Quando durante la prossima cerimonia degli Oscar sentirete dire: è stato un grande anno per il nostro cinema, questo - alzatevi e protestate, se siete in sala: perché questi sono stati i peggiori mesi di pellicole americane, e lo si nota dalla nulla concorrenza alle premiazioni, o dalle tanto celebrate performances in realtà mediocri - persino l'annuale cartoon Disney è stato una delusione. Come ogni volta ma più delle altre volte i film europei sobbarcano e fagocitano le pellicole d'oltreoceano e restano non accontentati alle kermesse più mainstream e nelle classifiche del pubblico. Basti notare come Boyhood sia in cima a tutte queste liste, un buon film la cui produzione è però raccontata prima ancora della trama, quasi inesistente, un esperimento acclamato quasi senza considerarne il prodotto finale, comunque piacevole (ma se non fosse stato girato così, Boyhood sarebbe solo una buona sceneggiatura). Subito dopo, o subito affianco, Grand Budapest Hotel, il minor film di Wes Anderson, pare il riscatto per una carriera passata in silenzio di critica e con gif e tumblr del pubblico. Un cast stellare, come si dice in questi casi, per una fiaba innevata dai bei costumi e dalle belle scenografie. Fa benissimo il New Yorker, che crea una lista parallela di titoli – che hanno oscurato la vista davanti ai veri film meritevoli e audacemente originali – in cui mette Ida, il futuro Oscar straniero del polacco Pawel Pawlikowski, scelto a priori e ormai mesi fa e privato di concorrenti nella shortlist dell'Academy. Il Regno D'inverno, Due Giorni, Una Notte, il meraviglioso Mommy, Leviathan, Timbuktu hanno tutti fatto di questo Festival di Cannes un cartellone forse inarrivabile, che conteneva anche Le Meraviglie nostrane, il punto più alto del piccolo cinema italiano (per Ciak però vince Il Giovane Favoloso prima de Il Capitale Umano), anche se l'assurdo esperimento di Addio Al Linguaggio sobbarca tutti, costringendo a inserire Jean-Luc Godard nei migliori titoli per apparire autorevoli (o autoriali), apprezzando magari l'intento ma considerandolo, erroneamente, un film di finzione al pari degli altri. Per noi: vince Sils Maria, premio Luis-Delluc 2014, prova altissima di sceneggiatura, di analisi umana, di interpretazioni femminili, un Eva Contro Eva che ribalta la nostra percezione di Kristen Stewart e Chloë Grace Moretz, sempre reduce da Cannes ma dimenticato troppo in fretta. E dietro l'attore del 2014 che prosegue nel 2015 la sua ascesa (Benedict Cumberbatch) è Scarlett Johansson a incarnare forse il paradosso di questi dodici mesi: due film quotati e non: Lucy, bocciatissimo, e Under The Skin, che arranca silenzioso verso i vertici delle chart, a volte sovrastato dal Lego Movie, inspiegabilmente il maggiore titolo animato dell'anno – sicuramente grazie agli incassi. Di seguito una serie di testate e le loro classifiche del meglio di quest'anno appena concluso. Forse bisogna prestare attenzione al fondo: anche se il New Yorker premia in abbondanza un film che si chiama Thou Wast Mild And Lovely ed è passato a Torino scatenando le lamentele del pubblico.
Sight & Sound
01. Boyhood di Richard Linklater
02. Addio Al Linguaggio di Jean-Luc Godard
03. Leviathan di Andrey Zvyagintsev
03. Horse Money di Pedro Costa
05. Under The Skin di Jonathan Glazer
06. Grand Budapest Hotel di Wes Anderson
07. Il Regno D'inverno - Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan
08. The Tribe di Miroslav Slaboshpitsky
08. Ida di Pawel Pawlikowski
08. Jauja di Lisandro Alonso
11. Mr. Turner di Mike Leigh
11. National Gallery di Frederick Wiseman
11. The Wolf Of Wall Street di Martin Scorsese
11. Whiplash di Damien Chazelle
15. The Duke Of Burgundy di Peter Strickland
16. Birdman di Alejandro Gonzáles Iñárritu
16. Due Giorni, Una Notte di Jean-Pierre & Luc Dardenne
18. Citizenfour di Laura Poitras






