sabato 7 marzo 2015
fuori dall'acqua/ 3.
Spongebob
– Fuori Dall'acqua
The SpongeBob Movie: Sponge Out Of Water, 2015, USA, 92 minuti
Regia: Paul Tibbitt
Soggetto: Stephen Hillenburg & Paul Tibbitt
Sceneggiatura originale: Glenn Berger & Jonathan Aibel
Basata sulla serie Spongebob di Stephen Hillenburg (Nickelodeon)
Voci originali: Tom Kenny, Bill Fagerbakke, Roger Bumpass,
Mr. Lawrence, Jill Talley, Clancy Brown, Antonio Banderas
Voci italiane: Claudio Moneta, Pietro Ubaldi, Mario Scarabelli,
Riccardo Rovatti, Rosa Leo Servidio, Mario Zucca, Luca Ward
Voto: 7.2/ 10
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Sono passati undici anni dallo Spongebob Movie frutto di una celebrità mastodontica ottenuta attraverso la serie televisiva di Nickelodeon (che è del 1999!, e ha accumulato 8 nominations agli Emmy senza mai vincerne uno) e una sconfinata varietà di merchandising per lo squarepants (peccato che da noi il “cognome” si perda) ma non c'è assolutamente bisogno di andare a rispolverare trama e personaggi per affrontare questo nuovo Fuori Dall'acqua; premessa doverosa: fuori dall'acqua ci andranno al minuto 59. Prima, attraverso una fiaba letta dal pirata Barba Burger Antonio Banderas a una flotta di gabbiani impossibilitati al canto, ci viene ricordato che Spongebob è addetto alla preparazione degli oggettivamente deliziosi Krabby Patty dentro al ristorante dell'imprenditore Mr. Krabs accecato (quest'ultimo) dal desiderio di ricchezza e disposto a raggiungerla a tutti i costi, mentre il cassiere Squiddy si trascina per i suoi giorni in assoluta asetticità e al contrario Patrick Stella, rinomatamente imbecille, che gioisce del tutto – unico esterno al negozio, cliente soltanto. Si aggiungono la scoiattolina Sandy, in tuta da astronauta sott'acqua per respirare e quindi vivere e in ritrovata forma realistica sulla spiaggia, e Gary la lumaca-gatto domestico che fa poco capolino (ma serve a sottolineare come tutti i fidati amici voltino le spalle e sia necessario allearsi col nemico per campare). E se si correvva appresso al proprietario del (doppio) ristorante nel film precedente, questa volta è Plankton il co-protagonista: l'esserino malvagissimo che desidera la ricetta dell'hamburger più famoso di Bikini Bottom per portare nel suo locale almeno un paio di clienti. Nel suo intrufolarsi nella cassaforte del Krusty Krab, in una disputa col nostro eroe squadrato, il prezioso foglio di pergamena su cui gli ingredienti sono elencati senza che nessuno li possa memorizzare per cavillo di contratto sparisce senza lasciare traccia: si andrà indietro e in avanti nel tempo, finendo addirittura in un triangolo spazio-temporale dove un delfino scoprirà la noia dell'osservare tutto il tempo l'universo, per scoprire poi che la ricetta è finita (chissà come) sul lido balneare mentre la città sott'acqua è caduta nel totale disfacimento. Mantenendo fedelmente il regista Paul Tibbitt al comando della ciurma, anche questa pellicola non delude né si discosta dalla fonte originaria di risate: ma sono, ancora, risate adulte, accenni di comicità non sempre demenziale, battute volatili e montaggi veloci che non sempre i bambini colgono; al contrario, l'entusiasmo più infantile è quello del multi-tecnicismo con cui il film è stato fatto: persone reali sopra, disegni 2D tradizionali sotto e, per l'ultima mezz'ora, pupazzoni tridimensionali che interagiscono coi bagnanti e con gli effetti da film di supereroi per la battaglia finale verso l'ottenimento del tesoro – ma il finale più finale è un'esibizione neomelodica-rap. Cogliendo il dettaglio narrativo secondo cui qualsiasi cosa si scriva sul libro della fiaba si avvera, il gruppo riuscirà ad ottenere fattezze degne dei combattenti, addominali, parti intercambiabili meccanicamente e superpoteri quali la levitazione del gelato. Una successione di registri sempre diversa – il comedy, l'adventure, l'action – gestiti bene tutti allo stesso modo facendo capo al più grande capo-creatore, il biologo marino Stephen Hillenburg ideatore dei personaggi e mai allontanatosi dalla sua creazione, fonte tra sequel e spin-off sempre di coerenza e mai di delusione.
giovedì 5 marzo 2015
se scarabocchi non c'è più niente.
The Search
id., 2014, Francia/ Georgia, 149 minuti
Regia: Michel Hazanavicius
Sceneggiatura originale: Michel Hazanavicius
Basata sul film Odissea Tragica di Fred Zinnemann (1948)
scritto da Richard Schweizer & David Wechsler
Cast: Bérénice Bejo, Annette Bening, Maksim Emelyanov,
Abdul Khalim Mamutsiev, Zukhra Duishvili, Lela Bagakashvili,
Yuriy Tsurilo, Anton Dolgov, Mamuka Matchitidze
Voto: 7/ 10
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“Dopo The Artist” – dicono tutte le locandine, tutti i trailer e gli articoli sui giornali – dopo The Artist Michel Hazanavicius torna al cinema e al Festival di Cannes senza fare lo stesso effetto ma continuando a vivere di quello fatto in precedenza, perché senza The Artist e senza i cinque Oscar vinti (incluso quello alla regia) per sua stessa ammissione questo film non si sarebbe fatto: due ore e mezzo di anti-kolossal in quattro lingue (francese, inglese, russo e ceceno; ma da noi le prime due sono ugualmente doppiate in italiano) sfruttando il soggetto (pure premio Oscar) di Odissea Tragica di Fred Zinnemann che in originale si chiamava come questo e che effettivamente ben si prestava a una storia epica di dolori e redenzioni universali da fazzoletti. Ma che invece restava in un tono fiabesco e positivista pur parlando di un bambino reduce da un campo di concentramento e della madre che disperatamente lo cerca, non accettando la notizia della sua morte, aiutando quindi i centri di accoglienza per i minori orfani mentre la creatura si rifiuta di parlare in casa di un buon soldato. Qui la vicenda è intelligentemente postposta: siamo nel 1999 e il mondo non si accorge che con la scusa di repressioni terroristiche la Russia invade (di nuovo) e bombarda abitualmente la Cecenia, senza trovare intoppi nella politica estera e interna, e un bambino di nove anni, insieme a suo fratello, dopo aver assistito all'uccisione di entrambi i genitori da un manipolo di militarotti (incipit e inizio accavallati in modo brillante) scappa portandosi dietro niente, lasciando il fratello fuori dalla casa di qualcuno e raggiungendo una casa di accoglienza per giovani dispersi, da cui ancora scappa. A Montgomery Clift (breve momento per riflettere sulle fattezze di quell'attore) si sostituisce Bérénice Bejo, moglie del regista e avviata alla carriera internazionale già con l'iraniano Il Passato; è una funzionaria dell'Organizzazione Europea per i Diritti Umani sconfortata dall'inutilità del suo lavoro di fronte ai membri della commissione che nemmeno l'ascoltano quando riporta i dati della tragedia. Trova il bambino per strada, un giorno, e lo accoglie in casa affezionandosene silenziosamente (a differenza di Clift), insegnandogli il francese (che per noi è italiano) e lasciandolo ballare i Bee Gees. La sorella di questo, intanto, sopravvissuta al genocidio, recupera il primo neonato e disperatamente si mette in cerca del più grande, incontrando Annette Bening e aiutandola nel suo lavoro umanitario. In parallelo prosegue la storia apparentemente sconnessa di Kolia, adolescente russo sorpreso a fumare per strada e costretto all'esercito prima, ai numerosi atti di bullismo da parte dei camerati poi, che sfoceranno in un'animalesca imposizione primitiva sul branco, una corsa all'accettazione ottenuta con la violenza e, infine, la chiusura inaspettata del cerchio narrativo che ci fa uscire dalla sala sfiancati, disperati politicamente ma soddisfatti dei 149 minuti spesi. In realtà proprio questa è la più grande accusa mossa alla pellicola: «le serie televisive» dice il regista «nella loro durata permettono un maggiore approfondimento psicologico dei personaggi», ma non si accorge forse che questa non è una serie ma una sola pellicola, effettivamente diluita. La cecità giunge soprattutto per il trasporto emotivo con cui si è avvicinato al progetto: «volevo porre l'attenzione su una tragedia che il mondo ha già dimenticato, indaffarato nell'affrontare altre tragedie». La stampa risponde così: «intende attualizzare il classico melodramma bellico popolare, all'insegna dell'emotività, con buona pace dell'analisi critica». Ma messe da parte la Bejo decisamente sottotono e la Bening decisamente fuori luogo e il pathos con cui viene affrontato certo materiale guerrigliero – che va dall'ovvio all'atteso – e che non si risparmia certe crudezze – alla sceneggiatura a incastri perfetti, in cui mai niente viene meno e che si apre e si chiude in maniera epocale, si aggiunge la vicenda di formazione di un ragazzino come tanti, trasformato in macchina da guerra insensibile e poi in bestia: una raffinatezza nel raccontare la formazione militare che forse non vedevamo dall'incipit di Apocalypse Now.
cera per baffi.
Mortdecai
id., 2015, USA, 107 minuti
Regia: David Koepp
Sceneggiatura non originale: Eric Aronson
Basata sulla Trilogia Di Mortdecai di Kyril Bonfiglioli (Piemme)
Cast: Johnny Depp, Ewan McGregor, Gwyneth Paltrow,
Paul Bettany, Olivia Munn, Jonny Pasvolsky, Michael Culkin,
Ulrich Tomesen, Alec Utgoff, Guy Burnet, Jeff Goldblum
Voto: 4.8/ 10
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Collezionista d'arte di fama abbastanza internazionale, dal gusto rinomato ma dubbio, soprattutto nella cosmesi personale, Charlie Mordtecai torna a casa dopo mesi di assenza e quello che fa trovare alla moglie è sul suo labbro superiore: un paio di folti baffi. Reazione immediata: si dorme nella camera degli ospiti e si comincia seriamente a pensare allo stato delle finanze, ai debiti incipienti, alle tele che possono essere battute all'asta – il tutto mentre il fedele compagno Paul Bettany, non così famoso dalle nostre parti ma pur sempre l'albino Silas de Il Codice Da Vinci, il Geoffrey Chaucer de Il Destino Di Un Cavaliere, sempre pronto a salvare il magnate dal patibolo e spesso colpito con fucili e pistole, si diletta nei momenti morti a ripassarsi – sessualmente parlando – ogni essere femminile che si trova davanti. Un caso politico-criminoso sarà l'occasione per risanare il matrimonio e, forse, il peso dei bollettini: la restauratrice di un Goya (ma da museo) è stata assassinata e la tela scomparsa; noto per i traffici anche non perfettamente lindi, Mortdecai viene messo in mezzo dal commissario Ewan McGregor per raggiungere, se non l'opera, almeno il malfattore; ma la voce si sparge, e il dandy comincia ad essere vittima di attacchi pubblici, perfino nei bagni dei locali… David Koepp dirige la sua sesta pellicola in una carriera non proprio di splendori nell'erbe e giunge alla seconda collaborazione con Johnny Depp dopo Secret Window del 2004, film accettabile dove il protagonista sfoggiava caschetto biondo e occhialetto poco prima che arrivasse la prima candidatura all'Oscar della carriera e l'etichetta che gli si sarebbe stampata addosso senza riserve: era il primo Pirati Dei Caraibi ed era la prima istrionica psyco-parte per Depp, dopo i bizzarri Edward ed Ed Wood; a proposito di questa stagione, in cui ha appena finito di re-interpretare il Cappellaio Matto in Alice In Wonderland: Attraverso Lo Specchio (ma già il primo orrore di Tim Burton conteneva episodi del secondo libro di Carroll!) e il suo pronipote lupo-cattivo-delle-fiabe in Into The Woods, un boss della mala bostoniana in Black Mass (settembre 2015), l'ennesimo capitolo della saga di Jack Sparrow e poi questo Mortdecai, a proposito di questa stagione dice: «ho tenuto una tabella di marcia completamente folle; passare così rapidamente dal Cappellaio Matto a Whitey Bulger mi ha fatto quasi diventare schizofrenico». Eppure la schizofrenia è la caratteristica ormai di ogni suo personaggio degli ultimi dieci anni, Willy Wonka, Imaginarium in Parnassus, Barnabas in Dark Shadows, il Tonto di The Lone Ranger in cui rispolvera le discendenze cherokee; ognuna di queste pellicole e questa in primis paiono continuamente cucite addosso a lui e al suo ruolo solito, poco importa se ci sia (il-Premio-Oscar) Gwyneth Paltrow al suo fianco o qualsiasi altra biondina (tanto noi spettatori non noteremmo la differenza), il povero McGregor o un altro inglese reduce da musicals; questa sceneggiatura però è figlia di una saga di romanzi in Italia appena ristampati insieme a tutta l'opera di Kyril Bonfiglioli, celeberrimo in UK, plurime volte sposato, da plurimi vizi dipendente, che in quattro libri ha raccontato le gesta del suo palese alter-ego a cui ha messo ciò che più di ogni cosa è di moda adesso: il baffo. Momento furbescamente azzeccato per approdare al cinema (anche se il Monuments Men di George Clooney non era andato affatto bene, e parlava quasi della stessa cosa – ombra minacciosa sopra ai film d'arte, vedere alla voce Big Eyes), quindi all'impasto Depp + pelo hypster vengono aggiunte le cose che alla gente piace vedere in sala, gli inseguimenti, i rapimenti, qualche pistola, senza sforzarsi di guardare gli esempi alti del passato nel genere (Arsenico E Vecchi Merletti) e senza sforzarsi di fare dell'ironia, o del sarcasmo, leggermente più intelligente e meno sopra le righe, o almeno un filo originale, che non sia come tutto il resto già trito, già ritrito. Insomma: quello che le multisala si meritano.
sabato 28 febbraio 2015
felici a tavola.
Noi E La Giulia
id., 2015, Italia, 115 minuti
Regia: Edoardo Leo
Sceneggiatura non originale: Edoardo Leo & Marco Bonini
Basata sul romanzo Giulia 1300 E Altri Miracoli di Fabio Bartolomei (E/O)
Cast: Luca Argentero, Edoardo Leo, Claudio Amendola,
Anna Foglietta, Stefano Fresi, Carlo Buccirosso
Voto: 6.7/ 10
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Un rivenditore di automobili insoddisfatto dalla vita vede il padre morire e la clientela lamentarsi della vernice o della maniglia e per contratto, di fronte a tutto questo, si costerna; un rivenditore di orologi televisivo pieno di debiti si mostra coatto disinibito senza rendersi conto di apparire ridicolo ma, gli serve per mascherar(si) l'assenza di amici e di liquidi; un marito quasi piantato in asso dalla moglie pianta in asso la centenaria osteria a conduzione familiare (di lei) e tristemente assiste ai tentativi più riusciti degli stranieri di fare gastronomia italiana. I tre si ritrovano a visitare un caseggiato nella piena campagna campana, sei camere da letto, una buca per la piscina già pronta, un prezzo che sale di centomila euro ma comunque abbordabile, soprattutto se lo si divide per tre: superando l'iniziale imbarazzo della società fra sconosciuti, i tre, che necessitano tutti di un piano B, sognano l'agriturismo come tutti i quarantenni che hanno smesso di sognare il chiringuito in spiaggia a vent'anni. Si intromette un ferreo nostalgico comunista, pragmatico e dall'impulso facile, un Claudio Amendola sorprendente, che non accettando di piegarsi al sistema del pizzo finirà per chiudere i camorristi che si presenteranno numerosi tutti in cantina; si intromette poi tale Elisa, un po' tocca nel cervello, che viene superficialmente paragonata a Lady Gaga perché ha i capelli lunghi solo a metà (ma è toscana, e incinta), l'Anna Foglietta che, tre figli e sei film sfornati in quattro anni, per una volta non fa la lesbica. Il furbetto Edoardo Leo, già regista di due pellicole dal medio successo ma soprattutto parte del cast del caso 2014 Smetto Quando Voglio, cavalca l'onda di quel suo successo, e di un altro successo, La Mafia Uccide Solo D'estate, e riprende in mano un libro letto quattro anni fa e mette insieme gli insegamenti di Pif con quelli di Sydney Sibilia: ne scaturisce una «commedia agrodolce con sfondo camorrista» che si dice perfettamente consapevole del proprio tempo: i giovani crescono col mito dell'autorealizzazione e del posto fisso e finiscono con l'essere inevitabilmente falliti se non hanno abbastanza fortuna o abbastanza coraggio; a quel punto bisogna avere la possibilità di mettere in atto quel piano B che il sistema potrebbe velocemente abbattere. Al deluso ritratto degli uomini d'oggi aggiunge gli estremi: da una parte un fascista che non accetta di avere un nero come vicino di casa, da una parte un comunista che non accetta sistemi truffaldigni nell'economia nazionale – ma Leo è visibilmente di sinistra, per cui il fascista è giustamente ignorante, mettendo il Ghana in Nigeria e fermandosi all'etichetta di una cosa per giudicarla, e i giovinastri della Camorra sono adolescenti d'oggi a cui basta una cannella, una donnetta e una PlayStation per riempire le proprie vuote giornate. Le battute a sfondo politico, molte, finiscono con l'essere stucchevoli andando avanti col tempo: perché se il film parte molto bene, lentamente si annacqua, e sfocia in un finale che chiaramente la sceneggiatura non è in grado di gestire (e infatti non lo fa: s'interrompe quando bisogna decidere). Dal momento dell'apertura del restaurato agriturismo la narrazione va a singhiozzi e la conta dei giorni si perde, si sovrappone, perché non è più importante seguire un filo logico – che risulta poi necessario. La vera sorpresa di questa confezione è il cast azzeccatissimo, davanti al quale Luca Argentero figura come protagonista data l'inutile voce fuori campo un po' figlia delle commedie di questo tipo, ma a cui Stefano Fresi ruba spesso la scena: ipocondriaco, ansiogeno, è il personaggio più caratterizzato e più approfondito nella sua ripetitività, nel suo continuo timore. Dichiarata «commedia italiana dell'anno» prima ancora che uscisse, se non altro perché molto renziana nel mettere d'accordo schieramenti politici anche opposti, ha tutti gli strumenti per farsi confermare tale.
venerdì 27 febbraio 2015
il basilico e la gru.
Maraviglioso Boccaccio
id., 2015, Italia, 120 minuti
Regia: Paolo & Vittorio Taviani
Sceneggiatura non originale: Paolo & Vittorio Taviani
Liberamente basata sul Decameron di Giovanni Boccaccio (BUR)
Cast: Lello Arena, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini,
Flavio Parenti, Vittoria Puccini, Michele Riodino,
Kim Rossi Stuart, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak,
Jasmine Trinca, Josafat Vagni, Eugenia Costantini,
Miriam Dalmazio, Fabrizio Falco, Melissa Anna Bartolini,
Camilla Diana, Nicolò Diana, Beatrice Fedi, Ilaria Giachi,
Barbara Giordano, Rosabel Laurenti Sellers, Niccolò Calvagna
Voto: 6.9/ 10
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Uomini, donne e maiali sono colpiti dalla peste nella desolante Firenze del 1348: c'è chi inala l'odore dei fiori per prevenire il contagio e chi, straziato dalla perdita dei cari, bacia le salme o ci si fa sotterrare insieme. Dieci ragazzi, tre maschi e sette femmine, di cui tre ree (ah ah!), con difficoltosa convinzione si isolano in una villa di proprietà non ben definita, fuori porta, per scampare alla malattia, per quindici giorni; si daranno ferree regole quali la castità (ma quali altre?) e si delizieranno a turno raccontando novelle. Le quali, sappiamo, sono cento – dieci al giorno per dieci giorni con un tema che le raggruppi quotidianamente, con un leader al giorno e ogni volta dieci voci; ma non avendo quaranta ore di pellicola a disposizione, i fratelli Taviani ne selezionano cinque e selezionano cinque dei loro giovani a novellar tra un desinare e l'altro. Affida a quasi tutti gli attori italiani viventi i ruoli di queste storie nella storia: Vittoria Puccini e Riccardo Scamarcio sono una malata sposata e un innamorato che la strappa alla morte; Kasia Smutniak una nobile, figlia di Lello Arena, vedova e infatuata di Michele Riodinio, fabbro di famiglia, per la cui morte si toglierà la vita; Paola Cortellesi badessa di un convento dove Carolina Crescentini e molte altre hanno preso i voti senza troppa devozione ma per spinta familiare; Josafat Vagni, il falconiere Federigo degli Alberighi, notoriamente perso di Jasmine Trinca è disposto a qualsiasi cosa per accontentarla, anche a diventar povero; ma è Kim Rossi Stuard, Chichibìo senza gru, che trae vantaggio da tutta questa farsa, impersonificando il matto del paese con tale spontaneità, con tale espressività di viso da farsi ricordare fino in fondo, nonostante sia uno dei primi ad apparire. Parallelamente ai più o meno intonati attori, a noi tutti noti quasi quanto gli episodi che interpretano, scorrono i momenti sociali di questi quindici giorni insieme per questi dieci ragazzi e ragazze che invece non conosciamo, rinchiusi in una villa: il bagno al lago, il pane da impastare, i difficili primi sonni. E scorrono completamente staccati dal resto, istrionici, esasperati: vengono gestiti come interpreti teatrali dalle eccessive movenze sul palco, dai balletti eseguiti per non accavallarsi o coprirsi. Qualcuno più, qualcuno meno, sono tutti sbagliati, e ne hanno colpa fino a un certo punto, com'è sbagliato il loro comparire e sparire a comando, seguendo una ordinata e poco coraggiosa scaletta. Se tre di tutti i loro personaggi arrivano all'improvviso inserendosi anche nella primaria narrazione, i Taviani avrebbero dovuto optare per una costruzione ancora più audace, che mescolasse i due mazzi di carte. Dopo l'Orso d'Oro berlinese per il capolavoro della nostra cinematografia Cesare Deve Morire non era facile tornare dietro la macchina da presa ed era quasi impossibile confermare quel successo (un Oscar per noi mancato); dal Giulio Cesare di Shakespeare affrontato in estremo sperimentalismo (attori trovati in un carcere, set che è il carcere stesso, versi declamati dentro alla prosa, bianco e nero e colori insieme) passano al Decameron di Boccaccio adagiandosi su una messa in scena tradizionale, addirittura a episodi e con attori di scuola teatrale. Fanno un passo indietro credendo di farne uno in avanti: raccontare dolori e gioie che attanagliano i giovani contemporanei ripescando manzonianamente dal nostro passato. Ci riescono artisticamente: i costumi (di Lina Nerli Taviani) sono, come le scenogafie, azzeccati nella loro essenzialità, totalmente privi di sfarzi, per un'ambientazione fatta quasi più di immaginazione, e le musiche (di Giuliano Taviani), sempre catastrofiche, apocalittiche, si susseguono nel loro preannunciare il peggio (La Masseria Delle Allodole era apice di questo aspetto) per poi inciampare nel penultimo Manon Lescaut. Un film che, volente o nolente, ci rappresenta su più aspetti.
giovedì 26 febbraio 2015
sono contento di sentire che state tutti bene.
Riflette Sull'esistenza
En duva satt på en gren och funderade på tillvaron,
2014, Svezia/ Germania/ Norvegia/ Francia, 101 minuti
Regia: Roy Andersson
Sceneggiatura originale: Roy Andersson
Cast: Holger Andersson, Nils Westblom, Viktor Gyllenberg,
Lotti Tõrnros, Jonas Gerholm, Ola Stensson, Oscar Salomonsson
Voto: 8.7/ 10
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Una classe di tango, in cui la giunonica insegnante è perdutamente innamorata del danseur principal. I clienti di un bar, che all'occorrenza si mettono a cantare e pagano i bicchierini in baci. Quelli di un altro bar, che vendono i battaglioni reali fare irruzione nel locale con spade e cavalli perché il re è assetato. Un barbiere. Un venditore di formaggi. Una madre amorevole. Una coppia di rappresentanti di articoli per mascherate e feste (i denti da vampiro coi canini lunghissimi, il palloncino riproduci-risata, la protesi facciale da zio Fester), visibilmente depressi, rallentati nei movimenti e nei modi, che gira per negozi e taverne a racimolare il denaro di cui credita. Queste sono alcune delle 39 inquadrature di cui questo film è composto, non-pianisequenza, immagini ferme su interni (per lo più) freddi, congelati, con interpreti fissi sul loro posto, con addosso qualche anonimo giacchino beige, una gonna grigia, un pantalone marrò, davanti a pareti asettiche completamente spoglie, tinte unite, pavimenti a tinta unita, sono 39 quadri del nord, e non a caso il regista viene dalla Svezia. Gli si paragona l'umorismo scandinavo trattenuto di Aki Kaurismaki, ma se è da questo quadro che attinge per il titolo (il quadro si chiama Cacciatori Nella Neve, e i piccioni seduti su un ramo sono in secondo piano, a riflettere sull'inutilità del massacro umano, che poi ritroviamo con le due scenette di Carlo XII), è sicuramente dal teatro del nonsense che parte per dipingere gli affanni, le abitudini, le assurdità e i momenti di nulla del nostro quotidiano – c'è Beckett, e c'è l'attesa costante che succeda qualcosa, che non succede mai. Roy Andersson esordì col furore della nouvelle vague del Nord Europa nel '70 e fu subito premiato a Berlino; dopo un insuccesso non ha più messo mano alla macchina da presa per venticinque anni. È servito Canzoni Del Secondo Piano, presentato a Cannes, a farlo tornare operativo, ed è servita la trilogia sull'essere un essere umano di cui Un Piccione è la parte conclusiva (non a caso si apre con tre incontri con la morte e si conclude con un homo sapiens) (71esimo Leone d'Oro non privato di qualche controversia); ma ha in più dei suoi film precedenti, questo, l'uso del digitale – a volte evidente – che permette l'inserimento di materiali ancora più allucina(n)ti per appesantire ancora di più il gioco dello scherzo. Si tratta di una scimmietta legata a un apparecchio elettrico, mentre dietro il medico dice al telefono, per la dodicesima volta, le stesse parole che al telefono dicono tutti; si tratta di uno strano marchingegno cilindrico a trombe in cui, schiavi neri più fuoco sotto, attivano il movimento che dona gioia a un gruppo di anziani arricchiti. Lontane tra di loro, ma accomunate spesso dalla ricorrenza di personaggi che dopo il primo passano al secondo piano, le scene congelate scatenano il riso del disagio, facendo poi riflettere sulla necessità che abbiamo di divertirci e di portare il divertimento in case altrui. I tempi diluiti e la ripetitività non bastano ai venditori ambulanti per essere essi stessi contenti in primis. Si devono scontrare con le tristezze di certi giorni, col demone del denaro, con la bizzarra condizione casalinga e soprattutto con l'improvviso e inaspettato arrivo del mercoledì.
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