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giovedì 22 maggio 2014

nodo alla chiave.



Il Ricatto
Grand Piano, 2013, Spagna, 90 minuti
Regia: Eugenio Mira
Sceneggiatura originale: Damien Chazelle
Cast: Elijah Wood, John Cusack, Kerry Bishé, Tamsin Egerton,
Allen Leech, Don McManus, Dee Wallace, Alex Winter, Don Kress
Voto: 7.3/ 10
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...e il Verbo era presso Hitchcock che se non vengono sfornati film sulla sua biografia ci pensano quelli che ricalcano il suo operato a ricordarci l'arte del maestro, che non sempre ha eccelso ma sempre ha saputo come farci stare dritti con la schiena sulla sedia. E ogni tanto spunta il più-hitchcockiano-di-tutti, che era stato Buried qualche tempo fa nel suo costruire per sottrazione una vicenda tutta ambientata sotto terra, in una bara, con un solo protagonista; è Grand Piano (letteralmente: il pianoforte a coda, ma da noi si chiama, giustamente, Il Ricatto) adesso, che piglia già dai titoli Paura In Palcoscenico, qualche trovata de La Finestra Sul Cortile e L'uomo Che Sapeva Troppo e li mescola strizzando l'occhiolino a uno su tutti, il più ambizioso, Nodo Alla Gola, pellicola claustrofobica girata in casa e in un unico quasi-pianosequenza soggiogata dall'unità di tempo e di luogo. Allo stesso modo va qui: Elija Wood, aka Tom Selznik, pianista di fama colossale ritiratosi da cinque anni dopo un clamoroso insuccesso – l'errore nell'esecuzione del “pezzo impossibile” La Cinquette, torna sul palco con il pianoforte che appartenne al suo mentore per un pacato re-incontro col pubblico che lui, silenzioso e tendente all'ansia, vive con media tranquillità, anche perché molti dei fari sono puntati su sua moglie, l'altrettanto di fama colossale attrice Emma (Kerry Bishé). L'inserviente fornisce lo spartito al pianista, che ci trova dentro il solfeggio de La Cinquette, e a metà dell'esecuzione del primo brano ecco che compaiono strane e (in)solite scritte in rosso sangue tra le note. Siamo a meno di mezz'ora dall'inizio: capiamo subito che tutto si svolgerà in questo teatro, in questa serata, e il film si consuma con un prologo, un lungo sviluppo e un epilogo. La tensione hitchockiana cresce quando a Tom verrà infilato in un orecchio un auricolare, e la voce di chissà chi (John Cusack di cui quasi non vediamo mai la faccia), chissà interessato a cosa, lo costringerà non solo ad eseguire il pezzo impossibile ma anche a non sbagliare mai una nota, pena la morte sua o della sua compagna attraverso un fucile ad alta precisione di cui vediamo il mirino-laser. Situazioni in-credibili, nel senso che spesso non ci crediamo noi ma nemmeno il regista Eugenio Mira, da sempre compositore e qui regista devoto all'arte della melodia, capace di costruire bene un concerto di paura, e con qualche trovata – sempre di natura alfredisiaca – tipo il taglio della gola/ suono di violoncello, di grande effetto. Se gli specchi in cui si riflette ciò che dovremmo vedere per sapere chi è l'assassino rimandano, insieme a qualche locandina, all'arte antica del thriller, la divisione dello schermo esprime una debolezza di sceneggiatura che perdoniamo, dati i nemmeno trent'anni di Damien Chazelle. Certo la performance dell'ex Frodo è un po' sovra-tono, anch'essa in-credibile (certi atteggiamenti sul palco ma soprattutto il totale cambio di carattere a fine concerto), ma provate voi a suonare con un fucile puntato addosso: the show must go on, sembra voler dire questa pellicola “di gala”, che sottolinea quanto il palco sia tutta apparenza, mentre dietro alle quinte, prima e dopo della performance, può succedere di tutto, e noi non lo sappiamo. Chiuse il Festival di Torino e c'era infinita attesa (e infinita fila); poi è arrivato in sala, e nessuno c'ha fatto caso.

sabato 5 aprile 2014

persona.



Ida
id., 2013, Polonia/ Danimarca, 80 minuti
Regia: Pawel Pawlikowski
Sceneggiatura originale: Pawel Pawlikowski & Rebecca Lenkiewicz
Cast: Agata Kulesza, Agata Trzebuchowska,
Adam Szyszkowski, Halina Skoczynska, Jerzy Trela
Voto: 8/ 10
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Credendo di chiamarsi Anna, l'impronunciabile Agata Trzebuchowska tutta occhi in un viso d'angelo siede di fronte alla Madre Superiora in attesa di prender voti, dopo aver consumato la minestra a cucchiaiate silenziose nella sala comune, dopo aver issato la nuova statua del Cristo fuori dal convento, tra la neve. La Madre le dice: non dovresti prendere i voti senza aver prima conosciuto la tua unica parente, tua zia Wanda – che non ha mai conosciuto perché, persi entrambi i genitori, è stata affidata all'orfanotrofio che l'ha cresciuta casta e convertita al cristianesimo. Perché Anna in realtà si chiama Ida, Ida Lebenstein, ebrea figlia di ebrei morti durante la Guerra e nipote di un magistrato connivente con il regime comunista, capofila del governo degli anni '60. Per Anna/ Ida questa non sarà l'unica novità. L'incontro con la parente le aprirà un mondo che non si aspettava di trovare fuori dal convento: oltre alla guerra spenta e alla politica, scoprirà le radici familiari recise alle quali cercherà di mettere rimedio visitando i luoghi in cui i genitori sono vissuti, conoscendo le persone che li hanno aiutati, seppellendo le loro ossa. Scoprirà poi quanto un'animo umano, un'animo femminile, possa sopportare, in una sceneggiatura assolutamente priva di retorica che mette in bocca a Wanda (Agata Kulesza) esattamente il necessario da dire, per farci capire, ad esempio, che ha perso un figlio. Zia e nipote sono due mondi lontani: vergine una, devota agli uomini l'altra; chiusa e silenziosa una, navigata e coltissima l'altra. Eppure i mondi si sfiorano, perché nel vuoto paiono entrambe cariche di una tristezza che le accomuna: che sia la disillusione verso il mondo, verso i cinquant'anni passati lontano da una figura sentimentale, verso l'accettazione di un velo che arriva senza conoscere le altre opzioni. Il road-movie fermo, il romanzo di formazione prosegue spostandosi poi sulla figura che dà il titolo alla pellicola, che viene spodestata per la prima metà: Ida imparerà a conoscere le scarpe col tacco, le danze al centro dei locali, i ragazzi gentili. Le servirà ogni esperienza di donna prima di decidere se tornare o meno all'abito monacale – in un finale che ricorda il cerchio chiuso e riaperto de Le Notti Di Cabiria. Niente patetismi, solo poesia: le inquadrature sono calibrate e pensate in fuochi e fuori-fuochi che, aiutati da una fotografia splendida, paiono quadri in successione. Si aggiunge un formato 4/3 nostalgico come i suoi colori, muto come la colonna sonora. Una piccola perla che non dura più di quanto deve, che ci mostra quanto serve ma che nasconde molto di più, un'altra prova di conoscenza estrema della figura femminile, in tutte le sue sfaccettature, dal regista di My Summer Of Love Pawel Pawlikowski che pure là si era servito della doppia figura in antitesi, un po' bergamniana. Passato con felicità dal 31esimo Festival di Torino a dicembre, è – come tutte le cose belle – in pochissime sale.

domenica 29 dicembre 2013

il film cambogiano.



L'immagine Mancante
L'image Manquante, 2013, Cambogia/ Francia, 92 minuti
Regia: Rithy Panh
Sceneggiatura: Christophe Bataille & Rithy Panh
Narratore: Randal Douc
Voto: 6.9/ 10
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17 aprile 1975, Phnom Penh: i Khmer Rossi, le truppe di Pol Pot, marciano sulla città cambogiana per diffondere e instaurare il socialismo reale, che dai politici viene decantato come liberazione del popolo e per le strade risulta atto di forza violenta, prigionia, lavoro forzato e deportazione degli abitanti. Rithy Panh quel giorno ha nove anni, la sua carriera di documentarista è ancora lontana, e insieme alla sua famiglia sarà trascinato nelle lagune a lavorare la terra, nelle risaie, tra le baracche con letti in legno a subire qualsiasi tipo di sopruso. Perderà tutti, i molti fratelli, la madre e il padre, insegnante, che si lascerà morire non accettando la perdita della dignità. Come loro, morirà là dentro, in tre anni, quasi un terzo dell'intera popolazione cambogiana.
Del genocidio cambogiano non si parla(va) come non si parla(va) di quello indonesiano che Joshua Oppenheimer ci ha raccontato ne L'atto Di Uccidere. Il problema de L'image Manquante è proprio l'essere uscito nello stesso anno di quell'osannato piccolo capolavoro, che fa parlare i cattivi in prima persona spostando l'attenzione non sui morti ma sui carnefici. Ma Oppenheimer non c'era, né ha vissuto direttamente quei fatti; Panh invece ha subito in prima persona la tragedia del lavoro forzato, della distruzione della sua città e della famiglia, e il tono del narratore è fortemente personale, straziante e straziato. “L'immagine mancante” è proprio quella dell'evento: che non è documentato e non utilizza quasi (mai) immagini di repertorio (come faceva anche la pellicola inglese). È, anche, l'immagine di un popolo che non c'è più, che nel '79 dovrà rinascere dalle proprie ceneri. Dice il regista: «ci sono così tante immagini nel mondo che crediamo di aver visto tutto. Pensato tutto. Da anni, cerco un'immagine mancante. Una fotografia scattata tra il 1975 e il 1979 dai Khmer Rossi, quando governavano la Cambogia. Da sola, ovviamente, una foto non prova i crimini di massa, ma porta a pensare, a meditare. A costruire la Storia. L'ho cercata invano negli archivi, nei giornali, nelle campagne del mio paese. Ora lo so: questa immagine manca; e non la cercavo – non sarebbe oscena e senza senso? Allora la creo io. Quello che oggi vi offro non è un'immagine, o la ricerca di una sola immagine, ma l'immagine di una ricerca, quella che consente il cinema. Alcune immagini dovrebbero sempre mancare, sempre essere rimpiazzate da altre: in questo movimento c'è la vita, la lotta, il dolore e la bellezza, la tristezza dei volti perduti, la comprensione di ciò che è stato, a volte la nobiltà, e anche il coraggio: ma l'oblio, mai».
L'immagine che Panh ricrea è fatta della stessa terra che l'ha inghiottito, terra rossa da cui si ricava il materiale argilloso con cui vengono costruite le bamboline (come vediamo nella prima sequenza) antropomorfe e dipinte, che saranno le vere protagoniste del film, attori di una serie (infinita) di presepi viventi, ricostruzioni kitch fedeli ed essenziali, tappe della via crucis – scrive Marzia Gandolfi – della passione di questo popolo. Una volta finito l'incanto, però, sebbene la quantità illimitata di bamboline ricostruite, e la quantità di scenari statici, la pellicola, soprattutto per la sua sceneggiatura, si accascia e inizia a rotolare su se stessa, ripetendo ciò che è già stato ripetuto, raccontandoci ciò che abbiamo già visto. Rithy Panh aveva raccontato questa stessa storia in un lungometraggio di finzione del 1994, Rice People, su una famiglia costretta all'oppressione, ma passa oggi al documentario per rafforzare la sua denuncia. Sia il film del '94 che questo sono stati inviati all'Academy in rappresentanza della Cambogia. Nessun Oscar per questo Paese che solo due volte ci ha provato – questa è la terza; e questa volta è entrato nella shortlist semifinale, con un film che si presenta vincitore dell'Un Certain Regard di Cannes ed è stato preferito, a sorpresa, a pellicole come La Bicicletta Verde, che rappresentava un'altra rivoluzione. Forse ancora più grande.

mercoledì 18 dicembre 2013

Ulisse.



A Proposito Di Davis
Inside Llewyn Davis, 2013, USA, 105 minuti
Regia: Joel & Ethan Coen
Sceneggiatura originale: Joel & Ethan Coen
Cast: Oscar Isaac, Carey Mulligan, John Goodman,
Garrett Hedlund, Justin Timberlake, Adam Driver, Max Casella
Voto: 9.4/ 10
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Prima dei Mumford & Sons (di cui Marcus firma alcuni brani della colonna sonora) e prima ancora di Bob Dylan, se una canzone sapeva di già sentita ma risultava sempre nuova, allora era una canzone folk. E il folk era cosa che non vendeva, o almeno che non avrebbe venduto ancora per poco, o meglio che vendeva ma soltanto in determinati casi: per ogni Bob Dylan che passa alla storia c'erano centinaia di cantantini che a malapena dormivano su un pavimento, se trovavano ospitalità. Poi, certo, c'erano quelli che servivano ai tavoli per campare e quegli altri che avevano la “vocazione”, o almeno celavano dietro questa parola il sogno (americano?) non tanto di sfondare quanto di racimolare soldi facendo ciò che sanno fare (meglio) o che vogliono fare (soltanto). E se prima Llewyn Davis riusciva a racimolare soldi cantando con addosso la chitarra e di fianco il compagno di una vita, ora deceduto, adesso si umilia chiedendo ospitalità un po' alle ex amanti un po' ai parenti non tanto stretti per non dormire in strada e sperare in una serata al bar. Tanto il vecchio manager quanto il nuovo gli sbattono la porta in faccia, perché Llewyn non è uno che la manda a dire né si abbassa a cose che preferirebbe non fare, e soffre silenziosamente nel vedere il duo Jim & Jean (rispettivamente Justin Timberlake e Carey Mulligan) ricevere calorosi applausi nelle serate musicali dei pub. La sua vita procede senza un disegno, così come il film, pensato inizialmente senza trama e costruito sulla presenza di un gatto (desideroso di essere randagio) dal nome Ulisse che il protagonista rincorrerà continuamente. La fotografia che i fratelli Coen fanno di questo spaccato di società, di questo pezzo di vita di un ragazzo perdente, è profondamente triste ma non si arrende a se stessa, e si costruisce in un cerchio che giustifica la sua improvvisa chiusura. Di Llewyn non sappiamo quasi niente; certo molte cose le capiamo, ma non ci interessano più di tanto perché non appena apre bocca per cantare restiamo stregati. Noi: mentre i produttori e il pubblico sullo schermo rimangono impassibili e a volte un po' annoiati. Snob e sicuro di sé, Llewyn sa che prima o poi potrebbe farcela, e si costruisce la corazza di un fallito che non sta fallendo come poche volte se ne sono viste al cinema. Oscar Isaac è bravissimo, soprattutto in questa veste canterina. Ha interpretato dal vivo (come gli altri attori) tutte le canzoni, a formare una colonna sonora folk che diventerà cult (come fu per Fratello, Dove Sei? sempre musicata da T Bone Burnett). Il punto di partenza – per la musica e per i Coen – è stato Dave van Ronk, cantautore attivo nella New York degli anni Sessanta che pubblicò un album dal titolo Inside Dave van Ronk di cui pure la copertina è stata fonte d'ispirazione. Per colpa di questo utilizzo degli arrangiamenti del passato la canzone Please Mr. Kennedy performata anche dall'Adam Driver di Girls non è candidabile all'Oscar perché, sebbene riscritta dai due registi, da Burnett e da Timberlake, si rifà all'omonima traccia di Ed Rush e George Cromarty.
Dopo i salti temporali tra l'America western del bel Il Grinta, il sobborgo dell'altrettanto fallito Serious Man, la periferia pericolosa del sopravvalutato Non È Un Paese Per Vecchi e le palestre cool di Burn After Reading, i Coen ci raccontano un altro microcosmo con un altro emarginato sociale e si superano; perciò, forse, hanno deciso di rimanere su questa strada: il prossimo film parrebbe un musical, ma questa volta commedia.

giovedì 5 dicembre 2013

31TFF: All Is Lost.



All Is Lost - Tutto è Perduto
All Is Lost, 2013, USA, 106 minuti
Regia: J.C. Chandor
Sceneggiatura originale: J.C. Chandor
Cast: Robert Redford
Voto: 7.9/ 10
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Tutto è perduto già dall'inizio. Qualcosa galleggia nell'acqua e Robert Redford («un film intero solo con Robert Redford? Ma non è super-vecchio?») ci dice fuori campo le uniche parole che ci dirà per tutto il film: c'ha provato, ad essere una persona buona, una persona migliore, ha provato a resistere, ma non ce l'ha fatta, e ciò che galleggia ne è la prova.
Tutto è perduto, per cui, anche nella seconda scena: il presagio triste e l'incipit ci hanno svelato un finale che pare imminente. Unico passeggero della sua barca, Redford – di cui non sapremo mai niente, né nome né provenienza né altre informazioni se non il pacchiano anello che ha al dito – si vedrà un carico caduto di scarpe probabilmente cinesi sfondargli il fianco dell'imbarcazione che lentamente e in modo abbastanza realistico riparerà con colla e rete d'uso, calandosi con l'imbracatura, svuotando la cuccetta dall'acqua entrata. La sua barca è la borsa di Mary Poppins: ha tutto per ogni evenienza, tira fuori sempre ogni accessorio, è pronto a ogni cosa, conosce qualsiasi trucco per farcela, marinaio navigato, ed effettivamente, fino all'ultimo istante, riesce a farcela. Gli succederà che una tempesta lo travolgerà in pieno, il gommone di salvataggio avrà un buco, gli s'allagherà tutto, addirittura s'incendierà qualcosa, e mai nessuna nave di passaggio si accorgerò della sua presenza, nonostante i bengala, i razzi, i fuochi segnalatori, né la radio capterà il segnale utile per chiedere aiuto. Insomma un bastimento di sfiga, al punto da risultare grottesco all'ultima sciagura tanto che una signora in sala è scoppiata a ridere gridando «non è possibile!». Poco prima dell'ambiguo finale, «ambiguissimo» hanno commentato in molti, il finale giusto per un'epopea tremenda, che ti lascia l'amaro in bocca perché non sai se va così in vita o in morte, se la scena iniziale si riferisce a qualcosa di precedentemente registrato o no.
Diventando poi anche esperto cartografo, munito di mappe e manuali e strumenti di misurazione per segnare precisamente la sua posizione nell'Oceano Indiano, Redford diventa clone – mentre in sala c'è un'altra storia di mare, In Solitario, e c'è appena stato il piratesco Captain Phillips – dell'indiano Pi del film di Ang Lee. Solo che quello, decisamente più spettacolare, viveva il mare solo in una parte del suo svolgimento e aveva più ospiti, e soprattutto si sviluppava in un arco di tempo più ampio senza mai farci perdere le speranze pur vedendo lo smagrimento del viso e la barba incolta. E anche quello aveva il doppio finale. Ma a J.C. Chandor, regista alla sua seconda prova passata da Cannes e adesso attesissima nelle nostre sale, abbiamo capito che piace fotografare l'istante, il momento, l'episodio strappato allo svolgimento. L'aveva già fatto con il premiatissimo e osannato Margin Call, racconto della notte del crollo finanziario con un cast gigantesco – in cui figurava anche Zachary Quinto che di questo film è produttore – rendendo il lato umano degli agenti di borsa, le disperazioni composte e trattenute; lo fa ancora, concedendoci un'unica scena in cui Redford effettivamente scoppia in lacrime, conscio di ciò che potrebbe accadere. Ma incentrare un film in un solo avvenimento, con un solo attore, senza nemmeno un dialogo (cosa che va molto di moda di questi tempi) non era impresa difficile: e questo film pur imperfetto (negli stacchi del montaggio, in qualche ripresa) ci riesce, senza mai annoiare.

mercoledì 4 dicembre 2013

31TFF: storia di un riparatore.



The Repairman

id., 2013, Italia, 89 minuti
Regia: Paolo Mitton
Sceneggiatura originale: Paolo Mitton & Francesco Scarrone
Cast: Daniele Savoca, Hannah Croft, Paolo Giangrasso,
Francesca Porrini, Fabio Marchisio, Irene Ivaldi
Voto: 8.1/ 10
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Commedia brillante – come si usa dire a teatro; opera prima (tenerissima la presenza in sala degli amici dell'attore protagonista) di un regista piemontese (Paolo Mitton) che ha scelto il manifesto sbagliato e il titolo sbagliato per un film che promette poco e regala allo spettatore tantissimo, e il pubblico di Torino ha apprezzato. Storia a incastri ben stesa, con un gioco di livelli narrativi multipli che stanno in piedi senza sbavature e anzi, con non pochi piccoli dettagli che rendono deliziosa la confezione. Si comincia con la telefonata di un decesso, mentre un uccello pure muore, colpito dalle scariche elettriche dei fili sopra alla strada; fili che saranno protagonisti della parte finale. Scanio (un azzeccatissimo Daniele Savoca tutto barba e focaccine), voce fuori campo e titolo del primo capitolo e nome del protagonista, chiamato universalmente A-scanio a cui lui strappa ogni volta la A, ha lasciato Ingegneria perché gli è morto il padre e adesso lavora come riparatore (da qui il titolo) di complessi marchingegni tipo la multi-macchina da caffè di una ditta. Ha una combriccola di amici, che tendenzialmente ridono della sua nullafacenza e della sua solitudine. Lui è un ingegnere, quindi un po' perennemente fuori luogo, impacciato con le donne. Nella prima metà, ci si sganascia dal ridere: una battuta dopo l'altra, ogni scena è comica (ma senza scadere mai nella gag nonsense e assolutamente mai volgare, come il nostro cinema crede invece debba essere una commedia). Poi la storia si fa seria, e il tono si abbassa un po': arriva una ragazza, una convivenza a sorpresa, il lavoro se ne va ma lo spirito gaio di affrontare la vita, più o meno, resta. Il tutto narrato attraverso scatole cinesi da cui si entra e si esce, sempre col sorriso, sebbene lentamente l'ilarità diminuisca con l'avvicinarsi della prevedibile rottura (sul lavoro, in amore, in casa). I problemi della vita, quando si sommano, demotivano e abbassano gli angoli della bocca. In questo esordio silenziosissimo tutto sorprende: la bravura e la naturalezza degli attori, sconosciutissimi fino ad oggi; la fotografia coerente e non amatoriale; la trama, realistica e attuale (che a Virzì è forse piaciuta per la vicinanza vicinissima con Tutti I Santi Giorni) sulla precarietà del lavoro, del denaro, degli affetti, sulla quale (precarietà) comunque si sorride senza sangue amaro. Ma soprattutto la sceneggiatura, quasi impeccabile, ben pensata e ben portata a termine.
Non si incastrano perfettamente la prima e l'ultima scena; ma è un difetto che lasciamo correre in quello che è stato unanimemente considerato il più interessante esordio dell'anno.

martedì 3 dicembre 2013

little miss summer.



C'era Una Volta Un'estate
The Way, Way Back, 2013, USA, 103 minuti
Regia: Nat Faxon & Jim Rash
Sceneggiatura originale: Nat Faxon & Jim Rash
Cast: Liam James, Toni Collette, Steve Carell, Allison Janney,
AnnaSophia Robb, Sam Rockwell, Maya Rudolph,
Rob Corddry, Amanda Peet, Nat Faxon, Jim Rash
Voto: 7/ 10
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Non è un furgoncino giallo ma è una macchina quasi-d'epoca. Ci sono, dentro, due donne che dormono e due uomini svegli, ma uno guarda la strada in avanti e l'altro quella indietro. Il primo chiede all'altro: su una scala da uno a dieci, che voto ti dài? E gli risponde senza farlo parlare: tre, sei un tre. Il bastardo, vedremo una volta sceso dalla macchina, è Steve Carell nel ruolo che meno gli avremmo disegnato addosso, mai. Ruolo che ci ricorda, con questa battuta, un padre devoto alla sua teoria di successo in sei stadi di un film col furgoncino giallo. Ce lo ricorda, anche, la prima delle due donne dormienti, un'altra Toni Collette che approda in sala in un film comedy e in una parte minore (ma qui è meno sottotono che in Enough Said). Uomo e donna sono fidanzati e reduci da due matrimoni non andati bene, con figli a carico. La figlia di Carell, è la solita cheerleader con amiche oche e fidanzato palestrato che non vuole essere disturbato mentre gioca a volleyball; il figlio della Collette è il solito emarginato misantropo strano e silenzioso – ma non tanto silenzioso quanto il figlio della Collette del film con Steve Carell e il furgoncino giallo. Si trasferiscono – e qui sta la svolta del film – nella di lui casa al mare circondata dalle case al mare dei suoi amici, quaranta-cinquantenni con figli o cheerleader o emarginati misantropi (addirittura malformati). E le famiglie sono: o scoppiate (madre divorziata che straparla e si prende molta poca cura dei figli, una splendida Allison Janney quasi da Oscar) o tenute insieme con la colla (lei tradisce lui ma lui non lo sa; e lo tradisce coll'uomo di un'altra, che non lo sa). Però, in questa pentola estiva di cliché, queste famiglie sono reali: i figli si annoiano in barca coi genitori e i genitori ritrovano la giovinezza perduta fumando erba, sparandosi acqua addosso, risultando ridicoli agli occhi nostri e della progenie, ma tanto spensierati dopo mesi di duro lavoro.
Succede che il figlio della Collette, che per brevità chiameremo Liam James (faccia azzeccatissima), scappa dalla casa dove la madre non lo caga e il patrigno lo maltratta e si ritrova, doppiamente vestito, ad occuparsi di un parco acquatico, che incarna l'essenza dell'estate in sé: spensierato, malinconicamente giovane, e chiuso per la maggior parte del tempo, mentre piove sulle sdraio e sugli ombrelloni. La morale, però, il film non ce la dà: quando finisce è ancora estate, perché il figlio della Collette scopre e rivela una cosa per cui tutti e quattro, nella macchina d'epoca non gialla, raccolgono baracca e burattini. Non c'è, quindi, una performance danzante come in Little Miss Sunshine – che, per chi non l'avesse capito, è il film di cui sto parlando da trenta righe – o come ne Il Lato Positivo che pure su Little Miss Sunshine era molto costruito. Però c'è il riavvicinamento familiare senza una vera conclusione, lato positivo di questa comunque buona sceneggiatura scritta dai premi Oscar Nat Faxon e Jim Rash (per Paradiso Amaro col regista Alexander Payne) che si concedono le due parti divertenti dentro al film insieme all'amica della sposa Maya Rudolph. Soprattutto Faxon, che è interprete e ogni tanto anche regista e sceneggiatore di Community, serie collegiale per adulti poco nota in Italia in cui interpreta un poco credibile e appariscente preside. Ecco: in questo, sfiorando il demente, ci fa ridere di più. Per il cinema però si attiene alla tradizione, sapendo di dover accontentare anche le famiglie, confezionando un prodotto figlio, a questo punto, di Mamma, Ho Perso L'aereo.

31TFF: gli ultimi amanti.



Only Lovers Left Alive
id., 2013, UK/ Francia/ Germania/ USA, 123 minuti
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura originale: Jim Jarmusch
Cast: Tilda Swinton, Tom Hiddleston, Mia Wasikowsa, John Hurt
Voto: 5.9/ 10
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L'inizio ci dice tutto. Non i titoli di testa in gotico rosso su un 33 giri che effettivamente gira, ma le immagini della Swinton e di Hiddleston che come il disco girano pure loro, stesi in parti della propria stanza. Poi abbiamo: una conversazione interminabile sulle chitarre d'epoca, con intervalli simpatici sulla necessità di avere un proiettile di legno, ma di legno duro, e una passeggiata per le vie di Tangeri, unica vera trovata interessante del film, che viene mostrata come labirinto peccaminoso, affascinante nella sua vuotezza, perfetta e mai associabile a un vampiro. Lei si chiama Eva, lui Adamo, e i giochi coi nomi saranno molti e simpatici («lei è il dottor…?», «Faust»). Lui ha una cultura gigantesca – come nella vita: Tom Hiddleston si è laureato in Lettere Classiche a Cambridge prima dell'Accademia di Arte Drammatica di Londra e dopo una super-scuola privata a Eton, attore shakespeariano di teatro, Fitzgerald in Midnight In Paris e soprattutto fiore all'occhiello di Thor – che esprime nell'accumulare oggetti d'epoca che riesce a rendere moderni; lei coglie l'anno di nascita delle cose toccandole (e ha bisogno di poche presentazioni). Comparirà, dal nulla e per molto poco, Mia Wasikowska, frizzante adolescente che ci ricorda la Jessica di True Blood ai primi tempi, indomabile nella sua sete incontrollata, vampira giovane. Escono, rigorosamente in guanti e occhiali da sole, ascoltano musica funeral metal, e niente, finisce tutto qua. La coppia di vampiri è una coppia reale che si scontra coi problemi reali più quelli inumani. Diffidenti e allergici agli “zombie”, viaggiano solo di notte e non trovano un posto per loro stessi, come non trovano una sana bottiglia di sangue non contaminato.
Il film pare un esercizio adulto e maturo per dimostrare al mondo che nella scia del vampire-style si può partorire un'idea anti-Twilight, così diversa da Twilight, forzatamente diversa, da non avere una trama, uno sviluppo, del mordente, per assomigliare il meno possibile a un film “semplice”; qualche trovata registica, dei dialoghi effettivamente brillanti, e l'on-the-road dei personaggi nomadi, che sono ciò che fa stare in piedi il film: gli attori. Tilda Swinton era perfetta per fare la Strega Bianca di Narnia e lo è ancora di più per fare il vampiro, ma è, come il suo amante che vive dall'altra parte del mondo, un vampiro decadente, come John Hurt loro mentore che si decompone a causa del sangue; tutto decade e si decompone: triste presagio che colpisce anche chi accumula saperi e cultura in vita, che spaziano dagli strumenti musicali e i loro musicisti al teatro inglese. A meno che non si torni all'ineducazione, allo stato selvaggio «del Quindicesimo Secolo». Morale della storia: più sai più soffri. Altra morale: più sai meno hai. Ma la pellicola del regista cult Jim Jarmusch, che ci fa sempre ridere ma nella vita s'è concesso una sola palese commedia e gli era andata pure bene (Broken Flowers) annoia troppo. Soprattutto chi non coglie la metà delle citazioni. E chi ama o ha amato la Twilight Saga. Cioè: un sacco di persone.

lunedì 2 dicembre 2013

31TFF: La Plaga.



La Plaga
id., 2013, Spagna, 85 minuti
Regia: Neus Ballús
Sceneggiatura originale: Neus Ballús & Pau Subirós
Cast: Maria Rós, Raül Molist, Rosemarie Abella,
Maribel Martí, Iurie Timbur
Voto: 8/ 10
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C'è un posto, non troppo lontano da Barcellona, in cui si muore di caldo, e in questo posto, a patire questo caldo, c'è un ragazzo che tutte le mattine va in bicicletta nei campi, perché non ha l'auto, per strade sferrate di polvere, e va nei campi ad aiutare un suo amico che coltiva prodotti biologici da vendere; il caldo, però, non aiuta il lavoro dei braccianti e nemmeno le specie vegetali: la piaga del titolo è quella della mosca bianca, insetto pestilenziale che inizia ad intaccare le foglie per poi passare al fusto e uccidere la pianta intera. «All'inizio il tema della peste agricola occupava molto più spazio all'interno della storia, per questo dà il titolo al film» dice Pau Subirós il fidanzato della regista esordiente e documentarista Neus Ballús, co-sceneggiatore e produttore; «poi è un titolo forte, che rimane impresso alla gente, per questo abbiamo deciso di tenerlo anche una volta sfoltita la trama. Anche se, temiamo, qualcuno possa pensare sia un film fantascientifico sugli alieni che vogliono conquistare la terra».
La spiegazione del titolo è ben visibile soprattutto nei primi piani a questi insetti e queste foglie che lentamente fanno il loro corso (e si ricorda un altro film del genere, il Sacro GRA). Si ha l'impressione che sia, il tutto, un documentario con la fotografia bellissima. Perché oltre all'orto coltivato, il senso di documentazione della realtà è in ognuna delle storie raccontate: dal moldavo giunto in Spagna per allenarsi alla lotta libera che intanto lavora in campagna, alla filippina a disagio nella casa di cura per anziani dove lavora e costringe la signora Maria a fare la doccia, passando per la signora Maria, colonna del film, di cui tutti erano innamorati alla fine della proiezione, vecchina gobba costretta a lasciare la casa in cui ha vissuto una vita – «e la notte penso, penso tanto» dice nel film. Lei, spiega la regista, se questo fosse un western sarebbe lo sceriffo: è dura, irascibile, ma anche incredibilmente tenera. Rappresenta il riassunto di tutti gli altri personaggi, sempre costretti a interpretare un ruolo o portare avanti una condizione che vorrebbero annullare. E a lei è dedicato il film, morta due settimane dopo la fine del montaggio. «Quando giravamo, ci diceva: sbrigatevi, ché non mi resta molto da vivere». Ma non si capisce, in realtà, fino a che punto gli attori recitino e quando no, soprattutto lei.
È un film molto attuale, troppo: i soldi non bastano per mangiare, le case si dividono con chi si può, se non si ha la bici si va a piedi, due lavori sono troppo faticosi ma necessari, soprattutto se uno dei due, per cause naturali, non frutta. Le persone si intrecciano inconsapevolmente e involontariamente, per colpa dell'unità di luogo. Si ride spesso, si sorride: per la prostituta disperata e per Maria Rós che si lamenta dei vecchi bacucchi nella hall. Si sente, non solo per lo spagnolo (catalano in realtà, ma anche filippino e moldavo) l'eco di Gonzales Iñarritu, di Amores Perros. Certo siamo lontani dalle sceneggiature serratissime di Guillermo Arriaga, ma Gesù che immagini fenomenali: un quadro macchiaiolo.

31TFF: lui lei l'altra.



Non Dico Altro
Enough Said, 2013, USA, 93 minuti
Regia: Nicole Holofcener

Sceneggiatura originale: Nicole Holofcener
Cast: Julia Louis-Dreyfus, James Gandolfini, Catherine Keener,
Toni Collette, Ben Falcone
Voto: 6.7/ 10
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Una commedia «leggerissima» dicevano in sala: la boccata d'aria tra un documentario spagnolo e un dramma polacco. La commedia, più che leggera – il sottoscritto fatica a distinguere la leggerezza dalla banalità in una commedia – è, come si dice, “romantica”: la fifty-something Julia Louis-Dreyfus (due Emmy per la serie, comedy anche quella, Veep, di cui è produttrice) è divorziata con figlia a carico, un carico piacevole che sta partendo a malincuore per il college, ed è la migliore amica di Toni Collette, quanto ci piace!, sposata a un tizio con cui battibecca sempre (le quindici gioie del matrimonio…), due figli piccoli e un help che mette le cose lì dove le trova (la spazzola nel cassetto della cucina). Toni è l'unico personaggio non divorziato o separato, praticamente. Tra i clienti di Eva (la Dreyfus), massaggiatrice professionista, ci sono quasi solo persone sole, per quanto ne sappiamo, e una, che diventa sua amica, le parla spesso dell'ex marito. L'ha incontrata, questa, e cioè Katherine Keener, a una festa con piscina piena di single e divorziati, dove s'è imbattuta anche in James Gandolfini – pace all'anima sua, e questo è il suo ultimo film. Con la prima ha parlato di outfit tutto il tempo («ti sta benissimo!», «è bellissimo anche il tuo!»), con l'altro ha messo subito in chiaro: hai la panza, nu'mme piaci. In realtà con Gandolfini poi ci esce, e si diverte, e ci divertiamo anche noi: dialoghi ironicamente brillanti. Torna a casa dalla figlia e parla della sorprendente cosa, e la figlia è impegnata con la sorella di Michelle Williams [aneddoto: questa ragazza di quindici anni è identica a Michelle Williams, e durante il film pensavo: ma non può essere la figlia, Brokeback Mountain è uscito nel 2006, la figlia nel 2007, adesso ha sei anni… E alla fine del film l'attenzione era tutta sui titoli di coda, alla scoperta di una eventuale Ledger o Williams – ed eccola qua, Nic Williams, e quella di fianco a me: l'avevo detto che era la sorella di Michelle Williams!, sono identiche! Fine dell'aneddoto] che con la sua, di madre, ha grossi problemi e praticamente ha cambiato casa. Dunque, fin qui tutto banale e scontato ma poi, ecco: un colpo di scena. Che, ammetto, non mi aspettavo assolutamente. Forse perché era l'ora di pranzo. Ma, svelato il colpo, il film prosegue nel suo svolgimento con un'attesa nel nostro petto non troppo eccessiva: sappiamo che ogni commedia romantica che si rispetti vede Lei e Lui che per colpa di Lei si allontanano e poi si mancano e poi Lei tenta di ritornarci insieme e Lui ci sta e finiscono nel portico, seduti sui gradini, a ridere e farci capire che il lieto fine è servito. Anche questa va così? Guardate la locandina. La novità sta nel parlare della nuova categoria cardine della società contemporanea: quella dei divorziati cinquantenni che si rifanno una vita e pretendono di rifarsela come se ne avessero venticinque – e lo scontro è chiaro nel ritorno a casa della mamma dalla festa, che si era truccata e aveva detto alla figlia «vuoi venire?», per raccontarle tutti gli aneddoti sugli uomini presenti prima di mettere lo smalto ai piedi: Una Mamma Per Amica un po' agée. La bravura di Nicole Holofcener, autrice anche di Please Give ma soprattutto del bel Friends With Money, che percorre il suo sentiero di commedie un po' tristemente sentimentali con persone in coppia e da sole, è ovviamente nella direzione degli attori – quello con la Keener è un sodalizio ormai forte – ma soprattutto è nella sceneggiatura, che continuamente ci fa sorridere, in modo arguto, rendendo chiaro come dovrebbe andare un primo appuntamento perfetto.

31TFF: The Husband.




The Husband
id., 2013, Canada, 80 minuti
Regia: Bruce McDonald
Sceneggiatura originale: Kelly Harms, Maxwell McCabe-Lokos
Cast: Maxwell McCabe-Lokos, Sarah Allen, Dylan Authors,
August Diehl, Joey Klein
Voto: 7.2/ 10
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Uomo scheletrico e figlio pacioccone sono fermi, per strada, cercando di far ripartire la macchina; il figlio è in realtà troppo piccolo per essere d'aiuto al padre, è seduto dietro, nel seggiolone, che mugugna versi inventati. Li vedremo poi andare a far la spesa, nel pienone degli acquisti gastronomici di Natale, li vedremo a casa per cambiare il pannolino, fare colazione a tavola con la simpatica badante cino-coreana. E la mamma Mulino Bianco non c'è: è in carcere, a scontare la piccola pena per aver avuto un rapporto sessuale con un quattordicenne. Tra Henry (il cornuto) e Alysasa (la cocotte) però le cose vanno bene, lui la va a trovare col minuscolo Charlie e lei gli fa collane jamaican-style e disegni a pennarelli di Johnny Depp. Pare che tutto fili liscio, che lui, arrendevole a lavoro e sempre con la testa bassa, un po' scontroso, solo in casa e muto, abbia accettato e perdonato la cosa; ma ecco: i ricordi di quando erano una coppia felice, lei incinta e lui pubblicitario sereno, sono pesanti, e ogni tanto riaffiorano; e riaffiora il senso del possesso e della gelosia morbosa per un rapporto consumato in camera da letto, sul letto su cui lui dorme, rapporto solo immaginato: è un Eyes Wide Shut con la colpa e un altro tipo di follia. Quella per cui, poi, l'arrendevolezza si spezza, e c'è bisogno di trovare un colpevole – e come facciamo sempre, lo troviamo dove più ci conviene. E un altro film ci viene alla mente: Rabbit Hole, storia di una coppia che perde il figlio investito da un adolescente, con cui Nicole Kidman (la madre) inizia a stringere segreta amicizia. Ecco, qui la cosa si ribalta, Henry inizia ad essere ossessionato dal liceale Colin, lo insegue fuori da scuola, gli rompe il vetro della macchina, scarica su di lui un reato che ha commesso solo in parte. Non cerca amicizia, ma vendetta, totalmente privo di razionalità.
Il film scorre semplice, a prima vista anche troppo, ma solo dopo ci si sofferma sul peso e sulla durezza di ciò che racconta. Staremmo ancora con la persona che abbiamo sposato, con cui abbiamo avuto un figlio, dopo un tradimento criminoso? Riuscirà il senso di colpa a farci tornare a casa? L'animo umano è analizzato ma non troppo, giusto quanto serve a chiudere il pacchetto in modo realistico, a mostrarci la rabbia repressa, le spalle innervosite e le dita contrite, il continuo bipolarismo tipico di chi vorrebbe dimenticare ma non ci riesce, che viene reso bene nella continua oscillazione di umore, nel continuare a reagire d'impulso, accusare e poi pentirsi, e il tutto è puntellato da battute simpatiche e situazioni comedy ma non troppo sceme. Oltre che al regista Bruce McDonald, documentarista musicale e autore dell'horror Pontypool, veterano del Festival di Toronto e attento esteta del videoclip e della giusta musica, la pellicola sta in piedi, sulle spalle, al suo protagonista Maxwell McCabe-Lokos, physique-du-rôle perfetto ed espressione perennemente azzeccata – come le mutande che ha indosso. Ci si chiede come, da un padre così magro, possano venire quelle guance meravigliose al figlio.

31TFF: Sweetwater.



Sweetwater
id., 2013, USA, 95 minuti
Regia: Logan Miller
Soggetto: Henry McKenzie
Sceneggiatura originale: Logan Miller & Noah Miller
Cast: January Jones, Ed Harris, Jason Icaacs, Eduardo Noriega,
Jason Aldean, Stephen Root, Vic Browder, Luce Rains
Voto: 7/ 10
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La magrissima January Jones (la prima signora Draper di Mad Man) è sposata a Eduardo Noriega («non sapevamo fosse così famoso in Europa» dicono i fratelli Miller; ma alzi la mano chi effettivamente lo conosce) con cui gareggia a sparare alle bottiglie di vetro nel patio: capiamo subito che i pantaloni in casa li porta lei, anche se poi si concede (cioè si fa regalare con la forza) un vestito viola non poco appariscente che le servirà in coda al film (e nella locandina). Col marito è tutto rose e fiori, ma il loro terreno coltivato a orto confina con quello di Jason Isaacs, che tinge neri i lunghi capelli bianchi di Lucius Malfoy – nuovo e definitivo messia di Geova, destinato a sedere alla destra del Padre, il cui fanatismo si consuma nel corridoio d'ingresso alla sua casetta costeggiato da gigantesche croci bianche spesso ridipinte. Il pastore, circondato da non pochi seguaci, due mogli e qualche scagnozzo, se ne va in giro a promuovere il Verbo con un coltello ben affilato che non ci pensa due volte a infilare nei petti altrui, se intralciano il suo cammino religioso. Gli metterà i piedi tra le ruote Ed Harris, personaggio osannato dagli organizzatori del festival, bizzarramente bianco in testa e turchino vestito, che ci si presenta prima ballando poi fracassando un cranio. Auto-elettosi nuovo sceriffo della città, in una non ufficiale coalizione con la Jones cercherà di arrivare allo stesso risultato in un letterale labirinto abitato da maiali.
Dopo Touching Home (che non ha visto nessuno) i fratelli Miller ritornano sullo schermo e passano da Berlino, ma scorpati: Logan è solo regista e Noah lo aiuta con la sceneggiatura. S'è parlato dal primo momento dei “nuovi fratelli Coen”, ma s'è parlato ancora di più di Tarantino; con cui in realtà questa storia ha in comune solo la sposa abbandonata all'altare circa che cerca vendetta, ma dopo Django (ma anche dopo Il Grinta) tutti si aspettavano una svolta generale al western che non è arrivata; questa è l'eccezione alla regola, che come il film di Quentin – e come il western in generale – segue la sua trama liscia liscia verso l'epilogo-resa dei conti. «Qual è la scena madre del film?» mi è stato chiesto, e io ho risposto: dato che ogni azione genera la successiva, ogni episodio è conseguenza del precedente, la scena madre sarebbe la penultima (non l'ultima). Per cui più che la storia, del film sono degni di nota i personaggi: non tanto Isaacs, la cui parte è facilotta – ma comunque ben fatta, quanto Harris, ultra-elogiato sia qui che al festival tedesco, personaggio meno western degli altri eppure non fuori luogo, che ritrova il suo motivo di star là insieme agli altri due, al parroco e alla Mulan/ Jones, di cui vediamo – come ogni film virile vuole che sia – la solita scena di bagno al lago. In cui però lei tira fuori l'arnese...

mercoledì 27 novembre 2013

31TFF: i misantropi.



Molière In Bicicletta

Alceste À Bicyclette, 2013, Francia, 104 minuti
Regia: Philippe Le Guay
Sceneggiatura originale: Philippe Le Guay & Fabrice Luchini
Cast: Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa
Voto: 7.4/ 10
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«Un film leggero, una commedia intelligente» lo definisce Maya Sansa alla micro-presentazione per il pubblico, in prima serata all'inizio del Torino Film Fest; con lei ci sono il regista Philippe Le Guay, elegantissimo regista del fortunato Le Donne Del 6° Piano – che si scusa di non saper parlare l'italiano, dato che ricorda i tempi del cinema in cui gli italiani andavano a girare in terra francese e non si sapeva più definire Mastroianni francese o italiano – e l'attore co-protagonista, che l'italiano lo parla perfettamente, Lambert Wilson (anch'egli elegantissimo, più che con la chioma brizzolata), co-protagonista con Fabrice Luchini reduce da una serie di super-incassi: Le Donne andò benissimo e Nella Casa ancora meglio, e questo Alceste À Bicyclette ha incassato un milione in patria.
I due sono attori anche sullo schermo: uno, stella di una serie televisiva medico-avventurosa di cui scherza con chi ne capisce e si vanta con chi lo venera; l'altro si è praticamente ritirato dalle scene (scopriremo, poi, in che modo e con che forzatura) e ha ereditato una casa un po' dismessa in questa Île de Ré, cittadina francese in cui si gira solo in bici, e la bici non si lega ai pali. Vediamo subito, dalle condizioni della casa e dai problemi idraulici nel sottosuolo (e dalle tazze sbeccate), che se non fosse morto lo zio quella casa Serge non se la sarebbe potuta permettere: i prezzi non vanno sotto il milione. Eppure tutti vendono, inclusa l'italo-francese Sansa, che qui si chiama Francesca e ogni tanto litiga in lingua natia con l'ex marito al telefono. S'intrometterà in quella che è la trama allegorica del film: Gauthier che invita, quasi costringe, ammalia Serge con l'ipotesi di mettere in scena Il Misantropo di Molière. Ma la lite è dietro l'angolo: per la parte di Alceste o di Filinte?
Non è difficile capire il doppio senso della scelta teatrale, né la psicologia dei personaggi. Fabrice Luchini, amante di Molière al punto da non permettersi di metterlo in scena a teatro (né qui) e ideatore di questa trama, scava a fondo e ripropone due figure modellate su quelle rabbie represse e quei sentimenti. Due caratteri diversissimi, spesso incompatibili, che occupano completamente la scena e per tutto il tempo leggono i versi alessandrini originali. Mentre nelle nostre sale arriva In Solitario dei “creatori” di Quasi Amici è impossibile non paragonare quel successo a questo: a dimostrazione che una commedia può essere intelligente, istruttiva, non banale, e far sbellicare dal ridere. Certo non sveniamo dalla contentezza, ma siamo piacevolmente sorpresi, soprattutto per la satira che viene fatta della televisione, del recitare, dello scontro fra il teatro vecchio e quello nuovo (là era la ricchezza apparente contro la povertà genuina e simpatica, di cui già ci aveva parlato Topolino E Il Povero) e la nostalgia che le persone agée ne trarranno, l'avvento del nuovo, sempre meno profondo, sempre meno intellettuale, più impulsivo, più di pancia, che preferisce sostituire un vocabolo à-la-mode all'impronunciabile verso seicentesco. Il gioco delle parti è chiaro, e anche quello orgoglioso dei personaggi; nonostante ciò, pure la scena finale è in grado di sorprenderci, piacevolmente, dando ragione alla Sansa, che poveretta è relegata in un banalotto ruolo obbligato a rendere la commedia, come si dice, “romantica”.

martedì 26 novembre 2013

31TFF: Frances Ha.



Frances Ha
id., 2012, USA, 86 minutiRegia: Noah Baumbach
Sceneggiatura originale: Noah Baumbach & Greta Gerwig
Cast: Greta Gerwig, Mickey Summer, Michael Esper,
Adam Driver, Michael Zegen, Patrick Heusinger, Grace Gummer
Voto: 9.2/ 10
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«C'è una scena, di un film di Greta, in cui lei canta in un locale e nessuno la ascolta, tranne uno stregato Ben Stiller, che ha ispirato una sequenza del mio ultimo film» dice Paolo Virzì – penso sappiate quale sia il suo ultimo film – direttore del 31esimo festival di Torino e felice di esserlo (e accompagnato, il primo giorno, da Luciana Littizzetto); sotto braccio ha Greta Gerwig, con cui è entrato preceduto da suoni di trombe e un disordinato applauso. «Siamo tutti fan di Greta, che ha cominciato come scrittrice di copioni ed è adesso la musa del cinema indie: riesce ad essere sexy, goffa, ironica, spontanea, intelligente, ridicola – è la nuova Geena Rowland». La Gerwig arrossisce davanti a una sala che la adora, una sala che non la riconoscerebbe mai per strada, data la metamorfosi (capelli lunghi e poco mossi, vestito nero). Racconta che per Frances Ha ha impiegato un anno a scrivere la sceneggiatura con Noah Bumbach e un altro anno a girarlo (i due avevano già collaborato per Lo Stravagante Mondo Di Greenberg e lui è il regista dello splendido Il Calamaro E La Balena). «È stupido parlare di un film davanti a una sala che non l'ha ancora visto» dice saggiamente, «ma spero che vi divertiate».
E il divertimento arriva poco dopo: la gente si sganascia, a volte più di quanto dovrebbe. Ma il film – in un bianco e nero a cui «poi ci si abitua» – spinge a farlo, in un montaggio entusiasta, frizzante, ritmato, che scandisce un tempo che scorre senza peso. È un enorme, nostalgico tributo al cinema francese di Truffaut, chiaro dalle veloci immagini sul prato, le corse per strada, i pantaloni neri fino al ginocchio sotto la gonna, la trama (neo)realistica.
Frances è un'aspirante ballerina di danza moderna, ventisettenne, nata e cresciuta a Sacramento e trasferita a New York. Vive con Sophie, con cui vediamo, all'inizio, porta avanti un'amicizia-matrimonio di intese e spensieratezze, lotte al parco e film sul computer nel letto alla sera. Nella danza Frances crede molto, ma pare che l'amore non sia reciproco; si aggiunge il trasferimento di Sophie in una casa a Tribeca, ma le cose dei ragazzi vanno così, e per amici comuni Frances finisce nella «stanza piccola» di un appartamento «sicuro di sé» in cui vive l'Adam Driver di Girls. Altro idillio: lei e Lev e Benji che saltano sul letto, mangiano cinese davanti alla tv (e Lev porta a casa one-night-stands che preparano i bagel). «Non posso restare a colazione, devo uscire, non sto combinando niente» dice Frances con la giacca addosso; e poi a colazione ci resta. I soldi sono sempre meno e la casa sempre più cara e l'amica più lontana e le vacanze di Natale arrivano: va a trovare i suoi, fa la pulizia dei denti, la rimpatriata di quegli amici... Tutto è così talmente realistico che è impossibile non immedesimarsi prima in lei poi in qualcun altro: la paura di crescere, la difficoltà di farcela da soli, il contrasto tra i ricchi e i poveri, la solitudine che piomba dietro l'angolo, le vacanze che vanno male, i ritorni degli affetti, le relazioni che diventano serie – tutto che diventa serio. È un film “newyorkese” l'ha definito Virzì, ma è in realtà un film universale, forse per una fetta di gioventù. Nel cast tutto indie, poi, ogni personaggio è azzeccato: l'amaro in bocca resta solo per la psicologia ambigua di Frances: intelligente e spigliata, con la battuta pronta, ma poi capace di intavolare conversazioni imbarazzanti e inutili alle cene con gli sconosciuti. Autrice di un pensiero meraviglioso su cos'è lo stare in coppia e poi dispettosa verso se stessa nel non accettare un lavoro nel momento di bisogno. Ad ogni modo, tutti i difetti si nascondono dietro l'etichetta della casella postale, quando ci verrà svelato il perché di questo titolo, Ha.