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venerdì 14 agosto 2015

Emmys 2015 – nominations.



Si svolgerà il 20 settembre al Microsoft Theater di Los Angeles, in diretta americana sui canali Fox in prima serata, la cerimonia dei 67esimi Emmy Awards, i premi della televisione d'oltreoceano che conta così tante categorie, così tante maestranze e canali e prodotti per il piccolo schermo che necessita una cerimonia preventiva, il 12 dello stesso mese, per consegnare, tra gli altri, premi al trucco, alle musiche, alle coreografie, ai titoli di testa o ai programmi per bambini – tra serie drammatiche e commedie, mini-serie (che da quest'anno si chiamano limited series), speciali, reality, varietà e programmi d'intrattenimento e informazione. Una schiera di riconoscimenti così ampia e minuziosamente segmentata da richiedere altri interventi (oltre alla dicitura “limited serie”) nella catalogazione e nel regolamento della giuria dell'Academy of Television Art & Sciences: prima di tutto, la differenza drama/ comedy si baserà adesso solo sulla durata dei singoli episodi della serie: sotto i trenta minuti comedy, intorno all'ora drama: per cui Orange Is The New Black, il fenomeno Netflix dell'anno scorso, scivola nel recipiente opposto a quello in cui era candidato nel 2014, quando prodotti come True Detective e Fargo non erano ben collocati tra le mini-serie e le serie. L'Academy però si è permessa di non toccare prodotti dichiaratamente comedy come Glee, Jane The Virgin e Shameless. Sempre per le serie, saranno da adesso sette i titoli nominati come programmi e non più sei. Le limited series saranno composte da due o più episodi che non superano le 150 ore complessive e non hanno personaggi, situazioni o riferimenti a stagioni successive o precedenti. Allo stesso modo, il guest actor per essere tale deve comparire in meno del 50% degli episodi (ed ecco perché Uzo Aduba, annunciatrice delle candidature, del grassetto precedente, da guest diventa adesso supporting). I varietà infine si dividono: tra quelli parlati e quelli composti da sketch – i primi saranno premiati il 12, i secondi il 20. Passando ora alle nominations, al solito, la HBO fa da padrona con 126 candidature, 27 in più dello scorso anno, e, al solito, Il Trono Di Spade è capofila – 24 nominations, due volte per la regia, tre attori – seguito da American Horror Story: Freak Show (19 candidature, sei per gli interpreti di cui tre attrici non protagoniste), la limited serie Olive Kitteridge dal romanzo premio Pulitzer di Elizabeth Strout con Frances McDormand, Richard Jenkis e Bill Murray, poi ancora la miniserie antologica American Crime di John Ridley (10), la serie broadcast più nominata. Sul versante on-demand invece Netflix si scontra ora con Amazon: 46 candidature in due, da spartire tra i fenome(nal)i House Of Cards e Transparent, insieme a Bloodline, Orange di cui prima e la novità di Tina Fey, decisamente sottovalutata, Unbreakable Kimmy Schmidt. La stagione conclusiva di Mad Men guadagna 11 nominations: finiscono anche Parks And Recreation (che porterà il trofeo, finalmente, ad Amy Poehler) e Glee, mentre Better Call Saul prende il posto di Breaking Bad, trionfatore l'anno scorso, 7 nomine. Homeland si ripropone, con la quarta stagione, tra le migliori serie drammatiche, e dopo ben nove anni, per lo stesso ruolo in The Comeback, viene candidata Lisa Kudrow. Spunta di poco The Last Man On Earth, ideata e interpretata da Will Forte, con 4 nominations, poi ancora Le Regole Del Delitto Perfetto ed Empire. Ma incredibilmente le attrici vincitrici del Golden Globe, così come le loro serie (The Affair, Jane The Virgin), non vengono prese in considerazione. Alla regia c'è anche Steven Soderbergh per il suo The Knick; resta un mistero la presenza dei documentari candidati all'Oscar (e il vincitore) Virunga, CITIZENFOUR. Di seguito, dopo l'interruzione, le categorie maggiori (tutti i programmi, le interpretazioni, sceneggiature e regie); per l'elenco completo dei candidati rimando al sito ufficiale.

programmi
serie comedy
Louie (FX)
Modern Family (ABC)
Parks And Recreation (NBC)
Silicon Valley (HBO)
Transparent (Amazon)
Unbreakable Kimmy Schmidt (Netflix)
Veep (HBO)

serie drammatica
Better Call Saul (AMC)
Downton Abbey (PBS)
Il Trono Di Spade (HBO)
Homeland (Showtime)
House Of Cards (Netflix)
Mad Men (AMC)
Orange Is the New Black (Netflix)

sabato 11 maggio 2013

#QueerPalm4.



In attesta della locandina forse più ufficiale di questa – che di solito ha svolazzi e ghirigori – mi sorprendo della scelta del fotogramma di un film portoghese del 2000 che non passò a Cannes bensì a Venezia, e che, stroncato da gran parte della critica, venne mandato una volta o due su Sky quando io ancora ero al liceo, e si chiama Il Fantasma (regia di João Pedro Rodrigues) – e se riconosco l'immagine è solo perché è pure sulla locandina.
Certo la Queer Palm, Palmina d'Oro al film a tematica GLBT presentato all'interno di una delle competizioni (la Selezione Ufficiale e l'Un Certain Regard), è troppo giovane per potersi permettere vecchie glorie sul manifesto (e penso a L'avventura), dal momento che festeggia questo maggio il quarto compleanno, dopo aver premiato, nell'ordine, il dubbio Kaboom, il sud-africano Beauty mandato all'Oscar l'anno scorso e Laurence Anyways del franco-canadese Xavier Dolan, attore e regista mio coetaneo ma già di culto (soprattutto grazie a Les Amours Imaginaires).
E i candidati di quest'anno sono pochi ma molto grassi: lo Steven Soderberg attualmente in sala col thriller farmaceutico Effetti Collaterali è uno dei due possibili vincitori del Concorso Ufficiale, e il più vistoso, con gl'imparruccati Matt Damon e Michael Douglas, rispettivamente Scott Thorson e il pianista e attore ultra-pagato Liberace degli anni '50, nella biografica storia d'amore durata sei anni e molte più primavere di differenza tra i due; Behind The Candelabra è anche il primo film made-for-television (più precisamente, il canale HBO) a partecipare in Concorso nel festival francese – sarà trasmesso il 26 maggio in USA e il 14 giugno in UK. Concorre per entrambe le Palme poi anche l'Abdellatif Kechiche di casa solitamente veneta (era in concorso per il Leone con Tutta Colpa Di Voltaire, Cous Cous e Venere Nera) con il lesbo La Vie D'Adèle chiamato anche Il Blu È Un Colore Caldo dalla graphic-novel da cui è tratto – dove blu è il colore dei capelli di una delle due protagoniste.
Di tema orgiastico, forse, sono L'inconnu Du Lac di Alain Guiraudie (Un Certain Regard), incontro tra un frequentatore di battuage lacunare con un assassino, e Les Rencontres D'après Minuit di Yann Gonzalez (Settimana della Critica), storia annoiata di una coppia che, per portare brio alla vita e alla casa, organizza una serata di sesso in gruppo nel salotto invitando personaggi cliché da film porno a partire dal nome.
Uno dei quattro episodi di cui è composto l'indiano Bombay Talkies (con cui, tra l'altro, si celebrerà il centenario della nascita di Bollywood) e il francese Les Garçons Et Guillaume, À Table! dell'attore e sceneggiatore teatrale Guillaume Gallienne (che ha messo il suo nome nel titolo perché storia autobiografica) completano il sestetto in gara. Mentre l'italiano Dimmi Che Destino Avrò, diretto da Peter Marcias e scritto da Gianni Loy (qui la pagina Facebook del film), sarà presentato al Marché tra gli otto titoli della casa di distribuzione filogay The Open Reel col titolo internazionale My Destiny.

domenica 28 aprile 2013

#Cannes66.



Manca poco meno di un mese all'apertura del 66esimo Festival del Cinema di Cannes che, sappiamo bene, si aprirà con la prima, ritardata di cinque mesi, de Il Grande Gatsby, ultima attesissima fatica del visionario Baz Luhrmann che eleva le tecniche del 3D ancora più in alto di Hugo Cabret e conquista i fan di Fitzgerald insieme a quelli di tutta una serie di cantanti (Beyoncé, Jay Z, Florence + The Machine, Sia, Lana Del Rey, Emeli Sandé, Jack White...) facendosi aspettare anche con una colonna sonora originale composta apposta (qui la preview). Dall'altra parte del concorso, in giuria, ci sarà a visionarlo la sua attrice-feticcio Nicole Kidman – per quanto possa essere “feticcio” un'attrice che ha fatto due film su cinque – ultima aggiunta alla serie già splendente di nomi (soliti) all'evento: Ang Lee che di qui passò con Motel Woodstock, Lynne Ramsay che due anni fa presentò ...E Ora Parliamo Di Kevin, il Cristian Mungiu due volte vincitore e ancora l'attore austriaco Christoph Waltz appena premiato col secondo Oscar, il francese Daniel Auteuil, Vidya Balan, Naomi Kawase. A sedersi sulla poltrona che l'anno scorso tra le polemiche e le approvazioni fu di Nanni Moretti, ci sarà questa volta Steven Spielberg che di presentazioni non ha certo bisogno, per un Festival strabordante che in occasione del numero 66 si celebra in locandina con un 69: Joanne Woodward e Paul Newman si baciano, molto prima che Spiderman li copiasse, sul set de Il Mio Amore Con Samantha di Melville Shavelson (1963), in uno scatto digitalizzato e ridisegnato dall'agenzia Bronx di Parigi che l'ha anche fatta muovere per lo spot ufficiale.
Due italiani nelle gare: il navigato Paolo Sorrentino, che dopo il successo de Il Divo e la fama ottenuta con This Must Be The Place torna a raccontare un pezzo d'Italia, di Roma in particolare, con La Grande Bellezza, ancora una volta dirigendo il camaleontico Toni Servillo (e Carlo Verdone e Sabrina Ferilli); e Valeria Golino, esordiente dietro la macchina da presa col duro Miele, storia dei malaffari gestiti da Jasmine Trinca. Ritornano poi i soliti festivalieri: Abdellatif Kechiche (Cous Cous, Venere Nera), Roman Polanski con una produzione francese che ovviamente presenzierà al posto suo, segregato in Polonia, il Nicolas Winding Refn miglior regista con Drive che torna a Cannes dopo aver reso un cult il suo scorso film, il super-prolifero Steven Soderbergh che si appresta a uscire nelle nostre sale con Effetti Collaterali ma che in Francia porterà la biografia di Scott Thorson Behind The Candelabra – e poi ancora gli osannati Alexander Payne (recente Oscar per Paradiso Amaro), i fratelli Cohen di Fargo con la storia dei fratelli Berkey nella musica folk degli anni '60 (saranno Carey Mulligan e Justin Timberlake), l'iraniano Asghar Farhadi maestro dietro Una Separazione e il François Ozon reduce dal successo di Nella Casa.
Fra le molte produzioni francesi e quelle americane, un altro attore e regista amato in patria, Guillaume Canet, compragno di Marion Cotillard, presenterà Blood Ties con un cast stratosferico che include Mila Kunis, Zoe Saldana, Clive Owen e ancora la coppia Cotillard-Schoenaerts di Ruggine E Ossa.
Dopo l'interruzione, le liste dei film in concorso, fuori concorso e la giuria; questo è il sito ufficiale.

giovedì 27 settembre 2012

ubriacarsi senza calorie.



Magic Mike
id., 2012, USA, 90 minuti
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura originale: Reid Carolin
Cast: Channing Tatum, Alex Pettyfer, Matt Bomer, Cody Horn,
Joe Manganiello, Matthew McConaughey, Olivia Munn
Voto: 6.9/ 10
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Esisteva un canale, su Sky, morto all'età di 14 anni, che si chiamava Jimmy, ed esisteva un telefilm, su quel canale di telefilm cult (dal geniale quanto irrintracciabile G-Spot al fenomeno gay anglo-americano Queer As Folk) che si chiamava The Strip. In quel telefilm succedeva che la protagonista, neo-quarantenne tradita dal marito e con figlia smart a carico (ciao, Gilmore Girls) decide di rinnovarsi e di rinnovare i propri giorni lasciando il mediocre lavoro e aprendo un locale di strip maschile, arruolando un esercito di tori da monta e di pollastre da uovo, e così ce la fa: ogni sera vanno in scena spettacolini, balletti, show tematici e colorati e urla femminee.
Tutto questo, viene adesso riproposto dall'idolatrato regista di Ocean's Eleven/ Twelve/ Thirteen che sposta questi manzi dalla televisione al cinema e li sceglie tra i migliori in Hollywood. Dall'uomo-lupo di True Blood (un incantevole e superdotato Joe Manganiello che nella prima scena in cui appare appare divinamente) all'uomo-bestia di Beastly (film che mi auguro non abbiate visto) passando per l'investigatore canterino Matt Bomer di Whtie Collar (e Glee) e l'investigatore ispanico Adam Rodriguez di C.S.I. (e Ugly Betty). Non ci sono, però, quarantenni frustrate e reinventate. C'è questa trama: un ragazzetto di diaciannove anni inizia a guadagnare molti soldi spogliandosi e strusciandosi e avendo diciannove anni fa un po' di cagate.
Vi aspettavate una storia più grassa? Approfondisco: c'è un ragazzetto di diciannove anni che non sa cosa farsene di sé e dei propri giorni e che va a lavorare dove capita in scarpe da ginnastica mentre la notte dorme sul divano della sorella. È estate, e siamo sulla costa, per cui la nudità e le ville con palme sono in una scena sì e una scena no a prescindere; aggiungeteci poi che siamo in mezzo a persone inspiegabilmente ricche (un muratore, un'amministratrice di infermiere) e il binomio si fa parola: invidia perché queste case esistono veramente, questi corpi esistono veramente, esistono davvero questi soldi, ma non esistono nelle nostre vite. Il ragazzetto in questione, una notte, cappuccio sulla testa e barba incolta, viene adescato da un collega piastrellista, questo Mike del titolo che in fondo protagonista non è, e insieme abbordano due pulcine, e se le trascinano nel locale di spogliarello dove il magico lavora “per arrotondare”, e guarda un po' c'è un buco da colmare, chi mandiamo in scena?, oddio cosa facciamo? E il diciannovenne sale. Impacciato e vestito male e con passi di danza «a cazzo di cane», ma ci fa vedere il culo e tutto trova un senso.
Presto detto, il lavoro è trovato. E al magico Mike non può non piacere l'unica ragazza che lo respinge, che guarda caso è la sorella del pischello.
L'esile trama sta in piedi perché in fondo è tutta verità: l'attore Channing Tatum, arrivato alla gloria grazie a Step Up in cui già gli ballavano tutti i muscoli, prima del grande salto al cinema di mestiere faceva davvero questo, si spogliava. Guadagnava, beveva, trombava, si impasticcava - prendeva il GHB, la vecchia droga da stupro che fa sballare senza calorie ma che, vi assicuro, non vi lascia così lucidi né nel camerino né sul palco.
Steven Soderbergh un giorno dice a Tatum: dovresti scrivere la tua storia e farne un film. Channing non la scrive (ma la produce) e Soderbergh finisce per dirigerla (quarto film in poco più di un anno). E la mano del maestro, si vede: inquadrature di corpi tagliati, pance, cosce, braccia; scene di dialoghi simultanei e sovrapposti con personaggi esclusi dallo schermo, mentre la camera è fissata in modo bizzarro. Una fotografia incantevole, irreale, luminosissima, e un buon montaggio sonoro. Ma, certo, è un film di puro intrattenimento che ahimè riempie le sale di ragazze e di gay - e infatti ha incassato un putiferio.
Potrebbe arrivare a qualche premio? Forse, per la coraggiosa interpretazione di Matthew McConaughey - che stiamo ancora aspettando in Killer Joe - che alla sua età si spoglia e si diverte con estrema dignità. Mentre Alex Pettyfer, alla sua età, cresce davvero bene.