martedì 6 gennaio 2015

certe classifiche.



Quando durante la prossima cerimonia degli Oscar sentirete dire: è stato un grande anno per il nostro cinema, questo - alzatevi e protestate, se siete in sala: perché questi sono stati i peggiori mesi di pellicole americane, e lo si nota dalla nulla concorrenza alle premiazioni, o dalle tanto celebrate performances in realtà mediocri - persino l'annuale cartoon Disney è stato una delusione. Come ogni volta ma più delle altre volte i film europei sobbarcano e fagocitano le pellicole d'oltreoceano e restano non accontentati alle kermesse più mainstream e nelle classifiche del pubblico. Basti notare come Boyhood sia in cima a tutte queste liste, un buon film la cui produzione è però raccontata prima ancora della trama, quasi inesistente, un esperimento acclamato quasi senza considerarne il prodotto finale, comunque piacevole (ma se non fosse stato girato così, Boyhood sarebbe solo una buona sceneggiatura). Subito dopo, o subito affianco, Grand Budapest Hotel, il minor film di Wes Anderson, pare il riscatto per una carriera passata in silenzio di critica e con gif e tumblr del pubblico. Un cast stellare, come si dice in questi casi, per una fiaba innevata dai bei costumi e dalle belle scenografie. Fa benissimo il New Yorker, che crea una lista parallela di titoli – che hanno oscurato la vista davanti ai veri film meritevoli e audacemente originali – in cui mette Ida, il futuro Oscar straniero del polacco Pawel Pawlikowski, scelto a priori e ormai mesi fa e privato di concorrenti nella shortlist dell'Academy. Il Regno D'inverno, Due Giorni, Una Notte, il meraviglioso Mommy, Leviathan, Timbuktu hanno tutti fatto di questo Festival di Cannes un cartellone forse inarrivabile, che conteneva anche Le Meraviglie nostrane, il punto più alto del piccolo cinema italiano (per Ciak però vince Il Giovane Favoloso prima de Il Capitale Umano), anche se l'assurdo esperimento di Addio Al Linguaggio sobbarca tutti, costringendo a inserire Jean-Luc Godard nei migliori titoli per apparire autorevoli (o autoriali), apprezzando magari l'intento ma considerandolo, erroneamente, un film di finzione al pari degli altri. Per noi: vince Sils Maria, premio Luis-Delluc 2014, prova altissima di sceneggiatura, di analisi umana, di interpretazioni femminili, un Eva Contro Eva che ribalta la nostra percezione di Kristen Stewart e Chloë Grace Moretz, sempre reduce da Cannes ma dimenticato troppo in fretta. E dietro l'attore del 2014 che prosegue nel 2015 la sua ascesa (Benedict Cumberbatch) è Scarlett Johansson a incarnare forse il paradosso di questi dodici mesi: due film quotati e non: Lucy, bocciatissimo, e Under The Skin, che arranca silenzioso verso i vertici delle chart, a volte sovrastato dal Lego Movie, inspiegabilmente il maggiore titolo animato dell'anno – sicuramente grazie agli incassi. Di seguito una serie di testate e le loro classifiche del meglio di quest'anno appena concluso. Forse bisogna prestare attenzione al fondo: anche se il New Yorker premia in abbondanza un film che si chiama Thou Wast Mild And Lovely ed è passato a Torino scatenando le lamentele del pubblico.

Sight & Sound

01. Boyhood di Richard Linklater
02. Addio Al Linguaggio di Jean-Luc Godard
03. Leviathan di Andrey Zvyagintsev
03. Horse Money di Pedro Costa
05. Under The Skin di Jonathan Glazer
06. Grand Budapest Hotel di Wes Anderson
07. Il Regno D'inverno - Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan
08. The Tribe di Miroslav Slaboshpitsky
08. Ida di Pawel Pawlikowski
08. Jauja di Lisandro Alonso
11. Mr. Turner di Mike Leigh
11. National Gallery di Frederick Wiseman
11. The Wolf Of Wall Street di Martin Scorsese
11. Whiplash di Damien Chazelle
15. The Duke Of Burgundy di Peter Strickland
16. Birdman di Alejandro Gonzáles Iñárritu
16. Due Giorni, Una Notte di Jean-Pierre & Luc Dardenne
18. Citizenfour di Laura Poitras
18. The Look Of Silence di Joshua Oppenheimer
18. Si Alza Il Vento di Hayao Miyazaki

domenica 4 gennaio 2015

Toy Story 4.



Muppets 2 - Ricercati
Muppets Most Wanted, 2014, USA, 107 minuti
Regia: James Bobin
Sceneggiatura originale: James Bobin
Cast: Ricky Gervais, Ty Burrell, Tina Fey, Steve Whitmire,
Eric Jacobson, Dave Goelz, Bill Barretta, David Rudman,
Matt Vogel, Peter Linz, Chloë Grace Moretz, Christoph Waltz,
Stanley Tucci, Saoirse Ronan, Miranda Richardson, Salma Hayek,
Tom Hiddleston, James McAvoy, Ray Liotta, Frank Langella
Voto: 7.7/ 10
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Avevamo lasciato Jason Segel e Amy Adams e la gang dei Muppets cantare il finale di Life's A Happy Song, la miglior canzone originale del 2012 che non vinse l'Oscar a discapito di Man Or Muppet – e da dove era finito quel film comincia questo, con lo «stop!, buona» del regista James Bobin (che resta lo stesso e si fa sceneggiatore) e gli attori che vanno verso le proprie roulotte. Ma la telecamera non è spenta: gli studios «want more» comincia a cantare Kermit, nonostante tutti sappiano che il sequel non è mai buono come il primo film, fatta eccezione forse per Toy Story 4 se Tom Hanks accettasse di prestare la voce. La prima canzone del film è anche questa volta la migliore, quella di traino e la più mirabilmente scritta (da Bret McKenzie, nuovamente in lizza per l'Academy). Seguirà uno scervellarsi di meningi su quale potrebbe essere la trama di questo nuova pellicola (che in italiano prende il numero due nel titolo che in originale manca. Riflessione: è l'ottavo muppet-movie e non il secondo ma effettivamente si può considerare il sequel del precedente, fatta inclusione di Walter). Scartata l'ipotesi di Gonzo With The Wind, Ricky Gervais propone l'idea di partire per un tour nelle maggiori capitali europee e mettere in scena il Muppet Show come tutti noi lo conosciamo, ogni sera in un teatro diverso – ma Ricky Gervais è un super-cattivo dal riassuntivo cognome Badguy, secondo solo alla rana Constantine, dalle fattezze stesse di Kermit con solo un neo in più in faccia. Rinchiuso nel più sorvegliato, severo e gelido gulag della Siberia, tenuto sott'occhio da una russa Tina Fey (cercatela ne I Muppets Venuti Dallo Spazio, 1999) Constantine riesce a scappare e a farsi sostituire dal più celebre puppet previa appiccicatura di puntino sulla bocca. Con lo scagnozzo Numero 2 e i Muppets totalmente ignari dello scambio di persona (nonostante il leggero accento, ma felici di un regista che li lasci allo sbaraglio), il Muppet Show Tour europeo va avanti e sempre sfiorando banche, musei, depositi di celeberrimi capolavori d'arte che vengono cadenzatamente rubati. Interverrà l'investigatore Ty Burrell, da Modern Family con furore – o, meglio, scandale – con un'altra canzone estromessa dall'Oscar e molto più divertente nella versione allungata, Interrogation Song. Per questa trama, la troupe dietro ai Muppets disneyani si adagia su una storiella non particolarmente originale ma che bene incarna i valori e le narrazione tipiche Disney, e dà il meglio di sé su due fronti: quello delle battute, che vanno dai riferimenti alla televisione americana all'ilarità sulle inquadrature nei film di genere – e quello dei cameos, di cui Lady Gaga e Tony Bennett cantano all'inizio. Come ogni puntata del Muppet Show che si rispetti, l'ospite deve essere celebre e pertinente, e qui abbiamo Christoph Walz a Berlino, Salma Hayek in Spagna, Saoirse Ronan a Londra. Le altre celebri comparsate vanno e vengono a partire tra gli attorini di Disney Channel tra Danny “Machete” Trejo e Miranda Richardson e culminano in Josh Groban rinchiuso in una gabbia di isolamento che canta attraverso la finestrella quando ce n'è bisogno, o Céline Dion che canta quando Miss Piggy pretende un medley delle sue canzoni. Uscito senza gli incassi del precedente a marzo negli Stati Uniti, sarebbe dovuto arrivare da noi senza data, poi annullata, ed è finito la sera del 20 dicembre su Sky Cinema HD. D'altro canto non siamo mai andati oltre alla seconda stagione dello Show.

domenica 28 dicembre 2014

la ritirata.



Lo Hobbit:
La Battaglia Delle Cinque Armate
The Hobbit: The Battle Of The Five Armies, 2014, USA, 144 minuti
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura non originale: Fran Walsh, Philippa Boyens,
Peter Jackson e Guillermo del Toro
Basata sul romanzo Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien (Adelphi)
Cast: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Ken Scott,
Graham McTavish, William Kircher, James Nesbitt,
Stephen Hunter, Dean O'Gorman, Aidan Turner, John Callen,
Peter Hambleton, Jed Brophy, Mark Hadlow, Adam Brown,
Orlando Bloom, Evangeline Lily, Lee Pace, Cate Blanchett,
Stephen Fry, Benedict Cumberbatch
Voto: 5.8/ 10
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Come se non fosse passato un anno nel mezzo, il film riprende da dove la storia s'era interrotta: «io sono fuoco» aveva detto Smaug, «io sono morte», e fuoco e morte semina per l'isola di Pontelagolungo mentre il popolo cerca di mettersi in salvo attraverso barchette e pontili; solo Bard ha il coraggio di mettere al riparo i figli e fronteggiare il drago, scoprendo il punto debole della sua pelle e la giusta freccia che potrebbe portare tutti in salvo. Siamo a cosa, minuto nove?, e il drago non c'è più: un'ora di attesa la scorsa volta per assistere all'ingegno digitale umano e a una performance vocale di Benedict Cumberbatch da manuale e adesso si consuma tutto nel primo quarto d'ora in modo che il castello – dove la lucertola riposava – e il tesoro che contiene possano essere in mano ai nani che l'hanno raggiunto e che ne rivendicano la proprietà. Ma l'oro genera mostri nel sonno della ragione e Thorin sta perdendo il raziocinio davanti all'esteso possedimento: Bilbo Beggins, lo hobbit del titolo che se il film non si chiamasse Lo Hobbit probabilmente non ci accorgeremmo nemmeno che è nel film, e se non fosse per la locandina, argutamente coglie lo sfacelo imminente e ruba l'Arkengemma affinché le stirpi altre (elfi, umani) possano pacificamente giungere a un accordo sul da farsi. Sarà guerra, da cui il sottotitolo per questo capitolo finale, e le cinque armate si sfideranno sotto al castello maledetto, sotto a un volo di aquile e corvi e soprattutto per quasi due ore. Basta trama, basta personaggi, solo martelli e alci, lance e frecce, orchi e spaccaterra per assistere, morto dopo morto, alla minuziosa fatica che stabilisce chi avrà diritto a varcare la soglia del portone. La rimpatriata iniziale, ricordata nelle ultime scene senza qualche componente, è ormai completamente dispersa e mezza stecchita e ha fatto scattare la scintilla in una donna elfo inventata rispetto al romanzo di partenza e criticatissima perché impossibilitata all'innamoramento. Se la tensione tra i due era solo sfiorata, durante la scampagnata, questa volta è non solo resa palese ma anche rimarcata, sottolineata, con un dialogo finale da far accapponare la pelle per l'orrore, mentre Evangeline Lily chiede a Lee Pace come mai un lutto d'amore faccia così male, pateticismo che nemmeno dentro a Colpa Delle Stelle. Il pressappochismo sentimentale del tutto gratuito è inframezzato dalle scenette-videogioco della prima volta, quando la divisione in tre capitoli del libercolo di partenza non era così sofferta, non era stata così diluita e spalmata: vedevamo lunghe sequenze pseudo-comiche riprese soprattutto dall'alto a mo' di schermo del computer davanti a World Of Warcraft. Anche l'ironia, la comicità qui fa cilecca alla grande: le due battute di spirito di Bilbo, due di numero, si inseriscono in travestitismi e frecciatine che rasentano la povertà di sceneggiatura, che sguazza e si adagia troppo sulle scene belliche anch'esse inaccettabili per Fisica e Fortuna: orchi di quattro metri che cadono a terra colpiti da una pietruzza lanciata da un nano, personaggi che s'abbracciano e conversano al centro di un campo di guerra dove una distesa di cattivi cade al primo colpo di spada: nessuno dei nostri eroi è mai beccato né cade fracassandosi il cranio anzi allo sgretolarsi di un ponte riesce a non finire nel vuoto saltando da una pietra in rovina all'altra, perché si arrivi a una conclusione affrettata e dal sapore inglese di Alice Nel Paese Delle Meraviglie più che del Signore Degli Anelli che pure spesso cita. L'ultima battuta del libro, scalata qua alla penultima scena, insegna che i grandi cambiamenti possono scaturire anche dalle più piccole creature, come gli hobbit, o come gli anelli. La saga fantasy che ha stravolto i canoni del cinema, e il regista poverello che s'è caricato il peso di questo successo, sono stati fatti oggetto di blockbuster e hanno pensato troppo in grande, aumentando i film a tre e diluendoli fino allo stremo dell'interesse umano per due ore e mezzo di durata ciascuno, e sognando in grande invece che in piccolo come bene invece predicano, hanno concluso la non-trilogia come peggio non si poteva fare.

venerdì 26 dicembre 2014

che sussurrava ai cavalli.



St. Vincent
id., 2014, USA, 102 minuti
Regia: Theodore Melfi
Sceneggiatura originale: Theodore Melfi
Cast: Bill Murray, Jaeden Lieberher, Melissa McCarthy,
Naomi Watts, Chris O'Dowd, Terrence Howard
Voto: 6.9/ 10
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La candidata all'Oscar (per la parte che le ha cambiato la vita dopo la lunga esperienza in Gilmore Girls) Melissa McCarthy si trasferisce con il figlio (all'azzeccato debutto cinematografico) in una nuova, tipica casetta americana fatta di due piani, giardino esterno, steccato e vicino. Gli uomini del trasloco sbattono con il camion contro un albero apparentemente centenario, da cui un ramo cade e si schianta contro una macchina d'epoca parcheggiata, mentre il recinto s'inclina e si spacca. Non il modo migliore per presentarsi al neighborhood, soprattutto se il soggetto proprietario della merce in sfacelo è un Bill Murray ubriacone, lurido, misantropo, scontroso, perennemente arrabbiato, approfittatore, spendaccione e col vizio del gioco oltre che delle ladies night – una delle quali ha messo incinta costringendola a non poter più strusciarsi al palo per guadagnare il poco di cui vivere, ed è una Naomi Watts dall'accento russo trasformata magicamente, credibilissima nel ruolo a partire dagli improbabili vestiti. Murray, che è il Vincent del titolo e l'incarnazione del film, minaccia la denuncia alla compagnia di traslochi e vuole in cambio uno steccato nuovo, visto che l'albero non si può rimontare, e la McCarthy gli dà questo e altro, e l'altro sarebbe il figlio Oliver, brillante quanto magro ed isolato bambino-spugna che coglie la separazione dei genitori che si fa sempre più dura e la necessità, per la madre, di lavorare fino a tardi in quanto la scuola che ha da pagare non sia proprio economica. È una scuola fissata con la santificazione di cui vediamo solo le lezioni di religione e di educazione fisica: nel primo caso don Chris O'Dowd ci illumina sui credi del mondo, nel secondo caso il bullismo impazza e gli insulti pure. Costretto a stare dal vecchio, cattivo, antipatico vicino mentre la madre è ancora a lavoro, Oliver imparerà l'autodifesa, le scommesse all'ippodromo, le case di riposo per anziane malate dove la moglie di Vincent è ricoverata. Scoprirà un altro lato dell'uomo più burbero del quartiere che tanto burbero non è, e se lo fa è solo perché ne ha passate tante. Da Scrooge al Grinch, per restare in tema natalizio, quanti ne abbiamo visti di personaggi scontrosi che già dal principio sappiamo cambieranno nel tragitto; lo scarto di valutazione sta sempre in quel mentre, nei modi in cui si passa dal cattivo al buono – per quanto non si tratti di cattiveria, né la metamorfosi sia totale: i titoli di coda ci dimostrano che Vincent in realtà non migliora neanche molto, con un pargolo in casa e un bambino che gli vuole bene affianco. Prende a cuore la situazione di Oliver ma chiede sempre qualcosa in cambio, a causa dei soldi che infinitamente gli mancano, al primo litigio mette una pietra sopra – lui e il sacerdote della scuola sono la fonte dell'umorismo e del cinismo di questa commedia come tante ma forse più sfacciatamente divertente. «I fondatori di questa nazione non erano proprio ambientalisti» dice Vin, che ne ha una per tutti, e in questa frase sta forse la volontà di parlare di stranieri e americani, giovani e vecchi, divorziati e anziani padri, senza filtri e senza pregiudizi, per una tavolata bizzarra che nessuno si sarebbe aspettato eppure fa sentire l'idea di famiglia. Un largo scivolone nella commozione a tutti i costi verso la fine, per spiegare il titolo della pellicola, che in America non può mancare mai, ma comunque un piacevole film non di-Natale ma in sala al momento giusto.

giovedì 25 dicembre 2014

it's a very merry muppet christmas movie.


Prix Louis Delluc - vincitori.



Sils Maria, forse il più bel film dell'anno e sicuramente anche il più sottovalutato, batte il veterano Jean-Luc Godard e la sua folle riflessione sul cinema e sugli strumenti del narrarlo al Premio Louis-Delluc 2014, il più prestigioso riconoscimento francese per l'industria cinematografica e, verrebbe da dire a questo punto, anche il più credibile. L'Eva Contro Eva di Olivier Assayas, storia di un'attrice e del ruolo che deve interpretare dopo vent'anni dalla prima volta, e del ruolo che ha sempre interpretato davanti al suo pubblico e del ruolo che ricopre la sua assistente – intelligentissimo, psicologicamente approfondito, narrativamente maturo, in lingua inglese ma di produzione francofona come il precedente Qualcosa Nell'aria, ingiustamente ignorato dal Festival di Cannes dove Adieu Au Langage aveva ricevuto il Premio della Giuria, ha la meglio anche su Saint Laurent, scelto per rappresentare la Francia agli Oscar di quest'anno, e Timbuktu, l'inviato all'Academy dalla Mauritania. Tra le opere prime, nonostante (anche qui) la Camera d'Or sia stata assegnata al trio di registi dietro il tanto celebrato quanto stroncato Party Girl, vince il dolcissimo Les Combattants di Thomas Cailley, storia di formazione di una coppia in cui lei fa la figura del maschiaccio più di lui che costruisce gazebo, che spero arrivi in Italia per sovrastare la colpa delle stelle. Di seguito tutti i candidati e i due vincitori.

Prix Louis-Delluc
miglior film
Addio Al Linguaggio di Jean-Luc Godard
Au Bord Du Monde (On The Edge Of The World) di Claus Drexel [documentario]
Bird People di Pascale Ferran
Eastern Boys di Robin Campillo
Saint Laurent di Betrand Bonello
Sils Maria di Olivier Assayas
Timbuktu di Abderrahmane Sissako
Tre Cuori di Benoît Jacquot

Prix Louis-Delluc
miglior opera prima
Les Combattants di Thomas Cailley
Mercuriales di Virgil Vernier
Mille Soleils (A Thousand Suns) di Mati Diop
Mouton (Sheep) di Gilles Deroo & Marianne Pistone
Party Girl di Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis
Tonnerre di Guillaume Brac

Power Ravengers.



Big Hero 6
id., 2014, USA, 102 minuti
Regia: Don Hall, Chris Williams
Sceneggiatura originale: Jordan Roberts, Daniel Gerson, Robert L. Baird
Basata sui personaggi di Man Of Action
Voci originali: Ryan Potter, Scott Adsit, Daniel Henney, T.J. Miller,
Jamie Chung, Damon Wayans Jr., Genesis Rodriguez, James Cromwell,
Alan Tudyk, Maya Rudolph
Voci italiane: Arturo Valli, Flavio Insinna, Stefano Crescentini,
Simone Crisari, Rossa Caputo, Davide Perino, Ludovica Bebi,
Edoardo Siravo, Virginia Raffaele
Voto: 7.6/ 10
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Nell'anno di Turin e Hawking e Swartz al cinema, la Disney (senza Pixar) abbandona la fede cieca nella magia con la quale si ritorna alla famiglia (leggi: Frozen) e si affida alla famiglia come strumento di traduzione della tecnologia. In una città che si chiama San Fransokio e che mescola pagode orientali a celeberrimi ponti, gli abitanti apparentemente occidentali nascondono tratti fisionomici alla Mulan, ma già dalle prime scene è chiaro che Mulan appartiene a un passato non remoto ma trapassato proprio: il dettaglio minuzioso dei volti, i volumi delle espressioni ma soprattutto i panorami, che si intravedono appena nelle scene di corse per le strette strade, o che esplodono in campi totali aerei da action movie che si rispetti – il progresso celebrato in Brave tocca anche la casa di produzione gemella che si è distinta sempre per le trame più che per gli strumenti. Questa volta non c'è un protagonista che si sente diverso dalla massa, né siamo in una nebulosa fatta di fiaba, magia o passato nostalgico. Hiro (assonanza col titolo) è totalmente calato nel presente: bimbo prodigio, ha finito il liceo a tredici anni e aspirerebbe già a una carriera universitaria se non preferisse lottare coi robot comandati nei cunicoli della città fra scommesse illegali. Ha un fratello che frequenta la “scuola dei nerd” con estremo successo, e lo sappiamo quando ci viene presentato il Baymax tanto più celebre dell'effettivo protagonista: è una sorta di infermiere portatile all'avanguardia, munito di defibrillatore quanto di lecca-lecca post medicazione, dall'aspetto rassicurante e coccoloso ma è pur sempre un robot che può essere implementato con scheda ritoccata per fargli, per esempio, conoscere il karate o farlo, per esempio, volare: ed ecco la frecciatina al Dragon Trainer osannato dalla critica, a cui il duo Hiro-Baymax sembra dire: lo sappiamo fare anche noi, ma meglio – perché la telecamera si comporta come se fossimo sulle montagne russe o addirittura sopra questa bizzarra città paradossale. Si aggiungono al folle volo altri quattro compagni di ventura (del fratello) da cui, nel titolo, il numero 6 (e il titolo, ragazzi, sembrerebbe la cosa più originale di tutto il film); strizzatina d'occhio, a questo punto, ai Power Rangers che hanno sempre mischiato oriente e occidente, progresso tecnologico minimo e trovate kitch tra le tutine bicolore e i cattivi mascheroni da bocche perdenti liquidi. Anche qui troviamo un costume-mascotte, al personaggio che sarebbe senza-potere, se di poteri si trattasse, allo studente che non frequenta, l'adulto della scuola, il poveraccio che vive in realtà in una reggia. Un personaggio a cui non viene dato abbastanza spazio eppure forse il più caratterizzato e il meno banale del gruppetto. Il quale (gruppetto), si accolla il solito triste onere di salvare il mondo, la città prima e tutte le anime poi, avendoci preso gusto, in un finale alla Fantastici 4 o alla Avengers a cui – ancora – si strizza l'occhio nell'era dei supereroi e della Marvel al cinema. In soldoni: è un film un po' ruffianetto che porta in sala tutto quello che in sala c'è già, ma in un unico nastro di pellicola, con i dovuti momenti drama disneyani di commozione latente e senza il personaggio icona (penso a Olaf o, per restare in tema, Mushu) che avrebbe potuto essere la zia Cass a cui presta la voce, addirittura!, Virginia Raffaele. La spinta al contemporaneo che la Disney s'è data si intravede già dal tradizionale corto di apertura, Winston: immagini piatte contro il 3D che verrà dopo e un esercizio di stile su un quasi totale pianosequenza mascherato da tagli (temporali): un cane è il soggetto di un rapporto animale-cibo ma anche uomo-donna che gli si sviluppa attorno e che grazie a lui si sviluppa. Abituato a polpette, spaghetti, pancetta e uova avanzati dai pasti, con l'avvento della donna in casa vedrà trasformati i propri pasti in salutari apporti di proteine e fibre spalmati tra sedani e cavoletti. Un ironico saluto al veganesimo incipiente.