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lunedì 6 aprile 2015

guardami.



Third Person
id., 2013, Belgio/ USA/ Francia/ UK/ Germania, 137 minuti
Regia: Paul Haggis
Sceneggiatura originale: Paul Haggis
Cast: Liam Neeson, Olivia Wilde, Adrien Brody, Mila Kunis,
James Franco, Maria Bello, Kim Basinger, Loan Chabanol,
Katy Louise Sounders, Oliver Crouch, Riccardo Scamarcio,
Vinicio Marchioni, Moran Atias, Vincent Riotta
Voto: 4.7/ 10
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Premio Pulitzer (per il giornalismo), Liam Neeson praticamente abita in una camera d'albergo parigina, nella penombra, a combattere col demone del secondo romanzo – dopo che il primo, decretato «audace», «corposo», aveva scatenato le gioie e i contratti del suo primo editore. A distrarlo per il gioco delle parti arriva(no le mascelle di) Olivia Wilde, audace e corposa nei suoi costosi abitini, giornalista di moda e/ o gossip, anch'ella in combutta con un manoscritto che sa già essere bellissimo. Reputazione da mantenere, non si fanno (quasi mai) vedere insieme: tant'è che lui le paga il biglietto aereo per la Francia con le miglia e lei prende una camera nello stesso albergo ma al piano di sotto. Giocano a stuzzicarsi, farsi i dispetti, insultarsi non si sa mai fino a che punto – ma poi la tenerezza ha sempre la meglio. Anche se: lui è sposato, con Kim Basinger (due scene in tutto), distrutta da un dolore passato ma non troppo, legato alla piscina. Come Maria Bello, avvocato newyorkese che non riesce a tuffarsi; annega i dispiaceri allora nel caso legale di Mila Kunis, cui dovrebbe essere legata anche da parentela perché il caso, sottolinea più volte, non l'avrebbe accettato – la quale ha fatto non si capisce bene cosa a un bambino, probabilmente suo figlio, suo e di James Franco (quattro scene in tutto), artista celebre dell'action painting con una casa dall'ascensore interno e una fidanzata sempre accondiscendente. A differenza della Kunis, sola e squattrinata, con una soap opera alle spalle e adesso il mestiere di cameriera d'albergo – ma a New York, non a Parigi! Intanto a Roma Adrien Brody, truffatore di figurini d'autore per ricalcarne abiti falsi a buon mercato, italofobico ma costretto nella capitale, beve birra calda in pieno pomeriggio nel “ristorante” del burino Riccardo Scamarcio, che in base alla clientela chiede i soldi prima di versare, come nel caso di Moran Atias, bella gitana sbadata, che lascia per terra una borsa con dentro cinquemila euro. Colpo di fulmine: e Brody è disposto a chiedere un prestito (alla Banca di Foggia) (…) di venticinquemila perché la mezza sconosciuta fatale riprenda sua figlia dalle grinfie del tatuato Vinicio Marchioni. Già candidato all'Oscar per la sceneggiatura di Million Dollar Baby, lo scrittore Paul Haggis s'improvvisò anche regista l'anno dopo e con Crash fece il botto, portandosi a casa due statuette (più quella al montaggio), una delle quali rubata al super-favorito Brokeback Mountain – e si aprì per lui un sentiero spianato di aspettative che, diciamo, non deluse negli anni successivi con Nella Valle Di Elah (2007) e The Next Three Days (2010). Third Person esce da noi con due anni di ritardo: risale al 2013; non fa riferimento certo al Terzo Uomo di Reed – in effetti non si capisce a cosa faccia riferimento; utilizza un titolo che vuole ricalcare proprio quel primo Crash, ribaltando il gioco degli intrecci verso il puro sentimento: i personaggi sono tutti, come al solito, persone sole con dietro dolori, accomunati da questo fantomatico figlio dolente, accomunati forse, nell'arrabbattata conclusione, dalla fantasia di un unico scrittore che non è stato in grado di costruire delle vere connessioni fra le vicende che, effettivamente, a volte non si colgono e a volte si contraddicono (ripeto: un albergo è di NY e uno di Parigi), cui si aggiunge una tagline («guardami») incomprensibile. Ma pare che Haggis per primo sapesse che stava girando un pastiche, per essere generosi, tant'è che il finale era stato modificato e poi sostituito con l'originale. Se la ride, guardando da casa, Guillermo Arriaga: sceneggiatore di Babel, che pure viaggiava su binari geografici lontanissimi, esperto di storie umane silenziose e intimiste, abilissimo nell'incasellare i pezzi giusti al momento giusto: pure lui da sceneggiatore (del neo-Oscar Alejandro González Iñárritu) (uno fra tutti: Amores Perros) era diventato regista, con una storia che oltre allo spazio sfidava il tempo, dal titolo The Burning Plan e dall'incasso purtroppo triste; come Haggis si concedeva un'ultima scena musicale in cui si svelava l'arcano ma, al contrario, Haggis se ne concede molte altre in corso, in cui non ci viene effettivamente rivelato niente, nemmeno ciò che non sarebbe catartico scoprire, forse perché oscuro allo sceneggiatore in primis.

martedì 6 gennaio 2015

ain't-ers gonna ain't.



The Interview
id., 2014, USA, 112 minuti
Regia: Evan Goldberg & Seth Rogen
Sceneggiatura originale: Dan Sterling
Soggetto: Evan Goldberg, Seth Rogen e Dan Sterling
Cast: Seth Rogen, James Franco, Lizzy Caplan, Randall Park,
Diana Bang, Timothy Simons, Reese Alexander, Anders Holm
Voto: 4.8/ 10
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Chiedendosi cosa sarebbe successo se a un giornalista fosse stato chiesto di assassinare un leader politico, molti anni prima di Facciamola Finita, Seth Rogen e Evan Goldberg misero in cantiere il soggetto per un film che avrebbe visto il nord-coreano Kim Jong-il co-protagonista satirico di una sceneggiatura che nel 2011 ancora non esisteva, anno della sua morte. Salito al potere il figlio Kim Jong-un, l'affiatato duo spostò la mira, trovando più divertente utilizzare un personaggio che fosse loro coetaneo; affidarono la sceneggiatura al televisivo Dan Sterling (Girls, The Office ma soprattutto il Daily Show) e la parte del dittatore fu data a Randall Park al primo provino. James Franco arrivò, prevedibilmente, subito dopo. Ma il film si avvale di numerosissimi cameos, alcuni addirittura impercettibili, tra i quali si contano Joseph Gordon-Levitt, Rob Lowe, Kevin Federline (costato 5.000 dollari) e Beyoncé con Jay-Z (10.000 ciascuno, e poi cancellati in fase di montaggio). Già a giugno il governo coreano si espresse: «The Interview rappresenta la disperazione della società americana: un film sull'uccisione di un leader straniero rispecchia ciò che l'USA ha fatto in Iraq, Afghanistan, Siria e Ucraina». Il Guardian rispose che la pellicola «tocca un nervo scoperto del regime» commentando «la nota paranoia del leader sulla sua sicurezza». A luglio: i coreani paragonano l'uscita di un film come questo a una dichiarazione di guerra; il Guardian sottolinea quanta pubblicità si stia facendo. Viene messo in mezzo il presidente Obama, che risponderà solo tra qualche mese. La minaccia di attacchi spietati da parte della Repubblica orientale fa sì che la Columbia sposti la data di uscita dal 10 ottobre al 25 dicembre, modificando nel montaggio e nella post-produzione le scene che avrebbero potuto fomentare la polemica: il design dei bottoni indossati dai personaggi, disegnati sui veri bottoni di guerra inneggianti al leader; la scena della più lunga morte di Kim Jong-un. Ironizzando sulla causa di questo accanimento dei coreani, probabilmente spaventati dal vedere il film nelle proprie sale, Rogen ha dato il via a una campagna di distribuzione di contrabbando delle copie da parte dell'Organizzazione per i Diritti Umani Fighters for a Free North Korea. A novembre, in seguito a un attacco cibernetico, Rogen e Franco hanno dovuto pagare 14.900.000 dollari: il 24, un gruppo di hacker dal nome Guardians of Peace è entrato nelle reti della Columbia e della Sony recuperando dati sensibili degli impiegati e di star sotto contratto quali George Clooney, Leonardo DiCaprio e Ryan Gosling e una serie di pellicole non ancora distribuite quali Annie (ora nelle sale americane), Mr. Turner, Still Alice – ma la Corea ha negato di essere coinvolta. Viene chiesto alla Sony di cancellare The Interview in quanto «film terroristico» ma l'11 dicembre la premiere si fa; il 16 Franco e Rogen cancellano le loro apparizioni pubbliche, il 17 l'uscita nelle sale viene definitivamente annullata (anche perché una serie di multiplex aveva annunciato che non l'avrebbe proiettato), poi il 24 il film viene pubblicato in Europa on demand su varie piattaforme a noleggio (Google Play, Xbox Video, YouTube) e nonostante il milione e mezzo di download illegali nei primi due giorni, è ad oggi il film online più di successo della Sony; il 26 esce in circa 200 sale degli Stati Uniti e incassa quasi 3 milioni di dollari in tre giorni. La storia prosegue, ed è molto più travagliata, incluso l'intervento di Obama: sarebbe stato dimostrato che la Columbia non ha i 300 milioni di dollari necessari per la produzione di 007 Spectre. Molto rumore per nulla (dopo la storia, ecco la trama): il film è una commediola demenziale che si sforza di fare satira senza venirne a capo, sfruttando la simbiosi dei due attori protagonisti Franco e Rogen qui nelle vesti il primo di un presentatore televisivo dalla maschera facciale e dalla fama di Barbara D'Urso e il secondo di un produttore col risentimento di non fare informazione culturale. Pensano che l'intervista al più discusso e controverso leader mondiale, il coreano Jong-un appunto, venerato come un dio e dall'apparente mancanza di orifizi, dittatore di una Repubblica privata del cibo e della democrazia, fissato con gli Stati Uniti al punto da volerli affondare ma poi fan sfegatato di Katy Perry – l'intervista a questo personaggio potrebbe portare ascolti e credibilità molto più in alto, e così ci provano. Ci riescono: ma la C.I.A. capeggiata dalla master of sex Lizzy Caplan mette nelle loro mani un “cerotto” velenoso col quale dovranno far fuori il personaggio. Se in apertura, con una dichiarazione di omosessualità di Eminem, pare di essere davanti a un vero film satirico, che si beffeggia dell'America contemporanea a partire dall'immagine pubblica delle star fino allo slang più becero, l'incanto svanisce presto per scivolare nel più profondo splatter, nella volgarità più soft. Dopo l'autoconvinzione di tornare agli Oscar con Spring Breakers, James Franco si cala totalmente in un'altra performance eccessiva che sfiora l'istrionico, macchietta dei tanti presentatori TV che compaiono di striscio (mentre Ellen viene nominata), uno scemo-fortunato che piace al pubblico, quando il compare allenta le nevrosi di Cattivi Vicini per farsi più banale – sarà però sua la scena culmine. Molto rumore per nulla, dicevo, perché nonostante il doppio ritratto del leader politico, il film non è assolutamente da prendere così sul serio. Le minacce preannunciate e lo scherzo prolungato hanno portato a conseguenze eccessive e ci si domanda come una nazione possa essersela presa tanto – e soprattutto come una serie di attori di certo calibro possa aver accettato comparsate in stile Muppet Show – e soprattutto come la Corea del Nord, $ 40 milioni di PIL all'anno, abbia potuto dichiarare una cyber-guerra a una corporation che ne fattura miliardi.

sabato 3 maggio 2014

la vera gola profonda.



Lovelace
id., 2013, USA, 93 minuti
Regia: Rob Epstein & Jeffrey Friedman
Sceneggiatura originale: Andy Bellin
Basata sulla vita di Linda Marchiano
Cast: Amanda Seyfried, Peter Sarsgaard, Juno Temple, Sharon Stone,
Bobby Cannavale, Adam Brody, James Franco, Wes Bentley,
Chris Noth, Robert Patrick, Hank Azaria, Debi Mazar
Voto: 7/ 10
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Giugno 1972: per la prima volta arriva sugli schermi cinematografici un film pornografico legale, con una vera trama e dei personaggi abbozzati, a metà tra la commedia e il vero hardcore. S'intitolava Gola Profonda e portò in sala abbastanza spettatori da guadagnare centomila dollari (ne era costato venticinquemila) e da far nascere quelle che poi si sono chiamate le sale a luci rosse. Fu un caso internazionale (ne incassò seicentomila con l'uscita dell'home-video) a partire dalla sua protagonista, una certa Linda Lovelace, appena ventenne, la cui formidabile dote orale era stata notata dall'allora precoce marito Chuck Traynor, sorta di co-produttore di pellicole porno, che aveva presentato Linda al regista Gerard Damiano. Il potere della protagonista nasceva soprattutto da una spontaneità, un candore che non si addiceva allo standard dell'attrice pornografica dell'epoca, tutta silicone e pelo biondo; in piena rivoluzione sessuale e scavallamento dei canoni, Linda si fece portavoce della libertà delle donne – per poi ribaltare tutto vent'anni dopo. Ci aveva già pensato un documentario del 2005, Inside Gola Profonda, libro + dvd edito da Feltrinelli, a raccontare la storia del più famoso film porno del mondo, ma lo sceneggiatore quasi esordiente Andy Bellin e più ancora i registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, documentaristi celebri (il secondo ha vinto due Oscar) per la loro trasposizione de Lo Schermo Velato di Vito Russo e per il più recente Howl, sono più interessati al retroscena della vita personale della donna più che alla saga del film (che contò tre sequel senza di lei). Il “contratto” con l'industria pornografica, che la vide sul set una settimana circa dei diciassette totali, fu costrizione dal marito Chuck, interpretato qui da Peter Sarsgaard, che ricicla – con qualche pelo in più e qualche chilo in meno – il ruolo apparentemente roseo di An Education; riempitosi di debiti perché dipendente dalla cocaina, costringerà la moglie a prostituzione, orge, botte, docce ghiacciate pur di racimolare denaro, e lei dall'altra parte gli sarà fedele serva perché la madre, bigotta conservatrice, così le ha insegnato: «Dio ti ha dato un marito: ubbidiscigli» dice Sharon Stone, irriconoscibile nel ruolo. Ma tra i lividi e i lustrini Linda diventerà suo malgrado icona su più fronti, dalle sboccate battute televisive al modello d'ispirazione per le giovani ragazze. Si schiererà con le femministe all'uscita del suo libro Calvario, autobiografia del dolore, che pubblicherà solo dopo la prova della macchina della verità. L'aspetto interessante del film è sicuramente che si spezza: ci fa il resoconto di ciò che sappiamo, all'inizio, una nuvola idilliaca di celebrità conquistata facilmente e spensieratezza adolescenziale (sempre meravigliosa Juno Temple, qui amica più libertina), poi il dramma personale e l'impossibilità del cambiamento, spiazzandoci, mostrando di ogni episodio l'altra faccia. Siamo a Hollywood, per cui un biopic deve necessariamente profumare di botteghino e puritanismo; certo è che sarebbe stato inutile fare un film hard su un film hard. Si è molto sinceri: la dote artistica della Lovelace è quasi nulla – ed è bravissima Amanda Seyfried a cambiare spesso registro, per quanto la sceneggiatura glielo permetta (ricorda a tratti la Lindsay Lohan che aveva interpretato lo stesso ruolo per il progetto di Matthew Wilder). Belli anche i camei: di James Franco innanzitutto, già in Howl e qui attraente giovane di potere; Adam Brody co-protagonista superdotato della pellicola di finzione. Belle le ambientazioni anni '70, i costumi, qualche scena, nel clima revival di American Hustle. Ma c'è un problema: dello stessa tema aveva già parlato un altro film; era inarrivabile, lunghissimo, quasi perfetto – e si chiamava Boogie Nights – e il confronto, purtroppo, demoralizza.

martedì 7 gennaio 2014

National Society Of Film Critics Awards - vincitori.



Quando pensavamo che il film arraffa-tutto dell'anno fosse 12 Anni Schiavo e che Gravity ormai fosse campione d'incassi dimenticato, ecco che arriva una cerimonia di premiazione, quella della National Society Of Film Critics (una sessantina di membri, critici e giornalisti, che oltre a pubblicare periodicamente articoli su carta rappresentano anche la parte americana della FIPRESCI), in cui viene ripescato un film senza speranza che invece a me era piaciuto più di tutti, Inside Llewyn Davis col poco coerente titolo italiano A Proposito Di Davis, ultima opera dei fratelli Coen che si sono aperti la strada del musical. Per la pellicola di McQueen, che comunque prosegue la scalata all'Oscar senza intoppi pronosticati, neanche un premio: terzo classificato come miglior film, terzo miglior regista, seconda attrice, addirittura secondo attore, battutto da Oscar Isaac (nella foto). Gravity compare solo per Alfonso Cuarón, immenso regista ma non ai livelli di Joel ed Ethan, mentre pure l'attore non protagonista è una sorpresa, perché James Franco batte, con Spring Breakers, il super favorito Jared Leto (e in questa categoria l'attore non protagonista di 12 Years non compare nemmeno...). La musica folk pre-Bob Dylan si porta a casa anche la migliore fotografia, ma non la sceneggiatura, vinta da Before Midnight che i critici americani pare abbiano amato molto. Non si può dire lo stesso per La Grande Bellezza, terzo miglior film straniero dietro la Cina e la Francia di Adèle, le cui attrici sono state più che elogiate.
Dopo l'interruzione, tutti i vincitori e i classificati.

miglior film: A Proposito Di Davis (23)
Runners-up: American Hustle - L'apparenza Inganna (17); 12 Anni Schiavo (16); Her (16)

domenica 12 maggio 2013

#LlewynDavis #LayDying



Abbandonati i fasti degli anni '90 di  Fargo, Il Grande Lebowski e Fratello, Dove Sei? Joel e Ethan Coen fratelli degli alti e bassi (alti: Non È Un Paese Per Vecchi, Il Grinta) (bassi: Prima Ti Sposo, Poi Ti Rovino, Ladykillers) tornano in sala da registi dopo tre anni di assenza e tornano a Cannes, in concorso, dopo sei. E tornano col film che avrebbero dovuto far concorrere agli scorsi Oscar ma che per lunghezze di montaggio (sempre loro, col nick Roderick Jaynes) non hanno concluso in tempo. Inside Llewyn Davis li riporta all'America civilizzata degli anni '60 in cui tale Llewyn Davis, interpretato da Oscar Isaac, attraversa la New York dei locali folk con la chitarra al collo e un album che dà il titolo al film sulla falsa riga del realmente esistito Dave Van Ronk, basandosi liberamente sul memoir che questo pubblicò postumo. Lo accompagnerà Carey Mulligan, mora e doppiamente a Cannes per Il Grande Gatsby d'apertura e, tra gli altri, John Goodman e Justin Timberlake, reduce dal quasi-record di vendite al debutto del suo 20/20 Experience di cui presto si avrà il secondo CD e che firma, insieme a T Bone Burnett e Marcus Mumford (nessuno dei due necessita di presentazioni) la colonna sonora composta da vecchi brani folk riarrangiati. In cartellone il 19 maggio a Cannes, il film sarà distribuito nelle sale americane dal 6 dicembre, e questo è il primo trailer.
Dall'altra parte della Selezione Ufficiale invece si trova il prolifero James Franco – 14 film in uscita come attore, 6 come autore, già a Berlino con lo sperimentale Interior. Leather Bar. – in concorso nell'Un Certain Regard da regista con As I Lay Dying, che se manterrà il titolo del libro da cui è tratto si chiamerà in Italia Mentre Morivo (di William Faulkner, Adelphi edizioni, € 10,00) perdendo il riferimento all'Odissea (libro IX) in cui Ulisse scende agli Inferi e ascolta Agamennone lamentarsi del nessun aiuto ricevuto dalla moglie, neanche da morto. La storia semplicissima del libro è ormai un classico della narrativa americana per la struttura e lo stile assurdi e studiatissimi che stanno alla base; in che modo il nostro James (che ricordiamo con treccine e denti d'argento in Spring Breakers) sia riuscito a trasporre la storia in pellicola, ci viene raccontato qui. Al suo fianco, come attore, oltre a Danny McBride che con Franco ha lavorato in Sua Maestà, c'è Tim Blake Nelson, appena visto in Lincoln e, a chiudere il cerchio, in Fratello, Dove Sei? dei Coen nel 2000.

martedì 12 marzo 2013

quattro passerotte.



Spring Breakers
id., 2012, USA, 94 minuti
Regia: Harmony Korine
Sceneggiatura originale: Harmony Korine
Cast: Selena Gomez, Vanessa Hudgens, Ashley Benson,
Rachel Korine, James Franco, Thurman Sewell, Gucci Mane
Voto: 6.9/ 10
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Il Festival di Venezia l'anno scorso ha visto un film che cominciava così: musica di Skrillex in sottofondo e immagini rallentate di statue di muscoli maschili in pantaloncini variopinti e tubi di silicone dalla bocca alle taniche di birra, ragazze messe non peggio fisicamente con bikini ora alzato ora abbassato, culi al vento sventolanti, sventole spudorate e arrapatoni eterissimi che stanno a guardare le donzelle limonare tra loro, limonare con le onde, limonare con le bottiglie di alcolici che compaiono sotto ogni arto. E, prima di questa scena, titoli di testa con una bizzarra font per le lettere maiuscole.
Poi, dopo questa sorta di videoclip americano d'apertura, inizia la storia. L'attuale generazione di adolescenti maschi e femmine del pianeta s'annoia: è stanca di vedere ogni giorno le stesse persone che compiono ogni giorno le stesse cose. Tra di loro, Selena Gomez reduce dai telefilm Disney e da un disco di discreto successo (di pubblico) è la più annoiata di tutte, e accetta di partire con il gruppo di amiche che conosce «da una vita» sebbene le sue compagne di diocesi (sì, diocesi) le dicano di fare attenzione e pregare molto per quel tipo di cattiveria femminile. Le tre tipe si presentano così alla porta della Bieber-girl in cerca dei soldi per il viaggio, viaggio-rito di ogni collegiale americano, che per la pausa primaverile tra un semestre e l'altro se ne va a bivaccare nel mar di Florida nei costumini e tra le birre di cui sopra. Del gruppetto, fanno parte: la Rachel Korine moglie del regista di questo film; la Ashley Benson scheletrica protagonista di Pretty Little Liars; la Vanessa Hudgens che accompagnava Zac Efron nelle danze e nelle canzoni di High School Musical e che definitivamente si stacca dal marchio (pure su di lei) disneyano passando il film intero a fare, diciamo così, la sfacciata, ecco. Il clan, perenne pezzo di sopra diverso dal pezzo di sotto che all'occorrenza è un micro short, continua a non avere il denaro sufficiente per partire, e allora cosa fa?, Selena “diocesi” Gomez esclusa, con passamontagna in testa e pistole ad acqua nelle mani svaligia un fast food e s'accaparra denaro da annusare e spendere. Si parte: la Hudgens fa la sfacciata, la Benson fa la frivola, la Korine fa il tavolo su cui sniffano strisce i maschi in sospensorio, la Gomez chiama la nonna e le dice che sta trovando se stessa in questo paradiso dal quale non vorrebbe mai più andarsene, e l'anno prossimo ce la porta. Ma il paradiso finisce presto, perché al quarto festino in casa fatto di tequila e tetto sfondato, arriva la pula e li mette tutti dentro. A pagare la cauzione per il quartetto sarà un James Franco che non vorreste vedere mai nella vita: treccine sfocianti in dread terminanti in perline stile Sean Paul, denti davanti ricoperti d'argento, pancia da birra e tatuaggi a caso sparsi sul corpo fino ai polpacci appena visibili nei pinocchietti larghi. Il tipico bianco anneritosi col malaffare che vive in una casa fatta di armi e oggetti in più.
Selena non accetta la nuova comitiva e decide di ritornarsene a casa e come lei se ne torna anche il pubblico di metà sala. Eppure il film non è proprio una porcheria: la scena della rapina è, infatti, esempio magistrale di come si può rendere una sequenza trita e ritrita nella storia del cinema, in modo originalissimo. E, prendendo sempre come esempio questa scena, poi ci verrà fatta di nuovo vedere da un'altra parte, perché alla fine il film su questo si basa: sull'ordine non cronologico delle immagini (vediamo una pistola, un braccio ferito e poi uno sparo) e sulla ripetizione quasi ossessiva di alcuni dialoghi, che in certi punti anche asfissiano («hai paura?», «sì», «ti fotti di paura»). Dialoghi che sono il punto debole del film. Che cercano di essere teen & cool & gangsta ma che come sempre fanno la figura del posticcio e del surreale, per quanto si compongano di espressioni come «un botto di soldi» e «la doppia penetrazione mi fa strippare».
E in tutto questo, siamo ben lontani dai film su questo tema: dai film a tema droga, dai film a tema college&sballo (mi viene in mente Le Regole Dell'attrazione), dai film a tema ghetto e sparatorie, dai film con le protagoniste lolite ex candide e mezze nude. Peccato però che non tutto vada sempre per il verso giusto; neanche con questa pellicola, dopo aver messo insieme nello stesso film Marilyn e Michael Jackson e il Papa e Cappuccetto Rosso, dopo essere passato per Cannes e per Venezia, il baby-regista Harmony Korine convince del tutto la critica. E ancora meno il pubblico.

domenica 10 marzo 2013

ding dong! the witch is dead.



Il Grande E Potente Oz
Oz: The Great And Powerful, 2013, USA, 130 minuti
Regia: Sam Raimi
Sceneggiatura non originale: Mitchell Kapner & David Lindsay-Abaire
Basata sui romanzi di L. Frank Baum
Cast: James Franco, Michelle Williams, Rachel Weisz,
Mila Kunis, Zach Braff, Joey King, Tony Cox
Voto: 6.7/ 10
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Prima che il ciclone sradicasse dal suolo la fattoria di Dorothy, in Kansas, dove Toto era solito infiltrarsi nell'orto della proprietaria del paese, prima che la casa schiacciasse la Strega dell'Ovest e quella dell'Est a bordo di una scopa che fuma e con la faccia verde e la risata stridula, prima che Oz venisse scoperto per quello che è: un ciarlatano che proietta la sua faccia nel fumo, prima di tutte queste cose, cosa succede?
Frank Baum ce lo racconta in uno dei libri-succursale a Il Mago Di Oz che Victor Fleming fece diventare, nel 1939, il suo secondo più celebre film (dopo il Via Col Vento sempre del '39) e Judy Garland il suo repertorio musicale più di successo. E la trovata è intelligente: raccontare perché la Strega è verde, perché Oz si nasconde dietro al fumo, perché i papaveri sono soporiferi. E la trovata, di Sam Raimi, il regista della saga di Spider Man e soprattutto di qualche episodio de La Casa e di un sacco di cose uscite negli scorsi anni che per decenza non dico, di ricalcare esattamente quel film (di settant'anni fa) poteva anche esser buona, ma ahimè si perde in se stessa: inizio in bianco e nero, in un circo che prende nome dallo scrittore che a tutto diede inizio; James Franco dongiovanni e ciarlatano incanta con due trucchetti e con due no, si rifiuta di risanare un'ammalata e brilla nell'incontrare la Michelle Williams che ama e brama ma che presto sposerà un'altro. Viene inseguito perché smascherato dall'amante di una delle sue conquiste ed eccolo scappare a bordo di quella stessa mongolfiera che alla fine del primo Oz vedemmo ben bene. E intorno a lui, intorno a loro, in questo film del 2013, ci sono, ad omaggiare le scene di quell'altro, i fondali dipinti che non si usano più, che sono realisticamente pittorici, che si confondono col reale ma non con i posticci effetti digitali. Il ciclone colpisce anche lui, che impreca e invoca Dio (che in originale non c'è) e la telecamera va dove vuole, o meglio, va dove non dovrebbe andare: mai scena di suspance fu girata peggio – in film da botteghino. E piomba in Wonderland o nel posto in cui se la fa l'ultima Biancaneve, perché i fiori giganteschi, l'acqua digitale, le fatine del fiume certo non ci fanno pensare ad Oz. E lo accoglie Mila Kunis, vestita da Carmen Sandiego per chi coglie il riferimento, che subito s'innamora e avvisa la sorella, che è Rachel Weisz ma sembra Natalie Portman, forse perché siamo abituati al duo danzante. Le due, streghe di questo e quel punto cardinale, si parlano in modo bizzarro e non si capisce bene cosa vogliano fare, dove stiano cercando di arrivare, e intanto Oz (abbreviazione di Oscar) cerca la perfida strega che manca all'appello e trova la Williams che aveva lasciato in bianco e nero. Ora: di tutti i personaggi del prima e dopo ciclone, mentre nella pellicola di Fleming c'era il corrispondente da questa parte, lei è l'unica a comparire due volte, e ci si domanda il perché. Si unisce all'allegra combriccola una bambola di porcellana dalle gambe spezzate che questa volta si possono risanare e una scimmia con le ali – personaggio migliore di tutti, per animazione e interpretazione – che però non ha il bel completino che ci ricordavamo dal passato. In tutto questo, l'eco di Tim Burton si sente non solo per Alice ma, nella lotta finale tra maghette, anche per Dark Shadows, che a sua volta rimandava a La Morte Ti Fa Bella. L'anonimato in cui passa la Weisz vestita malissimo copre l'orrore in cui si trasforma la Kunis e tra tutti splende, come al solito, la migliore giovane attrice vivente, e cioè la vedova Ledger, che si spreca in un ruolo che poveretta ha dovuto accettare per vedere almeno un suo film andare oltre il confine marino. Franco, appena incoronato “etero più gay del pianeta”, sorprende in queste vesti così come sorprendeva come presentatore agli Oscar: in male. Siamo abituati a vederlo serio e tutto preso dai suoi progetti impegnati, e poi scivola nei film per famiglie dal dubbio budget.
Le scenografie non incantano, i costumi sono paradossalmente migliori sulle comparse che sui protagonisti, la musica di Danny Elfman nemmeno si fa sentire e la canzone originale, Almost Home, cantata da Mariah Carey in un video ufficiale brutto più del film, non compare mai. Eppure, come al solito, i titoli di testa, parte migliore della pellicola, ci fanno sperar bene.

lunedì 16 luglio 2012

Comic-Con 2012.





Prendete il Lucca Comics & Games e mischiatelo con il Future Film Festival di Bologna; avrete la versione nostrana del San Diego International Comic-Con, la convention multigenere più grande degli Stati Uniti che si tiene ogni estate a San Diego (con delle succursali a San Francisco). Nato nel 1970, inizialmente l'evento prevedeva anteprime, mostre, dibattiti e curiosità sul mondo dei fumetti, dei giochi di ruolo, delle arti in genere e soprattutto della science-fiction; adesso i generi si sono ampliati per far spazio a una grassa fetta di cinema, quella del fantasy soprattutto (dai supereroi alle fiabe ai vampiri), la fetta cioè più attesa dal vasto pubblico. E dura solo quattro giorni ma in soli quattro giorni, quante cose si possono fare!
Partiamo da ciò che ci interessa di più: la presentazione del trailer di Oz: The Great And Powerful, ennesimo vomito digitale della Disney dall'ennesimo produttore di Alice In Wonderland che a livello visivo promette molto bene - e anche dal cast (c'è il tenero James Franco, la tenera Michelle Williams, la tenera Mila Kunis, il tenero Zach Braff e il premio Oscar Rachel Weisz), per la regia di Sam Raimi (quello-di-Spider-Man). Il film uscirà solo nel 2013, da noi col titolo Il Grande E Potente Oz; qui potete vedere il fresco trailer e qui la prima locandina ufficiale.
Attenzione però a non confondere questo film con un altro sullo stesso tema, Dorothy Of Oz, in uscita sempre nel 2013, per rimarcare l'errore fatto con la doppia Biancaneve quest'anno.
Altra importante presentazione cinematografica è stata quella di Frankenweenie, secondo lungometraggio animato diretto da Tim Burton che si rifà ad un suo vecchio cortometraggio; i soliti toni horror dal cuore comedy fanno da sfondo alla storia di Victor Frankenstein, giovanotto che assiste alla morte del suo amato cane e cerca di portarlo in vita tramite esperimenti amatoriali in laboratorio, ottenendo un “freak”. In uscita il 5 ottobre negli USA, da noi sarà al cinema il 13 gennaio, ma nel frattempo ecco la locandina originale ed ecco il trailer ufficiale in italiano.
Chi ha amato Il Signore Degli Anelli starà sicuramente aspettando con trepidazione Lo Hobbit: se ne parla da anni ormai e tra pochissimo sarà nelle sale il nuovo lavoro di Peter Jackson (con la collaborazione di un esaltato Guillermo Del Toro) di cui sono stati mostrati spezzoni privati dell'innovatività. La pellicola, infatti, oltre ad essere in 3D avrà anche 48 fotogrammi al secondo (invece di 24) portando ad una fluidità di movimento inarrivabile; ma la caratteristica non è stata molto apprezzata dal primo pubblico. Tutto quello che possiamo vedere, noi, è questa lunghissima locandina.
Pioggia di supereroi Marvel, poi: dall'Iron-Man usato per uno dei manifesti (foto in apertura) al nuovo Superman che si chiamerà Man Of Steel (qui la locandina) che avrà la produzione dell'ormai miliardario Christopher Nolan e l'interpretazione di Michael Shannon per il cattivo, fino al ritorno di Kick-Ass a settembre. C'è stata, ovviamente, una fila interminabile di fan per la proiezione dei primi sette minuti di Twilight 4.2, ma non spenderò una parola in più su questa cosa. Ci si chiede, però, se The Host - L'ospite (tratto da un altro libro della Meyer ma con un'attrice vera, Saoirse Ronan, e un regista vero, Andrew Niccol) riscuoterà lo stesso successo della saga (impossibile eguagliare gli incassi).
Tra le serie televisive presentate e confermate per l'anno prossimo: Dexter, True Blood, The Walking Dead, Game Of Thrones.
E intanto cresce l'attesa per Django Unchained di Tarantino.