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venerdì 24 gennaio 2014
fucking fucker.
The Wolf Of Wall Street
id., 2013, USA, 180 minuti
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura non originale: Terence Winter
Basata sul romanzo omonimo di Jordan Belfort
Cast: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie,
Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Rob Reiner,
John Bernthal, Jon Favreau, Jean Dujardin
Voto: 8.9/ 10
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Candidato a cinque Premi Oscar:
film, regia (Martin Scorsese), sceneggiatura adattata (Terence Winter)
attore (Leonardo DiCaprio), attore non protagonista (Jonah Hill)
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Portati a casa gli Oscar di consolazione per The Departed, uno dei forse tre registi ancora viventi che hanno segnato la storia del cinema americano, Martin Scorsese, ha iniziato un percorso di rinnovamento staccandosi dal genere che gli era sempre stato congeniale e che gli avremmo sempre attribuito e ci sorprese tutti, un paio d'anni fa, quando portò al cinema un'omaggio all'arte cinematografica e alla finzione filmica più per i bambini che per i maschi adulti. Con Hugo Cabret aveva dimostrato una maestria ormai raggiunta, una capacità di muovere la telecamera, pensare la scena, utilizzare il mezzo e coinvolgere (e confondere) lo spettatore degna di inchini – e del nome che porta; un film che se fosse stato girato da qualcun altro sarebbe finito dritto dritto su Italia 1 al sabato sera, e invece lo si studia ai corsi di Cinema (soprattutto per la sequenza iniziale). E quando pensavamo che ormai l'arte era dimostrata e l'abilità era stata messa sul piatto, ecco che torna in sala con una commedia, una commedia nera, di un nero che oscilla tra il grottesco e il demenziale senza mai toccare nessuno dei due generi, che è nera perché è profondamente tragica ma fa sorridere senza assolutamente dare giudizi o prendere posizioni o fare del moralismo. Cambia ancora rotta, ma non attore protagonista, e il sodalizio tra lui e Leonardo DiCaprio brilla di luce propria in un film che già splende di rigore tecnico. Scorsese ormai sa tutto: spazia dallo spot televisivo al ralenty, dal montaggio allucinato e frettoloso alle sequenze comiche diluite, dal cartone animato visto in TV al filmino girato con telecamera; conosce ogni strumento, sa come contaminare la propria opera, sa in che modo inquadrare la folla, un manipolo di broker in ufficio, una serie di uomini nudi durante un'orgia gay, una serie di donne nude in un'ammucchiata aeroportuale. Dall'altra parte della macchina c'è il suo attore, che si sobbarca tre ore intere di film tutte sulle spalle dipingendo un personaggio privo di sbavature, che scandisce la sua esistenza tra sesso droga e dollari coi quali compra il sesso e la droga che gli servono per scandire la sua esistenza di qualcosa. Lo vediamo, ventenne, con la stessa faccia che DiCaprio ha da vent'anni, mentre si fa istruire da Matthew McConaughey in un quasi-cameo iniziale che quasi dimentichiamo, seduti al tavolo di un ristorante mentre il novello ordina acqua liscia e dimostra la gioia di essere entrato a Wall Street e il magnate sniffa in pubblico e chiede al cameriere di portare tanta vodka quanta ne serve a farlo svenire. Dopo vent'anni il romanzo di formazione sarà chiuso in cerchio, con Jordan Belfort (Leonardo) ormai talmente ricco «da non sapere come spendere i soldi» che striscia dalle scale per raggiungere l'auto che, in piena paralisi cerebrale, non saprà come guidare (sequenza memorabile: soprattutto per il seguito). Jonah Hill è il suo unico amico, ma scopriremo presto che anche l'amicizia davanti ai soldi subisce dei tentennamenti e che i soldi, come si dice, non comprano la felicità ma tante altre cose che ci avvicinano ad essa: case, yacht, feste, vacanze, una moglie stra-viziata che non accetta i vizi coniugali (una Margot Robbie mozzafiato) e soprattutto tanta coca per avere l'energia di affrontare tutto questo, di vivere sempre tutto appieno, di non crollare mai sotto alle cose ma guardarle dall'alto. Una considerazione quasi verista del materialismo, un Mazzarò che non si preoccupa assolutamente di ciò che possiede e di quello che potrebbe perdere perché non ne porta neanche il conto, ma che non ha altri argomenti di conversazione se non i suoi possedimenti e in generale il denaro, che parla ai dipendenti ricordandoli poveri, che solo per un attimo nella vita dimentica di essere ricco e non ci dice cosa prova. Vediamo tutto attraverso i suoi occhi, e ciò che vediamo, per quanto spaventosamente desiderabile e pericoloso, è impeccabile.
mercoledì 8 gennaio 2014
Directors Guild Awards - nominations.
Niente nomination per i fratelli Coen (che vinsero nel 2007) ai quali è stato preferito Martin Scorsese (che vinse nel 2006), fino all'ultimo in dubbio per questi 66esimi Directors Guild Of America Awards, i premi del sindacato dei registi americani che solitamente non ne sbaglia una (sbagliò l'anno scorso dando a Ben Affleck un premio che l'Academy non riconfermò). D'altronde è stato un anno di «film incredibilmente ben fatti», ha detto il presidente dell'associazione Paris Barclay; «la passione e il genio di ognuno di questi candidati incanta il pubblico attraverso film completamente diversi uno dall'altro». Compare, infatti, una delle poche volte, un lavoro di fantascienza contestato per i suoi errori ingegneristici ma mirabilmente concepito e ancora meglio realizzato – se si pensa che tutto è ricostruito digitalmente. L'Alfonso Cuarón di Gravity merita, forse giustamente pretende un premio che non gli fu dato per I Figli Degli Uomini, ma se la deve vedere contro l'altrettanto favorito Steve McQueen e il suo biopic antirazziale 12 Anni Schiavo nell'anno della morte di Mandela che renderà colored tutte le cerimonie di premiazione. Terzo nella classifica delle speranze è David O. Russell, col terzo film di fila, dopo The Fighter e Il Lato Positivo, che convince il pubblico e la critica. Molte meno chances sono per le pietre miliari Paul Greengrass e Scorsese.
Le candidature per le serie e i film televisivi saranno annunciate il 9 gennaio mentre i lungometraggi documentari il 13. Qui il sito ufficiale; di seguito i nominati per il cinema di finzione.
miglior regista
di un lungometraggio di finzione
Alfonso Cuarón per Gravity
Paul Greengrass per Captain Phillips - Attacco In Mare Aperto
Steve McQueen per 12 Anni Schiavo
David O. Russell per American Hustle - L'apparenza Inganna
Martin Scorsese per The Wolf Of Wall Street
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martedì 5 giugno 2012
primavera e autunno.
Margaret
id., 2011, USA, 150 minuti
Regia: Kenneth Lonergan
Sceneggiatura originale: Kenneth Lonergan
Cast: Anna Paquin, J. Smith-Cameron, Jeannie Berlin, Jean Reno,
Mark Ruffalo, Matt Damon, Matthew Broderick, Kieran Culkin
Voto: 7.6/ 10
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È uscito venerdì scorso in undici sale in tutta Italia (undici!) (in tutta Italia!) un film che l'America ha visto poco prima di Natale in distribuzione limitata e il Regno Unito in un solo cinema di Londra, spettacolo unico alle otto di sera. Arriva in Italia privo di locandina italiana e maldoppiato, ma povero Margaret, porta sulle spalle una storia tormentatissima: girato in realtà nel 2005, scritto e diretto da quel Kenneth Lonergan che aveva esordito col bel Conta Su Di Me e aveva collaborato, tra gli altri, con Martin Scorsese (e aveva ottenuto due nomination all'Oscar per la sceneggiatura originale), era previsto per il mercato americano due anni dopo, nel 2007. Ma la casa di distribuzione, la Fox Searchlight Pictures, si rifiutò di mandarlo al cinema perché troppo lungo (avevano più di tre ore di girato, e il regista non voleva drastici tagli). Si aggiunsero, a questo, due cause legali: la Fox cita il produttore Gary Gilbert accusandolo di non essere stato in grado di sostenere tutti i costi della pellicola e Gilbert, a sua volta, cita la Fox e Kenneth Lonergan accusandoli di non avergli permesso di terminare effettivamente il film. Pensando di essere davanti all'ennesimo prodotto fatto e mai venduto, i produttori Sidney Pollack ed Anthony Minghella tagliano i finanziamenti, il montaggio continua a subire delle modifiche mai decisive, gli anni passano e la pellicola continua a durare tre ore. È stato solo grazie al più recente aiuto dell'attore Matthew Broderick, che interpreta un professore nel film, che il montaggio si è concluso (per mano di Scorsese e approvato da Lonergan), grazie ad un assegno di più di un milione di dollari.
E il 30 settembre alcuni stati fortunati d'America l'hanno potuto vedere al cinema.
Anna Paquin (che all'epoca delle riprese aveva 23 anni e non era ancora la Sookie Stackhouse di True Blood) interpreta Lisa Cohen, una credibilissima diciassettenne figlia di genitori divorziati affidata, insieme al fratello, alla madre attrice teatrale. Intelligente quando vuole lei, inconsapevolmente sfacciata, frequenta una scuola privata in cui studia una matematica che non le piace (insegnata da Matt Damon) e una storia d'America di cui si sente partecipe, sempre accesa durante i dibattiti con i compagni: si parla, per tutto il film, di tante cose: dell'11 settembre, degli ebrei, degli israeliani, dei neri, del governo, dell'odio estero per gli americani, e poi dell'arte, della poesia, di Shakespeare, del teatro, del pubblico, del protagonismo del pubblico quando applaude troppo, dell'iniziazione sessuale, della parola “spinello”. Ci sono più di due ore e mezzo per parlare di tutte queste cose. Ma le recensioni che leggerete vi racconteranno soltanto l'episodio che scorre parallelo alla vita di Lisa Cohen: alla ricerca di un cappello da cowboy, un pomeriggio, insegue un autobus distraendo un conducente (Mark Ruffalo) che quel cappello ce l'ha in testa e provoca così, per un semaforo rosso non rispettato, un incidente: una signora attraversa la strada, viene investita, perde una gamba, dopo dieci minuti muore. E se all'inizio Lisa mente coi poliziotti e continua a vivere la sua vita di diciassettenne confusa, poi la storia della morte diventa un'ossessione che silenziosamente le si infila nella vita, recupera il numero dei parenti della vittima, cambia la deposizione, prende un avvocato, lotta perché l'autista venga licenziato.
Sua madre, a cui non si sente molto legata e che intanto esce con Jean Reno, si chiama Joan. La donna che la accompagnerà nella causa legale si chiama Emily. Nessuno, nel film, si chiama Margaret. Solo la ragazza a cui Gerald Manley Hopkins dedicò, nel 1880, la poesia “Primavera e Autunno” che viene letta in classe. Trovata intelligentissima per un film che apparentemente non trova il suo senso, che ci mostra episodi della vita di Lisa (la Paquin ha vinto per il ruolo il London Critics Circle Award) tanto inutili quanto imbarazzanti - la madre che si masturba, lei che rivela agli insegnanti di aver abortito; tutto sta in piedi su lunghissimi discorsi a due, tre, quattro persone inquadrate velocemente da dovunque, per dialoghi a volte impeccabili (lei e sua madre che litigano) a volte non riusciti (lei e il padre che parlano al telefono).
Forse affronta troppi temi, forse il doppiaggio toglie la bravura a molti attori. Forse c'è della poesia (soprattutto nella scena finale ma anche in molti esterni, accompagnata dalla musica di Nico Muhly non bravo quanto in The Reader) che non colgo. Faccio una fatica immane a dare un voto.
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