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domenica 4 gennaio 2015
Toy Story 4.
Muppets 2 - Ricercati
Muppets Most Wanted, 2014, USA, 107 minuti
Regia: James Bobin
Sceneggiatura originale: James Bobin
Cast: Ricky Gervais, Ty Burrell, Tina Fey, Steve Whitmire,
Eric Jacobson, Dave Goelz, Bill Barretta, David Rudman,
Matt Vogel, Peter Linz, Chloë Grace Moretz, Christoph Waltz,
Stanley Tucci, Saoirse Ronan, Miranda Richardson, Salma Hayek,
Tom Hiddleston, James McAvoy, Ray Liotta, Frank Langella
Voto: 7.7/ 10
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Avevamo lasciato Jason Segel e Amy Adams e la gang dei Muppets cantare il finale di Life's A Happy Song, la miglior canzone originale del 2012 che non vinse l'Oscar a discapito di Man Or Muppet – e da dove era finito quel film comincia questo, con lo «stop!, buona» del regista James Bobin (che resta lo stesso e si fa sceneggiatore) e gli attori che vanno verso le proprie roulotte. Ma la telecamera non è spenta: gli studios «want more» comincia a cantare Kermit, nonostante tutti sappiano che il sequel non è mai buono come il primo film, fatta eccezione forse per Toy Story 4 se Tom Hanks accettasse di prestare la voce. La prima canzone del film è anche questa volta la migliore, quella di traino e la più mirabilmente scritta (da Bret McKenzie, nuovamente in lizza per l'Academy). Seguirà uno scervellarsi di meningi su quale potrebbe essere la trama di questo nuova pellicola (che in italiano prende il numero due nel titolo che in originale manca. Riflessione: è l'ottavo muppet-movie e non il secondo ma effettivamente si può considerare il sequel del precedente, fatta inclusione di Walter). Scartata l'ipotesi di Gonzo With The Wind, Ricky Gervais propone l'idea di partire per un tour nelle maggiori capitali europee e mettere in scena il Muppet Show come tutti noi lo conosciamo, ogni sera in un teatro diverso – ma Ricky Gervais è un super-cattivo dal riassuntivo cognome Badguy, secondo solo alla rana Constantine, dalle fattezze stesse di Kermit con solo un neo in più in faccia. Rinchiuso nel più sorvegliato, severo e gelido gulag della Siberia, tenuto sott'occhio da una russa Tina Fey (cercatela ne I Muppets Venuti Dallo Spazio, 1999) Constantine riesce a scappare e a farsi sostituire dal più celebre puppet previa appiccicatura di puntino sulla bocca. Con lo scagnozzo Numero 2 e i Muppets totalmente ignari dello scambio di persona (nonostante il leggero accento, ma felici di un regista che li lasci allo sbaraglio), il Muppet Show Tour europeo va avanti e sempre sfiorando banche, musei, depositi di celeberrimi capolavori d'arte che vengono cadenzatamente rubati. Interverrà l'investigatore Ty Burrell, da Modern Family con furore – o, meglio, scandale – con un'altra canzone estromessa dall'Oscar e molto più divertente nella versione allungata, Interrogation Song. Per questa trama, la troupe dietro ai Muppets disneyani si adagia su una storiella non particolarmente originale ma che bene incarna i valori e le narrazione tipiche Disney, e dà il meglio di sé su due fronti: quello delle battute, che vanno dai riferimenti alla televisione americana all'ilarità sulle inquadrature nei film di genere – e quello dei cameos, di cui Lady Gaga e Tony Bennett cantano all'inizio. Come ogni puntata del Muppet Show che si rispetti, l'ospite deve essere celebre e pertinente, e qui abbiamo Christoph Walz a Berlino, Salma Hayek in Spagna, Saoirse Ronan a Londra. Le altre celebri comparsate vanno e vengono a partire tra gli attorini di Disney Channel tra Danny “Machete” Trejo e Miranda Richardson e culminano in Josh Groban rinchiuso in una gabbia di isolamento che canta attraverso la finestrella quando ce n'è bisogno, o Céline Dion che canta quando Miss Piggy pretende un medley delle sue canzoni. Uscito senza gli incassi del precedente a marzo negli Stati Uniti, sarebbe dovuto arrivare da noi senza data, poi annullata, ed è finito la sera del 20 dicembre su Sky Cinema HD. D'altro canto non siamo mai andati oltre alla seconda stagione dello Show.
martedì 3 dicembre 2013
BN 3.0.
Blancanieves
id., 2012, Spagna, 104 minuti
Regia: Pablo Berger
Sceneggiatura originale: Pablo Berger
Liberamente basata sulla fiaba dei fratelli Grimm
Cast: Daniel Giménez Cacho, Maribel Verdú, Sofía Oria,
Macarena García, Inma Cuesta, Ángela Molina
Voto: 8.5/ 10
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Da una parte una ballerina di flamenco, bellissima, figlia della benvestita Ángela Molina; dall'altra un matador, celeberrimo, invincibile. Di mezzo, un pancione, dalle seggiole dell'arena, per il quale lui combatte il toro. Ma il copricapo lanciato e finito in terra invece che tra le mani dell'amata è un segno: lei stringe il pendente della collana e il toro lo trafigge. Ma non sarà lui ad avere la peggio: distrutta dalla preoccupazione e partoriente precoce, morirà dando al mondo la figlia Carmencita, vezzeggiativo del suo nome, che la nonna crescerà fino a che ne avrà le forze, tra pizzi e merletti, cibo fatto in casa e il gallo Pepe. Il padre, vivo ma costretto alla sedia a rotelle, con mani e piedi paralizzati, pare non la voglia vedere perché gli ricorda troppo il viso della moglie perduta. In realtà è la nuova moglie, l'infermiera che lo accudiva, a dettare legge in casa. Casa in cui la piccola Carmencita si dovrà trasferire dopo la dipartita della nonna, e in cui sarà costretta a fare i mestieri più difficili. Più che Biancaneve, sarà una Cenerentola cenciosa divisa tra la stalla in cui dorme e i panni che stende, tra i quali si esercita a fare la torera come il padre le insegnerà negli incontri segreti che si concederanno. Sarà costretta a scappare, incontrando un manipolo di circensi nani, matador pure loro, tra i quali, a sorpresa, si nasconderà il Vero Amore, che per una volta non è un principe... Per una volta, non è neanche il completo lieto fine a chiudere il cerchio. La fiaba, spagnolissima che più non si può tra ambientazioni, costumi, la corrida, i veli in testa degli anni '20, nonostante il titolo, come dicevo, racchiude in sé tutti gli archetipi della Fiaba, per questo si intravede Cenerentola oltre che una piccola Alice che si imbatte in personaggi bizzarri, prima che la matrigna dica «Pollicino». Quest'ultima, una splendente Maribel Verdú, era la serva in casa del generale Franco in un altro capolavoro ispanico, Il Labirinto Del Fauno; qui ribalta il personaggio, costringendo la bambina a vedere il suo gallo sgozzato, rovesciando in faccia al marito l'acqua che ha chiesto, facendo bondage in una delle stanze del palazzo con l'amante. È il Cattivo per eccellenza, esagerato nella sua cattiveria e umanizzato nelle solite passioni che i cattivi hanno: la moda, la foto in copertina. Non c'è uno specchio delle brame ma ci sarà la mela fatale, che non sarà rossa ma evidentemente molto più chiara, perché altrimenti non spunterebbe in tutto questo bianco e nero. Perché il film in bianco e nero è, e muto. Ci risiamo: la moda lanciata da The Artist, sì. E invece, questo, pare essere uno sbeffeggiamento del film francese, che raccontava pure una storia già vista (Cantando Sotto La Pioggia) e lo faceva in silenzio e in bianco e nero. Ma il trucco svelato della parola alla fine, là, era sintomo di una perfezione non raggiunta, mentre in questo caso la cura alla riproduzione di una pellicola anni '20, dell'espressionismo tedesco, è nettamente maggiore: le dissolvenze incrociate, le sovrapposizioni di immagini, i raccordi tra uno stacco e l'altro con una forma geometrica o un'immagine, e poi il montaggio svelto da più camere, le piccole differenze tra un'immagine e l'altra, e soprattutto l'uso della musica non solitaria ma punteggiata da effetti quali la campanella, l'applauso... L'occhietto strizzato a The Artist è evidente anche nell'animaletto da compagnia, non più il cane ma il pollo, anche se, ammetto, i due interpreti di quello erano forse più calati nella parte di questi. Sebbene abbiano quasi tutti vinto (o si siano candidati a) un Goya – oltre agli altri otto che la pellicola ha ricevuto, incluso il Miglior Film, e per questo fu, esattamente un anno fa, la scelta spagnola per gli Oscar – altra provocazione a The Artist. Non ce la fece: ed esce, come tutte le cose belle, nelle nostre sale solo in cinque copie.
lunedì 25 febbraio 2013
Oscar 2013 - vincitori.
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domenica 24 febbraio 2013
Oscar 2013 - predictions.
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venerdì 22 febbraio 2013
la sopravvalutata penetrazione.
The Sessions - Gli Incontri
The Sessions, 2012, USA, 95 minuti
Regia: Ben Lewin
Sceneggiatura non originale: Ben Lewin
Basata sull'articolo On Seeing A Sex Surrogate di Mark O'Brien
Cast: John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy,
Moon Bloodgood, Annika Marks, Adam Arkin, Rhea Perlman
Voto: 7/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
attrice non protagonista
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«Aveva un uccello così grosso che credevo non entrasse».
«Perché lo chiami uccello e non pene?».
«Perché pene sembra il nome di un vegetale che ti fa schifo mangiare».
Un dialogo come questo, nonostante viviamo nella società in cui viviamo, fa ancora roteare gli occhi delle dame composte e saltare l'ormone dei fanciulli in fiore (e drizzare la dote di certi vecchini che al cinema alle tre vanno non per il film). Però un dialogo come questo, insieme ai nudi integrali di Helen Hunt che arriva agli Oscar per la seconda volta dopo aver vinto quello del 1998 di Qualcosa È Cambiato, in questo film fatto di scene tristi e poesie d'amore, c'è, e non per poco. Ed è il merito della pellicola: mantenere un decoro senza scadere mai né nella volgarità né nel grottesco dato il tema base, e quello di contorno: storia vera del poeta e giornalista Mark O'Brien, quasi-del-tutto paralizzato dal collo in giù per colpa di una poliomelite maturata dall'età di 7 anni – dopo una badante un pelo violenta e molto scontrosa decide di pubblicare l'annuncio per una giovanotta che sia anche interessata alla scrittura, e di questa prima fanciulla il buon Mark, in grado di muovere solo la testa sulla sua lettiga e confinato per i due terzi del giorno in una gabbia di ferro che lo fa respirare, si innamora perdutamente. Lei, turbata, come tutte le donne turbate in amore (...), scapperà. Le succederà la cino-americana Vera, autrice della frase di cui sopra, interpretata dalla Moon Bloodgood di Terminator, con la quale Mark deciderà di avviare una terapia sessuale mediata da un'esperta del campo (Helen Hunt), che di mestiere fa questo: iniziare (o far continuare) i disabili al sesso, in massimo sei sedute distribuite per tappe, molto diversamente da quanto farebbe una prostituta, che «è interessata a rendere il cliente fisso». Si inserisce nella vicenda anche il prete della parrocchia di quartiere, un poco credibile William H. Macy dai lunghi capelli e dalla birra in mano (e sigaretta in bocca), che porta lo humor del film che quindi tocca tutti i temi più scomodi del mondo: il sesso, la disabilità, la religione, la morte. Ma nessuna polemica: perché dietro la macchina da presa c'è il melenso e televisivo Ben Lewin, australiano, disabile ma solo da stampelle, regista di episodi da Il Tocco Di Un Angelo e Ally McBeal e, per il cinema, Un Pesce Color Rosa e La Misteriosa Morte Di Georgia White (mai sentiti?, neanche io). Lewin parte malissimo: immagini di repertorio del “vero” O'Brien in lettiga che si avvia per l'università mentre un cronista racconta dell'ultima poesia pubblicata e mentre i titoli di testa vanno; poi: voce fuori campo, interno sera con gatto e starnuto trattenuto, dialoghetti alla Dawson's Creek con salti temporali eccessivi. Ma poi s'aggiusta, e le confessioni in chiesa che si mischiano all'episodio narrato (cronologicamente indietro) sono un buon espediente per tenere la suspance. Peccato per il cerchio non chiuso – del receptionist con Vera, sottolineatura delle minoranze etniche che tendono a copulare con individui della propria specie – e per il finale da filmetto TV desideroso di far piangere la casalinga di turno. Ma, nel complesso, un film che batte di gran lunga il molto più composto e pudico Hope Springs e che regala due performance (quelle della Hunt e di Hawkes, che è comparso dal nulla con Un Gelido Inverno e adesso non ce lo perdiamo più) che valgono ogni scena – ma non in italiano.
martedì 19 febbraio 2013
il plebiscito.
No
id., 2012, Cile, 118 minuti
Regia: Pablo Larráin
Sceneggiatura non originale: Pedro Peirano
Basata sullo spettacolo teatrale El Plebiscido di Antonio Skármeta
Cast: Gael García Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers,
Luis Gnecco, Néstor Cantillana, Jaime Vadel
Voto: 7.9/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
film straniero
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Il buon Gael García Bernal che tanto ha sofferto a interpretare il miglior ruolo della sua carriera dal quale non ce lo stacchiamo più (i miglior ruoli: Ángel, Juan e Zahara de La Mala Educación) e che è poi passato per dei mostri sacri del cinema quali Iñárritu e Gondry e qualche scemenzuola per pagarsi le bollette (Letters To Juliet, Il Mio Angolo Di Paradiso), è da un po' che concede la fama del suo nome a piccoli film (a volte microscopici) tipo l'americano The Loneliest Planet di Julia Loktev della scorsa stagione e questo cileno No di Pablo Larraín – che se ci sforziamo ci ricordiamo di aver già visto al Festival di Torino del 2008 dove presentava il suo precedente Tony Manero con sempre Alfredo Castro nel cast.
E per calarsi nel clima degli anni '80 il buon Gael si fa crescere i capelli di dietro e impara quattro termini tecnici dei pubblicitari, non quelli alla Mad Men in completo e whisky ma quelli ex hippy che montano giovinette in tuta che ballano sui ponti insieme a famiglie sorridenti davanti al microonde e vogliono portare l'allegria al Cile, schiacciato da una dittatura che al primo sguardo sembra utile ai più ma nasconde anni di torture e di censure e di ricchezze sporche. Il popolo è quindi invitato a presentarsi alle urne per rispondere “sì” o “no” alla domanda: vuoi che Augusto Pinochet continui a guidare il Paese? E il buon Gael è clandestinamente chiamato a lavorare alla campagna che spinge al “no”. Quindici minuti televisivi da riempire ogni giorno, manifesti, loghi, spot, slogan, jingle. Insomma tutto ciò che stiamo vivendo con l'attuale campagna, con la differenza che quella si basa su valori veri, su messaggi significativi, non sulle facce dei candidati e il bollino del partito; e con la somiglianza dell'opposizione, sempre pronta a rispondere all'avversario ricalcando la pubblicità, trovandone i difetti, cambiandola di significato. Siamo ne Le Idi Di Marzo latino-americane dove il gruppo con meno denaro e meno amici ai piani alti si vede lanciare i sassi contro le finestre, il telefono squillare nella notte, le minacce fioccare. Siamo in una sceneggiatura molto ben gestita che procede in climax verso il plebiscito finale, verso dei dati sempre cangianti, mentre queste formichine si vedono inghiottire da un meccanismo decisamente più grande di loro ma che a noi spettatori non sembra: perché il film è girato con una specie di telecamerina da supermercato i cui colori non si sovrappongono come dovrebbero perciò pare di essere davvero davanti a qualcosa che negli anni '80 fu fatto (precisamente, è l'88), e oltre alla fotografia e alla grana della pellicola ci sono un buon uso degli esterni e le scene, i costumi, gli arredi. Completamente calati nell'epoca della coda di cavallo sciolta, vediamo sforzi e gioie della minoranza che si affida a canzoncine tremende («Cile, l'allegria sta arrivando!») per cui siamo logicamente portati a parteggiare per loro (e non per l'oro) puntando il dito contro un dittatore che promette lavoro ai poveri e sicurezze agli ammalati in cui logicamente non crediamo. Il lieto fine è dietro l'angolo e la felicità e contentezza in cui tutti vissero pure, cose scontate già da metà; ma c'è un finale a sorpresa lo stesso, che non aggiunge niente a noi spettatori che guardiamo ma ci fa capire come in realtà non sia tutto rose e fiori per il buono e bravo e geniale Gael, che ha passato una vita a pensare ai modi in cui le aziende possano trarre benefici televisivi e che dopo essersi concesso alla vita, al popolo, alla Democrazia, non riesce più a non guardare indietro.
venerdì 15 febbraio 2013
giovedì 7 febbraio 2013
Directors Guild Awards - vincitori.
Ben Affleck diventa il terzo regista nella storia (di un lustro e quindici anni) dei Directors Guild Of America Awards a vincere il premio come Miglior Regista per un lungometraggio di finzione a non essere neanche candidato all'Oscar lo stesso anno per la stessa categoria e lo stesso film. Stessa cosa, sappiamo, è successa alla sua più acerrima rivale di questa stagione di premi, la Kathryn Bigelow che nel 2009 questo premio lo vinse per The Hurt Locker contro il suo ex marito regista di Avatar; in 65 anni di premi, è successo quattro volte che il regista vincitore non vincesse poi l'Oscar ma era dal '95 che il nome risultava proprio assente dalla cinquina dei papabili (era, quell'anno, Ron Howard con Apollo 13). A questo punto le chance di Steven Spielberg sono altissime, anche se inizia a mormorarsi una possibile salita sul palco per il penultimo premio della sera (del 24 febbraio) per Ang Lee: sarebbe il terzo Oscar della categoria per il regista coreano (dopo La Tigre E Il Dragone e Brokeback Mountain), e sarebbe in realtà il terzo anche per Spielberg che però anno dopo anno digerisce male piogge di nominations che non concludono nessuna statuetta. Il suo Il Colore Viola dell'84 ebbe 11 candidature senza quella alla regia che qui ai DGA in realtà nel 1985 vinse, a chiudere il cerchio – o aprirlo – in cui è caduto anche Ben Affleck, il quale ha dichiarato, all'incontro dei candidati all'Oscar del giorno successivo a questo premio (dove ha presieduto in quanto produttore di Argo) che non è importante la non-nomination: ha passato troppi anni a guardare la cerimonia da casa. Ricordiamogli però che è un attore, e il primo Oscar l'ha vinto per una dubbia sceneggiatura.
I vincitori e i candidati ai 65esimi Directors Guild Awards per il cinema di finzione e documentario sono di seguito mentre per le categorie televisive (in cui vince, tra gli altri, a sorpresa, la ventiquattrenne Lena Dunham per Girls) rimando al sito ufficiale.
Regia di Film
Ben Affleck per Argo
Kathryn Bigelow per Operazione Zero Dark Thirty
Ang Lee per Vita Di Pi
Tom Hooper per Les Misérables
Steven Spielberg per Lincoln
Regia di Documentario
Malik Bendjelloul per Searching For Sugar Man
Kirby Dick per The Invisible
David France per How To Survive A Plague
Lauren Greenfield per The Queen Of Versailles
Alison Klayman per Ai Weiwei: Never Sorry
domenica 3 febbraio 2013
go Eagles!
Il Lato Positivo
Silver Linings Playbook, 2012, USA, 122 minuti
Regia: David O. Russell
Sceneggiatura non originale: David O. Russell
Basata sul romanzo L'orlo Argenteo Delle Nuvole di Matthew Quick (Salani)
Cast: Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Robert De Niro
Jacki Weaver, Chris Tucker, Julia Stiles, Anupam Kher
Voto: 7.8/ 10
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Candidato a 8 Premi Oscar:
film, regia, sceneggiatura non originale, attore, attrice,
attore non protagonista, attrice non protagonista, montaggio
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Il problema dei premi e dei film americani e dei film americani che vengono distribuiti tardi in Italia (questo esce a marzo) e delle distribuzioni internazionali è il seguente: si arriva davanti al film dopo che questo ha vinto un Golden Globe, cinque Satellite, un SAG, tre Critics' Choice, è stato candidato a cinque Spirit, tre BAFTA e otto Oscar ed è la prima commedia (se la vogliamo effettivamente definire commedia) dopo decenni ad ottenere così tante nominations (ci hanno provato Le Amiche Della Sposa, Midnight In Paris, Juno e Little Miss Sunshine ultimamente) e soprattutto è il primo film dopo 31 anni ad ottenere le candidature di tutti e quattro gli attori nelle quattro rispettive categorie, raggiungendo i traguardi di Un Tram Che Si Chiama Desiderio e Viale Del Tramonto.
Bene dunque, consapevoli di tutte queste cose arriviamo al film con quella cosa tremenda che si chiama aspettativa – e siccome non abbiamo letto il libro di Matthew Quick che in Italia non ha letto nessuno, non abbiamo neanche idea di quale sia la trama. E il film comincia, con Jacki Weaver (la sconosciuta di cui tutti mormorarono che ebbe una nomination all'Oscar nella stessa categoria un paio di anni fa per l'australiano Animal Kingdom, e che con questo film non è stata nominata a niente, solo all'Oscar) con Jacki Weaver dunque che va in clinica a recuperare il figlio Bradley Cooper (che sta mille volte meglio coi capelli corti) ricoverato per disturbi mentali di bipolarismo e aggressività improvvisa e se lo porta a casa dove il padre Robert De Niro non lo sta ad aspettare perché non ne sa nulla. Bene dunque: non ci ricorda niente, questo incipit? E se non è l'incipit a ricordarcelo ci penserà lo sviluppo della trama poi: siamo di fronte alla stessa identica struttura narrativa di Little Miss Sunshine solo che non c'è un tentato suicidio né un nipote volontariamente muto. Ci sono, però, bizzarre dinamiche familiari fatte di superstizioni per la posizione dei telecomandi e la maglia indossata in casa che portano gli Eagles a vincere o meno e quindi De Niro a guadagnare i soldi scommessi o a perderli; ci sono dei risvegli notturni alla ricerca spasmodica del filmino del matrimonio dal ripostiglio perché Cooper – che qui si chiama Pat, diminutivo di Patrizio, nome così splendido che l'omonimo padre l'ha dato pure al figlio – è sposato e anche se ha il divieto legale di avvicinarsi alla (ex?) moglie che lo tradì con un collega insegnante in tempi andati, lui non fa che pensare a lei, parlare di lei, desiderare lei ed essere certo che finiranno tra le rose.
Proprio per questa fissazione gli amici-più-o-meno-vicini di casa lo invitano a cena e gli presentano colei che, «abbastanza grande da essere sposata ma non abbastanza da andare in manicomio», ha appena perso il marito e diciamo che non l'ha presa proprio bene, e non ci sta proprio con la testa. Il pazzo cerca il pazzo e il pazzo trova, e le loro conversazioni non rendono il film una commedia (lo fanno, molto di più, le scene in casa) ma un dramma romantico perché sappiamo, noi lo sappiamo, che lui è sposato e ama la moglie ma.
Il parallelismo con Little Miss Sunshine si completa con una performance finale di ballo alla quale partecipa emotivamente tutta la famiglia che finirà poi con l'accontentarsi del risultato che viene, dilettanti tra i professionisti che cercano altro.
In tutto questo, Bradley Cooper brilla più di Jennifer Lawrence anche se è lei che potrebbe vincere l'Oscar (lui non ha speranze) perché il suo personaggio è schizzato in un modo credibile, dice ciò che pensa sempre e comunque, urla se sente una canzone, mentre lei racconta esperienze passate che sfiorano il demenziale, è sola in un modo tenero e detesta ciò che poi, scopriremo, conosce a menadito.
Una non-commedia da andare a vedere, quindi, senza pretese, senza aver visto Little Miss Sunshine, per scoprire un meraviglioso e inaspettato Robert De Niro, una Jacki Weaver tutta cucina e compostezza nel quartiere e una coppia che sullo schermo, chi l'avrebbe mai detto, funziona, e funziona, chi l'avrebbe mai detto, grazie al David O. Russell che ci ha fatto sputare sangue col truce e trucido The Fighter due anni fa.
sabato 2 febbraio 2013
for your consideration: best supporting actress.
Non ho resistito, sono incappato in questo video e per coerenza con la recensione precedente ho dovuto pubblicarlo: perché ho riso quasi ad ogni frase.
Come se ce ne fosse bisogno, Alberto Belli (regista messicano di cortometraggi e figlio di italiani emigrati) impacchetta un'altra versione di I Dreamed A Dream in cui la protagonista (una Anne Hathaway interpretata da Emma Fitzpatrick, la Sharon di The Social Network che vedremo a breve nell'horror The Collection) ricorda alla giuria dell'Academy dei chili che ha perso, il nuovo taglio di capelli che ha accettato, la sfiga del personaggio che interpreta. «Consider me on Oscar night» esordisce il ri-arrangiamento di Robert Hill, che non a caso prende il titolo For Your Consideration che si stampa solitamente sulle locandine e sui banner di questo periodo per ricordare le categorie in cui si sono ottenuti premi e nominations (più o meno veramente); ma, come dicevo, qui non ce ne dovrebbe essere bisogno: migliore attrice non protagonista ai Golden Globes, SAG Awards, Critics' Choice Awards, l'ex Pretty Princess ed conduttrice degli Oscar di due anni fa con James Franco, Anne Hathaway ha la strada spianata che solo Sally Field potrebbe intralciarle – ma la Field, di Oscar, ne ha già due.
giovedì 31 gennaio 2013
un rumore innaturale.
Lincoln
id., 2012, USA, 150 minuti
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura non originale: Tony Kushner
Basata sul romanzo Team Of Rivals di Doris Kearns Goodwin
Cast: Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones,
David Strathairn, Joseph Gordon-Levitt, Hal Holbrook,
John Hawkes, Jakie Earle Haily
Voto: 7.9/ 10
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Candidato a 12 Premi Oscar:
film, regia, sceneggiatura non originale, attore, attrice non protagonista,
attore non protagonista, montaggio, fotografia, costumi, scenografia,
colonna sonora originale, mixaggio sonoro
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Anche quest'anno Steven Spielberg non riesce ad essere assente agli Oscar. Dopo le cilecche di tutte le cerimonie precedenti (l'anno scorso War Horse su 6 nominations non ha vinto niente; stesso anno Tintin una nomination e niente; nel 2005 Munich 5 nominations e niente; prima ancora La Guerra Dei Mondi 3 nominations e niente; Prova A Prendermi 2 nominations e niente; Minority Report una nomination e niente; A.I. 2 nominations e niente) (e bisogna andare indietro al 1998 per contare i 5 Oscar vinti da Salvate Il Soldato Ryan tra cui quello personale alla regia) e proprio per le suddette cilecche è stato infilato in una categoria, quella della Miglior Regia, completamente potata dei possibili vincitori per cui se la gode contro un austriaco e uno appena trentenne. Perché questo Lincoln è stato elogiato già dalla sua prima proiezione in patria proprio per il suo essere uscito contemporaneamente a Zero Dark Thirty che ha scatenato le bufere, e ha rappresentato, ecco, ciò che l'America vuole vedere: un film ai limiti del documentario, e non ai limiti del fascismo. Infatti, dopo aver plagiato le menti dei bambini con l'epopea gerrigliera di War Horse raccontando l'amicizia tra un soldato e il suo cavallo che passa dalle truppe americane a quelle tedesche con qualche morto e senza nessuno stupro, Spielberg annulla se stesso e ciò che ha sempre fatto nella vita, e cioè del cinema, il cinema vero, quello dove la camera da presa rende lo spettacolo in sala, quello con le panoramiche di mondi inesplorati e creature che non esistono e musiche storiche e picchi emotivi e si cela dietro una sceneggiatura ai limiti dello storicismo (di colui che scrisse Angels In America in tutte le sue declinazioni, Tony Kushner, super-favorito nella categoria agli Oscar) di cui è molto difficile cogliere ogni dettaglio e ogni battuta e ogni riferimento politico se non si conosce, ancora una volta, l'America e il suo passato, e si cela soprattutto dietro la schiera di attori, nomi immensi del cinema dei decenni scorsi e probabilmente di quelli che verranno, e fa in modo che Daniel Day-Lewis («il più bravo di tutti» riporta Vanity Fair) si doni a noi in tutto il suo splendore e in tutta la sua esagerata altezza, con una voce italiana (di Pierfrancesco Favino) ai limiti del macchiettistico, fa in modo che Sally Field (la Norma Rae che Anne Hathaway ha ricordato sul palco dei Golden Globes) prenda anima e corpo di una moglie che «passerà alla storia come una donna pazza», che Tommy Lee Jones renda ironiche le scene più politicamente profonde e ci porti verso un finale che forse non ci aspettavamo, e recupera dal quasi-dimenticatoio gli ex candidati Jakie Earle Haily (per un film bellissimo che si chiama Little Children che non arrivò mai in Italia) e John Hawke (per Un Gelido Inverno) e Hal Holbrook (per Into The Wild) dimostrando che almeno in questo, nella capacità di saper gestire gli attori, di sceglierli al meglio, in questo è ancora capace (ricordiamo che per War Horse prese Jeremy Irvine che per carità, un musetto tanto caruccio ma abbiamo avuto la conferma delle sue doti in Grandi Speranze). E così, di fianco al regista che non si vede, che si concede anche l'attore del momento, il Joseph Gordon-Levitt in sala anche con l'altro film dell'anno, Looper, a nascondersi per bene è pure il suo storico compositore, John Williams, che con altre due candidature toccherà la soglia delle 50 (cinquanta!) nominations e tutti gli rideremo dietro perché ne ha vinti solo cinque.
C'è bisogno di raccontare la trama? Siamo alla fine della guerra che ha scorticato l'America dal di dentro e siamo anche alla fine della presidenza di Abramo Lincoln, al suo secondo e ultimo mandato. Il presidente tanto amato dal popolo di cui Spielberg sottolinea l'amore per gli aneddoti anche immotivati, il presidente che mise mano al tredicesimo emendamento, rendendo così questo film degno successore di Django perché dove quello parlava cruentemente di ciò che la schiavitù fa, questo parla di ciò che non dovrebbe fare, e ce lo racconta tra le aule di tribunale e gli uffici di delegati, sempre tra completi impeccabili e pizzi addosso alle signore. È ancora il cinema da-nominations-agli-Oscar di Spielberg ed è ancora un auto-elogio dell'America. Ma a differenza di tutti i precedenti, questo non pare neanche un film. A tenerci tesi, in sala, c'è solo una scena, ben costruita, solo una piccola parte, quella del voto; tutto il resto, è puro materiale per gli amanti della battuta fine e delle cronache estere.
sabato 26 gennaio 2013
per Dio, per la nazione.
Zero Dark Thirty
id., 2012, USA, 157 minuti
Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura originale: Mark Boal
Cast: Jessica Chastain, Joel Edgerton, Chris Pratt, Jason Clarke,
Kyle Chandler, Jeremy Strong, James Gandolfini
Voto: 9.2/ 10
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Candidato a 5 Premi Oscar:
film, sceneggiatura originale, attrice,
montaggio, montaggio sonoro
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Il film, ci viene detto all'inizio, è una ricostruzione più o meno fedele basata «su testimonianze» reali. Prima polemica: certi membri dell'Intelligence americana hanno rivelato un po' troppo allo sceneggiatore Boal che ha ricostruito troppo fedelmente la vicenda (che però – attenzione! – è sceneggiatura originale). Con più di cinque ore di girato, i montatori Goldenberg & Tichenor (il primo montatore anche di Argo) hanno sforbiciato la pellicola quasi documentaristica sotto il comando della tanto elogiata Bigelow che ha reso quindi il prodotto più cinematografico possibile, addirittura troppo: perché questo continuo parlare di Storia, di docu-fiction, di trasposizione del reale, distoglie il pubblico da ciò che sta in realtà guardando: un film. Il solito film americano con la C.I.A., con una protagonista determinata contro cui tutti alzano le sopracciglia, che ostinatamente sottolinea la sua ragione e, ovviamente, poi l'ha vinta. Per cui, per questa carica di realismo (non realtà) l'uscita del film è stata posticipata fino a dopo l'elezione alla Casa Bianca – perché nella pellicola c'è un piccolo Obama che parla in televisione, e la scelta di ciò che dice ha suscitato altre polemiche. Con le nominations ai Golden Globe e il riscatto della regista che per The Hurt Locker non aveva ricevuto nessuna candidatura (e poi 6 Oscar) le prime recensioni sono fioccate (contemporanee al buonista Lincoln) ed ecco i paragoni: quello è il solito film di Spielberg tutto merletti e questo è un film-non film che parla di una cosa troppo recente. La cosa, recente, dovrebbe rendere orgogliosi gli americani, che tanto ci hanno (giustamente, per carità) fracassato le palle con l'11 settembre: quell'episodio li vedeva sconfitti e questo li vede vincitori. Ma no: certa stampa inglese di sinistra l'ha decretato «ai limiti del fascismo»; la C.I.A. è intervenuta (personalmente?) per evidenziare come la scena d'apertura, la tortura su un prigioniero pakistano, sia troppo esagerata o esageratamente dura, che certe pratiche torturatorie non vengono mica usate più.
Bene, in tutto questo, allo spettatore medio, allo spettatore italiano che non ha capito niente di Syriana, che non sta ad ascoltare cosa dice Obama che passa in TV quattro secondi in una scena, che non ha idea di come funzioni la C.I.A., che differenza ci sia con l'Intelligence e quanto sia alto il patriottismo americano, il film sembrerà un film normale, e non una docu-story, un film di spionaggio «meno bello di Argo» (con cui condivide anche il compositore che pare riciclare gli spartiti de L'uomo Nell'ombra) perché meno popolano, meno popolare, fatto non per il pubblico ma per il cinema, il cinema quello vero che, guarda un po', Kathryn Bigelow ha scoperto (e noi abbiamo scoperto lei) quando ha lasciato la fede nuziale e l'aiuto di James Cameron e ha raccolto dalla strada uno sconosciuto Mark Boal che tutto ciò che aveva fatto nella vita era stato scrivere il soggetto di Nella Valle Di Elah. Insieme, hanno raccolto tutto questo «materiale» di cui sopra che ha permesso di ricostruire questa (dolorosa) (ambigua) (accusata) storia che ha coperto dieci anni di operazioni americane durante le quali basi segrete e rifugi nel deserto del Medio Oriente non sono bastati ad avere informazioni su attentati andati a buon fine (e c'è l'errore del numero d'autobus inglese) e mandanti di quegli attacchi. Viene quindi mandata là la giovanissima Maya, una Jessica Chastain (attrice dell'anno scorso e, a vederla nel primo e secondo film in classifica, anche di questo) di cui non sappiamo niente, se non che è stata chiamata «per un motivo che non è permesso rivelare» nell'organo segreto nazionale quando ancora era al liceo, ma in fondo questa è la sua prima vera operazione. Convinta di aver capito dove si nasconda Osama Bin Laden, cerca di convincere chi la circonda, senza molti successi. E il femminismo delle inquadrature si contrappone alla carica virile del film precedente, mostrandoci però che la Bigelow è tanto abile a gestire una solitudine femminina quanto a scavare nell'animo patrizio con la magistrale, sopraffina, impeccabile scena finale della missione, in cui i militari si guardano a vicenda elencando la gente che hanno dovuto ammazzare, cercando di convincere più loro stessi che gli altri. Ne segue un giusto finale, che dopo un film a tratti “facile” e quasi “usuale” nelle immagini (la Chastain non ha poi un così grandioso personaggio) resta sempre alto a livello di tensione (ricordo: racconta di dieci anni) e lascia poi un vuoto tra il petto e la gola perché non c'è spazio a nessuna celebrazione, nessuna gloria. Ciò che si doveva fare è stato fatto.
Анна Каренина.
Anna Karenina
id., 2012, UK, 129 minuti
Regia: Joe Wright
Sceneggiatura non originale: Tom Stoppard
Basata sul romanzo Anna Karenina di Lev Tolstoj
Cast: Keira Knightley, Aaron Taylor-Johnson, Jude Law,
Domhnall Gleeson, Alicia Vikander, Olivia Williams, Emily Watson
Voto: 9/ 10
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Candidato a 4 Premi Oscar:
colonna sonora originale, fotografia, scenografia, costumi
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“Tutte le famiglie felici sono più o meno diverse tra loro” esordisce persino Vladimir Nabokov in Ada O Ardore (Adelphi, 2000) a dimostrazione di come la fama di quel suo compatriota romanzo sia mondiale e intramontabile, già portato al cinema tredici volte (due volte, una muta e una sonora, con Greta Garbo) e altrettante in TV, e tutte le volte a ripetere che «è meglio il libro», che «è sempre meglio il libro». E così per quest'ennesima trasposizione di cui non sentivamo assolutamente il bisogno, che tanto finisce pure 'sta volta che è meglio il libro, Joe Wright, il regista di Espiazione e Orgoglio E Pregiudizio (uno a cui, come alla Knightley, piace insomma ri-leggere cose antiche, e non mi sorprenderebbe scoprire che la prossima collaborazione sarà per Madame Bovary) – e attenzione, il manifesto non riporta i flop Hanna e Il Solista – fa ciò che nessuno, purtroppo, fa mai: interpreta. Rinnova. Cambia. S'ingegna. E come si vede dal manifesto, come si vede dalla prima, apparentemente banale, scena, infila tutto in un teatro. Tutta Mosca è nel teatro. Tutta San Pietroburgo. E quando uno se ne va da San Pietroburgo, se ne va dal teatro. E con l'incipit capiamo tutto: capiamo che le scenografie saranno meglio di quelle di Ferretti & Lo Schiavo per Hugo Cabret, capiamo che l'ennesima colonna sonora classicheggiante del nostro Dario Mrianelli è bella più delle precedenti, capiamo che questa volta, a differenza dei precedenti, ci sarà un gusto estetico diverso, poetico nel muovere la telecamera, nell'incastrare gli elementi e i personaggi in questo teatrino delle marionette in cui riesce a starci, addirittura, il treno intero, addirittura l'ippodromo, l'opera, il teatro dove Anna (la Keira Knightley che ormai non vediamo in jeans da diec'anni) ama far vita mondana a discapito della reputazione del marito Jude Law, barbuto e con gli angoli della bocca sempre in giù, ma tanto buono, tanto caro.
La storia, ci è nota (immagino) (spero): moglie regale con figlio, Anna Arkadievitch Karenina parte tra la neve per raggiungere la sorella che questa volta, ha deciso, lascerà il marito dopo l'ennesimo tradimento. La convince ancora una volta a non demordere, a tenere saldo il legame, perché l'amore vince sovrano anche su queste minuzie. E si imbatte, prima in treno e poi a un ballo al quale aveva deciso di non partecipare, in quello che potrebbe essere il futuro marito di sua cugina Kitty, giovane e bionda e inglese ma che abbiamo visto nel candidato all'Oscar A Royal Affair (Alicia Vikander). Scena magistrale: il ridicolo ballo del tempo incanta tutti i presenti lasciando Anna e Andrej da soli, al centro della sala, sotto lo sguardo in realtà di tutti, mentre la telecamera gira, gira, e conduce ancora una volta a un treno, in fuga da una tentazione che però correrà poco dopo a cavallo. Lo scandalo è dietro l'angolo e il danno è praticamente fatto, ché tra un pacato e barbuto Jude Law e un giovane e biondo Aaron Johnson (che qui prende anche il cognome della compagna e regista Sam Taylor, 46enne) (lui ha 22 anni) non c'è paragone: si ameranno un po' con sensi di colpa un po' senza, un po' all'aperto un po' al chiuso, ricordando sempre che “l'aperto” e “il chiuso” sono sempre dentro a questo teatro, in cui per guardare i fuochi d'artificio occorre aprire il tetto.
Compaiono, due volte a testa, in due piccoli camei, due regine della recitazione inglese, che sempre meno si concedono alle sale e alle telecamere se non per ruoli sporadici (una in realtà è adesso al cinema col tremendo A Royal Weekend): Emily Watson la “pazza delle campane” de Le Onde Del Destino che pregava Dio e si rispondeva e poi Olivia Williams, la first-lady ne L'uomo Nell'ombra e professoressa accondiscendente in An Education.
Certo, è presto per parlare, come hanno fatto regista e attrice, di «messa in discussione del film in costume», perché un film in costume in realtà questo è, un po' claustrofobico, estremamente minuzioso negli accessori e nelle ricostruzioni e soprattutto nei meravigliosi (appunto) costumi: niente a che fare con Dogville, perché anche il teatro è qui artisticamente dignitoso e se ne occupa tanto il palco quanto la platea. E per quanto la prima parte sia affrontata con molta più poesia della seconda, che verte tutta sulla presunzione e quasi ingenuità di Anna e i suoi tormenti, arriva la scena finale che ci rinnova l'emozione provata in principio: la più bella scena di chiusura degli ultimi tempi, che sottolinea come tutto ciò che abbiamo visto sia fittizio (ma lo fa diversamente da Persona), e i nostri sentimenti verso i personaggi sono destinati a morire.
giovedì 10 gennaio 2013
Academy Awards - nominations.
E così, è accaduto l'impossibile: partendo dall'annuncio delle candidature, non più dato da dietro al leggio da un'ex candidato/a insieme al direttore dell'AMPAS (attualmente Hawk Koch, eletto l'anno scorso), fino alla nomination per il Miglior Film Straniero, premio che agli americani interessa molto poco, che vede l'assenza di Quasi Amici – così come in tutte le altre categorie, nonostante le dicerie.
Puntando alla comicità che ha caratterizzato gli ultimi Golden Globes (saranno condotti, a fine mese, dalle mattatrici Tina Fey e Amy Poehler del Saturday Night Live) gli Oscar 2013 chiamano a sé l'amatissima Emma Stone e il Seth MacFarlane creatore de I Griffin nonché voce di quel capofamiglia e regista di Ted che scopre, durante la lettura dei candidati, di avere una nomination per la Canzone Originale – categoria che non era mai stata data alle sei e mezzo del mattino, ora americana, ma sempre alla sera, con la seconda mandata di premi.
E se tra le canzoni ci si aspetta sempre qualche presenza di troppo (chi ha mai sentito parlare del film Chasing Ice?), dove mancano Elisa & Ennio Morricone ma dove troviamo l'Adele di Skyfall e Suddenly, le due certezze, non ci si aspettava questa potente assenza tra i migliori registi: l'ex vincitrice Kathryn Bigelow, data per certa vincitrice, viene schiacciata dai suoi colleghi maschi, tra cui l'inatteso David O. Russell e l'insperato Benh Zeitlin per il suo Beasts Of The Southern Wild che si rivela il film indipendente dell'anno candidato anche alla Sceneggiatura, al Miglior Film e soprattutto all'Attrice Protagonista, Quvenzhané Wallis di soli 9 anni, che si rivela la più giovane candidata di sempre nella stessa categoria di Emmanuelle Riva, di 85, la più anziana. Il suo Amour, grazie a Dio, è sia tra i Film Stranieri che tra i Film e basta, è tra le Migliori Regie e Sceneggiature. Manca tra i registi anche Paul Thomas Anderson, sebbene il suo The Master abbia avuto le nominations a tutt'e tre i fantastici attori, e sul fronte dell'animazione la sorpresa è Pirati! che ruba il posto a Le 5 Leggende, dato per scontato candidato e possibile vincitore.
Con 12 nominations, come previsto, è comunque Lincoln di Spielberg ad avere la meglio dopo la disdetta dell'anno scorso con War Horse, che pure aveva il botto ma era tornato a casa con niente; essendo un filmone in costume che, oltre alle candidature tecniche prese anche da Les Misérables (scenografia, costumi, trucco, mixaggio sonoro) ottiene anche quelle importanti per dialoghi e regia.
Entrambe le Biancaneve dell'anno ottengono la nomination ai costumi (Biancaneve E Il Cacciatore anche quella agli effetti visivi), Lo Hobbit si accontenta di 3 (scenografia, costumi, effetti) I Simpson per la prima volta sono tra i cortometraggi animati, ma per la lista completa delle categorie rimando al sito ufficiale dell'Academy.
I premi saranno consegnati la notte del 24 febbraio, come ogni anno, dal Kodak Theatre di Los Angeles. E adesso cominciano le previsioni. Di seguito, e dopo il salto, tutti i candidati annunciati quest'oggi, nello stesso ordine.
Attore non Protagonista
Christoph Waltz in Django
Phillip Seymour Hoffman in The Master
Robert De Niro in L'orlo Argenteo Delle Nuvole
Alan Arkin in Argo
Tommy Lee Jones in Lincoln
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sabato 29 dicembre 2012
il film norvegese.
Kon-Tiki
id., 2012, Norvegia, 118 minuti
Regia: Joachim Rønning & Espen Sandberg
Sceneggiatura originale: Petter Skavlan
Con la consultazione di Allan Scott
Cast: Pål Sverre Valheim Hagen, Agnes Kittelsen,
Anders Baasmo Christiansen, Gustaf Skarsgård, Tobias Santelmann,
Odd Magnus Williamson, Jakob Oftebro
Voto: 7.9/ 10
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Quando questo blog profumava ancora di rosa ed io odoravo di diligenza e mi sorbivo tutti i film che tutti gli stati mandavano agli Oscar mentre pregavano le loro divinità per la nomination al Miglior Film Straniero, era successo che m'ero imbattuto anche nei bizzarri film nordici, tipo quello norvegese, che si chiamava Happy Happy e parlava di uno scambio di coppie tra le baite sulla neve e un ri-cambio finale tra i giochi di società. Era, protagonista di quel film, Agnes Kittelsen, indimenticabile per i suoi occhi giganti e la sua bocca immensa, ma mai avrei pensato di ritrovarla, un giorno, in un altro film da recensire. E invece.
La Norvegia la ri-scrittura per un filmone colossale, un'epopea, perché la Norvegia, nel 1951, aveva già vinto un Oscar, ma al Miglior Documentario, per questa follia di mare che tale Thor Heyerdahl, antropologo, biologo, archeologo, esploratore laureatosi all'Università di Oslo, aveva registrato in Super8, e la Norvegia, poveretta, un Oscar al Miglior Film Straniero non l'ha mai avuto: soltanto quattro nominations, e nemmeno la partecipazione a tutti gli anni.
Dopo Max Manus, allora, biografia dell'oppositore norvegese durante l'invasione della Germania nazista, con cui pure erano stati inviati all'attenzione dell'Academy, la coppia Joachim Rønning - Espen Sandberg torna al cinema alla grande, alla grandissima, prendendosi praticamente tutti i finanziamenti nazionali per un'altra storia vera, un'altra specie di piccola biografia, di questo Thor Heyerdahl appunto, e di come ha girato il suo documentario dal titolo, pure quello, Kon-Tiki.
Dieci anni trascorsi con la moglie in Polinesia a contatto col popolo di lingua francese ad ascoltare i loro racconti lo porta a supporre, anzi accertarsi della possibilità per i popoli sud-americani di raggiungere l'isola oceanica senza l'utilizzo di grandi mezzi ma solo con una zattera e la corrente naturale, e di colonizzare poi la zona. La progettazione dell'esperimento, del rifacimento della missione, ovviamente non verrà finanziata da nessuno, neanche dai più aperti e disponibili antropologi americani, ma la testa dura di Thor, che in testa ha solo la riga tra i piattissimi capelli biondi di Pål Sverre Valheim Hagen, gli farà incontrare un finanziatore che diventerà il Mulan della ciurma, quello fuori luogo, quello che fa sempre la cosa sbagliata, che si preoccupa del legno che assorbe l'acqua e delle corde che si allentano.
Dalla partenza in Perù in poi, anche qui, è tutto un rimando ai film d'avventura e di sopravvivenza e di lotta contro le intemperie del mare. È, ancora, una Vita Di Pi non capitata ma scelta, non solitaria ma in compagnia: uno suona la chitarra, uno cerca di far funzionare la radio, uno traccia il percorso fatto sulla cartina disperandosi perché il vento soffia a nord e non ad est. Anche qui ci sono le balene, gli squali, i pesci volanti, le meduse luminose. Anche qui la telecamera fa peripezie e ci mostra i poteri del cinema: a volte va sott'acqua, a volte ci illude che sta per succedere qualcosa. E mentre Pi pareva girato in uno stanzone gigante con degli elementi posticci intorno alla barca, qui la zattera (troppo perfettamente costruita) pare si trovi sul serio in mare, che sobbalzi ad ogni onda, mentre gli uomini a bordo dimagriscono sempre di più e si ricoprono di barbe biondissime, quasi bianche.
Un The Aviator nordico, un kolossal che nella prima parte dimostra quanto anche un Paese così poco considerato a livello cinematografico possa essere accurato nella ricostruzione degli anni '30, nelle macchine e nei locali e nei vestiti, nella prefazione-flashback a cui poi si ritorna. Certo, un film la cui storia è trita e ritrita e palesemente prevedibile, ma intorno alla storia c'è sempre dell'altro, e questo film è fatto di quell'altro, e l'America l'ha messo tra i nove migliori film stranieri di quest'anno.
venerdì 21 dicembre 2012
Oscar 2013 - il film straniero.
È con le lacrime agli occhi che scrivo.
Neanche quest'anno l'Italia riesce ad arrivare alla cinquina del Miglior Film Straniero; c'era andata vicina, nel 2007, con La Sconosciuta di Tornatore (capolavoro indiscusso del regista), dopo che nel 2005 era riuscita ad ottenere addirittura una nomination, per un'ubriacatura della giuria, grazie a La Bestia Nel Cuore, che fu battuta da Tsotsi, dopo che nel 1998 Benigni fece arraffatutto con La Vita È Bella, portando alla statuetta anche Nicola Piovani. Quello fu il nostro ultimo Oscar, il decimo ufficiale dal '56 (anno in cui la categoria fu istituita; prima di allora venivano assegnati dei premi onorari che De Sica e Clément hanno ottenuto con Sciuscià, Ladri Di Biciclette e Le Mura Di Malapaga). Noi, che siamo stati i primi a vincere questo premio. Noi che siamo stati anche i secondi. Che abbiamo record di candidature. Che abbiamo avuto due attori vittoriosi per un film in lingua straniera. Che adesso siamo stati raggiungi, in questo record, da una rinata Francia, capace l'anno scorso di scavalcare la categoria “minore” e portare The Artist dritto dritto al Miglior Film. E quest'anno scendono di nuovo in campo: Quasi Amici, come previsto, è tra le nove pellicole appena annunciate tra cui l'Academy il 10 gennaio sceglierà i cinque candidati al Miglior Film Straniero 2013.
Gli fanno compagnia, con immenso diritto, i capolavori Amour e Oltre Le Colline, insieme a Sister della Meier, il canadese Rebelle (quarto film in lingua francese, quindi), il cileno No con Gael García Bernal e a sorpresa un trittico di nordici: l'islandese The Deep, il norvegese Kon-Tiki e il danese A Royal Affair, epopee storiche (su una zattera in pieno oceano, sui reali di Danimarca) che non hanno niente a che vedere col nostro incredibile Cesare.
Sono fuori anche À Perdre La Raison, Barbara, La Sposa Promessa, Después De Lucía e Pietà. E se neanche quest'anno, con un film così potente e originale ce l'abbiamo fatta, non vedo in cosa sperare ancora.
Amour di Michael Haneke (Austria)
Rebelle [War Witch] di Kim Nguyen (Canada)
No di Pablo Larraín (Cile)
A Royal Affair [En Kongelig Affære] di Nikolaj Arcel (Danimarca)
Quasi Amici di Olivier Nakache & Eric Toledano (Francia)
The Deep [Djúpio] di Baltsar Kormákur (Islanda)
Kon-Tiki di Joachim Rønnig & Espen Sandberg (Norvegia)
Oltre Le Colline di Cristian Mungiu (Romania)
Sister [L'enfant D'en Haut] di Ursula Meier (Svizzera)
giovedì 20 dicembre 2012
Oscar 2013 - il trucco.
Scremare tra tutti i film una cerchia di sette e annunciare che tra loro ci saranno i cinque nominati al Miglior Trucco per gli Oscar 2013, è praticamente già rivelare i candidati finali.
Ricordiamo che l'anno scorso questo premio è stato vinto da The Iron Lady, che certo aveva un buon trucco, ma era un trucco solo addosso a Meryl Streep e soprattutto era il più brutto film dell'anno scorso, per cui è inutile stare a fare pronostici; certo, per quantità di lavoro fatto (e fantasia nel farlo, con tutti quelle barbe a treccia e baffi a sbuffo) Lo Hobbit in questo contesto meriterebbe un occhio di riguardo, e sicuramente è il favorito. Gli fanno concorrenza i due biopic, quello sul più grande regista inglese di tutti i tempi, Hitchcock, interpretato da un irriconoscibile Anthony Hopkins, che nonostante il ruolo di un esistente con addosso chili di cipria non ha riscosso successo tra gli attori. Il film, diretto da Sacha Gervasi, sceneggiatore di The Terminal, racconta la storia d'amore da Alfred e Alma Reville, sua moglie e sceneggiatrice, durante le riprese di Psycho nel '59, ed è attualmente candidato al Golden Globe per la performance di Helen Mirren. Di fianco a lui, candidato a ben 7 Globes, Lincoln di Spielberg, altra costumata su altri personaggi storici tanto caro agli americani.
E con il fantasy Biancaneve E Il Cacciatore (in cui non ricordo queste peripezie prostetiche) e l'altra costumata Les Misérables, dove il trucco è tutto nella sporcizia tra i capelli dei poveracci e nel candore sulle gote dei ricchi, troviamo a sorpresa il thriller sci-fi Looper (da noi il 31 gennaio) e la commedia alienata Men In Black 3 o, come ama definirsi, MIB3. Il primo film della serie, l'Oscar al trucco lo vinse, ma era il 1997 ed eravamo tutti più ingenui, adesso ci si aspetta di più.
Insomma, i film scelti dall'Academy per ricevere la nomination al Trucco e alle Acconciature per gli 85esimi Oscar, nominations che saranno annunciate il 10 gennaio, sono:
Hitchcock
Lo Hobbit - Un Viaggio Inaspettato
Les Misérables
Lincoln
Looper
Men In Black 3
Biancaneve E Il Cacciatore
mercoledì 12 dicembre 2012
il film danese.
A Royal Affair
En Kongeling Affære, 2012, Danimarca, 137 minuti
Regia: Nikolaj Arcel
Sceneggiatura non originale: Rasmus Heisterberg & Nikolaj Arcel
Basata sul romanzo Prinsesse Af Blodet di Bodil Steensen-Leth
Cast: Alicia Vikander, Mads Mikkelsen, Mikkel Boe Følsgaard,
Trine Dyrholm, David Dencik, Thomas W. Gabrielsson,
Cyron Melville, Bent Mejding, Harriet Walter, Laura Bro
Voto: 7.6/ 10
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Clicca qui per vedere il film.
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Tutti a parlar bene di Uomini Che Odiano Le Donne nella prima versione cinematografica svedese, quella con Noomi Rapace pre-incontro con Ridley Scott. Ma chi ha il merito di aver trasposto meglio quel film rispetto all'americano? Lui: Nikolaj Arcel, sceneggiatore anche della miniserie in due puntate Millenium insieme al fedele amico Rasmus Heisterberg col quale quest'anno ha vinto a Berlino l'Orso d'Argento proprio per la sceneggiatura. Di questo En Kongeling Affære, “Un Intrigo Di Corte” sarebbe la traduzione più italiana da sperare, storia basata sul romanzo da noi inedito del danese Bodil Steensen-Leth basato a sua volta sulla vita del re Cristiano VII di Danimarca, re di Danimarca e di Norvegia, duca di Schleswig e Holstein, campato sessant'anni appena e morto per aneurisma cerebrale nel 1808.
Il film però non parte da lui usandolo come protagonista indiscusso; comincia con la lettera che la futura moglie e cugina, Carolina Matilde figlia di Federico di Hannover principe del Galles e della principessa Augusta di Sassonia-Gotha-Altenburg, interpretata da un'educatissima Alicia Vikander, scriverà ai figli che non vede da anni, per chiedere loro chissà cosa, dato che nella scrittura si perde a raccontare ciò che successe in modo da farlo vedere anche a noi spettatori e ritorna ad essere la voce fuori campo dopo due ore piene che noi ci siamo scordati anche qual era stata la prima scena.
Scrive ai figli chiamandoli per nome e chiedendo loro perdono cominciando a raccontare di sé: quindicenne, fu prelevata dalla sua amata Inghilterra per raggiungere la Danimarca e in tutta fretta sposare un parente mai visto, parente affetto da evidenti disturbi mentali su cui tutti avevano taciuto, che lei inviterà a entrare in camera da letto dove lui darà i primi segni di follia per poi iniziare a chiamarla «madre» dal momento che né si toccano né si parlano né si confidano: semplicemente lei lo ammonisce quando deve. Carolina, poveretta, è la Maria Antonietta del Nord-Europa: all'ingresso del sontuoso e ben ricostruito castello, dovrà abbandonare tutte le cose bannate, come fu per il cagnolino della sovrana francese, e allora lascerà sulle mensole di casa Rimbaud, Voltaire, la Filosofia contemporanea, la Poesia. Passerà le giornate a stringersi corsetti mentre il marito, in città, si farà cavalcare dalle donne delle case chiuse.
Per un fortuito caso del destino, il medico dei poveri, dottor Struensee, nome che più cacofonico non si può, sarà invitato a corte per visitare il regnante e questo, indispettito come i bambini davanti agli adulti non accondiscendenti, si chiuderà in un silenzio che solo le battute di Shakespeare sapranno sciogliere. Re e medico diventeranno, inspiegabilmente, un corpo e un'anima, con la differenza che il medico sa stare con i piedi per terra sognando la rivoluzione illuminista e il re saltella insieme al suo schiavetto negro. Struensee, interpretato da Mads Mikkelsen coi capelli lunghi, non è ben visto dai più perché tedesco e notoriamente “comunista”, diremmo oggi, e col suo potere sul re riesce a far istituire il vaccino per la plebe ed eliminare la pena di morte e addirittura ricevere una lettera firmata da Voltaire in persona.
Inutile dire che tra questo intelletualoide medico e l'infelice regina è subito colpo di fulmine, che prima resta platonicamente tale, poi si trasforma in vere e proprie corna, poi...
Il cinema non parlava del Re Cristiano dal 1935 col film inglese Il Dominatore di Victor Saville, coi pupilli di Hitchcock Emlyn Williams e Madeleine Carroll, anche quest'ultima elegante e magra e ben diversa dalla regina Carolina Matilde originale.
Tra tutte le interpretazioni di questo film, spicca quella del pazzo reale e sconosciuto Mikkel Boe Følsgaard che infatti s'è portato a casa un Orso d'Argento all'interpretazione alla faccia del ben più celebre Mikkelsen (che tanto ha la sua bella Palma d'Oro) e della Trine Dyrholm che adesso vedremo nel tremendo Love Is All You Need e che interpreta qui la Regina Madre.
Inviato dalla Danimarca in rappresentanza del Paese agli Oscar, spera come fu per The Artist l'anno scorso che tanto il nazionale Il Sospetto ben più interessante di questo faccia il suo corso senza paletti di regolamento. Ma al contrario di ciò che capitò alla Francia, non ce la faranno né con questo né con l'altro. Se non, come è già successo agli European Film Awards e ai Satellite, non venga nominato per le belle scene di Niels Sejer.
giovedì 6 dicembre 2012
Oscar 2013 - gli effetti speciali.
Gli elenchi dei film che raggiungeranno il Kodak Theatre per gli 85esimi Academy Awards si fanno sempre più corti; avevamo già analizzato uno per uno i film d'animazione scremati al primo step lo scorso novembre (qui); sono stati poi annunciati i papabili candidati al Miglior Cortometraggio (qui la lista in inglese) e quelli al Miglior Documentario (qui), e adesso conosciamo i pochi lungometraggi in corsa per la candidatura agli Effetti Speciali. Premio che ormai ha un notevole peso e nella cui cerchia raccoglie praticamente tutti i successi dell'anno. Basta guardare quelli del 2012: il campione di incassi The Avengers (il film più visto di quest'anno), il poco diverso Cavaliere Oscuro, Biancaneve E Il Cacciatore (nomination assicurata), l'elogiato Skyfall.
Ai film già usciti e già arricchiti al botteghino fanno compagnia le pellicole non ancora rilasciate né in Italia né in America (Lo Hobbit, da noi il 13 dicembre e il giorno dopo in tutto il mondo) o quelle di prossima uscita nostrana (Vita Di Pi, da due settimane in USA e il 20 dicembre da noi e in UK). Il primo di questi due film, temo prosegua ciò che Peter Jackson ha cominciato col Signore Degli Anelli; il secondo, del regista coreano Ang Lee, si preannuncia come un capolavoro di immagini che farà incetta di premi. Cloud Atlas invece, del tedesco Tom Tykwer (Lola Corre, Profumo) insieme alla coppia nerd dietro Matrix Andy & Lana Wachowski, è il polpettone fantasy di gennaio con Tom Hanks e Halle Berry che interpretano sei personaggi a testa e tutta una serie di altri attori (Hugh Grant, Jim Broadbent, Jim Sturgess, Susan Sarandon) che non sono da meno.
Non dimentichiamoci mai che ormai troppo tempo fa gli Hunger Games hanno conquistato vette inarrivate (all'epoca) ma che giustamente sono fuori da questa categoria. Sicuramente riceverà la nomination alla regia, alla sceneggiatura e all'attrice.
I film candidati alla nomination per l'Oscar agli Effetti Visivi sono:
The Amazing Spider-Man di Marc Webb
Cloud Atlas di Tom Tywker, Andy & Lana Wachowski
Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno di Christopher Nolan
Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato di Peter Jackson
John Carter di Andrew Stanton
Vita Di Pi di Ang Lee
The Avengers di Joss Whedon
Prometheus di Ridley Scott
Skyfall di Sam Mendes
Biancaneve E Il Cacciatore di Rupert Sanders
lunedì 5 novembre 2012
Oscar 2013 - i film d'animazione.
Scorpacciata Disney quest'anno: la più grande casa di produzione e distribuzione per giovanotti e signorine del globo avanza verso gli Academy Awards 2013 con ben 4 film sulla schiena. Sono stati annunciati infatti i film d'animazione che possono sperare di ricevere la candidatura all'Oscar per il miglior cartone animato nella categoria lungometraggi.
E la Disney potrebbe farcela con tre di questi: il deludente Brave in co-produzione con la Pixar; Frankenweenie, diretto da Tim Burton (altro di cui abbiamo fatto scorpacciata quest'anno) che ritorna ai tempi de La Sposa Cadavere, ma in bianco e nero; Il Segreto Delle Ali, ennesimo film con protagonista Trilly che da noi in Italia uscirà questo novembre al cinema - e dopo un mese appena sarà su Disney Channel; Ralph Spaccatutto, annunciato capolavoro in preparazione da quattro anni che saluta nostalgicamente le vecchie sale giochi dei bar in spiaggia e tutti quei pupazzini con cui le generazioni fino alla mia sono cresciute (uscirà in Italia il 20 dicembre mentre in America ha appena incassato 40 milioni di dollari nel primo weekend, fattore che lo porta automaticamente nella cinquina dei candidati). Ma chi vincerà?
Per la regola della ruota che quest'anno io quell'anno tu, toccherebbe a ParaNorman, piccolo gioiello della Laika, la casa di produzione di Coraline (che si candidò, e non vinse), così curato dal punto di vista scenico che c'è solo da elogiarlo - per quanto la sceneggiatura abbia le sue pecche e sia di certo molto meno spettacolare di altri film presenti in lista. Le case di produzione ci sono tutte: la DreamWorks con Le 5 Leggende (dal 29 novembre in Italia) e Madagascar, la Universal con l'insipido Lorax, la Sony-Columbia con Hotel Transylvania (da giovedì 8), la Blue Sky con L'era Glaciale, la Aardman di Wallace & Gromit già vincitrice per numerosi corti e un lungometraggio, con il bizzarro Pirati!
Fanno da contorno tutta una serie di pellicole sconosciute provenienti soprattutto dall'India e dalla Francia, che l'America finge di aver visto e apprezzato per illudere i poveri cineasti d'oltreoceano - anche se l'anno scorso, senza che nessuno ci credesse, erano finiti in nomination un cartone piccolo piccolo francese e uno spagnolo. Tra questi, solo Le Chat Du Rabbin potrebbe farcela, vista tanta concorrenza, già vincitore del César e candidato all'EFA l'anno scorso. E, magari, La Collina Dei Papaveri che uscirà nei nostri cinema domani, e solo per domani.
Adventures In Zambezia di Wayne Thornley (Sud Africa)
A Liar's Autobiography: The Untrue Story Of Monty Python's Graham Chapman di Bill Jones Jeff Simpson e Ben Timlett (UK)
Ribelle [The Brave] di Mark Andrews, Brenda Chapman e Steve Purcell (USA)
Delhi Safari di Nikhil Advani (India)
Lorax [Dr. Seuss' The Lorax] di Chris Renaud & Kyle Balda (USA)
Frankenweenie di Tim Burton (USA)
Hotel Transylvania di Genndy Tartakovsky (USA)
L'era Glaciale 4 - Continenti Alla Deriva di Steve Martino & Mike Thurmeier (USA)
La Collina Dei Papaveri di Goro Miyazaki (Giappone)
Hey Krishna di Vikram Veturi (India)
Le Chat Du Rabbin di Antoine Delesvaux & Joann Sfar (Francia/ Austria)
Le Noël De Walter Et Tandoori di Sylvain Viau (Canada)
Le Tableau [The Painting] di Jean-François Laguionie (Francia/ Belgio)
Madagascar 3 - Ricercati In Europa di Eric Darnell, Tom McGrath e Conrad Vernon (USA)
ParaNorman di Chris Butler & Sam Fell (USA)
Le 5 Leggende [Rise Of The Guardians] di Peter Ramsey (USA)
Trilly E Il Segreto Delle Ali di Roberts Gannaway & Peggy Holmes (USA)
The Mystical Laws di Isamu Imakake (Giappone)
Pirati! Briganti Da Strapazzo [The Pirates! In An Adventure With Scientists!] di Peter Lord (UK/ USA)
Ralph Spaccatutto [Wreck-It Ralph] di Rich Moore (USA)
Zarafa di Rémi Bezançon e Jean-Christophe Lie (Francia/ Belgio)
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