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martedì 16 giugno 2015

#CANNES68: l'albergo.



The Lobster
id., 2015, Irlanda/ UK/ Grecia/ Francia/ Paesi Bassi, 118 minuti
Regia: Yorgos Lanthimos
Sceneggiatura originale: Yorgos Lanthimos & Efthymis Filippou
Cast: Colin Farrell, Rachel Weisz, Ben Whishaw, John C. Reilly,
Léa Seydoux, Olivia Colman, Roger Ashton-Griffiths,
Ashley Jensen, Michael Smiley, Jessica Barden, Ariane Labed
Voto: 7.7/ 10
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Premio della Giuria
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A Colin Farrell viene assegnata la camera 101, la camera e il nome, che ne indicherà lo stato di vedovo, anzi di single, perché non è importante se si è stati traditi o lasciati: quello che conta è trovarsi da soli, e stare da soli è proibito. Per cui l'apposito albergo, attraverso attività di gruppo (e mai singole!, mai masturbarsi!, neanche con l'erezione procurata dalla cameriera!), provvederà all'individuazione della dolce metà con cui trascorrere qualche settimana in stanza matrimoniale, poi sullo yacht, prima di affrontare nuovamente la civiltà – e nel caso di problemi un paio di figli stabilizzeranno la cosa. Chi non dovesse trovare qualcuno nel tempo prestabilito: verrà tramutato in animale, lasciato da solo nel bosco – un bosco popolato di cammelli pavoni conigli e maiali. Elementi di convincimento degli amorini: un tratto in comune, che può essere la miopia o la facilità a sanguinare dal naso. Colin camera 101, architetto dalla tonda pancia, divide le battute di caccia-al-single con lo zoppo Ben Wishaw e il mezzo-dislessico John C. Reilly; il primo, del tutto intenzionato ad andarsene in breve tempo, non trovando un'altra zoppa si finge debole di capillari. L'altro, a cui non serve il tostapane come punizione per la mano amica, pratica indisturbato l'autoerotismo. Colin scappa, perché gli manca meno di un mese alla trasformazione in aragosta; bizzarro: scappa da un posto dove era costretto alla coppia per vivere tranquillo in mezzo agli spaiati e proprio là trova qualcuno con cui vorrebbe stare in due, ma ne è impossibilitato. Il greco Yorgos Lanthimos si accaparra cast internazionale (da Léa Seydoux a Rachel Weisz) per una fanta-storia sull'emancipazione sentimentale, e i suoi estremi, che non si discosta poi troppo dall'assurdo impianto di Dogtooth (premio dell'Un Certain Regard e nomination all'Oscar); lì però la costrizione casalinga risultava assurda perché assurdi erano i tre fratelli e i loro comportamenti mai educati alla società; qui l'assurdità è stemperata da un forte realismo – in cui s'inserisce una musica finora assente – che trova i suoi picchi nelle molteplici battutine dei dialoghi, involontariamente (per i personaggi ma non per l'autore) sempre comici, che all'occhio pigro mascherano la fortissima satira sociale sulla manciata di elementi che portano la popolazione al matrimonio, alla procreazione, alla condivisione dei beni. Senza prendere posizione, Lanthimos dipinge gli accoppiati-per-forza e i single-per-convinzione come tribù intransigenti e vendicative, le cui leader sono esasperate dalla loro ferrea convinzione. Ciò che si evita, però, alla fine ci è inevitabilmente servita: la storia d'amore – ma anche questa è pretesto per dimostrare come l'incompatibilità venga risolta da qualche espediente: la ricerca spasmodica del partner porta all'accontentarsi e allo scendere a qualche compromesso – e un elemento fisico di diversità comporta lo squilibrio e, quindi, l'autolesione per porvi rimedio. Avendoci abituati a molto, Lanthimos delude; perché lo shock iniziale fanta-futuristico dell'albergo, della routine quasi militare, del neo-controllo delle nascite, lentamente perde la forza iniziale e si accartoccia, piegandosi sulla fuga sentimentale, sulla fuitina, mai romantica per carità – ma meno distopica.

giovedì 14 maggio 2015

#CANNES68: il circo.



Il Racconto Dei Racconti
id., 2015, Italia/ Francia/ UK, 125 minuti
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura non originale: Edoardo Albinati, Ugo Chiti,
Matteo Garrone e Massimo Gaudioso
Basata sul romanzo Lo Cunto De Li Cunti Ovvero
Lo Trattenemiento De Peccerille di Giambattista Basile
Cast: Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones, John C. Reilly,
Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Bebe Cave,
Stacy Martin, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher,
Giselda Volodi, Massimo Ceccherini, Jessie Cave, Franco Pistoni
Voto: 8.5/ 10
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Tre regni, e tre monarchi: il primo, John C. Reilly, perde la vita realizzando il sogno della moglie regina Salma Hayek: «sentire la vita crescerle dentro», ma per farlo, dice il negromante cui la coppia si rivolge, serve che una vita venga strappata: e il consorte finirà col perire strappando il cuore a un drago marino che una vergine dovrà cucinare e che la Hayek dovrà mangiare. La quale vergine, si scoprirà altrettanto incinta: e i due bambini nasceranno pressoché identici, giocheranno a scambiarsi, ma saranno divisi dal solito ceto sociale: principe e servo, incatenato e liberi. Il secondo monarca, Vincent Cassel: si lascia stregare dalla voce di una donna, che crede una fanciulla – lui che per le fanciulle ha un debole noto, al punto da ammucchiarcisi ai funerali; la invita a dormire nel castello e la scopre vecchia, la lancia dalla finestra: questa vivrà il miracolo della giovinezza, dopo aver tentato un casereccio ringiovanimento, accompagnata dalla sorella: ed è proprio questa sorella a pagare per la fortuna familiare – che come ogni cosa non è eterna. Terzo monarca, Toby Jones morbosamente legato alla figlia, la bravissima Bebe Cave, concederà la di lei mano solo all'uomo che risolverà un enigma quasi impossibile: anche se dovesse essere un orco. La poverina, figlia di tanto amore, si ritroverà a concedersi carnalmente tra le ossa degli animali, a scuoiarli, vivere tra le rocce. Miracoloso ma evanescente sarà l'intervento dei circensi Alba Rohrwacher e Massimo Ceccherini, azzeccatissimi per il ruolo che sottolinea l'aspetto boccaccesco dell'opera, buffoni di corte già al cospetto della regina sterile: miracoloso e cruento, crudissimo, a evocare il curriculum del regista. Tre monarchi ma in realtà un film sulle donne: sulle femmine e sui loro legami di sangue – a un figlio, a un padre, a una sorella. E non è un caso che siano indimenticabili la Maria di Gomorra e quella del manifesto del nostro secolo, Reality. Pareva una mossa azzardata, dopo la celebrità dei film precedenti, che Matteo Garrone girasse un film fantasy con cast internazionale e in lingua inglese – anche perché gli italiani all'estero sono pericolosi – ma la furbizia, l'intelligenza è stata nel lasciare le cose così come sono: le storie così come sono. De Lo Cunto De Li Cunti Ovvero Lo Trattenemiento De Peccerille (la cui migliore edizione italiana parrebbe essere Garzanti) cancella la cornice e sceglie tre delle cinquanta novelle, cunti perché a narrarle sono fattucchiere. A differenza dei Taviani le incastra, seppur minimamente, e a differenza dei Taviani porta le maestranze a livelli impressionanti: i costumi sono da Oscar così come le scenografie, spesso pugliesi, certe trovate della fotografia che limita l'eccessiva presenza del digitale tra il buio e l'esplorazione marina (immense le scene in acqua, quasi quanto la sequenza del labirinto), e la musica di Alexandre Desplat che esplode già in principio, come nel film precedente. Gli si perdona dunque l'essere andato altrove per raccontare un trittico napoletano; perché invece di giocare agli archetipi della fiaba, si riappropria della fiaba come archetipo e la consegna nella sua interezza, nella sua complessità, nel suo galoppare di eventi (alla fine ci si dimentica quasi l'inizio), e soprattutto nella sua spietatezza, senza edulcorarla come siamo stati abituati a leggere e vedere – senza strafare posticciamente (Alice, Maleficent) e soprattutto senza aver paura del silenzio, ammutolendo l'incessante musica quando ci si spaventa, ammutolendo gli attori quando non c'è bisogno che parlino, senza la necessità di un ritmo continuo, terrorizzato dalla noia, dato già dalla trama: Il Racconto Dei Racconti si potrebbe affiancare soltanto al Labirinto Del Fauno nel suo essere storia gotica ma coi piedi ben piantati in terra, nel suo avere mostri-umani esistenti fisicamente, a raccontare ciò che tutti cercano di raccontare (l'eterna giovinezza, la paura della vecchiaia, della bruttezza, la lussuria, l'amore figliale e quello paterno) partendo dalla favola ma senza mai toccarla veramente: e non è un caso che Basile sia stato avvio di storie come La Bella Addormentata o Cenerentola.

martedì 18 novembre 2014

footloose.



Guardiani Della Galassia
Guardians Of The Galaxy, 2014, USA, 121 minuti
Regia: James Gunn
Sceneggiatura non originale: James Gunn & Nicole Perlman
Basata sul fumetto di Dan Abnett & Andy Lanning
Cast: Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Vin Diesel,
Bradley Cooper, Lee Pace, Michael Rooker, Karen Gillan,
Djimon Hounsou, John C. Reilly, Glenn Close, Benicio Del Toro
Voto: 7/ 10
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1988. Il mangianastri portatile con cuffie in spugna manda l'Awesome Mix Vol. 1 che astutamente Spotify ha adesso creato come playlist (vedi sotto) e Peter Quill è in ospedale ad aspettare che la madre spiri, divorata dal cancro, esanime, circondata dalle Marie piangenti. In punto di morte lo paragona al padre che non sappiamo dove sia, come ogni americano farebbe in punto di morte, e rifiutandosi di tenerle la mano Peter perde l'ultima occasione di sentirla calda: la lezione gli servirà per salvare il mondo. Viene cacciato dalla stanza, corre dall'ospedale e una navicella improvvisa lo risucchia strappandolo alla terra. 2014. Siamo su un altro pianeta, uno dei molti pianeti abitati dai molti nuovi ceppi umanoidi (attenzione: non terrestri) che popolano la galassia. Peter è una specie di ladruncolo su commissione, un gangstar interstellare, si fa chiamare Spacelord e con la stessa solita musicassetta nelle cuffie riesce a recuperare una misteriosa sfera argentea dal ricordo di Fantaghirò: viene circondato, attaccato, ma lui e la sua maschera evanescente hanno la meglio e riescono a fuggire a bordo di un'astronave che nessuno pulisce dal giorno dell'acquisto. Siamo in una costola del Fantaghirò di cui prima: alberi antropomorfi, animali parlanti, persone verdi, persone fucsia, persone blu. Interni luridi, scenografie e costumi apparentemente posticci, fatiscenti, eppure così meticolosamente lavorati (anche in post-produzione); certo sono effetti speciali impeccabili, un montaggio sonoro da inchino, ma in questo mare di modernismo il regista James Gunn ci mette del suo: è pur sempre l'autore di Super!, cine-comic su due supereroi senza poteri ma con qualche turba mentale, che indossata una tutina credono di poter fracassare il cranio ai passanti ritenuti malvagi senza rischiare la gattabuia. L'aspetto grottesco, lo humor, il kitch e il gusto dell'assurdo incontrano una super-produzione Marvel, e questo è l'unico risultato che si poteva ottenere. Hanno scritto: il miglior film Marvel di tutti i tempi; sarà vero?, io non lo so perché è l'unico film Marvel che ho visto e non ho il metro di paragone dal fumetto, fatto sta che si riconosce una volontà di non guardare solo in avanti ma anche indietro: l'incipit degli anni '80 e la colonna sonora tutta di vecchie glorie, l'uso di persone colorate piuttosto che mostri o creature totalmente digitali... Soprattutto, la base mai seria e perennemente comedy su cui la sceneggiatura si basa: dalla scena in balconcino tipica del ballo di fine anno di ogni high school, con lui e lei che sicuramente si baceranno, che scade nel racconto di Footlose, fino a un doppio-campo in cui dietro succede l'opposto di quello che viene spiegato in avanti. Come Gunn è al posto giusto e a proprio agio dietro la macchina da presa, così lo è il suo protagonista Chris Pratt, americanotto scemotto simpaticone che la scampa sempre, belloccio e con la tradizionale shirtless scene; gli farà da spalla mogia Zoe Saldana, la cui filmografia è zeppa di blockbuster fantascientifici, che sveste i panni blu di Avatar per farsi verde e figliastra del cattivo dei cattivi Lee Pace, irriconoscibile ma sempre splendido, tristemente nostalgico di The Fall. L'ex WWE Dave Bautista completa il bizzarro quadretto insieme ai due non-live-action personaggi della gang, l'alberoide Groot e il procione Rocket, rispettivamente doppiati in originale da Vin Diesel e l'onnipresente Bradley Cooper. La gang del bosco funziona: si dice, perché tutti privi di qualsiasi potere e qualsiasi missione morale, sete di vendetta, passato burrascoso da rivangare. Cercano di scappare dal carcere e poi semplicemente di accaparrarsi un bottino grazie a una reliquia voluta da tutti; funzionano anche perché si completano nei dialoghi, dal bisillabico all'aulico, dal silenzioso al parlantino. La psicologia scavata di questi personaggi non va però così a fondo: e nella fretta dell'incipit del film, che racconta tutto così velocemente da confondere, ci si rende conto di quanta carne al fuoco è stata messa e di quanto questa sia, in fondo, non così diversa dalle altre grigliate.
(Dopo l'interruzione lo streaming della colonna sonora).

giovedì 20 dicembre 2012

insert coin.



Ralph Spaccatutto
Wreck-It Ralph, 2012, USA, 101 minuti
Regia: Rich Moore
Sceneggiatura originale: Phil Johnston & Jennifer Lee
Soggetto: Rich Moore, Phil Johnston e Jim Reardon
Voci originali: John C. Reilly, Sarah Silverman, Jack McBrayer,
Jane Lynch, Alan Tudyk, Rich Moore
Voci italiane: Massimo Rossi, Gaia Bolognesi, Daniele Giuliani,
Cristiana Lionello, Fabrizio Vidale, Paolo Virzì
Voto: 9.9/ 10
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C'era una volta una sala giochi che, come tutti i locali aperti al pubblico, a una certa ora, ogni giorno, chiude. E quando la sala giochi chiude e l'interruttore della ciabatta viene spento, ai personaggi dei videogiochi cosa succede?, dove vanno?
Lo “spaccatutto” Ralph, cattivo della consolle Felix L'aggiustatutto, alla fine della giornata lavorativa decide di prendere parte all'incontro dei Cattivi Anonimi, cerchio di antagonisti col bisogno di esprimere i propri sentimenti positivi a qualcuno di simile, circondati continuamente da figure dolci e buone, detestati dalla maggior parte dei compagni e dei bambini. La seduta è presieduta dal fantasma arancione di Pac-Man e prendono parte il drago di Super Mario, i lottatori di Tekken, qualche zombie. Alla fine delle confessioni si alzano in piedi, si prendono per mano, ed esprimono il loro orgoglio di cattiveria. Ma Ralph non riesce a mischiarsi al gruppo: lui vorrebbe, infatti, che Felix l'aggiustatutto e gli omini che abitano il condominio che ad ogni partita disintegra mattone dopo mattone lo prendessero più sul serio, evitassero di farlo vivere in discarica, lo invitassero alle feste. E qui si potrebbe dire: un film con protagonisti i cattivi che in realtà sono buoni non ha niente di originale, è stato già fatto. Ed è vero. Ma la genialità del loro ritornare ognuno alla propria postazione di gioco? La creatività della sala comune, dei fili dietro alle macchine, del trenino, della doppia interfaccia? E poi, la riesumazione di Pac-Man, di Sonic, dei giochi giapponesi con i livelli bonus di cui non si decifrava mai la modalità di avvio?
Ma a parte queste cose. I suoi colleghi di videogioco dicono a Ralph che solo quando riuscirà ad avere una medaglia sarà benaccetto nell'attico del palazzo, e in teoria si tratta di una cosa impossibile, perché i cattivi, non essendo i protagonisti controllati dal giocatore, non possono ottenere medaglie. E così, come fece un Turbo che tante volte viene nominato, Ralph abbandona il suo gioco per accaparrarsi medaglie negli altri, costringendo il proprietario della sala, ignaro di ciò che succede alle consolle quando lui se ne va, a mettere sullo schermo l'adesivo del “fuori servizio”.
La prima mezz'ora di film corre, galoppa, passa velocissima tra cambi di scene e presentazioni di personaggi; come sempre, tutto è studiatissimo dai creatori Disney che ricreano un mondo (in questo caso più d'uno) basato su gerarchie e organizzazioni ben precise e che non è mai difficile capire. Dopo il vintage Felix L'aggiustatutto si passa al virile Hero Duty con le musiche di Skrillex fino allo zuccheroso Sugar Rush con la co-protagonista femminile, doppio e specchio di Ralph perché mentre lui è un “diverso” (tema caro agli eredi di Walt) per il suo ruolo che non corrisponde con la sua personalità, lei è “diversa” per la personalità che vorrebbe non combaciasse con il suo ruolo. Gli obiettivi cambiano continuamente e così si susseguono le avventure, e la Company che un tempo lavorava solo in 2D riesce addirittura (impresa, avremmo detto, impossibile) a battere l'acquistata Pixar, che con la Ribelle di quest'anno ha davvero fatto cilecca, riempiendolo di non sviluppati richiami a Shakespeare e di un tempo (troppo) antico.
Qui il soggetto è geniale, la sceneggiatura è geniale, la resa digitale è sempre meglio e già lo stavamo capendo l'anno scorso con Rapunzel, che il tecnicismo della casa amica-concorrente sta diventando cosa accessibile ai più; i ruoli di John C. Reilly e Jane Lynch sono praticamente dipinti su di loro (il primo è l'indimenticabile uomo di cellophane di Chicago e l'altra è la tremenda Sue di Glee) e la decisione di dare dieci era palese già prima della metà; poi però il voto s'è abbassato di un punto per una sottigliezza finale che farà storcere il naso ai più critici. Ma presto ci si dimentica di questa trovata scema, perché ecco i soliti, minuziosi titoli di coda.
Il miglior film d'animazione dell'anno, senza dubbio. E, forse, non solo.

giovedì 21 giugno 2012

maschio o aborto.





Il Dittatore
The Dictator, 2012, USA, 83 minuti
Regia: Larry Charles
Sceneggiatura originale: Sacha Baron Cohen, Alec Berg,
David Mandel, Jeff Schaffer
Cast: Sacha Baron Cohen, Sayed Badreya, Ben Kingsley,
Anna Faris, John C. Reilly, Megan Fox
Voto: 6.5/ 10
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Nel trailer e nella locandina italiana trovate scritto, tra i pochi attori celebri, Megan Fox, ma aspettatevi di trovarla in appena quaranta secondi, in cui finge di godere, ritira un regalino, scatta una foto e scappa. Molto più presente di lei, nell'intera pellicola, è Anna Faris, mora per finta e bionda nella realtà, è stata bionda in un sacco di film di cui non andare fieri: La Coniglietta Di Casa, Hot Chick e, soprattutto, una serie di Scary Movie (a onor del vero, è anche in Brokeback Mountain e Lost In Traslation): e non si può non tirare in ballo la comicità e la struttura di Scary Movie: il tremendo Sacha Baron Cohen (Golden Globe come miglior attore comedy e nomination all'Oscar per la sceneggiatura, entrambi per Borat), che ci ha abituato a questo genere di proto-cinema un po' docu-fiction e un po' vera finzione, che ha portato sullo schermo personaggi così macchiette da sfiorare il grottesco (Brüno), finisce che arriva al quarto film da produttore/ sceneggiatore/ interprete e scade nella banalità, nell'americanezza, parte in quarta a livello di satira e di follia nel montaggio e poi s'appiattisce sul più bello ricordando la storia de Il Principe E Il Povero e i soldi che è disposto a spendere il pubblico in sala.
Dittatore dello stato di Wadiya, ci fa ridere a crepapelle per le sue abitudini sportive, l'inserimento del termine “Aladeen” nel linguaggio comune in sostituzione di 500 altre parole, la considerazione della donna e la soluzione facile nel giustiziare. Sbarca in America per un incontro coi vertici che vorrebbero istituire la democrazia lì dove lui ha il suo impero, in cui in realtà si sente molto solo, ma ecco che uno dei suoi sosia - costruiti apposta su persone comuni per ricevere pallottole in testa - prende il suo posto e lui, irriconoscibile senza barba, prende il posto di un commesso di green-peace in un negozio bio e s'infatua di una Zoey, la Anna Faris di cui prima, che pare un maschio con le tette.
Ciao, satira! Le belle battute si spengono a discapito di una storia d'amore banale e cretina, con dei ralenty tremendi e dei picchi di demenzialità da mani nei capelli (il parto nel supermercato, infinito e imbarazzante). Le incursioni televisive iniziali compaiono poi solo alla fine, con questi due presentatori di TG che non capiamo se ci sono o ci fanno. John C. Reilly, anche lui presente due secondi, fa una battuta e mezzo molto poco carina. Ben Kingsley, amico nemico, è reduce dal set di Hugo Cabret che ha condiviso con Cohen per la regia di Martin Scorsese, dove tutt'e due interpretavano personaggioni benissimamente vestiti.
Prova di sceneggiatore fallita, questa per il nostro Sacha Baron che ama parlar male della nazione che gli dà il pane, ma superata di nuovo come attore e umorista; il pubblico, ovviamente, invece lo premia, e si sganascia al cinema facendolo stare al primo posto dei film più visti della scorsa settimana (ha superato Men In Black). Non gli dò l'insufficienza perché qualche trovata (quella delle polaroid, quella delle figlie se nascono femmine) è davvero geniale, e la satira arabica (ma ancora di più americana), anche se latente, necessaria.