mercoledì 4 febbraio 2015
quattro sabotino.
Boxtrolls
- Le Scatole Magiche
The Boxtrolls, 2014, USA, 96 minuti
Regia: Graham Annable & Anthony Stacchi
Sceneggiatura non originale: Irena Brignull & Adam Pava
Basata sul romanzo Arrivano I Mostri! di Alan Snow (Mondadori)
Voci originali: Ben Kingsley, Jared Harris, Nick Frost,
Richard Ayoade, Tracy Morgan, Dee Bradley Baker,
Isaac Hempstead Wright, Elle Fanning, Steve Blum
Voci italiane: Massimo Lopez, Stefano Benassi, Renato Cecchetto,
Davide Lepore, Fabrizo Vidale, Roberto Gammino,
Andrea Di Maggio, Lucrezia Marricchi
Voto: 6.8/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
film d'animazione
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Al terzo lungometraggio animato, la LAIKA di Coraline prosegue il suo percorso narrativo fatto di mostri e di incubi, di minacce fantasma e esseri ripugnanti: Paranorman era stato la vetta di questo universo di abitanti, visibili solo dal bislacco protagonista, omaggio a quei colori pop dei B-movies degli anni '70 – e al fucsia e al celeste fluo si sostituiscono adesso toni terrosi, ocra, il colore dei formaggi attorno ai quali ruota tutta questa storia, a partire dal nome della città, Pontecacio, in cui si aggira la minaccia di questi boxtrolls, esseri, mostriciattoli vestiti di scatole di cartone per alimenti, che di notte scendono in strada e rapiscono apparentemente bambini per disossarli e mangiarli. O almeno così si dice: l'unica creatura che hanno rapito, dieci anni fa, è stato un bambino che è tuttora vivo, e adesso vive e lavora come uno di loro nonostante il fisico né il linguaggio siano così similari. Uovo, dalla dicitura del cartone di cui si addobba, però, ha imparato a parlare a differenza di chi lo circonda: una serie di Minions brutti, incomprensibili ma con il valore aggiunto della riconoscibilità a partire dalla forma, dalla scatola che indossano, dal nome o da caratteristiche come la dentiera mobile. I boxtrolls in realtà non sono creature malvagie, non escono alla notte a rapire bambini: cercano pezzi di scarto, strumenti, ferraglie, perché sono degli ottimi costruttori. Si aggirano, per la città, anche gli accalappiatori di rosso vestiti, che raccolgono i folletti e li eliminano: il leader di questa gang vuole dimostrare agli abitanti di meritare la tuba bianca, il cappello a cilindro che lo eleverebbe sulla società facendolo sedere al tavolo della degustazione, tra quella classe dirigente che invece di preoccuparsi dei problemi del paese sperpera il denaro in prelibate forme di formaggio stagionato. Creature ripugnanti, cibi nauseabondi, rigurgiti, sanguisughe, bubboni, capigliature fetide e brutte dentature, brutti vestiti cenciosi, addirittura un travestismo molto poco riuscito: parrebbe un inseguimento all'orrido, a tutto ciò che un bambino nella propria fiaba non vorrebbe, sicuramente non un bambino femmina, sempre a sottolineare quel concetto per cui non va temuto il diverso se non lo si conosce, ma anche che non vanno presi per buoni quelli che dicono di esserlo solo perché lo dicono. Si insinua il solito rapporto padre-figlia in cui lui lavora troppo per ascoltarla e lei gli dimostra che esiste complicandogli la vita. Il popolo viene dipinto come massa, gregge inutile e burattino. Simon Pegg e Nick Frost, migliori amici nella vita, giungono alla sesta collaborazione cinematografica anche se hanno registrato le parti singolarmente; si aggiungono Elle Fanning, che ha in famiglia anche la voce di Coraline, Dee Bradley Baker, voce di Pesce e Ruota, che ha contribuito all'ideazione del linguaggio dei boxtrolls, e sir Ben Kingsley nella parte del cattivo, il cui alter-ego transvester Madame Frou Frou ha la voce canterina di Sean Patrick Doyle, abitué di Broadway che ha interpretato, tra gli altri musical, Il Vizietto. Il commento sonoro a tutto ciò è di Dario Marianelli, l'italiano di Orgoglio E Pregiudizio che, in quanto italiano, infila a più non posso un coretto nostrano che inneggia ai prodotti caseari di stagionatura lunga e non. Per questo, per lo stop-motion che vale sempre la pena e per il suo meta-epilogo in cui si tergiversa sulla fatica dell'essere animati, vale la pena guardarlo. Ma si finisce con un senso di strettezza, di claustrofobia, di paesaggi minuscoli: sentimento che si allarga al film.
storia di braccia e di gambe.
Dragon Trainer 2
How To Train Your Dragon 2, 2014, USA, 102 minuti
Regia: Dean DeBlois
Sceneggiatura non originale: Dean DeBlois
Basata sulla serie Le Eroiche Disavventure
Di Topicco Terribilis Totanus III di Cressidra Cowell (Mondadori)
Voci originali: Jay Baruchel, Cate Blanchett, Gerard Butler,
Craig Ferguson, America Ferrera, Jonah Hill, Kristen Wiig,
Djimon Hounsou, Christopher Mintz-Plasse
Voci italiane: Flavio Aquilone, Francesca Fiorentini, Roberto Draghetti,
Carlo Valli, Maria Letizia Scifoni, Alessio Nissolino,
Massimo Corvo, Gabriele Patriarca
Voto: 7.9/ 10
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Candidato a un Premio Oscar:
film d'animazione
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Cinque anni dopo la battaglia definitiva fra draghi e vichinghi, nella città di Berk adesso vige l'equilibrio tra le due specie, al punto che ogni umano “possiede” una creatura alata, utile spesso al lavoro, facile da tenere a bada nel caso d'incendio grazie alla trovata del secchio d'acqua sopra alla porta. Hiccup, figlio del leader del villaggio, privato della gamba dalla sua furia buia Sdentato a cui in compenso ha strappato parte della coda, alla notizia di dover succedere al padre scappa come suo solito in avanscoperta, a esplorare territori limitrofi e sconosciuti, e si imbatte in una serie di cacciatori capeggiati da tale Drago che, insieme al suo lucertolone alfa, riesce ad avere il controllo e il potere delle bestie. Interverrà una bizzarra creatura primitiva, una donna riportata allo stato primordiale di armonia tra uomo e animale e natura – e questa donna è sua madre, che si pensava fosse stata divorata dai draghi e invece ha costruito un rifugio per essi abbandonando il marito e il figlio Hiccup a cui adesso spunta una peluria di barba. Servirà anche lei per fronteggiare il cattivo di turno, insieme a tutti i guerrieri del villaggio. Il sequel dell'osannato Dragon Trainer perde uno dei suoi registi e sceneggiatori, Chris Sanders, che, impegnato con I Croods, figura comunque tra i produttori di questo film. Dean DeBlois – il regista rimasto solo – chiese a Cate Blanchett di interpretare il ruolo di Valka nel secondo film, durante una delle cerimonie di premiazione del 2011 dove il precedente lungometraggio faceva incetta, e l'attrice sorrise dicendo che era stato un successo in casa sua, fra i suoi tre figli; Valka avrebbe dovuto essere, inizialmente, il cattivo della storia, e Drago il cattivo del secondo sequel, ma i personaggi sono stati scalati indietro. Il ritorno della figura materna rappresenta uno di quei territori minati, difficilissimi e inesplorati dell'animazione, che qui figurano tra i tanti altri: la perdita di arti, la morte improvvisa, il perdono di chi si ama e addirittura l'omosessualità: Skaracchio è il primo personaggio apertamente gay in un cartoon Dreamworks; tutt'altro che stereotipo, risponde: «ecco perché non mi sono mai sposato» al ritorno di Valka, e aggiunge: «per questo e per un'altra ragione», lasciando cadere ai dubbi il senso ultimo della frase. Il regista ha però dichiarato a E! che è stata l'improvvisazione di Craig Ferguson a proseguire nel discorso, «come al suo solito». Come al solito poi non ci sono titoli di testa: il titolo compare solo alla fine del film, forse a voler rendere immersiva la visione che non parte dove l'avevamo lasciata ma salta cinque anni che ci vengono subito riassunti e che verranno ripresi nell'epilogo. Dopodiché, tutto come si deve: l'aggiunta di nuovi eroi, di nuove minacce, di vecchi guerrieri, di qualche rinuncia e di una fine serena. La gamba persa dal protagonista era una coraggiosa trovata forse figlia di quel Sanders dipartito, che con DeBlois aveva diretto perle di originalità quali Lilo & Stitch. Se sul versante narrativo niente di nuovo non si può dire lo stesso per l'animazione, impeccabile, spettacolare, dalla superficie del mare alle fattezze dei draghi più grandi, fino all'ultima realistica espressione del protagonista, eletto capo di Berk, vicino alla commozione. Per lui e per la sua ritrovata madre vengono sacrificati tutti i personaggi limitrofi, a partire dalla morosina – si lascia spazio solo all'infatuazione di una dei gemelli per un cattivo-buono dai muscoli contratti. Proprio i giovani, i cuccioli di drago, i più piccoli saranno la rivalsa della pellicola: gli unici ancora puri, privi di coscienza plasmabile, che possono salvare il villaggio. La morale è sempre nelle diversità a cui guardare con occhio intelligente. Grazie a Dio lo si fa con meno banalità del solito.
martedì 3 febbraio 2015
premi dei sindacati - candidati & vincitori.
I sindacati cinematografici americani sono quella cerchia di esperti, persone competenti e del settore, che di anno in anno si candidano e si premiano nelle varie sezioni di cui è composta la settima arte – dalle acconciature al trucco fino ai dialoghi dedotti da materiale preventivamente pubblicato e ancora montaggio e mixaggio sonoro, effetti visivi di tutti i tipi e per tutte le nature di pellicole, sceneggiature originali e adattate, scenografie, fotografie, costumi – e rappresentano, sempre, il faro maggiore da seguire se si vuole anticipare la fatidica notte finale degli Oscar, dato che spesso la giuria è composta da gran parte degli stessi elementi. Dopo gli Screen Actors Guild, un altro premio è stato consegnato ed è quello ai produttori (per film, animazione e documentario), e il premio ai produttori è il premio al film, perché i produttori sono quelli che ci mettono i soldi, e sorprendentemente il vincitore non è il tanto celebrato Boyhood ma Birdman – il vero, l'unico film dell'anno – per cui adesso le nostre previsioni si spostano in attesa di conferme future (dai BAFTA ad esempio, dove scopriremo anche se Birdman continuerà a vantare il suo miglior attore oppure se avrà la meglio Eddie Redmayne), e in attesa di tutte le altre consegne dei settori. The Imitation Game (Scripter Award), Gone Girl, La Teoria Del Tutto, spesso Whiplash, a volte Vizio Di Forma, i film sono sempre gli stessi e si susseguono nelle loro categorie (per i fantasy capeggiano Captain American, Il Pianeta Delle Scimmie, Guardiani Della Galassia, Interstellar; per l'animazione The Lego Movie, Boxtrolls, Big Hero 6 – eppure Dragon Trainer 2 è il front-runner), compare addirittura Il Capitale Umano per il miglior montaggio sonoro in un film non in lingua inglese. Ma l'attenzione va alle cose serie, e cioè la regia: senza il Bennett Miller di Foxcatcher e con il Clint Eastwood di American Sniper, il DGA è il più grande anticipatore dell'Oscar (fece eccezione Ben Affleck per Argo, l'anno in cui Kathryn Bigelow era stata osannata – non fu candidato nessuno dei due) e verrà annunciato il 7 febbraio. Assegnato anche il premio ai montatori: Boyhood da una parte e Grand Budapest Hotel dall'altra, che si becca anche le migliori scenografie d'epoca; tra i documentari senza particolari sorprese continua la sua avanzata Citizenfour. Di seguito, dopo l'interruzione, la lunga lunghissima lista di tutti i sindacati e di tutti i candidati e di quei vincitori già annunciati.
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il fantasma dell'opera.
Birdman
O (L'imprevedibile Virtù Dell'ignoranza)
Birdman Or (The Unexpected Virtues Of Ignorance),
2014, USA/ Canada, 119 minuti
Regia: Alejandro González Iñárritu
Sceneggiatura originale: Alejandro González Iñárritu,
Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando Bo
Cast: Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Amy Ryan,
Andrea Risebourgh, Emma Stone, Naomi Watts, Merritt Wever, Kenny Chin
Voto: 9.7/ 10
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Candidato a 9 Premi Oscar:
film, regia, sceneggiatura originale, attore,
attrice non protagonista, attore non protagonista,
fotografia, montaggio sonoro, mixaggio sonoro
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La ormai centenaria tradizione cinematografica si staccò dall'eredità teatrale per poi tornarci, e imbastire opere di meta-cinema o anche meta-teatro a partire, mi viene in mente, da Eva Contro Eva e dal suo più recente pronipote Sils Maria, passando per, mi viene in mente, Tutto Su Mia Madre che pure gli era parente o anche La Sera Della Prima di Cassavetes. Il lavoro dell'attore, che è interpretato da un attore cinematografico che si cala nei panni di un attore teatrale, vive così su un binario doppio, sempre sull'orlo del biografismo, della confusione tra personaggio e interprete, e in questo senso il meta-cinema qui tocca le vette del dubbio perché il protagonista Riggan Thompson è reduce da anni di silenzio post-successo della trilogia di un supereroe, il Birdman del titolo, mascherato e alato e con poteri speciali di cui Riggan si porta dietro uno strascico, insieme a uno strascico di voce di coscienza. Il suo interprete Michael Keaton, Golden Globe come miglior attore ma non Actor Award, e con un Oscar in dubbio, fu Batman quando i supereroi al cinema non erano pane quotidiano e quel ruolo gli diede fama e successo e lo costrinse pure a un isolamento, interrotto adesso dalla volontà di dimostrare di saper recitare in un'opera autoriale, e così Riggan scrive l'adattamento per il palcoscenico di Di Cosa Parliamo Quando Parliamo D'amore di Carver, e se lo dirige e se lo interpreta chiamando a produrre un caro amico e a interpretare una calda amante e a sovraintendere una difficile figlia; succede che alla sera dell'anteprima viene meno un attore, bisogna sostituirlo in fretta, e qui entra in scena Edward Norton: quell'Edward Norton che fu Hulk con grossi disagi e si tirò fuori dalle produzioni Marvel dei Fantastici 4: qui fa lo stesso, semina tempesta, palesa il suo talento ma lo annaffia con spasmi erotici, erezioni in scena, botte nei camerini, vanità nei bar frequentati dai più rinomati critici teatrali. Addirittura inizierà una tresca con big-eyes Emma Stone, la “figlia d'arte”, uscita fresca dalla riabilitazione e con trattini sulla carta igienica come passatempo, figlia dei fenomeni virali che si spostano da YouTube a Twitter tra like e followers. Questo film non poteva uscire in un periodo migliore, in una condizione e in un contesto migliori: i mostri di ferro che minacciano le strade americane e i personaggi in tuta che volando salvano il mondo, gli attori meteora che sopravvivono con ridicoli video in mutande tra la folla, la decadenza del teatro relegato alla borghesia adulta snob a priori, l'importanza della stampa, di Broadway, dove chiunque sogna di mettere piede sapendo che il suo nome verrà dimenticato ma quello del Fantasma Dell'opera, in cartellone da lustri, e ovunque in queste strade, no. Perché il film è tutto in queste strade: nei camerini, sul palco, nella piazzetta retrostante, sul tetto. Perché il film si consuma in due, tre giorni e si costruisce su un unico pianosequenza sempre facendo riferimento a quella centenaria tradizione cinematografica che ha visto tentativi hitchcockiani (mi viene in mente, Nodo Alla Gola) non portati a termine per problemi tecnici o più recentemente esotici (L'arca Russa) quando forse l'esempio più calzante è, mi viene in mente, nelle Nove Vite Da Donna di Rodrigo Garcìa che sapientemente analizzava le giornate umane in riprese uniche che se la sbrigavano, ad esempio, con molti specchi. Tutto quindi è un contrasto: il cinema e il teatro, il teatro e i supereroi, l'essere e l'apparire e il farsi amare o farsi apprezzare che si confondono, in questa sete infinita di attenzioni che tutti in questo film hanno, perfino Naomi Watts, piccola parte ma brillante, desiderosa di dimostrare al pubblico che merita quel posto ma disgustata dall'essere adulata fisicamente. Il pianosequenza non è ovviamente reale, ma attraverso una meticolosa regia studiata a tavolino durante la scrittura a otto mani da Alejandro G. Iñárritu & Co., regia che ricorda quella a puzzle di Gravity dell'anno scorso, unisce lunghe riprese che hanno costretto gli interpreti a imparare pagine e pagine di copione e riporta quella condizione effettivamente teatrale dell'interruzione che non c'è, dell'assente montaggio – montaggio che invece c'è ma non si vede, aiutato da qualche effetto speciale. Finalmente un film originale – originale nel senso di diverso dal solito e originale nel senso di non scritto su un personaggio reale, un evento storico, un fumetto – finalmente un film americano ma non americanocentrico, un film sul film non come 8½ che pure aveva un dilemma di protagonista ma un film sulla messa in scena che è universale, universalmente riconosciuta e comprensibile, con una serie di epiloghi, come 8½, che sottolineano il dubbio e il grado di finzione dell'opera.
sabato 31 gennaio 2015
l'elefante di Annibale.
Turner
Mr. Turner, 2014, UK/ Francia/ Germania, 150 minuti
Regia: Mike Leigh
Sceneggiatura originale: Mike Leigh
Cast: Timothy Spall, Paul Jesson, Dorothy Atkinson,
Marion Bailey, Karl Johnson, Ruth Sheen, Sandy Foster,
Amy Dawson, Lesley Manville, Martin Savage
Voto: 8/ 10
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Candidato a 4 Premi Oscar:
fotografia, scenografia, costumi, colonna sonora
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L'arte contemporanea si può così riassumere: Joseph Mallord William Turner con conseguenze, Marcel Duchamp con conseguenze. E molto prima che Marcel Duchamp abbandonasse la tela, William Turner «si congedava dalla forma», premonendo quello che avrebbero fatto gli impressionisti in seguito allo scoppio della fotografia e alla decadenza dell'arte accademica – ormai inutile rappresentazione del vero già rappresentabile. E il processo di anticipazione che ha portato Turner all'allontanamento delle barche vere, delle tempeste vere, è stato lento come il secolo in cui è vissuto, e puntellato da fattori umani che di volta in volta hanno contribuito a far esplodere l'impeto, a far emergere l'impulso, a superare lo scoglio. Ci viene presentato, all'inizio, come curioso esploratore di paesaggi, di mondi altri, sempre col taccuino in mano e sempre immerso nella natura quasi incontaminata illuminata dalla luce, dono del Signore che già produce metà dell'opera – ci viene poi presentato in un'altra veste, quella di figlio, figlio di William Turner sir., quasi devoto a un padre che è a lui devoto, una squadra vincente su più fronti, quello del commercio delle opere, quello della loro preparazione. E una domestica in casa, una «damigella», che nonostante la malattia all'epidermide galoppante sarà la testimone di tutta la narrazione. Turner ha due figlie che nasconde al mondo, non esige la solitudine per dipingere, considera quell'atto come l'ultimo di una lunga preparazione mentale; non vive nemmeno isolato dal mondo, anzi è socialmente inserito soprattutto nell'ambito pittorico, che gli riconosce il primordiale talento, fatta eccezione per quel Constable a cui viene data piccolissima parte e che rappresenta quel rivale “già battuto”, quel tentativo non completamente andato in porto di raggiungere gli stessi scopi. Timothy Spall vaga all'interno di paesaggi praticamente già dipinti, lavoro magistrale del direttore della fotografia Dick Pope (fedele al suo regista e già nominato all'Oscar per The Illusionist) che raggiunge vette cinematografiche esemplari, vaga alla ricerca di ispirazione continua soprattutto ora che la minaccia della camera sta incombendo su mestieri come il suo; vaga, grugnendo e borbottando e avendo amplessi come i maiali, alla ricerca di una trama che il film non ha, una vicenda narrativa burrascosa o sentimentale (eppure c'è una moglie teneramente conquistata) che il pubblico si aspetta, e che lo fa uscire dalla sala sospirando che «dal trailer sembrava più avvincente». Mike Leigh è un regista inglese sopraffino, accusato di andare sul set senza una vera sceneggiatura, di averci appena dato il minore dei suoi film – eppure all'interno di un percorso che spazia tra il passato e il presente, tra le famiglie e tutti gli altri tipi di relazione umana, tra le profonde depressioni e le felicità incontenibili, Mr. Turner trova il suo posto di animo pienamente analizzato, sviscerato dal profondo, e pretesto per raccontare una società che si muove più lentamente del suo spirito. Il pressappochismo della messa in scena è confutato dai movimenti di camera, dagli interni costruiti come nature morte, dai salotti, dai paesaggi cercati perché colossali. Eppure non si tratta di kolossal, non si tratta di un ampio budget; ma «eravamo ossessionati dai dettagli: i costumi (di Jaqueline Durran, Oscar per Anna Karenina, n.d.r.) sono repliche esatte del periodo e gli attori indossano perfino copie di mutande d'epoca». È curatissimo il linguaggio, è curato l'atteggiamento e il modo di dipingere di Spall, un atto viscerale, di cui sente l'esigenza anche colpito dalla polmonite, anche privato delle forze. Quello di Leigh è un profondo atto d'ammirazione verso un genio della sua terra e lo rende senza orpelli, senza romanzi. Ecco perché il pubblico in sala sbuffa dopo due ore: siamo lontani dagli alti e bassi di Frida o dai sentimentalismi alcolici de I Colori Dell'anima. Nella tradizione difficile, difficilissima della biografia d'artista, che quasi mai ha avuto ampio consenso (basti guardare ai due Caravaggio, al più recente film su Goya, a Big Eyes adesso in sala e ai futuri Mordecai ed Effie Gray), l'unico paragone che si può pescare è quel I Colori Della Passione, in originale The Mill And The Cross, che come questo si sforzava di rendere il mondo nel modo in cui il pittore lo guardava, di filtrare l'esterno attraverso i suoi occhi. Palma d'Oro al suo protagonista, che è il film, era già stato dimenticato e grazie a questi Oscar riportato alla luce.
venerdì 30 gennaio 2015
pane, amore e fantasia.
Gemma Bovery
id., 2014, Francia, 99 minuti
Regia: Anne Fontaine
Sceneggiatura non originale: Pascal Bonizer & Anne Fontaine
Basata sulla graphic noverl Gemma Bovery di Posy Simmonds
Cast: Fabrice Luchini, Gemma Arterton, Jason Flemyng,
Isabelle Candelier, Niels Schneider, Mel Raido, Elsa Zylberstein,
Pip Torrens, Kacey Mottet Klein, Edith Scob
Voto: 7.5/ 10
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Lei si chiama Gemma Bovery, e nessuno mai le ha fatto notare la straordinaria somiglianza col personaggio di Flaubert – annoiata dalla vita e forse anche dal marito restauratore si trasferisce nella campagna normanda cercando di adattarsi ai paesaggi coi topolini e l'acqua che piove in casa. Lui si chiama Martin Joubert, nato in Normandia e trasferito a Parigi e tornato in Normandia a fare il pane nell'azienda paterna dopo un lavoro d'insegnante che si è sedimentato sotto la pelle; è molto più annoiato di lei, dalla vita, al punto che qualsiasi spunto dalla realtà può trasformarsi nell'incipit di una storia di cui si autoproclama regista: un tradimento, un matrimonio in rovina, un altro tradimento. Sotto al nome, vede infatti i caratteri di Bovary Emma tutti dentro alla sua nuova vicina: che instaura una relazione adultera con un bel giovane locale, che ne ritrova un altro che pensava perduto ormai da tempo, mentre i debiti quasi la schiacciano... Martin, sposato e con un figlio che pensa solo ai videogiochi ma si rivelerà più arguto del previsto, interviene preoccupato dall'arsenico per topi, che nel celeberrimo romanzo fa altri morti. E per farla meglio... Ironia della sorte, Gemma Arterton interpreta un'altra protagonista di fumetto dopo essere stata Tamara Drewe nell'omonimo, grottesco, nonsense film di Stephen Frears – che è forse il più grottesco e nonsense film d'autore degli ultimi cinquant'anni – e la mano della disegnatrice è sempre la stessa, quella di Posy Simmonds, che dopo essersi cimentata con la cricca degli scrittori questa volta passa dall'altro polo e racconta dei lettori, quelli accaniti, quelli irrazionali. Fabrice Luchini è la vittima di questa malattia, sempre bravissimo, sempre da solo in grado di soddisfare il costo del biglietto. Per la riga finale delle recensioni, se vi è piaciuto guardate anche, si consiglia Molière In Bicicletta, con lo stesso protagonista maschile alle prese con un'altra ossessione letteraria, ma questa volta teatrale – ironia della sorte quel film e questo erano stati presentati felicemente in anteprima a Torino. Le commedie francesi (quella e questa) hanno una dote altissima: farsi contaminare dalla cultura, scorrere leggere lasciando il germe della Letteratura che le ha contaminate, che era Il Misantropo in quel caso ed è Madame Bovary in questo, in cui si cerca sempre il parallelismo con la narrazione flaubertiana, le somiglianze psicologiche, i risvolti drammatici. A questo si aggiunge una pudicizia e una messa in scena gentili, con scene di sesso, poche, sempre dai vestiti addosso, dalle vestaglie démodé che rendono la Arterton ancora più di quanto non sia; inquadrata nei punti giusti, nei momenti giusti, privata di volgarità dalla telecamera e di civetteria dal suo corpo, nell'unica scena drammatica che le concerne si dimostra anche molto capace, adatta al ruolo. Un'altro valore che i francesi hanno è il non impaurirsi davanti al plurilinguismo: un terzo della pellicola è infatti in inglese, senza sottotitoli – un po' perché non è necessario che si capisca, un po' perché si suppone ci si riesca. Dietro alla macchina da presa c'è Anne Fontaine: quella-di Two Mothers, disastro femminista sullo scambio di coppia tra due amiche storiche e i loro figli, con vent'anni di differenza generazionali. L'assurdità di quella trasposizione, che veniva da un libro di un Premio Nobel, che risultava in-credibile a causa anche dall'isolamento marittimo degli allegri fidanzati, rischia qui la stessa problematica geografica (vediamo solo un panificio, due case, una cattedrale), ma viene abilmente scansata dallo sceneggiatore de La Bella Scontrosa Pascal Bonizer, che gioca con la voce narrante, un diario ritrovato e qualche occhio alla camera per parlare direttamente col pubblico, senza infastidirlo. Un film luminoso, letteralmente.
SAG Awards 2015 - vincitori.
Con una Naomi Watts cadente ma non troppo, il cast di Birdman O (Le Imprevedibili Virtù Dell'ignoranza) ha ritirato l'ultimo Screen Actors Guild Award, il premio del sindacato degli attori americani – quasi a volersi scusare di non aver premiato Edward Norton, come ci saremmo aspettati qualche mese fa, prima che il J.K. Simmons di Whiplash gli rubasse, meritatamente, il trofeo, e soprattutto aver snobbato Michael Keaton, chiamato a ringraziare a nome di tutti, in favore dello Stephen Hawking di Eddie Redmayne, visibilmente sorpreso ed emozionato, ma subito pronto col discorso che ci si aspetta. Né sorpresa né emozionata Julianne Moore, la certezza di tutte le serate, presa poi di mira per il suo esordio, giunta finalmente al premio con un filmetto, peccato – e Patricia Arquette, potremmo dire, attricetta con un filmone, nel senso dimensionistico del termine. Boyhood non ritira il premio maggiore forse anche per il ridotto cast nonostante front-runner agli Oscar e set di dodici anni. Ma adesso le previsioni si ribaltano perché, considerando i premi dei sindacati come grandi anticipatori della statuetta d'oro, Birdman e La Teoria Del Tutto se la devono spareggiare – staremo a vedere in queste ultime due settimane di premiazioni. Nessun premio neanche per Grand Budapest Hotel, con una serie sconfinata di nomi, né per il tremendo The Imitation Game, gli altri super-favoriti dell'Academy. Sorprendono gli stunt di Unbroken, che hanno la meglio sui giocattoloni Marvel. Mark Ruffalo non porta a casa né a Foxcatcher il suo trofeo ma vince come miglior attore in un film TV per The Normal Heart – assente, gli canterà le lodi Julia Roberts. La lista dei vincitori per la televisione è sul sito ufficiale mentre di seguito, dopo l'interruzione, tutti i premi cinematografici.
performance
di un cast in un film
Birdman O (Le Imprevedibili Virtù Dell'ignoranza):
Zach Galifianakis, Michael Keaton, Edward Norton, Andrea Riseborough,
Amy Ryan, Emma Stone, Naomi Watts
Boyhood:
Patricia Arquetta, Ellar Coltrane, Ethan Hawke, and Lorelei Linklater
Grand Budapest Hotel:
F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Ralph Fiennes, Jeff Goldblum,
Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Tony Revolori, Saorise Rona,
Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, and Owen Wilson
The Imitation Game:
Matthew Beard, Benedict Cumberbatch, Charles Dance, Matthew Goode,
Rory Kinnear, Keira Knightley, Allen Leech and Mark Strong
La Teoria Del Tutto:
Charlie Cox, Felicity Jones, Simon McBurney, Eddie Redmayne, David Thewlis, and Emily Watson
Birdman O (Le Imprevedibili Virtù Dell'ignoranza):
Zach Galifianakis, Michael Keaton, Edward Norton, Andrea Riseborough,
Amy Ryan, Emma Stone, Naomi Watts
Boyhood:
Patricia Arquetta, Ellar Coltrane, Ethan Hawke, and Lorelei Linklater
Grand Budapest Hotel:
F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Ralph Fiennes, Jeff Goldblum,
Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Tony Revolori, Saorise Rona,
Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, and Owen Wilson
The Imitation Game:
Matthew Beard, Benedict Cumberbatch, Charles Dance, Matthew Goode,
Rory Kinnear, Keira Knightley, Allen Leech and Mark Strong
La Teoria Del Tutto:
Charlie Cox, Felicity Jones, Simon McBurney, Eddie Redmayne, David Thewlis, and Emily Watson
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