venerdì 10 aprile 2015

la steppa.



L'ultimo Lupo
Wolf Totem, 2015, Cina/ Francia, 121 minuti
Regia: Jean-Jacques Annaud
Sceneggiatura non originale: Jean-Jacques Annaud,
John Collee, Alain Godard e Lu Wei
Basata sul romanzo Il Totem Del Lupo di Jiang Rong (Mondadori)
Cast: Shaofeng Feng, Shawn Dou, Ankhnyam Ragchaa,
Yin Zhusheng, Basen Zhabu, Baoyingexige
Voto: 6.6/ 10
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Negli anni Sessanta della Rivoluzione Culturale cinese l'amministrazione di Mao spedisce giovani studenti verso le praterie “meno civilizzate”, affinché educhino i pastori insegnando loro a scrivere e leggere cinese – ammorbidendo il loro scetticismo ad assoggettarsi ai principi del nuovo governo – traendo in cambio l'istruzione al lavoro mentre l'esercito sovietico si fa sentire. Lo studioso Chen Zhen, così, lascia Pechino per trasferirsi in Mongolia, con un bastimento carico carico di libri, dove troverà «gente che mangia carne mentre lui mangia riso», una gerarchia che soggiace al Naturale e all'Esoterico alla quale lui per primo dovrà soggiacere, prendendo come figura cardine un capofamiglia che chiamerà padre. Abbandonando le letture, s'immergerà in paesaggi spettacolari dentro ai quali scoprirà, tra le altre cose, su tutte, l'equilibrio che regola il mondo, in cima al quale (equilibrio, ma anche mondo) i mongoli mettono il lupo: creatura venerata perché inarrivabile, temuta e rispettata, oggetto di lunghe osservazioni al binocolo e discorsi a tavola. Ma: accusati di “frenare” l'avanzata del progresso cinese, i lupi subiscono un genocidio a partire dai loro cuccioli, lanciati in aria (e lasciati cadere) in nome del dio Tengri, mentre gli adulti vengono portati brutalmente dentro agli zoo. In questo intervento dello straniero ignorante, i mongoli si inseriscono con fermezza per ristabilire il naturale ordine della steppa: meno lupi vuol dire più gazzelle, animali crudeli perché mangiano l'erba, che è vita; meno lupi vuol dire più scoiattoli e marmotte, che sono il male dell'agricoltura; meno gazzelle vuol dire più fame per i lupi, che si lanceranno contro le pecore sostentamento dei villaggi. I mongoli si inseriscono silenziosamente nella catena alimentare cercando di aiutare le altre creature traendone giovamento – ma solo dopo aver studiato a fondo e appieno gli animali loro vicini, per non stravolgere l'abitudine di nessuno; il regista in primis è affascinato dall'intelligenza del lupo, e lo osserva lui più da vicino del suo protagonista nascosto dietro le fronde – e quando il suo protagonista è costretto a smettere l'osservazione per troppa lontananza o pericolo, lui beffardo prosegue inosservato spingendosi sempre oltre, concedendosi panoramiche e primi piani documentaristici. Ecco: sempre a metà fra film di finzione e documentario, la pellicola si sforza, attraverso immagini mozzafiato (merito delle incontaminate nature mongole) e una musica epica, a toccare i picchi del blockbuster immersivo, a partire da una trama che potrebbe apparire come favola ecologista, semplicista, dagli ovvi valori morali, ma che può essere letta coraggiosamente come un abbandono delle pagine scritte per partecipare attivamente alla vita: gli insegnanti giunti a insegnare ne escono insegnati, scoprendo ciò che spaventa per evitare di temerlo. Il giudizio morale sull'equilibrio terreno piante-animali-uomini è lasciato allo spettatore, a partire dagli interventi dei personaggi, Chen Zhen soprattutto, che strapperà al suo habitat un cucciolo di lupo decidendo di allevarlo «come esperimento», per conoscerlo meglio, togliendogli l'odore del branco, l'apprendimento alla caccia, il riconoscimento nell'ululato, disubbidendo alle regole nomade che sono rimaste le sole a preservare un rapporto sano con il territorio; «il film scivola così nel sentimentalismo e la storia di Chen Zhen e del cucciolo di lupo ha il sapore dell'apologo del Piccolo Principe e della volpe addomesticata», scrive Silvia Angrisani su Vivilcinema. Dopo Il Nome Della Rosa e Sette Anni In Tibet, come si legge sulle locandine, Jean Jacques-Annaud trasporta in immagini uno dei più letti e amati libri della Cina, Il Totem Del Lupo, edito da noi da Mondadori, mescolando produzioni cinese e francese e ricavandone una bella censura asiatica – in compenso è il film più illegalmente visto in quel Paese; bisognerebbe citare, a onor del vero, L'orso e Due Fratelli, nella carriera del regista, che pure partivano dall'analisi di animali, e che non immergevano così a fondo la figura dell'uomo. Stando sopra con la telecamera, ma anche dentro, si ricava una goduria soprattutto degli occhi, soprattutto per chi ha amato una delle prime scene, nevose, de La Bella E La Bestia, dove il lupo veniva dipinto unilateralmente, a differenza di quest'altro esempio.

lunedì 6 aprile 2015

guardami.



Third Person
id., 2013, Belgio/ USA/ Francia/ UK/ Germania, 137 minuti
Regia: Paul Haggis
Sceneggiatura originale: Paul Haggis
Cast: Liam Neeson, Olivia Wilde, Adrien Brody, Mila Kunis,
James Franco, Maria Bello, Kim Basinger, Loan Chabanol,
Katy Louise Sounders, Oliver Crouch, Riccardo Scamarcio,
Vinicio Marchioni, Moran Atias, Vincent Riotta
Voto: 4.7/ 10
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Premio Pulitzer (per il giornalismo), Liam Neeson praticamente abita in una camera d'albergo parigina, nella penombra, a combattere col demone del secondo romanzo – dopo che il primo, decretato «audace», «corposo», aveva scatenato le gioie e i contratti del suo primo editore. A distrarlo per il gioco delle parti arriva(no le mascelle di) Olivia Wilde, audace e corposa nei suoi costosi abitini, giornalista di moda e/ o gossip, anch'ella in combutta con un manoscritto che sa già essere bellissimo. Reputazione da mantenere, non si fanno (quasi mai) vedere insieme: tant'è che lui le paga il biglietto aereo per la Francia con le miglia e lei prende una camera nello stesso albergo ma al piano di sotto. Giocano a stuzzicarsi, farsi i dispetti, insultarsi non si sa mai fino a che punto – ma poi la tenerezza ha sempre la meglio. Anche se: lui è sposato, con Kim Basinger (due scene in tutto), distrutta da un dolore passato ma non troppo, legato alla piscina. Come Maria Bello, avvocato newyorkese che non riesce a tuffarsi; annega i dispiaceri allora nel caso legale di Mila Kunis, cui dovrebbe essere legata anche da parentela perché il caso, sottolinea più volte, non l'avrebbe accettato – la quale ha fatto non si capisce bene cosa a un bambino, probabilmente suo figlio, suo e di James Franco (quattro scene in tutto), artista celebre dell'action painting con una casa dall'ascensore interno e una fidanzata sempre accondiscendente. A differenza della Kunis, sola e squattrinata, con una soap opera alle spalle e adesso il mestiere di cameriera d'albergo – ma a New York, non a Parigi! Intanto a Roma Adrien Brody, truffatore di figurini d'autore per ricalcarne abiti falsi a buon mercato, italofobico ma costretto nella capitale, beve birra calda in pieno pomeriggio nel “ristorante” del burino Riccardo Scamarcio, che in base alla clientela chiede i soldi prima di versare, come nel caso di Moran Atias, bella gitana sbadata, che lascia per terra una borsa con dentro cinquemila euro. Colpo di fulmine: e Brody è disposto a chiedere un prestito (alla Banca di Foggia) (…) di venticinquemila perché la mezza sconosciuta fatale riprenda sua figlia dalle grinfie del tatuato Vinicio Marchioni. Già candidato all'Oscar per la sceneggiatura di Million Dollar Baby, lo scrittore Paul Haggis s'improvvisò anche regista l'anno dopo e con Crash fece il botto, portandosi a casa due statuette (più quella al montaggio), una delle quali rubata al super-favorito Brokeback Mountain – e si aprì per lui un sentiero spianato di aspettative che, diciamo, non deluse negli anni successivi con Nella Valle Di Elah (2007) e The Next Three Days (2010). Third Person esce da noi con due anni di ritardo: risale al 2013; non fa riferimento certo al Terzo Uomo di Reed – in effetti non si capisce a cosa faccia riferimento; utilizza un titolo che vuole ricalcare proprio quel primo Crash, ribaltando il gioco degli intrecci verso il puro sentimento: i personaggi sono tutti, come al solito, persone sole con dietro dolori, accomunati da questo fantomatico figlio dolente, accomunati forse, nell'arrabbattata conclusione, dalla fantasia di un unico scrittore che non è stato in grado di costruire delle vere connessioni fra le vicende che, effettivamente, a volte non si colgono e a volte si contraddicono (ripeto: un albergo è di NY e uno di Parigi), cui si aggiunge una tagline («guardami») incomprensibile. Ma pare che Haggis per primo sapesse che stava girando un pastiche, per essere generosi, tant'è che il finale era stato modificato e poi sostituito con l'originale. Se la ride, guardando da casa, Guillermo Arriaga: sceneggiatore di Babel, che pure viaggiava su binari geografici lontanissimi, esperto di storie umane silenziose e intimiste, abilissimo nell'incasellare i pezzi giusti al momento giusto: pure lui da sceneggiatore (del neo-Oscar Alejandro González Iñárritu) (uno fra tutti: Amores Perros) era diventato regista, con una storia che oltre allo spazio sfidava il tempo, dal titolo The Burning Plan e dall'incasso purtroppo triste; come Haggis si concedeva un'ultima scena musicale in cui si svelava l'arcano ma, al contrario, Haggis se ne concede molte altre in corso, in cui non ci viene effettivamente rivelato niente, nemmeno ciò che non sarebbe catartico scoprire, forse perché oscuro allo sceneggiatore in primis.

PCT trekking club.



Wild
id., 2014, USA, 115 minuti
Regia: Jean-Marc Vallée
Sceneggiatura non originale: Nick Hornby
Basata sul memoir Wild: Una Storia Selvaggia
Di Avventura E Rinascita di Cheryl Strayed
Cast: Reese Witherspoon, Laura Dern, Thomas Sadoski,
Keene McRae, Michiel Huisman, W. Earl Brown,
Gaby Hoffmann, Kevin Rankin, Brian Van Holt
Voto: 6.2/ 10
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Prima parte: la Strayed. Ventisei anni, una madre morta di tumore, un matrimonio fallito, un aborto, un padre alcolizzato che non vede da anni, sesso con chiunque, eroina – passato vero (ma finto cognome) di Cheryl Strayed ante 1995: privata di qualsiasi preparazione sportiva, si lascia abbindolare dalla leggenda del ritrovare se stessi e parte per il Pacific Crest Trail, il sentiero delle creste del Pacifico lungo 2000 km dal deserto del Mojave fino al confine con lo Stato di Washington – lasciandoci dentro sei unghie a causa della strettezza degli scarponi. Sognava di scrivere (e nel film la cosa è accennata durante l'incontro con un giornalista che la scambia per una barbona) e lo farà arrivata a destinazione: un romanzo (Torch) e una rubrica di posta su un sito letterario (Dear Sugar), ma il memoir Wild arriva solo nel 2012, quando ormai è una serena moglie e madre.
Seconda parte: la Witherspoon. Miracolosamente quanto immeritatamente premio Oscar, a trentotto anni l'ex fidanzatina d'America Reese Witherspoon si dice «disillusa dalle offerte di lavoro», ripetitive, e si prende la rivincita dell'essere bionda per esprimere, «anzi estendere» se stessa: fonda una propria casa di produzione. Le passano sottomano due libri: il primo è Gone Girl, che produce e chiede di interpretare – ma Fincher le preferisce qualcuna di «glaciale e inaccessibile» con cui poi ha concorso all'Oscar; «in un altro momento mi sarei disperata. Ma avevo tra le mani Wild»: affida così la sceneggiatura allo scrittore british pop Nick Hornby (che aveva già adattato il memoir di An Education) e la regia al canadese Jean-Marc Vallée fresco del successo planetario di Dallas Buyers Club, già passato dagli Oscar con Incendies (da noi: La Donna Che Canta). «Ho dovuto insegnarle a farsi di eroina» dice la Strayed della Witherspoon, «pensavo che tutti gli attori conoscessero la tecnica»; perché l'autrice del soggetto è stata sempre presente durante la lavorazione della pellicola, e questo è stato un bene e un male.
Terza parte: il film. Un male perché per attenersi pedissequamente alla storia vera che sta dietro, ci si è dimenticati del fare cinema, per una volta, in eccesso. La storia comincia con Reese/ Cheryl che perde una scarpa in un dirupo, poi tenta di mettersi in spalla uno zaino che viene definito dagli uomini “il mostro”. Alla prima immagine comica che vediamo si susseguono tutta una serie di sventure (il gas non compatibile con il fornello, le unghie massacrate, la poltiglia fredda a tutte le ore) che vengono mostrate come il giusto rimedio per espiare le proprie colpe. Con parallelismi di suono, di sapore, di sensazione, Cheryl rivive il suo passato doloroso e dolorante, la malattia della madre, il freddo rapporto col fratello, i tradimenti del fidanzato – ma tutto didascalicamente, fino a quando la fatica del viaggio, il caldo, la mancanza d'acqua, la stanchezza per il cammino, anche dopo 500 km paiono una passeggiata – qualche sbuffo, un urletto – ma arriva sempre qualcuno in soccorso, un pacco pieno di roba in una delle tappe, e la redenzione è affrontata con spirito aulico, ad ogni sosta una citazione, moltissimi libri lungo il cammino di cui si bruciano le pagine già lette (unica trovata interessante). Alla storia troppo, eccessivamente personale si aggiunge un'interpretazione chiusa, algida, con cui è impossibile empatizzare per un personaggio indecifrabile a tratti, che risponde agli uomini in modo inaspettato e ha passato momenti della vita da rasentare lo zoo di Berlino, ora dispersi. La costruzione è pari pari quella di Dallas Buyers Club: finanche l'utilizzo del sonoro, fastidioso, accavallato tra una scena e l'altra, i fischi, gli stridii, e questo montaggio epifanico di scene microscopiche, ricordi evanescenti, con l'America di sottofondo in tutti i suoi stadi. Compare Laura Dern: pochissime scene, spesso di spalle, e tutti i difetti del film si confondono dietro allo stupore della sua candidatura all'Academy.

sabato 4 aprile 2015

pensaci, Giacomino!



La Scelta
id., 2015, Italia, 86 minuti
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura non originale: Giulia Calenda & Michele Placido
Ispirata al dramma L'innesto di Luigi Pirandello (Mondadori)
Cast: Raoul Bova, Ambra Angiolini, Michele Placido,
Valeria Solarino, Manrico Gammarota, Monica Contini,
Gennaro Diana, Marcello Catalano, Mejdi El Euchi
Voto: 5.5/ 10
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In principio fu L'innesto pirandelliano, dramma “minore” o forse “minimo” raccolto in fondo alle Maschere Nude che, messo in scena nel 1919, creò non poco clamore e scandalo – a partire dall'azzeccato, provocatorio titolo. Michele Placido gli è fedele, finché può. Lo modernizza a livelli esaspera(n)ti, al punto da partire con le immagini telefoniche di una app sulla fertilità della donna della coppia; il cellulare è di Raoul Bova, che forse perdendosi il pezzo in mezzo alla produzione, recita come se stesse in teatro, appesantito dal fardello di dialoghi (attenzione: non sceneggiatura) poco credibili anzi ridicoli se detti male; la donna della coppia è Ambra Angiolini, ormai astro nato dopo l'eredità di Saturno Contro, alla sua più intensa prova di attrice: si cala, si tuffa, si immerge in questo personaggio psicologicamente poco chiaro e pochissimo chiarificato, moglie straziata dal desiderio di diventare madre, insegnante di coro, figlia di un musicista classico defunto, ha solo un ristretto circolo di affetti femminili (mamma, sorella, nipoti) davanti alle quali si sente «come i canarini: il maschio canta e la femmina fa figli». Il territorio iniziale è seminato di riferimenti al concepire, al partorire, all'allevare – come se non conoscessimo già prima di entrare in sala mezza trama del film; il territorio è quello pugliese, ancora una volta, una Bisceglie talmente piccola che i due coniugi si incontrano ad ogni angolo girato, ad ogni porta di negozio. La modernità apportata al testo di Pirandello perciò è relativa: resta quell'ambiente antico, quella mentalità arcaica, una natività classica di scuola napoletana, un repertorio musicale ancestrale, per giustificare un'aggressione e una violenza, dietro un vicoletto di pietra bianca, gestito quasi senza civiltà, tra le parti, senza denuncia, senza prime pagine, telegiornali e clamori. La scena dello stupro è pazientemente preparata, inquadrando l'attrice di spalle nel giorno del suo compleanno, ma poi non è mostrata: gli viene preferita l'analisi del fetido luogo e, poi, un lungo dettaglio del viso stravolto solo in parte, pietrificato. Ne segue una reazione di difficilissima comprensione, per noi che guardiamo come per i personaggi che vivono lo schermo: una gita nella tenuta di campagna, il divieto di tornare sull'argomento e, lentamente, un montaggio frammentario, sovrapposto, sovrastato da frasi dette, bisbigliate, spesso fuori campo e con poca coerenza logica, da lei, per rendere lo sgretolamento della coppia. Lui pretende delle analisi, pretende di sapere se la gravidanza appena annunciata è merito suo; lei si sforza di sottolineare che il figlio apparterrebbe, a prescindere, a entrambi: frutto dell'amore di quei giorni, non della violenza di quei minuti. Dilemma coraggioso, coraggioso da affrontare e a cui trovare risposta, universale e immortale, che valeva nel '19 come adesso, davanti al quale si dipanano soltanto l'orgoglio maschile, l'etica, la morale. Per quest'operazione sentimentale, allora, Placido torna ai toni di Un Viaggio Chiamato Amore abbandonando gangster, truffatori, mafie, rapine, fughe in moto, fucili nel bagagliaio: e gli viene benissimo!, trasforma la sua regia in un'esplorazione intima di corpi, di spazi, di silenzi – il mestiere musicale di lei non è che un pretesto per dare al commento sonoro (di Luca D'Alberto quando originale) un ruolo prominente, fondamentale, si potrebbe dire che c'è più musica che parlato. Il problema sta però nell'ora e mezza annacquata che ne risulta, tirata per i capelli, in cui l'approfondimento mentale sarebbe potuto scendere a livelli beceri e invece viaggia sempre in superficie, puntellato di piccoli accenni come la “famiglia allargata” di Valeria Solarino, dipendente della Natuzzi, con due figlie e due compagni, oppure il rapporto con Marcello Catalano, collega al conservatorio, candidato sentimentale. Nelle minimaliste ricostruzioni sceniche, cui si alternano immagini di campagne e porti evitabili, Placido attore si ritaglia una particina poliziesca – come se non riuscisse a fare a meno del genere – interpretando un padre dalla difficile intromissione nella vita del figlio, perennemente alle cuffie, a tratti commovente e che racchiude l'altra faccia del film – il quale figlio, guardacaso, si chiama Giacomino: vedi titolo.

venerdì 3 aprile 2015

il delitto perfetto.



Second Chance
En Chance Til, 2014, Danimarca, 102 minuti
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura originale: Anders Thomas Jensen
Cast: Nokolaj Coster-Waldau, Ulrich Thomsen, Maria Bonnevie,
Nikolaj Lie Kaas, Peter Haber, Thomas Bo Larsen,
May Andersen, Molly Blixt Egelind, Ole Dupont
Voto: 5/ 10
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C'era una volta Susanne Bier: regista donna – cosa rara, regista europea, che ottiene presto l'attenzione nazionale e internazionale: candidata all'Oscar per il miglior film straniero due volte, vincitrice con la seconda, espatriata in USA dove una sua pellicola, Non Desiderare La Donna D'altri fu anche riscritta e reinterpretata per il mercato americano, col titolo Brothers; qualche festival, e negli ultimi anni una commedia romantica, un mélo e un thriller – solo l'ultimo girato nella natìa terra, e si vede. Si vede meno, però, che tornare a casa le fa bene: il disastro cominciato fuori dal confine ha portato un capitombolo dopo l'altro: già era dubbia la qualità di In Un Mondo Migliore, l'Oscar di cui prima, che però riscontrò un successo internazionale che non poteva essere ignorato dall'Academy; dubbio era l'applauso fragoroso a Venezia dopo Love Is All You Need, una commediola d'ambientazione italica tanto banale quanto insipida, con dentro addirittura Pirce Brosnan. La direzione di attori hollywoodiani iniziata con Noi Due Sconosciuti prosegue con Serena aka Una Folle Passione: i due interpreti del momento in una soap-opera al limitar del bosco con preannuncio di catastrofe – e adesso Second Chance: la seconda possibilità che si dà in Danimarca, nonostante in questo vagabondare non si sia mai staccata dal suo sceneggiatore feticcio: Anders Thomas Jensen. A ventiquattro anni già autore di cortometraggi (uno dei quali, Valgaften, ancora Premio Oscar – e lui di anni ne aveva ventisette), prolifico scrittore, ha firmato tra gli altri La Duchessa, dirigendo Le Mele Di Adamo che gli ha ampliato la fama. I temi di lui e la mano di lei non sono poi tanto diversi dal solito; il problema sta tutt'intorno. Il commissario (Rex) Andreas fa irruzione in una casa popolare sudicia e malvissuta da un ex detenuto e dalla sua compagna, lividi e pesti, sotto stupefacenti, scoprendo un bambino di poche settimane ricoperto di feci in un armadio; cerca di togliere la custodia del pupo ai due genitori non-modello ma date le sane condizioni di salute del pargolo la richiesta è respinta. Mosso a compassione da ciò che ha visto, corre a casa, dove la moglie apparentemente senza lavoro né ruolo nella vita né amici (come lui), tinteggia la futura camera del loro figlioletto, pure neonato, Alexander, che ogni santa notte strilla e pretende di essere portato fuori a passeggiare. Fino alla notte in cui non strilla più: decretato morto, Andreas lo prende e, obbligato dalla donna a non chiamare ambulanze e polizie, lo sostituisce indisturbato in casa dei tossici al bimbetto lercio ma vivo, mentre i due beoti (beati?) dormono, scenetta da cartoon che non sarebbe stato impossibile portare su schermo ma che rasenta il ridicolo. La mattina dopo, i piagnistei infantili nella cucina illuminano la moglie di Andreas, a cui subito lui rivela la verità: e sarà una luce evanescente. Il tema della paternità a tutti i costi – della paternità obbligata e/ o involontaria, erano già di Dopo Il Matrimonio, ma le relazioni genitori/ figli ma anche genitori/ genitori sono il marchio di fabbrica dei prodotti Bier-Jensen. Questa volta però, oltre al trattamento delle immagini (glaciali, asettiche) che rasenta il distretto di polizia televisivo, si avverte una fretta, una superficialità nella messa in scena a partire dai cliché delle poche ambientazioni che vediamo: l'appartamento Trainspotting dei drogati col pargolo merdoso e la sterminata villetta sul mare dei ricchi, da copertina di Living. Peccato: perché il plot sarebbe anche estremamente interessante e di estrema analisi psicologica: «il delitto perfetto» dice lei, chiedendosi se tenere o meno un figlio che, nell'altra famiglia, si sente come mancante; eppure invece di Hitchcock (per una volta non citato grazie a Dio) ciò che sembra affiorare è Shakespeare, in una consumazione di sensi di colpa, rimorsi e notti insonni. L'inquadratura agli alberi, alle nuvole, al volo degli uccelli che si sommano nel sottofinale chiudono un thriller dai molti colpi di scena che lo spettatore attento sa come andrà a finire ma che la regista non sa come dirigere: cerca di evitare il solito montaggio isterico per la prima metà, le solite minuziose inquadrature ai dettagli anatomici di mani sguardi micro-movimenti ma poi, dopo metà film, ci ricasca come faceva un tempo – cominciando a sforzarsi di non far sobbalzare, come un tempo, la solita telecamera mobile. Ci si chiede dunque a questo punto dove sarà ambientato – e dove sarà girato – il prossimo, visto che questo film ce lo siamo già scordato.

giovedì 2 aprile 2015

un fornaio e sua moglie.



Into The Woods
id., 2014, USA, 125 minuti
Regia: Rob Marshall
Sceneggiatura non originale: James Lapine
Basata sul musical di James Lapine & Stephen Sondheim
Cast: Anna Kendrick, Daniel Huttlestone, James Corden,
Emily Blunt, Christine Baranski, Tammy Blanchard, Lucy Punch,
Tracy Ullman, Lilla Crawford, Meryl Streep, Johnny Depp,
Mackenzie Mauzy, Annette Crosbie, Billy Magnussen, Chris Pine
Voto: 7.1/ 10
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Un fornaio e sua moglie scoprono di essere vittime di una maledizione inflitta sulla loro casa e sulla loro dinastia perché il padre di lui, vicino di giardino di una strega dalle piante sempre in fiore, le rubò anni fa fagioli magici – per cui lei si vendicò ponendo fine alla fertilità dei maschi di quel ceppo. La strega adesso si ripresenta e chiede alla coppia (che si spiega come non sforni pargoli nonostante i numerosi tentativi) di recuperare una scarpetta d'oro, dei capelli biondi, una mantella rosso sangue e una vacca bianca. Gli ingredienti sono tutti nel bosco del titolo: nel bosco sono anche i personaggi delle fiabe dei Grimm che li posseggono: la bimba senza nome col cappuccio, Jack che venderà la mucca in cambio di quei fagioli, Cenerentola amica degli uccellini dai vestiti sporchi e Raperonzolo costretta alla cima di una torre in cui la strega di cui prima l'ha rinchiusa; vergognandosi del suo aspetto, convinta che la giovane si vergogni di lei, dà ai popolani tre notti per recuperare gli oggetti che spezzeranno l'incantesimo e la riporteranno alla piacenza estetica ormai persa. Nel bosco, poi, si incontreranno i desideri reconditi di tutti: andare al festival del principe Chris Pine che cerca moglie, ricevere latte dalla mucca, salutare la nonna ma prima ancora spazzolarsi i pani e le paste dal cestino imbottito, toccare dal vivo uno dei reali, magari baciarlo anche. È di desideri che parla questo film e che parlano le fiabe da cui prende ispirazione; presentato a Broadway alla fine degli anni '80, il musical si basava proprio sul riportare lo spessore dei personaggi delle storie dei Grimm che, «come quelli di Shakespeare, anche se vengono spostati di contesto hanno la stessa potenza». E Rob Marshall, esordio coi botto di Chicago, quel denaro incassato speso tutto per Memorie Di Una Geisha, lo scivolone di Nine e il passaggio al blockbuster Pirati Dei Caraibi – non poteva scegliere momento migliore per riportare le favole in sala, quando un'altra Cenerentola, un altro Pinocchio, un altro Peter Pan stanno uscendo e la televisione pullula di operazioni di mash-up come questa. Dalla sua ha un libretto (riportato sullo schermo dall'autore originale James Lapine) che si avvicina più alla tipologia di Les Misérables che non a Chicago, con brani interi cantati invece che recitati, voci che si sommano, scenari sovrapposti; ha dalla sua anche Johnny Depp, che gli concede un cameo, dopo l'esperienza precedente insieme, e Meryl Streep, che da Mamma Mia! stava cercando un altro musical da interpretare – amante del genere – e che Marshall venera e adora («il bello del mio mestiere è che posso realizzare certi sogni, tipo quello di recitare con Meryl»). Ne esce vincitrice, non solo per l'ennesima nomination all'Oscar ma anche per il bel lavoro fatto sulla postura post-trucco; e ne esce vincitrice, a sorpresa, anche Emily Blunt, l'unica forse che non ha già esperienze canterine in sala: la sua donna del popolo è decisa, fisica, pragmatica, carnale, ma anche viziosa, adultera. Anna Kendrick invece è una Cenerentola mora che passa da un Pitch Perfect all'altro e si confida con la mamma salice che rimanda a un'altra storia – ma le fiabe sono tutte rigorosamente fedeli all'originale, finanche al taglio di dita e talloni per far calzare la scarpetta alle sorellastre. Non a caso il vissero tutti felici e contenti arriva a metà, come succede per esempio ne La Bella Addormentata, prima che facciano incursione i giganti. La telecamera si muove, tra orchesse e distese d'alberi, con la maestria di chi conosce bene il genere; peccato che non spinga più in là vizi e virtù dei suoi attori come è stato, invece, per Renée Zellweger e Catherine Zeta-Jones.

mercoledì 1 aprile 2015

sasso arancione sente solo odio.



Educazione Affettiva
id., 2015, Italia, 50 minuti
Regia: Federico Bondi & Clemente Bicocchi
Soggetto: Federico Bondi & Clemente Bicocchi
Sceneggiatura: Federico Bondi, Clemente Bicocchi,
Marco Lanza e Saverio Lanza
Voto: 7/ 10
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Firenze, 2011. La quinta elementare della scuola Pestalozzi è speciale su più fronti: in primis, ha tutt'e due i maestri maschi, quando già è raro averne uno; poi, ha due alunni speciali, che fanno ingresso in aula all'inizio dell'anno e ci restano fino all'ultimo giorno, filmando l'ultimo mese, partecipando alla gita conclusiva che sostituisce l'ormai defunto esame scritto e orale – una gita/ prova di sopravvivenza in gruppo e nell'ambiente. Questi due alunni infiltrati, speciali, sono Federico Bondi e Clemente Bicocchi – il primo probabilmente noto a certe orecchie per l'esordio Mar Nero con la straordinaria Ilaria Occhini – autori anche di una sceneggiatura involontaria, intenti a riportare quel delicato passaggio «dalle elementari alle medie» quando i maestri diventano professori «a cui dare del lei», intenti a voler filmare la realtà senza contaminarla, magari causandola, come nella scena in cui il maestro rimprovera il bambino lanciatosi in acqua dopo la colazione, «siamo stati noi a dire: buttati in acqua» confessa Bondi. L'aspetto incredibile è che in questa volontà di trasferire la realtà su grande schermo l'ingombrante mezzo necessario, la telecamera, praticamente scompare, e i registi si fanno invisibili – merito del tempo trascorso insieme a macchinari spenti, probabilmente – e i bambini si dimostrano a proprio agio, sereni, spontanei: confessano i primi vergognosi amori, si chiudono in bagno intenzionati a non uscirne, sempre in bagno si dichiarano «moglie, moglie e moglie», si accarezzano le guance nel letto anche se sono due maschi: l'educazione affettiva del titolo, apparentemente assente in quanto materia insegnata, è proprio in questa condivisione di ogni cosa: di spazio e di affetto, è nella mancanza di schemi, di paletti. «Se tutti i bambini sono uguali, non lo sono i maestri» dice la giornalista Barbara Sorrentini alla prima milanese, alla presenza anche dell'Assessore all'Educazione e Istruzione del Comune di Milano Francesco Cappelli, complimentandosi con un metodo di insegnamento che si dissocia dal demone del “programma”, sono gli insegnanti che «devono andare dietro al flusso dei bambini, e non i bambini a inseguire gli insegnanti». Alle solite lezioni di algebra e alle consegne di temi svolti, allora, si dipanano le ben più interessanti e interessate prove di uso dello spazio, del corpo, gli esercizi nel cortile di camminata all'interno di certi confini, di incontri fintamente occasionali, addirittura un momento-confessione in cui si sputa il rospo ingoiato per cinque anni – dei quali ogni tanto vediamo il secondo, confrontando quei bambini con questi, che oggi hanno addirittura quattro anni in più e le scuole medie le hanno pure finite – per una matassa finale di temi da sbrigliare quali il tempo che passa ma soprattutto l'evanescenza dello stesso e l'abitudine all'abbandono, al cambiamento. Bambini trattati come adulti nei congedi, nelle spontanee e ingenue commozioni, nell'analisi di Nuovo Cinema Paradiso la cui musica accompagna tutta la pellicola insieme a Un Senso di Vasco Rossi, che qualcuna cerca anche di ri-cantare, e poi il momento più alto, quello del racconto dei nonni morti con gli occhi bagnati di chi non sa bene cosa stia dicendo ma vive la narrazione puramente di pancia, trasportando emozione. Girato nel 2011 ma adesso in qualche sala (a Firenze, da oggi al Cinema Mexico di Milano tutti i giorni alle 19:00 escluso il giovedì, qui il sito ufficiale con l'elenco completo delle proiezioni), in occasione del cinquantenario della scuola Pestalozzi fondata da Tristano Codignola nel '45, è un piccolo documentario (di durata e di aspettative) che «in una scuola qualunque non sarebbe stato possibile fare», che «trent'anni fa magari sarebbe stato possibile fare», che si propone come un gioco, un gioco che pretende la libertà che dovrebbero avere tutti i giochi, libertà che poi, in questo preciso momento soprattutto, le scuole soprattutto inferiori non riescono a trovare – a partire dalle barricate di genitori.