Visualizzazione post con etichetta Berlino 62. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Berlino 62. Mostra tutti i post

mercoledì 19 dicembre 2012

Luis-Delluc - vincitori.



Amour e Ruggine E Ossa stanno conquistando nominations e apprezzamenti in tutto il mondo; il primo, vanta anche un magistrale regista e due immense interpretazioni; il secondo, il cui regista è quello de Il Profeta, vanta un successo passato e una stella francese ora internazionale, Marion Cotillard. Concorrono insieme per il premio più prestigioso del cinema francese, il Louis Delluc, e concorrono insieme ad un reduce di Cannes, Holy Motors, tanto bizzarro quanto discusso ma anche accettato, e insieme a un reduce di Venezia, Après Mai, che lì vinse l'Osella alla Sceneggiatura tutta basata su ricordi sessantottini e degli anni a seguire (qui recensito). Ma tra tutti questi, e tra altri, ne esce vincitore Gli Addii Alla Regina Maria Antonietta di Benoît Jacquot, regista parigino i cui film, una quarantina tra pellicole per la televisione e documentari, non sono praticamente mai arrivati in Italia. Les Adieux À La Reine, in inglese Farewell, My Queen, racconta – di nuovo – la storia di Maria “dategli le brioches” Antonietta inquadrandola nel primo giorno della Rivoluzione Francese (1789) quando tutta la corte abbandona la vita di tutti i giorni per mettersi al riparo, e si focalizza sul rapporto di devozione tra Sidonie Laborde (Léa Seydoux, la sorella maggiore nascosta tra strati di cappotti in Sister) e la sovrana (interpretata da una magrissima Diane Kruger).
In concorso all'ultimo Festival di Berlino insieme al nostro Cesare, Les Adieux era anche in lizza per il Satellite ai migliori costumi, dove non ha vinto, ed è stato preso in considerazione da pochissime altre cerimonie, incredibilmente anche da questa.
La vincitrice dell'Opera Prima, invece, Cyril Mennegun, non è proprio una matricola: ha diretto cinque documentari e un corto ed è attiva dalla fine degli anni '90. Con Louise Wimmer approda al cinema (il film è uscito a gennaio in Francia) con il primo lungometraggio di finzione, storia drammatica di una cinquantenne che si ritrova senza soldi e senza casa, considerato nel 2011 la «scoperta del Festival di Venezia».

Miglior Film
38 Témoins di Lucas Belvaux
Amour di Michael Haneke
Après Mai di Olivier Assayas
Camille Redouble (Camille Rewinds) di Noémie Lvovsky
Un Sapore Di Ruggine E Ossa (De Rouille Et D'os) di Jacques Audiard
Holy Motors di Leo Carax
La Désintégration di Philippe Faucon
 Les Adieux À La Reine  (Farewell, My Queen) di Benoît Jacquot

Miglior Opera Prima
Louise Wimmer di Cyril Mennegun

mercoledì 12 dicembre 2012

il film danese.



A Royal Affair
En Kongeling Affære, 2012, Danimarca, 137 minuti
Regia: Nikolaj Arcel
Sceneggiatura non originale: Rasmus Heisterberg & Nikolaj Arcel
Basata sul romanzo Prinsesse Af Blodet di Bodil Steensen-Leth
Cast: Alicia Vikander, Mads Mikkelsen, Mikkel Boe Følsgaard,
Trine Dyrholm, David Dencik, Thomas W. Gabrielsson,
Cyron Melville, Bent Mejding, Harriet Walter, Laura Bro
Voto: 7.6/ 10
_______________

Clicca qui per vedere il film.
_______________

Tutti a parlar bene di Uomini Che Odiano Le Donne nella prima versione cinematografica svedese, quella con Noomi Rapace pre-incontro con Ridley Scott. Ma chi ha il merito di aver trasposto meglio quel film rispetto all'americano? Lui: Nikolaj Arcel, sceneggiatore anche della miniserie in due puntate Millenium insieme al fedele amico Rasmus Heisterberg col quale quest'anno ha vinto a Berlino l'Orso d'Argento proprio per la sceneggiatura. Di questo En Kongeling Affære, “Un Intrigo Di Corte” sarebbe la traduzione più italiana da sperare, storia basata sul romanzo da noi inedito del danese Bodil Steensen-Leth basato a sua volta sulla vita del re Cristiano VII di Danimarca, re di Danimarca e di Norvegia, duca di Schleswig e Holstein, campato sessant'anni appena e morto per aneurisma cerebrale nel 1808.
Il film però non parte da lui usandolo come protagonista indiscusso; comincia con la lettera che la futura moglie e cugina, Carolina Matilde figlia di Federico di Hannover principe del Galles e della principessa Augusta di Sassonia-Gotha-Altenburg, interpretata da un'educatissima Alicia Vikander, scriverà ai figli che non vede da anni, per chiedere loro chissà cosa, dato che nella scrittura si perde a raccontare ciò che successe in modo da farlo vedere anche a noi spettatori e ritorna ad essere la voce fuori campo dopo due ore piene che noi ci siamo scordati anche qual era stata la prima scena.
Scrive ai figli chiamandoli per nome e chiedendo loro perdono cominciando a raccontare di sé: quindicenne, fu prelevata dalla sua amata Inghilterra per raggiungere la Danimarca e in tutta fretta sposare un parente mai visto, parente affetto da evidenti disturbi mentali su cui tutti avevano taciuto, che lei inviterà a entrare in camera da letto dove lui darà i primi segni di follia per poi iniziare a chiamarla «madre» dal momento che né si toccano né si parlano né si confidano: semplicemente lei lo ammonisce quando deve. Carolina, poveretta, è la Maria Antonietta del Nord-Europa: all'ingresso del sontuoso e ben ricostruito castello, dovrà abbandonare tutte le cose bannate, come fu per il cagnolino della sovrana francese, e allora lascerà sulle mensole di casa Rimbaud, Voltaire, la Filosofia contemporanea, la Poesia. Passerà le giornate a stringersi corsetti mentre il marito, in città, si farà cavalcare dalle donne delle case chiuse.
Per un fortuito caso del destino, il medico dei poveri, dottor Struensee, nome che più cacofonico non si può, sarà invitato a corte per visitare il regnante e questo, indispettito come i bambini davanti agli adulti non accondiscendenti, si chiuderà in un silenzio che solo le battute di Shakespeare sapranno sciogliere. Re e medico diventeranno, inspiegabilmente, un corpo e un'anima, con la differenza che il medico sa stare con i piedi per terra sognando la rivoluzione illuminista e il re saltella insieme al suo schiavetto negro. Struensee, interpretato da Mads Mikkelsen coi capelli lunghi, non è ben visto dai più perché tedesco e notoriamente “comunista”, diremmo oggi, e col suo potere sul re riesce a far istituire il vaccino per la plebe ed eliminare la pena di morte e addirittura ricevere una lettera firmata da Voltaire in persona.
Inutile dire che tra questo intelletualoide medico e l'infelice regina è subito colpo di fulmine, che prima resta platonicamente tale, poi si trasforma in vere e proprie corna, poi...
Il cinema non parlava del Re Cristiano dal 1935 col film inglese Il Dominatore di Victor Saville, coi pupilli di Hitchcock Emlyn Williams e Madeleine Carroll, anche quest'ultima elegante e magra e ben diversa dalla regina Carolina Matilde originale.
Tra tutte le interpretazioni di questo film, spicca quella del pazzo reale e sconosciuto Mikkel Boe Følsgaard che infatti s'è portato a casa un Orso d'Argento all'interpretazione alla faccia del ben più celebre Mikkelsen (che tanto ha la sua bella Palma d'Oro) e della Trine Dyrholm che adesso vedremo nel tremendo Love Is All You Need e che interpreta qui la Regina Madre.
Inviato dalla Danimarca in rappresentanza del Paese agli Oscar, spera come fu per The Artist l'anno scorso che tanto il nazionale Il Sospetto ben più interessante di questo faccia il suo corso senza paletti di regolamento. Ma al contrario di ciò che capitò alla Francia, non ce la faranno né con questo né con l'altro. Se non, come è già successo agli European Film Awards e ai Satellite, non venga nominato per le belle scene di Niels Sejer.

sabato 3 novembre 2012

Louis-Delluc - candidati.



Il premio cinematografico più prestigioso di Francia (più addirittura dei César) si chiama Prix Louis Delluc (in onore del cineasta capostipite dell'arte francese) e sarà consegnato il prossimo 14 dicembre a Parigi. A scegliere il miglior film del Paese, una giuria presieduta da Gilles Jacob.
L'anno scorso è stato premiato il bel Miracolo A Le Havre del folle Aki Kaurismäki che poi non ottenne neanche la nomination all'Oscar e, per l'opera prima, l'anonimo Donoma. Quest'anno questa seconda categoria non c'è. E tra gli otto film candidati per la prima, ovviamente non compare Quasi Amici (che tanto si mormora arriverà ai più grossi premi americani).
Compaiono, invece, film usciti da tutti i festival. Innanzitutto, l'Amour di Haneke che odora di vittoria, insieme a Un Sapore Di Ruggine E Ossa e il visionario Holy Motors (che esce la prossima settimana negli USA e da noi probabilmente mai dato il visionario plot) che gli facevano compagnia a Cannes; i veneziani Après Mai (titolo internazionale poco azzeccato Something In The Air) e La Désintégration (il cui regista ha esordito, guarda un po', con un film che si chiamava L'amour); il berlinese Gli Addii Alla Regina già uscito in terra americana e ancora non previsto da noi, che racconta l'ennesima storia di Maria Antonietta (interpretata da Diane Kruger);  38 Témoins (letteralmente: “38 Testimoni”; titolo inglese: One Night) che ha aperto il Festival di Rotterdam.
Belvaux e la Lvovsky hanno già vinto questo premio, nel 2003, insieme parimerito, lei con Les Sentiments e lui con la trilogia Un Couple Épatant / Cavale / Après La Vie. Carax invece ha ottenuto il riconoscimento nel 1986 con Rosso Sangue (Mauvais Sang). Audiard, più recentemente, con l'osannato Il Profeta (2009). Per Haneke, che quasi mai gira film interamente in francese (lo scorso era tedesco e il precedente americano), sarebbe la prima volta.
Rimando alle recensioni, ove i titoli sono in blu, per scoprire chi ha la vittoria in pugno. Ricapitolando, i candidati al 59° Prix Louis Delluc sono:

38 Témoins di Lucas Belvaux
Amour di Michael Haneke
Après Mai di Olivier Assayas
Camille Redouble (Camille Rewinds) di Noémie Lvovsky
Un Sapore Di Ruggine E Ossa (De Rouille Et D'os) di Jacques Audiard
Holy Motors di Leo Carax
La Désintégration di Philippe Faucon
Les Adieux À La Reine di (Farewell, My Queen) di Benoît Jacquot

domenica 8 luglio 2012

l'odore delle copie.





Womb
id., 2010, Germania/ Ungheria/ Francia, 111 minuti
Regia: Benedek Fliegauf
Sceneggiatura originale: Benedek Fliegauf
Cast: Eva Green, Matt Smith, Lesley Manville, Peter Wight,
Hannah Murray, Tristan Christopher, Ruby O. Fee
Voto: 7.9/ 10
__________

Escono questa settimana in Italia due film del 2010; uno dei due, il meno noto, ha produzione franco-tedesca e regista ungherese che noi dovremmo conoscere perché, in concorso quest'anno a Berlino62 (dov'è di casa), ha dovuto assistere alla vittoria dei nostri Taviani e quindi alla sua sconfitta, ma che con Csak A Szél s'è portato a casa un sacco di premi minori. Si chiama Benedek Fliegauf e nella sua modesta carriera di lungometraggi drammatici questo è l'unico film recitato in inglese (inglessissimo, british) e con cast di stelle internazionali: la più brava dei Dreamers di Bertolucci, Eva Green, parla fuori campo accarezzandosi il ventre gonfio (il “womb”, appunto) mentre fuori è inverno e tutto tace; parla a un uomo che non la può sentire ma non importa, lei gli parla, e poi torniamo indietro nella storia nella migliore tradizione cinematografica: la riconosciamo in una bambinetta che vive col nonno in una specie di baita nella neve dispersa nel nulla, tutta silenzi e mare freddo, bagno nella vasca bianca e mano sulla pancia nel sonno; un giorno di pioggia un ragazzetto, l'infante attore Tristan Christopher bellissimo e azzeccatissimo, le si avvicina e le dice «piacere, Thomas». Sempre tra silenzi e immagini poetiche di desolazione, i due bambini vivranno pomeriggi di tenerezza e sere di bei pensieri insieme a ciò che li circonda, tipo una lumaca che non ha mai visto la spiaggia. Lei però deve partire per il Giappone, perché sua madre ha trovato un lavoro, e andrà a vivere al settantaduesimo piano. Lui le promette di esserci, alla partenza del traghetto, e invece non c'è. Passano dodici anni e lei, che adesso è Eva Green, torna in questo posto dimenticato anche dalla gente, il nonno è morto, la casa è vuota, e cerca il Thomas con cui aveva fatto mille progetti, e lo trova in Matt Smith - celebre in UK per essere Doctor Who, figlio di Lesley Manville che spero abbiate visto in Another Year e che pur avendo tre scene in tutto è brava come poche persone. Nonostante gli anni, la laurea presa, il lavoro informatico, Rebecca (la Green) riprende a vivere quel rapporto così come l'ha lasciato, privo anche della tensione erotica che tra bambini non c'è. Poi succede un incidente, e taccio su tutta questa parte perché altrimenti il film che lo vedete a fare, ma nel “secondo tempo” (di certo inferiore al primo per forza di immagini e poesia) viene affrontato un originale tema, che non è quello della clonazione (questo ve lo dico perché ne parlano tutte le recensioni) ma quello del rapporto tra una persona e la copia di chi ha amato in passato, che adesso riveste un altro ruolo.
Da questo pensiero deriva il voto altissimo, certo più alto di quello degli altri critici. E dal rigore tecnico e soprattutto dall'algida trasposizione della solitudine e del dramma di questa donna che tira avanti da sola nel nulla. Siamo in un futuro non ben identificato, in un periodo non ben identificato, e le amicizie infantili dell'inizio, i pomeriggi di cielo grigio al mare e la consapevolezza che prima o poi parleremo di cloni non può non riportarci alla mente il bel Non Lasciarmi, titolo non letterario di Never Let Me Go, pure quello inglesissimo ma diretto da un americano su un libro giapponese.
Tanta tecnica e tante belle scene per un film che ha di buono pure i titoli di testa e di coda; grazie a Dio non arriva in Italia con questa locandina.