta tecnica ma la più grassa delusione dell'industria digitale. Si tratta di un'uscita non contemporanea: era a giugno in America ed è arrivato a fine agosto da noi. Leggevamo quindi le recensioni anglofone che lo decretavano «easy». E easy è: Mulan trapiantata dall'Oriente a una mostropoli bislacca in cui cerca di trovare se stessa, donna e debole, nella maturazione militare a cui si costringe. Ma qui lo sforzo non si fa per salv(aguard)are un padre ancor più debole e malato; si fa coscienziosamente e consenzientemente per vocazione interna quasi religiosa: diventare un mostro tremendo e spaventosissimo con laurea dignitosa di facoltà. Al solito: l'apparenza inganna, il sé non è pienamente accettato, la costanza e la determinazione e l'impegno come in tutte le fiabe vengono sempre ripagati – e colpo di scena 1: non ripagati quanto crediamo. Il colpo di scena 2 è meno atteso: l'amico Sullivan non è tanto amico anzi è un personaggio orrendo e il buon caro Mike protagonista assoluto divide la stanza con un futuro nemico. E l'altra mala abitudine della Pixar è quella di sobbarcarsi metà film e non tutto, e lasciare l'altra metà alla Disney. E qui preferiamo la seconda, meno “easy” della prima, sicuramente più dignitosa di tutto Brave, staremo a vedere rispetto al tutto-disneyano Frozen dopo che Ralph Spaccatutto ha spaccato anche l'acerrima (con)correnza.
Regia: Ettore Scola
Voto: 5.5/ 10
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Comincia come se fosse un film: come se fosse un biopic che ricostruisce, con un attore incredibilmente somigliante non tanto di faccia quanto di vocina, l'arrivo del giovane Federico dalla Romagna alla Roma del Marc'Aurelio, giornale ad uscita sporadica di cui scopriamo i misteri della prima importantissima pagina e che contava le firme, tra gli altri, di Steno e poi dello stesso Scola. Ma dopo – con intermezzi narrativi di Vittorio Viviani, cantastorie ricalcato da Amarcord, intermezzi che sono l'unica perla del film per come vengono ignorati dai personaggi sul set (che vediamo) e non certo per quello che viene detto («il narratore non paga») – Scola non racconta più Fellini e Fellini non è più il giovane arrivato a Roma diventato quasi-ricco e quasi-famoso con le prime sceneggiature (e una nomination all'Oscar per Roma Città Aperta e il sodalizio con Rossellini di cui non viene fatto cenno) ma Scola racconta gli incontri di Scola e Fellini abbandonando la tecnica precedente, che occupa quasi metà film – troppo lunga, troppo cinematografica, troppo in contrasto con il resto; e dà il via a una serie di taglia/ incolla di scene felliniane e di repertorio per rendere in immagini le scampagnate in macchina che i due registi si concedevano, raccattando dalla strada i personaggi da baraccone che tanto amava(no). Sale quindi sul veicolo Wanda, nome in codice per chi conosce bene Cabiria, e questa rappresenta appieno il modo in cui vengono trattati i temi e le pellicole: chi già sa, coglie ma non aggiunge altro; chi non sa, non impara niente. E niente si impara né si coglie dalla «sapiente selezione di immagini dei più importanti film del Maestro», com'è stata definita la pacchiana sequenza finale, conclusione di un funerale per metà ricostruito (male) a voler sottolineare questa veste da Pinocchio che a Scola tanto piaceva. Insomma: non ci viene svelato un Fellini privato e quello che ci viene svelato non è neanche corretto (a partire dalla noncuranza delle recensioni sui giornali) né in sincrono, quando l'audio di certe interviste viene appiccicato a una nuca buia. Mi pare che gli elogi siano per il fatto che Scola sia vivo e non per il film in sé.
Sacro Gra
Regia: Gianfranco Rosi
Voto: 7.9/ 10
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Leone d'Oro italianissimo per la più italiana rassegna festivaliera che dal 1998 non si premiava (fu Gianni Amelio, con Così Ridevano, ad avere l'ultimo Miglior Film tricolore) sebbene qualche riconoscimento speciale e qualche Miglior Attore ci scappa sempre. Ma questa volta, un po' anche – e soprattutto – per il contenitore/ competizione un po' vuotino, si doveva fare. E dopo la grande bellezza, insomma, la grande bruttezza, trattata quasi con le stesse pinze. Non sono più i continui riferimenti all'ormai ingombrantemente onnipresente Fellini, ma un modo di raccontare le storie a metà tra il corale e l'onirico. Perché il documentarista Gianfranco Rosi, già passato da Venezia due volte e candidato anche a un European Film Awards, pare abbia lasciato la telecamera del documentario e in un modo che certuni trovano epifanico e certaltri un po' posticcio racconta un mosaico di storie che hanno in comune la localizzazione romanesca. Latinos che passano i pomeriggi a ballare in piazza, vicine di case popolari che ricordano le viste dalle finestre passate, coinquilini improbabili con due generazioni in mezzo e tanti cambiamenti di galateo, e poi il più assurdo protagonista, il cacciatore di insetti e larve letali per le palme che sull'autostrada si affacciano. Tra un frammento e l'altro, ora ripreso ora abbandonato a se stesso, le automobili fanno da sfondo a tutte le ore, i vetrini appannati, i cartelli stradali. Ma il raccordo non si vede mai, o meglio: non come ci aspetteremmo. Semplicemente è la colla tra questi personaggi che sembrano lontanissimi di nazionalità, epoche, persino a livello sessuale, eppure sono tutti in fila a formare un cerchio. Un film, insomma, che non proprio ci fa scattare in piedi ad applaudire; un esperimento che ha richiesto due anni di riprese e si inserisce in quella scatola di cinema ibrido di cui anche Cesare Deve Morire fa parte, che perde l'aspetto del documentario e lo riprende più per colpa degli attori che del regista, che, paradossalmente, fotografa la città di Roma nel modo opposto de La Grande Bellezza e ottiene quasi lo stesso risultato.
martedì 21 maggio 2013
i trenini migliori di tutta Roma.
La Grande Bellezza
id., 2013, Italia, 145 minuti
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura originale: Paolo Sorrentino & Umberto Contarello
Cast: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli,
Carlo Buccirosso, Pamela Villoresi, Galaeta Ranzi, Iaia Forte,
Serena Grandi, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari,
Giorgio Pasotti, Luca Marinelli, Lillo Petrolo
Voto: 8.3/ 10
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Una citazione da Céline (Ferdinand, Viaggio Al Termine Della Notte) che ci si poteva risparmiare, uno scoppio di cannone e il film comincia: Roma, l'afa, il turismo, le prove del coro, l'acqua della fontana in pieno giorno. Poi: Roma, alla sera, su una terrazza con la scritta Martini a coprire l'orizzonte (come succedeva a Renzo e Luciana in Boccaccio '70) e un manipolo di starlette e attorucoli decaduti e non, ereditieri e gente che «di mestiere fa il ricco», giornalisti, direttori che si dimenano, si divincolano, si disperano sopra e sotto i cubi e i tavoli di drink e spettegolano di loro stessi se Serena Grandi, una Saraghina moderna, salta fuori da una torta prima che ci si metta a ballare tutti insieme la Colita.
E il film comincia, e il film è di Federico Fellini: che ha già girato una pellicola che si chiama Roma e che ha già girato una pellicola che si chiama La Dolce Vita. Nel primo ci si dedicava agli episodi che Roma la fanno o la compongono geograficamente (il raccordo), nel secondo ci si dedicava a chi la vive, ai paparazzi e alle dive straniere, alle bivaccate nelle case per far niente o far molto poco, dirsi che una sta col trainer e l'altra dà tutto in beneficenza, volersi bene senza entrare nei particolari – e sfociare in cacce ai fantasmi fortemente riprese qui con una Sabrina Ferilli ammantellata che, candelabro in mano come nel '60, si accinge a varcare soglie di cui Giorgio Pasotti ha le chiavi, nel buio. Ma pare nessuno l'abbia notato. Come nessuno ha notato la giraffa al centro del Colosseo, eco del rinoceronte di E La Nave Va..., o le prostitute divertite in una scena di sfuggita, le colleghe di Cabiria, le contesse vestite a festa coi fiori nei cappelli di Giulietta Degli Spiriti per andare a incontrare il cardinal Roberto Herlitzka a cui il protagonista, scrittore che non scrive libri, chiederà consigli come il regista che non gira film Guido Anselmi di 8 1/2. Ma nessuno pare l'abbia notato, dicevo, perché basta dire «Fellini» e «La Dolce Vita» (fischiatissimi in Francia ma vincitori della Palma) che a Cannes si storce il naso, o meglio, come Paolo Sorrentino ha fatto notare, la stampa italiana storce il naso. Anche per Il Divo s'era trovavo lo stesso problema («è un prodotto troppo italiano, che all'estero non verrà colto») e invece s'era candidato a un Oscar (per il trucco, ma vabbè). Dopo il Neorealismo di Reality, di cui comunque si stente l'eco, ritorniamo a farci rappresentare da un regista – che a Cannes è di casa – che ricalca le antiche glorie, e pare le appiccichi insieme più che idolatrarle. Utilizza, come Fellini, ma come anche se stesso, il tecnica della non-narrazione raccontando per episodi sconnessi, tra i quali potrebbe passare un giorno come un mese, una storia non di un uomo che ci viene detto molto sensibile (e poi non lo è) ma di una società, la nostra, che pubblica foto sempre e comunque, si vanta di amare Proust «ma anche Ammaniti», intavola conversazioni a base di ricette quando dovrebbe redimere dai peccati, chiama artista una che si lancia nuda contro il muro. La satira sociale è altissima, soprattutto quella religiosa, nella Roma del Vaticano, ma è mascherata, da una Grande Bellezza che non si trova, e non si trova perché non si sa dove cercarla: Toni Servillo, immenso come al solito, è un palese omosessuale che cambia una donna per notte e ama «l'odore delle case dei vecchi» piuttosto che «la fessa», ma poi si spalma su questo balcone di una casa che non vediamo in cui la mediocrità e l'ipocrisia e la mondanità spicciola e squallida vanno a dormire alle sei dell'alba. La sua sensibilità si perde e si ritrova davanti a fenicotteri in riposo e foto di una vita vissuta, ma ancora non basta per tornare a questo libro da scrivere, da decidersi a cominciare, sebbene Fanny Ardant scenda le scale e la Santa suora le salga in ginocchio.
Per questo artistico/ letterario/ satirico ritratto della Roma decadente di oggi, Sorrentino trova 8 milioni di budget e una fila di attori desiderosi di aiutarlo, e prende Carlo Buccirosso, Isabella Ferrari, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, ma di tutti è il personaggio di Carlo Verdone, a sorpresa, che rappresenta la morale: «Roma mi ha molto deluso», e me ne ritorno per sempre al paese. Se ne esce distrutti, disincantati, e dispiaciuti soprattutto perché di tutta la filmografia del regista questo è il lavoro meno rigoroso tecnicamente e con la potenza musicale più blanda. Ma è quel cinema italiano, tipo Reality di cui prima, di cui dovremmo essere fieri, e che ai festival invece fischiamo.
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lunedì 15 aprile 2013
il water della discordia.
Il Volto Di Un'altra
id., 2013, Italia, 90 minuti
Regia: Pappi Corsicato
Sceneggiatura originale: Pappi Corsicato,
Monica Rametta, Gianni Romoli
Cast: Laura Chiatti, Alessandro Preziosi, Lino Guanciale, Iaia Forte
Voto: 4.9/ 10
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Se l'incipit confonde e ricorda da lontano il film che lo rese famoso all'epoca, I Buchi Neri, l'introduzione omaggia palesemente una delle più celebri scene di 8 1/2, quella cioè in cui Guido Anselmi si reca alla fonte della casa di cura per bere l'acqua santa dei malati. La musica è praticamente la stessa e le stesse sono le movenze delle attrici che guardano in camera e poi corrono via nei prati; cambiano i volti, qui quasi sempre nascosti da garze e fasciature e cambia il protagonista: non è un regista annoiato ma un chirurgo nel pieno delle sue forze, un Alessandro Preziosi con improbabile papillon sopra alla camicia e ancor più improbabile colore di capelli. Lui regala a noi due scene madri – il frigo-credenza-bar a forma di Venere di Milo e il balletto alla Ozon in un salotto prima che insieme alla consorte si butti sul letto a rallentatore come nelle pubblicità di materassi – e alla moglie Laura Chiatti regala un cappottino mezzo bianco e mezzo nero che ricorda pure questo il vestito che la Sandrocchia «vide su Vogue» nel '63.
Eppure, s'era detto, il nuovo film di Pappi Corsicato, nome ignoto ai più eppure in concorso a Venezia con l'apprezzabile Il Seme Della Discordia tutto colori e movida italiana e a Roma con questo, è ancora una volta ricalcato sulle vecchie glorie di Pedro Almodóvar – dato che di quest'ultimo è stato, in passato, aiuto-regista. E da Almodóvar sicuramente prende l'idea madre, che a sua volta Pedro prese da Occhi Senza Volto: una fanciulla appena sbocciata di candore resta vittima sfigurata in un incidente che la costringerà al trapianto di viso, ad acquistare chirurgicamente, quindi, il volto di un'altra. E l'incidente che colpisce la Laura Chiatti di cui prima rientra nel calderone di robe assurde di cui questo film si fa mestolo – finanche ad una pioggia di merda conclusiva: la caduta di un cesso da un camion sul ponte. E a proposito di defecazione, per film come questi si potrebbe usare il commento lasciatomi ad un post precedente: una cagata pazzesca. Ma non perché il tema degli escrementi sia ripetuto sotto forma di lassativi e tubature cigolanti, quanto perché risulta palesemente il risultato di una esigenza, una urgenza estetica che non ha alla base niente da dire: qualche bella immagine (di certo non il bianco e nero rovinato dalla battuta dell'assicurazione), e mi viene in mente il trio di infermiere dietro al vetro; il riuso della suora laica e corrotta che già era de Il Seme, qui fa ridere molto meno; l'ennesima citazione neorealista col nome Tru Tru fluentemente usato per l'operaio. Ma se di Reality abbiamo detto che è uscito in ritardo per fare satira sul Grande Fratello, di Il Volto Di Un'altra diciamo che pure uscendo vent'anni fa non avrebbe smosso nessuna coscienza: la satira televisiva e giornalistica dei fan sfegatati che si stanziano nei parchi in attesa di cogliere anche solo da lontano mezzo orecchio del loro vip preferito, e la stampa che li intervista e dedica loro speciali in diretta, chiede opinioni, e questi un lavoro non ce l'hanno e una casa nemmeno ma una famiglia sì, al punto che fanno il viaggio di nozze in questi acri circondanti la clinica delle star, si atteggiano devoti allo strumento filmico e gioiscono nel vedersi sullo schermo: ma è roba antica, ed è anche stata fatta molto meglio in passato.
Per cui forse Corsicato contava sulle interpretazioni dei suoi attori: ma allora non avrebbe dovuto scegliere la Chiatti, o non avrebbe dovuto dipingerle addosso un ruolo così banale e insulso, della starlette mussosa che talenti non ne ha. Forse avrebbe dovuto contare sulle scenografie – come ha fatto in passato, forse sui colori. O su un finale a sorpresa. Invece, lui, si fissa su un asteroide.
Per cui forse Corsicato contava sulle interpretazioni dei suoi attori: ma allora non avrebbe dovuto scegliere la Chiatti, o non avrebbe dovuto dipingerle addosso un ruolo così banale e insulso, della starlette mussosa che talenti non ne ha. Forse avrebbe dovuto contare sulle scenografie – come ha fatto in passato, forse sui colori. O su un finale a sorpresa. Invece, lui, si fissa su un asteroide.
lunedì 4 marzo 2013
Bif&st 2013.
Poco prima del Festival del Cinema Europeo di Lecce, un'altro capoluogo pugliese brilla di cinema – e quest'anno lo fa col botto: il Bari International Film Festival chiama a raccolta l'Adriano Celentano delle polemiche nazionali per consegnargli il Premio Fellini e a Federico Fellini stesso dedica retrospettiva e mostra: quest'ultima, si avvale di gran parte dei disegni originali del Libro Dei Sogni; la retrospettiva invece conta lungometraggi di finzione (E La Nave Va..., Luci Del Varietà) e documentari, tra cui spicca L'ultima Sequenza di Mario Sesti che rivela il finale originale di 8 1/2. Accanto a Fellini vengono elogiati Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, tre Oscar a testa per le scenografie dei film che hanno fatto la storia (Il Nome Della Rosa, Casinò, Shutter Island), e ancora l'appena compianta Mariangela Melato (Caro Michele, La Classe Operaia Va In Paradiso) e Alberto Sordi (Il Tassinaro, Le Coppie) e Bertrand Tavernier, Stephen Frears, Emidio Greco e Lina Sastri che si esibirà durante la cerimonia di chiusura. In occasione della premiazione di Adriano Celentano, sarà proiettata la versione digitalizzata di Yuppi Du alla presenza del direttore del festival Ettore Scola, mentre l'ultimo giorno del festival, il 23 marzo, la giuria presieduta da Michel Ciment assegnerà i premi ai film in concorso durante la serata presentata da Laura Morante; questi film, si dividono tra gli italiani (opere prime e seconde, pellicole uscite quest'ultimo anno in sala) e gli stranieri provenienti da tutto il mondo, documentari (specialmente di ambito locale) e corti.
I biglietti per le proiezioni vanno da € 1 a 12, gli abbonamenti fino a € 80. Per informazioni su laboratori, iniziative, tavole rotonde e tutte le altre iniziative che dal 16 marzo si svolgeranno nel capoluogo pugliese rimando al sito ufficiale.
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